Il tempo salvato

Ivano Mugnaini

C’è in questa raccolta, sfrangiata e accattivante, un costante bisogno di confronto con l’alterità del mondo, tra un passato sentito come un “cappio” e un presente “incurante del baratro”, al pari di un ponte interrotto che la grammatica del pensiero (ovvero le parole) si incarica di ricongiungere. Poesia, dunque, come “dizione” e “ascolto” allo stesso tempo; ascolto di un io che si sente inadeguato ma che non rinuncia a quel confronto e che si dispone, ora con aria infantile (come quella del puer ingenuo, figura spesso ricorrente nella poesia di Mugnaini), ora con atteggiamento dolorosamente consapevole della propria inadeguatezza, ma che pur non esita a offrirsi ogni volta in tutto il suo disarmante candore. [L. Fontanella, dalla Prefazione]

 

Ivano Mugnaini, Il tempo salvato
Prefazione di Luigi Fontanella
Piacenza, Edizioni Blu di Prussia, 2010

 

Malgrado le difficoltà della mia vicenda, malgrado i disagi,
i dubbi, le angosce, malgrado il desiderio di uscirne fuori,
dentro di me non smetto di affermare l’amore come un valore.

[Roland Barthes]

 

                Sezione I:
                “Tra la poesia e la vita”

         Vivere, forse

   Vivere, forse, per un granello
di bellezza, anche se non sai come
né perché e non si vede cornice
né quadro né si legge la chiave
del gesto, la mano che avvolge
con bestiale eleganza la rete calata
nel pelago, senza un riso o un ghigno,
meccanica metodica
tarlo che logora sereno
morde e martella compìto,
spietato, secco il fiato nel fondo
dei polmoni, apnea, abisso, esplodere
rosso di buio, e il flauto dolce
che ti scava dentro, inatteso.

 

         Il giusto peso

   Dare, ora, alle parole
il giusto peso, è tutto
ciò che abbiamo, scegliere
cosa dire senza oscillare, goffo,
tra il rumore dello sghignazzo
e il tremore prudente
di chi ti ha amato, bianco
di capelli volati per la strada
uno ad uno. Sollevare le parole
con le braccia, sentire la pelle
bruciare di sudore ad ogni sillaba
che riga l’asfalto, ogni silenzio
che sfregia la spina.
   Parlare e tacere a tempo,
prima che il tempo deponga
una lapide ironica su ogni istante,
monologo cupo di vecchio ubriaco,
dialogo di comari che si lagnano
dei prezzi folli del supermercato.
E’ ora di darsi, nudi, alle parole,
sperando in un abbraccio di passione,
o almeno in un riso pietoso, alito
sul collo e sulla mano, profumo
di vento che ti passa accanto mentre
guardi due occhi accesi, e il silenzio
che ti esplode dentro è un nemico
che puoi ancora annientare.

 

         L’attimo

Sarebbe troppo agevole, per noi,
uno schianto di cielo, urlo, pianto,
riso stranito, poi più niente.
Solo il corpo, per istinto antico,
si affannerebbe alla ricerca
di un riparo di fortuna.
La mente, già leggera, lontana
sulla schiuma che vola
verso il mare.
Ma la nostra tempesta, per quanto
lunga, limacciosa, densa di vento
e torrenti, tronchi, liquami, rottami,
finisce sempre, all’indomani, con un sole
in tuta da lavoro, stinta ma brillante,
abbastanza per vedere che niente, davvero,
è cambiato.
Solo il ciglio del fiume è più largo,
corroso, cosparso di fango già pronto
a mutarsi in argilla. Estetica immutabile
del nulla, laccio emostatico di una subdola
serenità, vespa cieca a spasso
sopra e dentro la testa, ti lascia solo
l’attimo, lo scarto, fessura breve
di silenzio afferrato in controtempo.

 

         Quando verrà l’inverno

   Quando verrà l’inverno,
mortalmente sano, geleranno i virus
e le parole, si serreranno strette, spaurite,
le bocche spalancate dei bambini e i latrati
di cani straniti dal cigolio dei cancelli,
sguardi gialli sollevati verso vetri ignoti.
Piomberà, freccia, ferita, la sferzata
di un vento di neve. Respirare, in quel momento,
sarà azzardo, scommessa, mossa fragile
sull’orlo di un dirupo. Sarà sentire,
nel fiato della tramontana, la voce,
l’urlo del lupo. Riconoscerlo affine,
vicino, sarà morire nei suoi stessi occhi,
nelle ossa appuntite, tornando magri,
leggeri, nei fianchi e nei passi
voraci, soli.

 

                Sezione II
                “L’attrazione”

         L’attrazione

Quando vacillano le fedi,
quando le speranze e le stelle
che eri certo di toccare
si spengono senza un palpito,
senza un rumore,
non c’è musica né suono,
non c’è nota
che possa entrare
in sintonia, perché è sempre
troppo allegra o troppo triste,
invita a un riso o a un pianto
che non sai accettare
senza vergogna, senza timore,
come se fosse troppa grazia
o troppa pena, come se il vizio
antico di vivere fosse una colpa
che non sai smettere di sentire.
A tratti, ti viene da pensare
di avere sbagliato direzione:
dal buio verso la luce, è esperienza
comune, è più agevole, più naturale;
più ostico per l’occhio e il corpo umano
è muoversi dalla luce verso il buio.
Forse alla nascita abbiamo sbagliato
cammino. Oppure, semplicemente,
la scommessa, il senso, il destino,
è individuare a tentoni, toccando
la calce fredda del muro,
l’interruttore. Senza paura
della mano che trema:
la fame, il bisogno, l’attrazione.

 

         Nella fame vorace

Finché faremo ombra al sole
su scale di marmo quasi
chiaro, passi d’acqua
e polvere, torneremo a chiederci
dove, in quale tana di serpe, quale
stupore di occhi incrociati
per sbaglio è celato l’enigma
della luce, trama d’acciaio e refe
ossa rose da lente ferite.
Se ci vede, ci cura, ci consola, o se
serenamente ignora,
il chiarore sublime, la molecola,
il circuito di neuroni che piangono
e ridono ai margini di ombre
in cui finisce sempre
per raggiungerci. Eppure
nell’occhio sbarrato, nella retina,
resta un’immagine, ramo sfiorato
da una carezza di sole, mano calda
sul costato.
E la luce si perde e si ritrova
in un tepore che nega la domanda
nell’atto di ripeterla, afferma un nulla
che nessun tutto potrà annientare,
un tutto che contiene una scommessa
persa con qualche spicciolo di gioia.
Sogno veloce, tenace, nella fame
del risveglio.

 

         Il compito forse è capire

Il compito forse è capire il cammino
del cane, il sole che lacera
il guinzaglio, l’unghia che riga
l’asfalto, la pace dell’attimo,
il morso alla carne trovata
in un angolo, in controtempo, prima
dello sguardo d’odio e commiserazione
del buono e dell’infame,
il sadico e il samaritano.
Niente che permetta un’analisi,
un bilancio del risentimento,
un blocco del flusso, l’odore
denso, stordito, dolore puro,
spietato, dolce nella luce di una luna
sfatta, puttana, madre distratta
e premurosa. Tra un balcone fiorito
e l’acciaio di un camion illuminato
a giorno, attraversare la strada
in obliquo, senza guardare.
Sapendo soltanto che
tra vivere e morire
c’è il suono insistito
di un clacson, o un riso,
infinito, di cielo.

 

         Il cielo raggrumato

Il cielo raggrumato al termine
del falsopiano, ti attende, come un antico
nemico, un conoscente che un tempo
fu intimo e che credevi dimenticato.
Ti obbliga a guardarlo, nel chiarore
che illumina e acceca. Per un secondo
lungo una vita: prima che la dinamica,
la forza d’inerzia, ti scagli
come un fuscello verso la curva
qualche metro più in là.
Non resta che guardare lei, provare
a individuarne la corda, la traiettoria
che compensa la spinta e l’attrito,
chiedersi solo un istante se fuori
sia troppo freddo o troppo caldo,
aprire il finestrino e tornare
a respirare; l’asfalto, la terra, un filo
di sudore sulla fronte, la certezza
della polvere, qualcosa di caldo
nella nuca, la strada che ancora
ti separa dall’orizzonte.

 

                Sezione III
                “Il tempo salvato”

         Il mondo non ha angoli

   Ci ritroveremo, mi hai detto,
in qualche angolo del mondo.
Ma il mondo non ha angoli,
ogni punto equivale a tutti
e a nessuno, la curva del tempo,
ferro, nebbia, graffio, veleno,
traccia di sogno, linea di una mano.
Ci ritroveremo, certo, e ci accorgeremo
che è gravido di altre carni, di altri
semi, il ventre del destino.
   Ma ancora affamato, feroce,
partirà lo sguardo verso un lembo
di pelle, l’occhio, il collo, il braccio,
il seno, e di nuovo sarà immagine
del mondo, spazio di luce agibile,
abitabile, l’attimo in cui, ridendo,
ci diremo che non è possibile.

 

         Squame

   In questa notte d’inverno
fra strade di gelo, nel fosso
circondato dai viali pedonali,
saltano i pesci. Guizzano
nell’aria colorando il silenzio
di fuochi, riflessi, voli lievi,
risa di gioia.
   Sono gli stessi pesci, scuri,
sporchi, nativi del fango, che
poche ore prima erano presi
di mira dai petardi
dei bambini di buona famiglia,
ben vestiti, annoiati da lusso
e moine.
   Mi guardo le mani. Attendo,
impaziente, le squame.

 

                Sezione IV
                “Il tempo dell’attesa”

         Nel mistero

   Una preghiera per chi non trova
la macchina lasciata nel parcheggio
sotterraneo, per chi passa la sera
sotto le finestre delle case altrui
cercando una musica e una voce
affine al suo passo, per chi muore
per la donna sbagliata,
sapendo che sarebbe la sola in grado
di dargli qualche spicciolo di vita.
   Una preghiera per chi non sa come
pregare, dove guardare, dove dirigere
lo sguardo; una preghiera
per parlare di niente, dando fiato
allo spazio di chi percorre
il pianeta in punta di dita, e tutto
ciò che spera è inciampare sopra
una lama fatale, o scoprire che l’acciaio
serve per tagliare il pane, e le dita
per camminare sulla pelle.

 

         Fliegender

   Uccidili tutti, Fliegender,
uccidi il rumore e la furia
della loro ignoranza vociante,
spiazza l’attesa beata di banalità
parlando una babele di idiomi
antichi e moderni, codici miniati,
chiavi di accesso a paradisi
sul confine tra giorno e sera,
crepuscolo di dèi assenti
con cui continui a dialogare. Stordisci
la loro fiducia nell’identità del corpo
e della parola. Illudili che tutto
sia uno scherzo, perfino il dolore,
la divinità della pelle sfiorata da mani
candide e impure. Uccidili tutti,
con un sorriso che nega loro occhi
e cuore, concedendo solo una mano
forte, e un pensiero altro, che resiste.
   Anzi no, non ucciderli: lasciali in vita,
vegeti e urlanti, a coltivare latifondi
di gramigna e vino agro di tracotanza.
Lasciali campare, così che si senta
risuonare forte, nel silenzio, l’eco
lacerante del divario, la distanza,
la differenza. Anche la mia.

 

         La creta indocile

   L’uomo è l’unico animale che
non apprende nulla senza un insegnamento:
non sa parlare, né mangiare, né camminare.
Allo stato di natura, sa solo piangere.
   È amara verità, tra scienza e metafora:
il pianto è proprio dell’uomo, è nel suo
patrimonio genetico, nel bilancio
del destino. Nasce sapendo di dover piangere.
Viene dichiarato vivo, dall’ostetrica, solo
quando lo sente gridare la pena del respiro.
   Ma è uno sbaglio, un errore inveterato:
il primo pianto è solo la prova dell’esistenza
biologica, simile a una pietra,
un’alga, una radice di gramigna.
La vera nascita, la vita vera, ha luogo
nell’atto di negare il piano prestabilito:
nell’istante della prima gioia, il riso
universale, quando il petto esplode
in una galassia d’amore.
   Sono nato con te, nell’istante in cui
ti ho vista e ti ho amata. La data
anagrafica è un ricordo, un’ipoteca
lontana, un mutuo con la vita che non
finirò di pagare. Ciò che fa di me
un uomo è l’avere imparato, superando
limiti e barriere, l’arte di sorridere,
plasmando, con dita goffe ma sincere,
la creta indocile dell’esistere.

 

         Una lettera

   Cosa potrebbe accadere
se spedissi adesso una lettera
al mio unico amore? L’amore
cieco, testardo, il più fedele
e bastardo dei cani, quello che
ti lecca le mani con affetto
e intanto digrigna i denti pronti
a spezzare le ossa e il cuore,
così, per istinto vitale.
   Le scriverei che sono vivo,
nonostante la rabbia a cui
nessuna distanza riesce a fare
da vaccino. Le direi che il pensiero
di qualche mattino dorato di luce
e di quiete con il tempo
e con la sorte è ancora suo,
suo soltanto.
   Le allegherei una rosa,
una foto, un’icona. Lei strapperebbe
la pagina con dita calde
come il suo sorriso,
rosso come le labbra che solo
la rosa bacerebbe, prima di essere
ridotta in coriandoli vermigli.
   È questo il senso, sono
quei petali i figli che lasciamo
su questa terra che ci accoglie serena,
come fossero caduti dal più bel
ramo in fiore. Forse è questo
l’errore che ci spinge ancora, ridendo
e morendo, a cercare.

 

         Con sollievo

   Lasciamo che il testo trovi
il cammino, l’oggetto, il messaggio.
Niente sarà sprecato, non un gesto,
un sorriso, uno slancio, un pensiero
dedicato a lei che, ferma di fronte
al portone serrato del sogno, ci dava
appuntamenti per il giorno sbagliato,
ridendo, giocando a scardinare il tempo
che giocava a dadi, distratto, muto.
   Lasciamo che il verso trovi
per sé e per noi la sua strada, il suo senso.
Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,
e la sua assenza di sostanza è pietà,
misericordia nella tortura che ci consuma,
il “foco che ci affina”.
   Forse, magari nel regno del sonno, quando
sarà pace il silenzio e prato il respiro,
ci sarà detto dove conduce il sentiero
e diverremo noi il tragitto, saldo, sicuro,
ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,
e ogni interrogativo irrisolto sarà arte
arcana di filosofia astratta e carnale, volto
incrociato lungo un viale, quando
è quasi sera, e, con sollievo, non si è certi
di distinguere buio e luce, falso e vero.

 

***

17 pensieri su “Il tempo salvato”

  1. “Dare, ora, alle parole/il giusto peso, è tutto/ciò che abbiamo”
    Non si poteva dire meglio, con poche parole, semplici e precise,
    ciò che la poesia fa o dovrebbe fare. Segnare con la voce e la scrittura
    un’indicazione vitale soppesata. Che non significa titubanza, ma precisazione anche nella scorribanda della propria meditazione, che si imprima dentro (più che esprimere fuori) per “darsi, nudi, alle parole”.

    Complimenti per queste poesie.
    Giorgio Bonacini

    Un caro saluto anche a Francesco

  2. Ivano Mugnaini è uno dei pochi, fra i poeti che conosco, capace di scavare un solco profondissimo di pensiero dietro la trasparenza, “semplice e precisa”, della “visione” a cui dà corpo e voce nell’attraversamento del “reale”. A questa opera di “restituzione” dell’immagine “familiare”, individuale o collettiva, a uno specchio di significazione che riflette in cerchi plurali i dati dell’esperienza e l’angolazione “personale” dello sguardo, presiede una poetica ben radicata e definita, sempre più “fedele” e determinata nelle scelte e nelle soluzioni stilistiche adottate.

    Il libro, veramente bello, è uno di quelli che si leggono e si rileggono, scoprendo “qualcosa” di nuovo e inaspettato a ogni passaggio.

    Ciao Giorgio, a presto.

    fm

  3. Ringrazio Francesco per l’ospitalità in questo suo spazio e per la sua lettura attenta e gradita, come quella di Giorgio Bonacini che ringrazio per l’attenzione e la condivisione di questo tempo complesso e lacerato che ancora osa sperare nella salvezza del mutamento. Un caro saluto e a presto rileggerci, im

  4. Complimenti, Ivano, un’opera davvero pregevole e matura, molto più elaborata e “sottile” di quello che può apparire ad una lettura frettolosa e disattenta. Ritengo riuscite proprio quelle opere che hanno il “potere” di richiamarti tra le loro pagine e di lasciarti frugare tra le loro pieghe poco per volta, passo dopo passo. Con crescente meraviglia.

    Ciao.

    fm

  5. conosco la scrittura di Ivano, in narrativa e poesia, da molti anni. la trovo un insazibile serissimo lavoro di esplorazione, uno scavo di sè e del mondo inesauribile, che offre di continuo squarci insoliti, originali, di profondo ascolto in ogni direzione:passato e futuro fantastico, vita e realtà, morte e mistero. e come Luigi Fontanella ben sottolinea, Ivano rivela nella sua scrittura “un costante bisogno di confronto con l’alterità del mondo”, che ho avuto modo di sperimentare personalmente grazie anche alla sua disponibilità per un lavoro -difficile, ma fertilissimo- di scrittura a quattro mani. leggerò presto l’intera raccolta, che già appare da questi pochi testi così densa, con tremore e gratitudine. a presto, Ivano, sulle tue pagine

  6. Ivano sa che “Il tempo salvato” l’ho letta quand’era ancora solo un file in allegato mail, e che l’ho subito amata.
    Ad essa l’augurio di trovare lettori altrettanto innamorati.
    A lui un carissimo saluto. Con affetto. Fabio

  7. che magnifica sorpresa! Finalmente è uscito il libro di poesie di Ivano. veramente una sorpresa per chi, come me, conosceva di lui solo i suoi racconti che amo e apprezzo moltissimo. Cosa dire? Le ho lette una sola volta con piacere ma meritano altre letture più approfondite per coglierne tutto lo spessore.
    Per adesso, tutti i miei complimenti , un grande Grazie a Francesco che ci propone sempre delle eccellenze in letteratura.
    lucetta

  8. Ritrovo qui, dopo Giorgio e Francesco, altri amici e autori che stimo e sono lieto sia della vostra lettura che delle vostre note. Con Annamaria abbiamo un percorso ormai lungo, parallelo e condiviso di letture e scritture, ed è sempre un piacere questa fertile interazione. Fabio ha effettivamente letto il libro quando era ancora solo un allegato mail, ed ho potuto beneficiare di una sua attenta ed acuta recensione che spero di poter fare pubblicare da qualche adeguata rivista. Marco ha ragione: mi conosce come narratore, così come io conosco e stimo lui come autore di prosa. Ma, l’uno all’insaputa dell’altro, abbiamo “sconfinato” nel settore della poesia, portando però come bagaglio i temi a noi cari. Spero che anche il mio libro di poesie possa incontrare il favore di Marco, autore e critico attento e preparato. Con Roberto abbiamo realizzato un ex libris che ancora conservo con piacere come oggetto che ha anche la funzione di testimoniare una stima artistica ed umana condivisa. Ultimo ma non ultimo Roberto R. il cui interesse è gradito e significativo. Un amichevole saluto a tutti, e a presto rileggerci, im

  9. ed ecco che il lavoro di Ivano si manifesta quale negentropia a contro di una ‘rappresentazione’ del mondo, delle sue derive, dei suoi liquami e feticci caracollanti alle pur esauribili riserve della volgarità. Una scrittura limpida, come si è detto, e non tuttavia facile. Un tratto sicuro del ‘dire’ ben oltre i limiti del ‘detto’. L’edificazione appassionata e appassionante di un mondo altro, popolato di categorie escatologiche che si faranno immanenze rigeneranti:

    “Forse, magari nel regno del sonno, quando
    sarà pace il silenzio e prato il respiro,
    ci sarà detto dove conduce il sentiero
    e diverremo noi il tragitto, saldo, sicuro,
    ignaro di abissi di tornanti.”

  10. Il tuo commento, Mirko, lo trovo consono e adeguato: la “linearità” apparente in realtà è solo un progetto, una ricerca, un ponte sospeso sopra gorghi di domande, contraddizioni e dubbi, passati, presenti e futuri. Verso nuove ipotesi di esistenza e resistenza. Verso nuove esplorazioni. Ti ringrazio per la tua attenta lettura, un caro saluto e a rileggerci, im

  11. Il Tempo salvato, la recente pubblicazione di Ivano Mugnaini, ci regala un tempo altro, perla gelatinosa sospesa e riflessa sulla superficie stagnante del quotidiano che per un gioco di equilibri non affonda ma da essa trae alimento. Nelle eleganti quattro sezioni in cui si articola il libro, ritrovo testi a me cari e noti come “C’è qualcosa di folle nell’estate” a cui risposi a suo tempo con il mio ancora inedito “Temporale d’estate a Terracina” e, ancora,”Inadeguato all’eterno” e “Quale amnistia”, momento quest’ultimo altamente lirico. Oltre all’amore tornano qui le tematiche care all’autore: l’assurdo, la follia, la ferita, il riso beffardo o meglio il ghigno, la nostalgia,ma sempre col dimenticare che esiste un tempo senza stare a contare i giorni della vita, per dirla con l’Holderlin. Leggiamo in “Due granelli”: “Siamo così diversi, amore, che sospetto/ che nessuno scienziato potrà mai/ inventare un veicolo per farci incontrare ” : l’io lirico avverte dunque il simile nel dissimile, come recita anche l’esergo della prima sezione del volume, perché “quando ti stringo ad occhi chiusi”, continua la poesia, “sono certo che siamo una frase/ un discorso ritmato […] ciò che/ il nostro corpo ha capito/ prima degli occhi miopi della mente”. Con questo lavoro poetico Ivano Mugnaini ci conferma, ancora una volta, che la parola di un poeta è essenza del suo essere (Puskin).
    Valeria Serofilli
    (www.valeriaserofilli.it)

  12. Ringrazio Valeria Serofilli per l’accurato e poetico commento, e colgo l’occasione per farle il mio “in bocca al lupo” sia per il suo libro di recente uscita, “Amalgama”, edito da puntoacapo, sia per gli incontri letterari da lei curati e organizzati presso il Caffè dell’Ussero di Pisa e presso la Villa di Corliano. Un caro saluto, e a rileggerci, im

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