La piuma e l’artiglio

Rosa Pierno
Adam Vaccaro

Adam Vaccaro
La piuma e l’artiglio (Poesie 1978-2005)
Editoria & Spettacolo, Roma, 2006

    

E’ subito, fin dall’esordio, la parola di Adam Vaccaro, urlante e graffiante, cerino che accende ogni immagine, visione incendiata e incendiaria, così come è divampante il flusso linguistico, il quale mostra subito gli ingranaggi che stridono, rallentano in alcuni punti costringendo il lettore a sentire la non immediatezza del verso o la difficoltà della sua costruzione: “di un sogno pulito navigante incurante/ su montini di sterco da te da te/ che ritrovo l’incrocio iniziale di sporco) e pulito di candori e di afrori di/ liscivia e lascivie di fraterni/ odiosamori di filiali odiosamori/ da te microcosmo lontano/ puntofermo dal quale ho puntato sparato/ i filmetti del mio futuro”. A improntare la propria adolescenza, registrata nell’antologia personale “La piuma e l’artiglio (Poesie 1978-2005)”, secondo il racconto che lui stesso tesse nel suo “La casa sospesa”, è un coacervo inestricabile di percezioni sensoriali legate alla terra e al fango e impastate con brandelli di frasi prelevate della tradizione poetica italiana, con cui Vaccaro stigmatizza la sua attitudine a cercare costantemente un legame tra ciò che è materiale e ciò che è metafisico: nel senso che solo la loro relazione può restituire una visione complessa e completa.
     Con passo alternato il linguaggio poetico di Vaccaro si serve di una sintassi franta, quando vividi moti di ribellione sono provocati dal rifiuto delle convenzioni sociali, o lineare, quando voglia esprimere adesione, ove quest’ultima non è mai interiore, ma sempre innescata dall’incontro con le cose, sgorgante da una capacità di tramutare persino un sasso in luce bianca. Il crescendo di variazione linguistica raggiunge un altissimo grado di compiutezza allorquando fonde gli aggettivi: “bei mattoni rossi-novecento, intorno baraccati orti frattati in perfatto/ squallieto stile, poi due verdose coppechiuse da campi tennis”.
     Tale fusione va di pari passo con la coniugazione di una poesia civile, ove mai di ideologismo si tratta, ma della partecipazione umana ai drammi della vita, della profonda comprensione verso i disadattati, gli emarginati. E ove l’impossibilità di adattarsi, di accettare lo stato delle cose è il primo motore che spinge il poeta a crearsi la propria lingua poetica per rispondere criticamente al sistema, forgiando letteralmente il proprio strumento di azione critica.  Il largo respiro, a tratti possente, prima che ricada nel suo alternante stato anti-possente, quasi mimesi dell’atto respiratorio, è innanzi tutto risposta umana, posizione individuale dalla quale cercare adepti e consonanza persino tra gli oggetti: “lungo muri marci cancelli arrugginiti/ alberi pensanti – ecosofie di piccoli poeti – il proprio peso inesistente tra/ antri e giardini sfigurati”.
     È un richiamo costante alla riflessione, alla perdita che in ogni caso ci riguarda tutti, alla responsabilità della storia sentita come somma dell’apporto dei singoli. E non solo della storia di una civiltà, ma anche della storia di una vita che in scala ridotta presenta gli stessi andamenti di quella collettiva e millenaria. E’ un richiamo forte alla concretezza dell’esistenza contro gli orrori che una mente, la quale abbia una visione manichea e non rispettosa della complessità dell’esistenza, può causare. Che ogni cosa (sesso, condizione sociale, emozioni, pensieri contro il fondale della propria appartenenza a una società) sia vissuta nell’alternanza del suo legame con un’altra cosa, e nonostante la diversità di scala, mostra l’impossibilità di pervenire a un’armonica convivenza.
     Persino la risorsa dell’amore, infatti non è esente dalla guerra del potere fra i sessi, dalla sopraffazione, ed è macchia che Adam registra senza ipocrisia. La sua è una poesia di forze che si alternano, mai sedimentate, mai irrigidite, ma sempre in profondo moto, placche telluriche che incessantemente si spingono, emergendo. Ed è ancora la reinvenzione della lingua che può, in quanto tale, tramutare l’orrore in splendore, esprimendo così l’altra sapienza del cuore. E, dunque, il desiderio risulta utopico pensiero di: “ricongiungere i fili/ delle cose dei pensieri/ dei sublimi seri/ delle grida di budella”. Il riconoscimento dell’antitesi esistente in tutte le tesi, quasi incorporata in quest’ultime, è il momento su cui si fonda la dialettica che non perviene a un risultato unitario: “l’antitesI/ è un lungo fiume sotterraneo/ è l’inferno/ è lo stretto ingresso/ che sogna ampio e segna/ al futuro”. Ed è su questa faglia che Vaccaro s’accampa, attribuendo alla poesia il valore fattivo della resistenza, in un canto amaro, ma mai sopito, in un fremito lungo e persistente che smuove persino il saldo terreno sotto i nostri piedi di lettori.

 

Testi

 

(feroci innocenze e oltre

Guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno
eppure già (di)versi cantando
                                        m’illumino d’immenso

E nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo
o s’aprì in quei primilampi di parole un oltre
                                                         possibile
nel vortice sempre nuovo
                          sempre vecchio di questi decenni
                pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
                                    ed è subito sera

(1997)

 

L’antitesi

                           l’antitesI
è un lungo fiume sotterraneo
                         è l’inferno
           è lo stretto ingresso
    che sogna ampio e segna
                           al futuro

                                       È la forza
                                       che non sbolle e nulla appare
                                       insistente
                                       sa guidare all’alba
                                       anche quando il sogno re
                                       sta a metà.
(1978)

 

***

19 pensieri su “La piuma e l’artiglio”

  1. Nell’attesa di leggere il libro lascio poche parole qui per Adam di sincero interesse per la forza dei testi sopra letti. Grazie anche a Rosa Pierno.
    Un saluto a Francesco di bentornato.

  2. Conosco bene il libro e conosco Adam Vaccaro. L’ho interpretato subito come un uomo serio (nel senso più alto, cioè non manicheo, non estremista, ma giusto, cosciente, virilmente responsabile e a volte commosso da questo spreco ch’è il mondo). In tal senso è serio quando parla, ride o pensa. Ne consegue che per me è un serio, vero poeta.

    Cristina Annino.

  3. Ringrazio di cuore, insieme a Rosa e Francesco per l’intensa recensione e lo spazio concesso, gli affettuosi commenti di Nadia (fammi sapere se hai problemi a procurarti il libro) e della cara Cristina, grande amica con la quale abbiamo condiviso non pochi momenti di verità e ricchezza di cultura e poesia.

  4. Grazie del passaggio, Adam. Nel tuo caso, lo “spazio concesso” è solo una piccola parte dello “spazio dovuto”.

    Un caro saluto.

    fm

  5. Cito:
    “feroci innocenze e oltre”.
    Esposte in versi, impietose imprese, definite come innocenti, di ragazzi, immagino di campagna, nei confronti di indifesi animali. Chissà perchè, fin da piccolo, nell’uomo è presente un certo palese sadismo!…
    Altro discorso per la forma poetica, che non si discute.

  6. (In lode degli animali)

    Là, dove il cigno
    assorbe il suono
    di dolce melodia,
    ed emoziona il cuore.

    Lieve sull’acqua
    scivola nel moto,
    elegante e regale,
    e fa la mente attenta.

    Nel suono ‘sì suadente
    l’amore si diffonde,
    e fa ammirar creatura
    di danza ispiratrice.

    Cesare Borroni

    1. Nessun problema, qui chiunque può scrivere quello che vuole dove vuole. Ciò non toglie che sarebbe cosa gradita un commento ai testi che si propongono, magari dopo averli letti.

      Un cordiale saluto a te.

      fm

  7. Grazie dei commenti lasciati, anche da chi conoscesse poco o non condividesse la mia concezione di poesia. Aggiungo solo che, se la poesia è parola e gesto innervata nella storia, deve misurarsi con gli orrori e il tragico della vita per cercare di andare “oltre” e toccare attimi fragili di amore dolcezza e gioia, viatico per me necessario per dare a questi ultimi un senso meno fatto di illusione o alienazione patetica. La glassa può andare bene per le torte, e non sempre neanche per queste.
    La prima poesia scelta da Rosa Pierno è non a caso all’inizio de La casa sospesa, punto cioè di partenza del mio percorso nel bene e nel male degli universi umani che mi hanno fatto quel che sono. Se fa sentire repulsione per la violenza e il sadismo e pietas verso quegli animali, vuol dire che i versi trasmettono la tensione da me cercata.

    1. Gent.mo Adam,
      ho il peccato, e, scusandomi me ne dolgo, di non conoscere la Sua opera poetica. La ringrazio delle precisazioni fattemi, che ridimensionano l’argomento su cui mi sono pronunciato.
      Un “riporto” di cronaca in versi, in sostanza, dovuto all’età infantile, in cui, per logica dei giovanissimi anni, non sono ben chiari certi valori ed il rispetto da dedicare loro.
      Si dimostra così, con l’antefatto, l’evoluzione del poi, che altrimenti non potrebbe essere motivata. Un percorso di vita, attraverso i suoi vari stadi. Nella nostra esistenza sono presenti il bene e il male: l’uno non ha bisogno, come anche Lei dice, di edulcorazioni, mentre l’altro, immagino, nemmeno di troppe esaltazioni.
      Cordialmente La ringrazio e La saluto.
      Cesare Borroni

  8. Le poesie di Adam non sono mai banali (la banalità è uno dei rischi maggiori del fare poesia); riescono ad andare al fondo dell’anima scavando il passato e legandolo al presente; descrivono sentimenti senza sentimentalismi con un linguaggio personale e con ritmi che non ammettono distrazione di lettura.
    In una società sempre più disorientata, distratta, uniformata, rassegnata, il suo fare poesia- con forza, con amarezza, da solitudini rivolte ad altre solitudini per ritrovarsi insieme- affonda le radici in quella parte nobile del Sud meditativa ed etica che egli riesce a coniugare con le problematiche e le criticità di oggi, parlandoci (talvolta urlandoci) di ciò che eravamo, di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere.

  9. Ringrazio in modo particolare Nicola del bel commento, che scaturisce sia dalla conoscenza personale e della mia poesia, sia dalla comune origine, di cui abbiamo assorbito nell’infanzia cultura ed esperienze. Amico che ha poi esercitato e sviluppato la sua sensibilità oltre che in medicina (cardiologia), in diversi ambiti espressivi, quali la fotografia e la scrittura.
    E’ uno dei pochi pezzetti preziosi rimasti dell’identità dispersa o degradata del comune microcosmo originario.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...