Lettura di un’immagine

Raffaella Terribile

Rogier
Van der Weyden

Trittico
dell’Annunciazione

(1432-35)

La letizia si posa sulle maioliche preziose del pavimento, in un sereno mattino di inizio primavera. Le finestre affacciate sulle colline, un interno domestico, i gesti sospesi nello stupore che trascende il quotidiano. I passi discreti delle domestiche che si affaccendano per casa, acciottolii di stoviglie, panni stesi ad asciugare al sole, mentre le dita sottili della Signora sfiorano le pagine di un libro di preghiere. La camera mostra l’agiatezza di tutta la casa, una sobria eleganza che denuncia il benessere di una famiglia di solidi mercanti, volti al pratico senso delle cose ma già inclini al gusto del dettaglio, delle cose di qualità che fanno la differenza: una cassapanca di legno massiccio, finemente intarsiato, i cuscini di velluto rosso cremisi, la sofficità serica del copriletto e della cortina appesa al baldacchino sospeso, con un gioco di funicelle, alla travatura del soffitto e alla cappa del camino, perché resti bello teso. Sul comodino, in cui la Signora tiene le sue gioie, è appoggiato il lavamani di bronzo dorato e la brocca. Il camino è spento, i rigori invernali sono finiti: si può appoggiarvi la panchetta. Il portacandele fissato al bordo di pietra è vuoto. Sulla mensola due melagrane e una bottiglia di vetro piena d’acqua. La luce che entra dalla finestra in fondo alla stanza disegna un rettangolo chiaro sul soffitto, sulla destra una seconda finestra, aperta essa pure, mostra le solide imposte di legno borchiato delle case signorili. Il lampadario in bronzo porta una candela, una sola: sembra nuova, in attesa di essere accesa. Appoggiato su un inginocchiatoio coperto da un drappo di prezioso damasco, il libro. Una piccola mano lo tiene. La Signora si gira, staccando la destra dalle pagine, verso una presenza presagita alle sue spalle: una creatura angelica, dal preziosissimo mantello ricamato e ali turchine. La meraviglia sembra non toccare la Signora, regale nel gesto, seria nell’espressione del volto. Vestita di una corposo abito da camera blu notte, di tessuto pesante, ricadente con un elegante gioco di pieghe, con i capelli sciolti sulle spalle, non sente violata la sua intimità dall’ospite inatteso, sul cui viso sembra invece di scorgere i segni di un turbamento. L’angelo ha appena toccato il pavimento, le ali ancora aperte, le ginocchia piegate nel gesto dell’inchino: il mantello che lo ricopre sembra uscito da una bottega di mercanti di stoffe pregiate, pronto per un vescovo o un alto prelato. Ai suoi piedi un vasetto di ceramica con tre gigli bianchi, da cui si è staccato qualche petalo. Già regina, già mater ecclesiae, la madonna di Van der Weyden, prima ancora che l’angelo rechi il suo annuncio. Pannello centrale di un trittico i cui sportelli laterali si trovano nella Pinacoteca di Torino, è un prodotto giovanile del grande artista fiammingo, che dispiega tutto il proprio piglio analitico nell’articolata architettura; questa fa da cornice alle vaghe figure dell’angelo e della Vergine, raccolte in astratto isolamento, avvolte in un vestiario prezioso e siglate da una sottile eleganza di matrice ancora gotica. L’artista riprende l’innovativo progetto iconografico del suo maestro Robert Campin, collocando l’Annunciazione nella tavola centrale di un trittico: probabilmente è stato proprio Campin il primo pittore che abbia attribuito un’importanza così spiccata a questo tema nella sua opera più importante, il Trittico dell’Annunciazione di Mérode (1425 ca., The Metropolitan Museum of Art, New York). Ma, mentre Campin dava valore alla superficie delle cose, alla luce e all’effetto cromatico dell’atmosfera, il problema di Van der Weyden è la costruzione di uno spazio in cui la storia sacra possa essere rappresentata in modo solenne. La scena si svolge nella stanza di Maria, secondo una formula destinata ad avere un grande successo nella pittura nordica del XV secolo. L’inserimento in un contesto familiare permette all’artista di usare gli oggetti in funzione di simboli. La luce che penetra dalla finestra all’estrema destra, di ascendenza eyckiana, si espande dolcemente sulle pareti e sui tendaggi ed emana bagliori improvvisi, rivelatori di dettagli preziosi e citazioni colte nell’arredo, come i piccoli leoni scolpiti sulla panca davanti al camino, che rinviano al trono di Salomone, al quale nel Medioevo veniva assimilata Maria, la cui purezza è simboleggiata dalla brocca e dal catino, dalla bottiglia di vetro con l’acqua (l’immacolata concezione della Vergine, che si fa “vaso”), dalla candela in attesa di essere accesa, all’annuncio dell’angelo, un lento “farsi carne” del Verbo, luce del mondo, dalle melograne, simbolo di rinascita e resurrezione, ai gigli, umilmente appoggiati in un vasetto sul pavimento. L’abbondanza di allusioni mistiche non impedisce tuttavia di calarsi in una realtà quotidiana, fatta di cose e di gesti, a superare dogmi e iconografie a favore di un sentimento di partecipazione religiosa profondamente umano e moderno.

***

19 pensieri riguardo “Lettura di un’immagine”

  1. Quando avevo dieci anni passavo ore ed ore a guardare i mille particolari, tutti egualmente importanti perché tutti toccati dalla stessa miracolosa luce e miracoloso amore nel guardarli ed eternarli sulla tavola gessata con i più puri pigmenti, che affollano le opere di questi grandissimi maestri, come, tra i tanti, Memlinc, il mio amato Metsijs dalle colonne trasparenti come cristallo. Ancor oggi mi incantano e m’incanta questa lettura, questo necessario minuzioso elenco di una soprannaturale quotidianità.

  2. …testo ineguale: longhianamente patica, la prima parte, tutta paratassi d’equivalenza; poi il tono si fa scolastico, s’informa per far intendere univocamente, secondo icono-logia… Ma, perché finisce come finisce, col rinvio al simbolico? E con un giudizio che trova l’esemplarità come armonia contrastante del mistico e del quotidiano?

  3. Testo ineguale? e per fortuna! e per fortuna ci sono i rinvii, le ambivalenze… tutto ciò che fa capire “popolarmente” un’opera d’arte…
    Brava Raffaella, e grazie Francesco di averla ospitata qui…
    elio

  4. E’ stato un piacere, Elio, un piacere che avrà sicuramente seguito.

    Un saluto a voi, a Ivan e a Vladimir D’Amora, a cui do il benvenuto su queste pagine.

    fm

  5. ciò che colpisce è quel grande letto a baldacchino, rosso, vivissimo, realizzato in prospettiva centrale, conferendogli così una profondità che gli altri oggetti non hanno. Maria, completamente vestita di nero, quasi in lutto, quasi messa in sacco, in ginocchio, di spalle quasi, rispetto all’angelo, vestito più da cardinale o da alto prelato, con grande ricercatezza del damasco, o broccato con cui il pittore gli ha cucito la veste addosso, arricchito da gemme preziose che scendono fino a terra lungo l’abito, ed è guardato con la coda dell’occhio, non direttamente da Maria, faccia a faccia con l’osservatore del quadro e non con l’angelo.
    Il libro aperto, da cui si solleva per dire qualcosa, e sembra quasi una richiesta di attesa.
    Eppure ci sono cose che stridono in questa immagine. Il fuoco del rosso del letto mentre nel camino,visibile alla sinistra, c’è un piccolo divano di legno, e non il fuoco come ancora ci si attenderebbe. L’annunciazione avviene in marzo e non è ancora clemente la stagione. Di contro, a terra, c’è un vaso di fiori:gigli, come quelli di S.Antonio, bianchi, simbolo di purezza e castità e sono piccoli,ma soprattutto fuori stagione, perché l’epoca della loro fioritura è in giugno. Ma non basta. Ciò che ancora di più mi colpisce è il pavimento,elaborato in questa a immagine,dove prendono posto Maria e l’angelo. L’elaborazione del disegno è simile al labirinto, come spesso si incontravano nelle chiese una volta.
    Mi domando cosa avesse voluto segnalarci l’artista con questa strana ambientazione dove gli opposti convivono e sono essi stessi l’annunciazione. ferni

  6. tutto intero il trittico offre la visualizzazione di un interno abitato, sia che mostri un fuori come il dentro. Interiorizzare la visione o esteriorizzare ciò che è segreto?Ma quale?

  7. …ancora s’attende risposta, e non d’ufficio, apologeticamente alla Elio Grasso!!!
    La capacità della Terribile, ossia di Raffaella, di fornire didascalie d’impareggiabile illatenza (!), è fuor di dubbio; io chiedevo del perché, ammettendo certa non ausiliarietà della critica, avesse strutturato così la sua pagina (e lo chiedevo proprio ad una che sa rinviare a Longhi…) — indubbio è che renda scolastico, imprescindibile, pulito servizio: anzitutto perché si tratta di una specialista che sa pure scrivere.

  8. signor D’amora, se permette io faccio apologie “alla Elio Grasso” per ciò che più mi pare e piace, e non d’ufficio che non ve n’è certo bisogno, senza dover chiedere permessi.

    riguardo “alla Terribile, ossia Raffaella”, la decisione di rispondere o no riguarda soltanto lei… quindi…

  9. D’Amora, le sue domande sono più che legittime. Meno legittimo, anzi non lo è affatto, il tono con cui si sente in dovere di liquidare gli interventi degli altri.

    fm

  10. Signor Grasso, Lei finì per retoricamente liquidare, con un uso maldestro della punteggiatura, le mie domande…Ma questo, del resto, è costume diffuso assai in questa e altre gabbie liquide, a dirlo problematicamente…o con certa insignificanza, ergo nessun stupore.
    Perché, Le chiedo, come si può ritenere commento il mero laudare? Certo, comporta poco o nullo sforzo, ma…

    1. D’Amora, visto che conosce così bene il costume di questa “gabbia liquida”, vada a fare il bagno da qualche altra parte, con villeggianti della sua levatura.

      Addio.

      fm

  11. Comunque, signor Grasso, dopo ricerca qui, in web, di suoi lavori e scritture e ragionamenti, mi rendo conto d’esser stato inurbano ed inintelligente…con una mente e una penna della sua levatura.
    Mi scusi, se può…

    Addio

    Vladimir D’Amora

  12. Marotta, Lei gestisce questo spazio di sano confronto, offrendo pezzi di intelligente stile…
    Sia lodato, Marotta…

    Ancora Addio
    e Stop.

  13. ringrazio Francesco Marotta che ha dato ospitalità a questo e ad altri miei scritti in un blog che, come pochi, sa coniugare poesia, attualità, arte, dando spazio alla riflessione e allo scambio di idee.
    Quanto alla domanda di Vladimir D’Amora, mai come nell’arte fiamminga lo spazio fisico, gli oggetti, si caricano di una valenza simbolica. Tanto più lo sguardo si fa attento, la rappresentazione delle cose minuziosa, lenticolare, tanto più queste fuoriescono dal loro essere puro oggetto per farsi catalizzatrici di significati che vanno “oltre” lo sguardo, oltre il quotidiano. Così la stanza accogliente di una casa benestante ci rivela tutto l’orgoglio della raggiunta agiatezza dei proprietari e, insieme, un senso del sacro declinato in una mentalità tutta nordica e laica. Ecco perché “L’abbondanza di allusioni mistiche non impedisce tuttavia di calarsi in una realtà quotidiana, fatta di cose e di gesti, a superare dogmi e iconografie a favore di un sentimento di partecipazione religiosa profondamente umano e moderno”.

  14. Ma cosa stai blaterando? Leccare, camarille, ma sei sicuro di sentirti bene? Hai problemi di digestione?

    Da ieri sera apro il computer solo in questo preciso istante e trovo il tuo “commento” in moderazione, come succede a tutti coloro che postano qui per la prima volta – e per esclusiva volontà di wordpress.

    Non c’è niente di tuo nemmeno nello spam, quindi se hai postato qualcosa è andato perso, come può capitare. Se hai altro da dire, nessuno ti impedisce di scrivere, ti chiedo solo la cortesia di non sparare cazzate a sproposito: qui nessuno ha mai censurato niente e non sarai tu a dire il contrario.

    fm

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