Gli addii

Juan Carlos Onetti

Gli addii

     Avrei voluto non aver visto dell’uomo, la prima volta che entrò nel negozio, nient’altro che le mani; lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e ancora non scurite dal sole, quasi con l’aria di chiedere scusa per il loro gestire disinteressato. Mi fece alcune domande e prese una bottiglia di birra, in piedi all’estremità più in ombra del bancone, con il viso – contro lo sfondo del calendario, degli zoccoli e dei salami imbiancati dagli anni – rivolto verso l’esterno, verso il sole dell’imbrunire e il viola sfumato delle montagne, mentre aspettava l’autobus che lo avrebbe lasciato sul portone dell’albergo vecchio.
     Avrei voluto non avergli visto altro che le mani, mi sarebbe bastato vederle quando gli restituii il resto dei cento pesos e le sue dita strinsero i biglietti, cercarono di riordinarli e, subito, per improvvisa decisione, ne fecero una pallottola e la nascosero con pudore in una tasca della giacca; mi sarebbero bastati quei movimenti sopra il legno pieno di fessure riempite d’unto e di sudiciume per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre voglia e volontà per curarsi.
     In genere, mi basta vederli e non ricordo di essermi mai sbagliato; ho sempre formulato i miei pronostici prima di sapere l’opinione di Castro o di Gunz, i medici che abitano in paese, senz’altro dato, senza aver altro bisogno che di vederli arrivare al negozio con le loro valigie, con le loro porzioni diverse di vergogna e di speranza, di simulazione e di sfida.
     L’infermiere sa che non mi sbaglio; quando viene a mangiare o a giocare a carte mi fa sempre domande sui visi nuovi, si burla con me di Castro e di Gunz. Può darsi che voglia solo adularmi, può darsi anche che mi rispetti poiché da quindici anni vivo qui e da dodici me la passo con tre quarti di polmone; non posso dire se proprio per il fatto che c’indovino, anzi so che non è per questo. Li guardo, nient’altro, a volte li ascolto; l’infermiere non lo capirebbe, e forse neppure io lo capisco del tutto; intuisco quale importanza ha ciò che hanno lasciato, quale importanza ha ciò che sono venuti a cercare, e confronto una cosa con l’altra.
     Quando costui arrivò con la corriera dalla città, l’infermiere stava mangiando a un tavolo accanto alla grata della finestra; sentii che mi cercava con gli occhi per scoprire la mia diagnosi. L’uomo entrò con una valigia e un impermeabile; alto, le spalle larghe e contratte, salutò senza sorridere perché il suo sorriso non sarebbe stato creduto e si era reso inutile o controproducente già da molto tempo, già da anni prima che cadesse ammalato. Lo riguardai mentre beveva la birra, rivolto verso la strada e i monti; e osservai le sue mani quando maneggiò i biglietti sul bancone, sotto il mio sguardo. Non pagò al momento d’andarsene, ma s’interruppe e venne dal suo angolo, lento, nemico senz’orgoglio della pietà, incredulo, per pagarmi e riporre i suoi biglietti con quelle dita giovani intorpidite dalla impossibilità di dominare le cose. Tornò alla sua birra e alla studiata posizione orientata verso la strada, per non vedere nulla, senz’altro desiderio che quello di non stare con noi, come se noi, i due uomini in maniche di camicia, quasi immobili nella penombra del declinante giorno di primavera, rappresentassimo un simbolo più chiaro, meno eludibile della montagna che cominciava a confondersi con il colore del cielo.
     «Incredulo», avrei detto all’infermiere se l’infermiere fosse stato capace di comprendere. «Incredulo», mi trovai a ripete quella sera, da solo. Proprio così; esattamente incredulo, di una incredulità che era andato secernendo lui stesso, in seguito alla atroce decisione di non mentirsi. E dentro l’incredulità, una disperazione contenuta senza sforzo, limitata, spontaneamente, con purezza d’animo, alla causa che l’aveva fatta nascere e che ora l’alimenta, una disperazione a cui si è già abituato, che conosce a memoria. Non è che creda sia impossibile curarsi, ma non crede nel valore, nell’importanza di curarsi.

[…]

 

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Tratto da: Juan Carlos Onetti, Gli addii (Los adioses, 1954), cura e traduzione di Dario Puccini, Roma, Editori Riuniti, “I David”, 1979.
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9 pensieri riguardo “Gli addii”

  1. Pingback: Gli addii
  2. Uno dei miei amori “definitivi”.
    E non dico altro.
    Santamaria – non un’invocazione liturgica, ma il nome della città inventata dai personaggi di Onetti…
    “Non crede nel valore, nell’importanza di curarsi…
    Grazie.
    M.

  3. Non solo un grazie a Francesco per questo ricordo di Onetti, ma un secondo, e stupitissimo, per la proposta artistica che lo correda. Ma, Francesco, come ti è venuto in mente il Guayasamin?

  4. minimum fax ne ha acquisito i diritti.
    chissà quando lo pubblicherà; lo lessi due anni fa in biblioteca e mi piacerebbe tanto averne una copia tutta mia da sfogliare e leggere nuovamente.

    Brausen

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