The pickled and the hatched

Rosa Pierno
Daniela Edburg

L’attività culturale, in qualche modo sempre eccessiva, in relazione alle concrete necessità meramente esistenziali che dobbiamo esplicare nel corso della nostra vita, ha per Daniela Edburg una doppia valenza: poiché se la creatività richiede disciplina, l’eccesso di creatività può portare all’autodistruzione, la genialità può condurre alla malattia mentale e, dunque, la virtù può tramutarsi in vizio. “Cerebro” è, infatti, il titolo di una delle fotografie, in mostra presso la galleria “Spazio Nuovo”, dell’artista messicana Daniela Edburg, la cui opera è dirompente per una serie di motivi, sebbene appaia implausibile l’accostamento della parola “serie” con “dirompente”, ma vedremo che la contraddizione è uno degli strumenti su cui la Edburg basa il proprio lavoro: essa le appare come il mezzo più efficace per recuperare la totalità del senso, per non accettarne solo un’accezione canonica e parziale, la quale non renderebbe conto della irriducibile complessità del reale. Accogliere, dunque, la contraddizione vuol dire recuperare la cultura nella sua totalità e contemporaneamente interrogarsi sui mezzi con cui la si costruisce.

E’ assolutamente innovativo l’utilizzo del mezzo fotografico da parte di Daniela Edburg, poiché le sue opere fotografiche sono un vero e proprio racconto, in cui lo scatto riassume, sintetizza, conservando però tutti i dettagli dello svolgimento che è avvenuto in un tempo precedente, e già indirizzando verso la lettura futura, evitando, tuttavia, accuratamente di bruciare le coppie oppositive così enucleate per non raggiungere una sacrificale unità. Nello scatto fotografico “La novia” è percepibile una durata infinita che, della sposa che attende l’uomo con cui convolare a nozze, ci restituisce l’immagine di una donna oramai anziana che ha speso il suo tempo nell’attesa, che non si è mossa dalla sua accogliente casa, che ha dilapidato il tempo lavorando all’uncinetto, anziché uscire per andare a cercarlo. La presenza del paradosso scaturisce dall’immagine come un profumo sottile e invadente che connota l’ossessione del lavoro a maglia come difesa dall’ambiente e dagli avvenimenti esterni e al contempo come modalità di impegnare il tempo nell’assenza degli stessi. Non è un paradosso risolvibile con una determinazione della volontà né con il riconoscimento di un errore nella prassi esistenziale. Forse, tale paradosso, che potrebbe assurgere a simbolo di un mai risolto rapporto tra mente e corpo e, per estensione, tra soggetto e realtà, trova qui una delle sue più formidabili icone. Per la rappresentazione del conflitto tra la volontà di preservare il tempo in relazione al ciclo di vita che definisce la condizione umana, l’artista utilizza la metamorfosi quale mezzo di trasformazione che consente di superare lo scacco, la perdita, e di fornire soluzioni in cui gli estremi si toccano (individuabile, ad esempio, nell’installazione in cui larve si trasformano in farfalle).

Daniela Edburg individua i fulcri generativi della crisi, le crepe e le fratture che condizionano il nostro stare al mondo, che sanciscono le nostre limitazioni e minano le nostre potenzialità. Le sue opere mantengono viva la coscienza del punto di frattura in cui il valore positivo assume valenza negativa, ma, evitando di addivenire a una fusione di tali elementi per indicare le molteplici vie di un’elaborazione propulsiva e aperta, mai definitiva; sfaccettata e polivalente mai omologante. Inoltre, l’impiego di procedure di difesa e di attacco, di individuazione del problema e di ricerca di risoluzione ha la caratteristica di essere soluzione errata, eppure di essere, per ciò stesso, l’unica soluzione possibile. In questo senso, sarà proprio l’ossessiva attività creativa a rendere accettabile, piacevole, desiderabile il mondo. Se la realtà è problematica non solo dal punto fisico (difficoltà di sopravvivenza in paesaggio ostile), ma anche da quello mentale (follia o disagio), sarà la medesima capacità immaginativa a trasformare la realtà in una meravigliosa stanza (“Spinster”) dove ognuno di noi vorrebbe risiedere, fulcro di una energia che irradia calore e moto, attività e suono, nonostante la presenza del vizio, dell’eccesso, della mancanza di equilibrio, saldando così la frattura tra soggetto e realtà e mostrando che la loro relazione l’immaginazione rinsalda e tesse, di fatto completamente ricreandola.

 

 

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“THE PICKLED AND THE HATCHED”
Mostra fotografica di Daniela Edburg
a cura di Paulo Perez Mouriz
Dal 10 novembre 2010 al 12 febbraio 2010
presso la Galleria “Spazio Nuovo”
in via d’Ascanio, 20, Roma
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DANIELA EDBURG è nata a Houston, in Texas, nel 1975. Cresciuta a San Miguel de Allende, ha studiato arti visive all’Accademia di San Carlos a Città del Messico.

I suoi lavori sono stati esposti in musei e centri d’arte in tutto il mondo: il City Museum e il Carrillo Gil Art Museum di Città del Messico; il Guandong Museum of Art di Guangzhou; l’Istituto Europeo di Design a Madrid; l’Itaú Cultural di San Paolo; il Centro Cultural Recoleta di Buenos Aires; il Museo Nazionale di Arti Visive a Montevideo; il Museo Nazionale di Belle Arti a Santiago del Cile; il Centro Nazionale per l’Arte Contemporanea di Mosca; il Santa Mónica Art Center a Barcellona.

Ha ricevuto borse di studio del Fondo nazionale per le Arti e la Cultura e l’Istituto di Cultura dello Stato di Guanajuato. Nel 2006 è stata selezionata per partecipare alla XII Biennale di Fotografia del Centro de la Imagen di Città del Messico. Nello stesso anno è stata selezionata per la seconda edizione del premio SIVAM per le Arti Visive e ha ricevuto menzione d’onore nel XVI Young Art National Encounter. I suoi lavori sono stati inclusi nel “Photoquai”, Seconda Biennale di immagini del mondo di Parigi; in “Qui Vive?”, Seconda Biennale Internazionale di Mosca per la giovane arte; nel Mexico Bozar Festival di Bruxelles e nella Prima Internazionale Triennale dei Caraibi.

 

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