Bastardo posto

Remo Bassini

“I calpestati sono quelli che vengono lasciati soli a combattere, a volte derisi, uccisi, denigrati. Microstorie dimenticate, rimosse, sommerse.” (R. B.)

Laura Costantini
Viviamo tutti in un bastardo posto

Ci sono libri che non hanno vita facile. “Bastardo posto” di Remo Bassini (Perdisa) è uno di quei libri e credo che l’autore ne fosse consapevole nel momento stesso in cui ha deciso di dare vita al personaggio di Paolo Limara, valente giornalista di provincia, chiamato dagli eventi a fare i conti con la propria coscienza. Di uomo, prima ancora che di professionista della comunicazione. “Bastardo posto” ha avuto delle vicissitudini editoriali che lo hanno visto apparire e scomparire dal catalogo 2009 e dal sito della Newton & Compton senza alcuna spiegazione, se non quella che si tratta di un libro scomodo. Probabilmente il più scomodo tra quelli scritti da Bassini che in queste pagine ha spinto al massimo lo stile personalissimo, l’attenta costruzione della lingua, il dolore di fondo che è il retrogusto di tutta la sua produzione. Bastardo posto” non lascia speranze, racconta senza alcun intento consolatorio e scava. Scava nel corpo malato della provincia italiana, quel corpo che a volte affiora come un annegato e ci colpisce duro con il putridume che non vorremmo mai percepire. Se in queste ultime settimane la cronaca non ci ha risparmiato gli orrori della provincia meridionale, quella di cui Bassini scrive è la provincia nebbiosa, fredda e piovosa di un nord non specificato che assume un valore universale. E sotto i portici percorsi dalle notti insonni di Limara, davanti allo sguardo cieco di un manichino nudo in una vetrina abbandonata, le crepe nelle vecchie mura lasciano lentamente trapelare una trama di segreti, di cose non dette, di pettegolezzi sussurrati che possono uccidere. “Bastardo posto”, con la sua prosa che parte lenta, scandita da un uso della punteggiatura che è teatrale più ancora che letterario, denuncia quelle infiltrazioni mafiose nel nord che anche Roberto Saviano ha voluto smascherare accendendo finalmente i riflettori. Denuncia l’omertà che travalica le collocazioni geografiche quando si parla di clero e di pedofilia, anticipando ancora una volta la cronaca che ha caratterizzato gli ultimi due anni. Denuncia le reticenze della stampa davanti al potere e la corruzione dilagante contro cui si battono senza speranza di vincere quei pochi che non riescono a distogliere lo sguardo. Il romanzo di Bassini è un omaggio alle vittime presenti, passate e future di tutti i bastardi posti di questo mondo. Vittime sì, ma mai veramente perdenti. Perché anche quando si arrendono all’ineluttabilità della sconfitta, lo fanno con la consapevolezza che si tratta di una scelta. E nel trionfo del non detto e del sottaciuto che caratterizza la provincia italiana, anche scegliere di lasciarsi sconfiggere davanti a tutti ha il valore di una sfida. Difficile collocare “Bastardo posto” all’interno di un genere e sembrerebbe riduttivo sottolinearne l’aspetto profondamente noir. Ma se di questa controversa definizione si accetta l’interpretazione più restrittiva, allora sì: Remo Bassini ha scritto un noir. Perché Marina, Paolo, Viola sono altrettante personificazioni del coraggio di non vendersi, ma anche dell’impossibilità di sconfiggere il male. Un male banale, quotidiano. Un male che ci appartiene. Perché, che ci piaccia o no, viviamo tutti in un bastardo posto.

 

Remo Bassini, Bastardo posto
Ozzano dell’Emilia (BO), Perdisa Editore, 2010

 

Prima notte

     Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
     È una notte di marzo. Sta diluviando.
     In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del manichino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.
     Non vuole guardare, Limara, né il tombino traballante né la strada riflessa sul vetro. Preferisce star lì impalato, davanti al manichino senza sesso del negozio, che è chiuso da quattro anni, con l’insegna spenta.

     Certe notti, di nebbia o senza luna, sotto i vecchi portici vanno a braccetto il buio e la paura; basta un fruscio, un rumore, un’ombra, e dallo spavento vien voglia di scappare, ma non a Limara, non al manichino; sono come spenti, entrambi.
     Chiude gli occhi, Limara, vorrebbe il buio assoluto, lui.
     Ma è stato maldestro, non doveva chiuderli, i colori sono più vividi, ora, come illuminati da un potente riflettore: dietro le sue spalle ricurve, dall’altra parte della strada, Limara adesso immagina la vetrina con l’insegna rossa del Piccolobar; la serranda è abbassata, l’interno è buio; ma fuori, davanti all’ingresso, Limara, con gli occhi chiusi, è come se vedesse, anzi no, vede un fantasma, e per non vedere, li riapre subito, gli occhi, spalancandoli come chi è spaventato.
     Meglio guardare il manichino, così il fantasma va via, si dissolve, scompare.
     Vattene Marina.

     Eppure Paolo Limara venticinque minuti fa è uscito di casa senza ombrello, e uscendo non ha certo badato alla pioggia, con l’intenzione di rivedere il posto in cui, cinque mesi prima, quasi sei (era una notte di ottobre), aveva visto Marina. Saranno state più o meno le tre, e lei era dentro la sua auto, parcheggiata dove non si dovrebbe, c’è il divieto di sosta permanente lì, a due metri dall’ingresso del Piccolobar.
     Con la testa reclinata a sinistra, un po’ sul finestrino un po’ come inghiottita dalle spalle, stava dormendo Marina: nemmeno questo si dovrebbe.
     Soprattutto lì.
     Né si dovrebbe – perché poi andò così, come non doveva andare – parlare per ore e ore con una donna sola, e poi invitarla a casa per un caffè. Non si dovrebbe perché parlandole, col passare dei minuti, si potrebbe desiderare sempre più intensamente il suo corpo esile, con la voglia di stringerlo, possederlo, farlo tremare. Tremando.

     Dopo il matrimonio, Paolo Limara, giornalista in una città né troppo grande né troppo piccola, non aveva mai baciato o abbracciato una donna diversa da sua moglie, fino a quella notte d’ottobre. Ed era, Paolo Limara, un giornalista dalla carriera assicurata prima che, sciagurato, incontrasse Marina. Era il vicedirettore de “La Civetta”, quotidiano cittadino fondato nel dopoguerra da un gruppo di borghesi illuminati, alcuni liberali, alcuni socialisti, altri, come il padre di Paolo Limara, vicini al Partito d’azione.
     Il nome del giornale era stato scelto per ricordare una giovanissima staffetta partigiana: Maria Paola, nome di battaglia La Civetta, era stata violentata e poi impiccata dai fascisti a una trave della sala d’aspetto della stazione, di notte.
     Ma non solo. Prima di Marina, Paolo Limara era quello che, lo dicevano tutti, sta per diventare direttore de “La Civetta”. E tutti – ma durò poco, iniziò col sole di luglio e si dileguò con la nebbia a novembre – tutti, monsignori, politici e gente che conta, avevano fatto a gara nel sorridergli e nell’invitarlo a cena.
     Ora è cambiato tutto.
     Ora lo scansano.
     In redazione, invece, lo sopportano anche in virtù del fatto che suo padre fu tra i fondatori del giornale. Sono settimane, mesi ormai, che il direttore – si chiama Annibale Delponte ma tutti lo chiamano o dottor Annibale o direttore, amico di vecchia data del compianto padre di Paolo Limara – quasi finge di non vederlo. Comunque lui, Limara, non si sente un perseguitato. Anzi, li capisce, e si è lasciato emarginare, docile come un cane triste. Durante la riunione di redazione, verso mezzogiorno, prima della pausa (panino o insalata nel bar che c’è sotto il giornale), lui sta in disparte, non dice mai nulla.
     Prima era tutto diverso. Era lui che teneva banco.
     Parlava lui, parlava il direttore, parlava a giorni alterni il caporedattore, poi, sicuro, intervenivano due colleghe, una agli Spettacoli, l’altra alla Cultura, che devono parlare sempre perché sono negative su tutto, parlavano i due cronisti di nera, soprattutto il più vecchio, il caposervizio Paoli, ma alla fine riparlava ancora lui, Limara. Era l’uomo della sintesi finale. Rivolgendosi al direttore, proponeva i sei argomenti da mettere in prima pagina. Gli altri prendevano nota. «Questa notizia non è granché, ma è prestigiosa, fa la sua figura, insomma», diceva, e il direttore annuiva. «Questa è meglio rinviarla, sentiamo prima l’avvocato perché rischiamo una querela», e il direttore aggrottava la fronte e faceva cenno di passare ad altro. «Questa invece ci farà vendere». Non serviva annuire, qui. Perché se il giornale non vende il direttore prima le prova tutte – cambia mansioni, strategie, urla, magari licenzia – ma se la situazione persiste rischia il benservito.
     E comunque. L’ultimo quarto d’ora della riunione di redazione era un dialogo, Limara da una parte il direttore dall’altra, con altri dodici spettatori (nove maschi e tre femmine), in attesa di conoscere le sorti del loro pomeriggio: frenetico, da sbadiglio, metà e metà, dipendeva tutto da quel quarto d’ora.
     Da qualche mese il rituale è mutato.
     Ora parlano tutti, se il direttore lo consente; e l’uomo delle sintesi è diventato il caporedattore, era il numero tre, prima, adesso invece sostituisce Limara e, neutrale come la Svizzera, va d’accordo con tutti. Ma, è chiaro, non avrà mai la fermezza per dirigere un giornale. Troppo accomodante, autorevolezza zero. Nella sala riunioni, Limara ascolta, seduto in fondo, quasi si mimetizza nascosto dalle schiene degli altri. È l’ultimo ad arrivare, è il primo ad alzarsi, sigaretta penzoloni tra le labbra, accendino in mano, in direzione balcone. Qualche volta non si presenta nemmeno. O fa il perditempo guardando siti strani, su internet, oppure fuma come un turco sul balcone. Una dopo l’altra. Nessuno sente la sua mancanza.
     È quello che ha perso la testa per una pazza, da non credere.

     Fu solo dopo la prima notte che ripensò alle voci, Limara.
     Prima – certo che sì – le aveva sentite, ma non era tipo, lui, da rincorrere voci e dicerie. Dopo la prima notte, però, si ricordò.
     «Se una dottoressa si mette a fare la badante, vuol dire che le si è svitato qualche bullone del cervello».
     «Da quando le è morto il figlio, non è più lei».
     «Anche il marito è scappato, quella porta sfortuna».
     «Non è a posto, non dovrebbero permetterle di dormire in macchina, di notte».
     Le aveva ripescate tra i ricordi con facilità, Paolo Limara, queste e altre voci.
     «È stata la puttana del commissario», fu la peggiore, quella che cominciò a ronzargli in testa, insistente.
     Sapeva bene, Paolo Limara, a chi si riferivano le voci: al poliziotto più schifoso e corrotto della città, il defunto commissario Vellani.

 

***

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6 pensieri su “Bastardo posto”

  1. Pingback: Bastardo posto
  2. Dalla presentazione del libro di Laura Costantini, si deduce che la provincia italiana del Nord, ha ricevuto il “testimone” da quella del Sud, il “testimone” peggiore, come in una corsa di staffetta, che si rischia sempre più di perdere. Il sottobosco, il sottaciuto, comei a dar corpo a quella nebbia fitta, che spesso preme sulla pianura.
    Il manichino nudo nella vetrina, sembra quasi essere la proiezione di certe persone, che hanno perso la loro identità, i loro vestiti. Sapranno ritrovarli?
    La macchia del male si allarga, anche nel prosperoso Nord, reso oggi meno tale, proprio da quel sopraggiunto tarlo, che come mostro orrendo, ingoia tutto quello che può.
    Un libro che, dalle premesse, vale la ppena di leggere.

  3. Una metafora devastante dell’Italia di oggi, sorretta-attraversata-restituita da una scrittura narrativa di assoluto valore e rigore stilistico.

    Roberto, dovresti preparare un ex libris per quest’opera e, volendo, anche per il romanzo precedente, “La donna che parlava con i morti”, che non è assolutamente da meno.

    fm

  4. Da questa breve lettura azzardo a dire che il noir di Bassini non è una denuncia contro i mali della società (una parte), ma un’indagine sul male (il tutto), riaffermando così lo statuto di libertà della letteratura (anche di genere) e la sua autonomia dalle altre forme di scrittura (che oggi contaminano e si contaminano). In alcuni passi, mi pare di sentire l’eco di Scerbanenco, autore snobato in vita, di un genere (il giallo/ noir) allora disprezzato. Che Bassini e il suo libro siano “scomparsi” non può che fare onore ad entrambi. Miope aver condannato in passato questo genere letterario come “di serie B”; sospetta la sua fortuna attuale, senza radici e per questo immeritata.
    PVita

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