La repubblica delle nuvole

Marco Ercolani

 Racconto ritrovato, nel 1985, in un gruppo di lettere indirizzate da Bruno Schulz ad Ania Plockier, databili negli anni 1934-35.

La repubblica delle nuvole

Nella repubblica stratificata e sfuggente che domina le cime delle montagne – tra fruste che sgusciano e guizzano via, palazzi fatati e silenziosi, fortezze che durano per quattro secondi nel cielo azzurro, castelli dirupati che balenano con feritoie e torrioni, draghi dalla bocca aperta che avanzano con andatura calmissima verso sfingi piccole e diaboliche, in una catastrofe silenziosa e imbizzarrita – nella repubblica bianchissima delle nuvole avanzano soffi scuri, profondi, mutevoli, spingono cirri e nembi in doppie e tripli cieli, ora grigi e affondati nel sonno, ora rosei e vaporosi al risveglio; non smettono di camminare e correre e scendere e salire, o inviare storie silenziose nel cielo, quelle di fanciulle stregate e dormienti, di cavalieri fusi a cavalli in volo, di principesse grasse che si trasformano in mostri riccioluti, zoccoli scalpitanti, maiali, cinghiali, tigri, in una selva di avamposti, barriere, muraglie, alberi fruscianti che vedono ora sfrangiarsi il tronco ora sventrarsi la chioma e perdono le radici in fili sottili, in lance rosate, in baldacchini dorati dietro a cui si nasconde un sole velato, livido, trasformato in luna da tregenda.
E l’occhio scrive in quegli arazzi mutevoli tutte le forme che immagina, spezza gli argini, scaglia i suoi fiumi traboccanti nel nulla agitato dalle correnti d’aria; e in quel vuoto inafferrabile montagne di nuvole si slanciano contro montagne di pietra e le trasformano in crateri, crepacci, dirupi, soffi di vento; e masse d’aria si radicano e sradicano, e dove appaiono tutto scompare, e dove scompaiono tutto riappare; ora sono inchiostro nerissimo, pozzo scuro e stregante, e poi sono un niente che si sfrangia in fumi sottili, come se invisibili soffiatori soffiassero nella sostanza delle nuvole e la scomponessero in mille forme e tutta l’aria traboccasse in una scrittura frantumata, con i segni che diventano briciole, gli alfabeti schegge, e le nuvole, lassù, morbide e alte come cuscini che nascondono diecimila precipizi e milioni di galassie e un numero inafferrabile di comete.
Nuvole e nebbie rendono i volti giovani e freschi. A guardarle, si diventa felici, si riscopre il geroglifico del soffio, l’idea che l’aria è solo un abisso di analogie, di richiami, di movimenti; un turbine sereno e incessante, dove cirri veloci e sottili corteggiano nuvole lente e massicce, e si guarda il cielo, non quello basso e terreno, greve, fosco di pioggia, non quello sublime, dorato, interminabile, in cui si accampano le visioni della mente, ma un cielo intermedio, in moto vorticoso, preda del vento e dei colori; e si chiudono gli occhi e si pensa di dipingere ciò che non si potrebbe: il fuoco, i raggi di luce, la folgore, tutto scolpito nel bianco e nel nero, e la mente entra nelle nuvole, le spoglia dei colori vani e le rende vapori tracciati oltre ogni limite, arabeschi di forme, disegni fatti con l’acciaio della riflessione; non è spaventata dalla morbidezza dei cieli e dall’inafferrabilità dei fumi, non ha più quella sconfinata paura, quella prodigiosa astrazione; e l’uomo allora vive nelle nuvole, abita con le sfingi e con i draghi, con tutti gli animali che corrono nel cielo e non smettono di creare quel regno illimitato, anzi quella repubblica sterminata, senza nessun re e nessuna legislatura, quell’anarchia felice e vertiginosa dove il vento disegna tutte le forme e l’occhio scrive tutte le immagini, e non si sa mai chi stia creando in quel momento, a chi appartenga il potere magico della creazione; l’artefice è immerso nell’artificio, il vento soffia nelle dita e negli occhi, e noi ci incamminiamo finalmente verso il nostro segreto; quel fuoco, lassù. Quella lancia o piuma o stella o punta o non sappiamo cosa che ondeggia, si intreccia, sparisce, nel palcoscenico silenzioso dell’aria, nel padiglione azzurro del cielo, dove soffi delicati sollevano le foglie e le allacciano in improbabili danze, e tutto, alla fine, è in potere della grande e soprannaturale eresia: il sogno.

[Da: Marco Ercolani, Lezioni di eresia, Graphos, Genova, 1996, pp. 129-130]

***

9 pensieri riguardo “La repubblica delle nuvole”

  1. Grazie ancora, Francesco.

    “Lezioni di eresia” è ormai un mio antico libro, ma ovviamente fra i testi che preferisco c’è proprio questo mio racconto su Bruno, che ricordo, all’epoca, di avere letto parecchie volte, in diverse occasioni di reading poetici.

    Un abbraccio, Marco

  2. da un nebulotico cionvinto e amante dello scrivere di bruno schulz ed estimatore di marco ercolani e della sua compagna lucetta frisa dico solo che questo scritto merita una imago..

  3. marco, insieme ad amica milanese, architetto e fotografa di incredibile leggerezza e bravura, demmo vita a d un omaggio al nebulotico milanese passando per kafka… idea estravagante? non lo so, so solo che sin da ragazzino ho amato l’incanto della mutevolezza morfologica di essse, le nuvole.. con pudore ti confido una cosa: quando leggevo Bruno Schulz ricordai la stessa sensazione di quando lessi Primo Levi, il percepire del fumo dai camini sfumato nel grigiore delle nuvole del nord, tristezza del tragico..

  4. “e si guarda il cielo […] un cielo intermedio, in moto vorticoso, preda del vento e dei colori; e si chiudono gli occhi e si pensa di dipingere ciò che non si potrebbe […] non si sa mai chi stia creando in quel momento,”

    leggendo questo bellissimo racconto, ho pensato che dipingere le volte (e non solo di celeste e nuvole) è un mettere/portare la terra in cielo, spingere un po’ insù l’uomo (quello che succede nella “eresia del sogno”)

    Ciao!

  5. Acuta Margherita, il “cielo intermedio e vorticoso”, questa elevazione laica della terra al cielo, è il mio pensiero dominante. Anche se oggi rimpiango un po’ la passione con cui, dieci anni fa, scrissi questo racconto di leggera utopia schulziana. Lo riscrivessi oggi, sarebbe più secco e più duro, meno favoloso. Ma l’eresia, per fortuna, è immutata.
    Ciao, M.

  6. non conoscendo questo libro – la dimora è una fonte inesauribile di scoperte – aggiungo queste immagini ad altre de-liranti, e dunque eretiche, che mi hanno fatto conoscere un poco marco ercolani. una descrizione così poetica delle nuvole mi ricorda il disegno che fa delle bolle di sapone calvino, in “marcovaldo”. dissi già una volta a marco che io sentivo nelle sue parole lo sguardo di un bambino: cosa che io intendo serissima, lontana da ogni manierato atteggiamento fanciullesco o fanciullinico. in un mondo di mascheramenti, essere fanciulli per me significa andare alla radice delle cose e avere il coraggio immenso di dirle come le abbiamo trovate, senza gerarchie, piene delle loro possibilità. questo significa reincontrare il mito, il racconto dei racconti.
    guardando a ritroso questo testo sembra avanti rispetto alle ultime poesie, non arretrato, com’è, solo per questione di date.
    sì, marco, eresia immutata, de-lirio: via dal solco, fuggi e metti in salvo il tesoro che ti porti dentro.

  7. Grazie, Lucy.
    Arretrate erano le mie poesie, alcune datate anni ottanta.
    Mi conforta il tuo sguardo attento.
    E mi tengo la mia serietà fanciulla, senza gerarchia. Ho vissuto per conservarla, morrò per lo stesso scopo
    Un abbraccio, Marco

  8. Soffio-parola che crea ed è creato, chassé-croisé dal capriccio rigoroso, movimento perenne che serissimo arbitrio addensa, liquefa, evapora. Vivo è il desiderio di indugiare nella repubblica delle nuvole.

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