L’esperienza dell’inizio

Andrea Cirolla

“Quante poche cose sappiamo dire, quanto poco sappiamo scrivere che valga la pena di essere scritto. Per coloro che veramente contano, umili ma autentici, angosciati ma incapaci di esprimersi con la parola angoscia, vinti ma tali da essere essi soli il sale della terra anche se non conosciamo il loro nome. Forse c’è qualcosa nell’universo per cui una sofferenza reale o un atto di autentica verità non vanno mai perduti.”

L’esperienza dell’inizio
La riscoperta di Husserl nel Diario di Paci

     Per quale motivo il “ritorno a Husserl” coincide in Paci con quella spregiudicata libertà dello stile di cui ci è testimone il Diario fenomenologico? La scrittura del Diario fenomenologico non nasce in vista della pubblicazione, piuttosto il libro è il risultato della selezione di alcune pagine dal diario personale del filosofo, in un arco di tempo che va dal marzo 1956 al giugno 1961.
     I libri di Paci, anche quelli precedenti la svolta fenomenologica, non lesinavano certo in eleganza e qualità della lingua – egli fu da subito e prima di tutto un buon scrittore. Eppure il loro taglio rimaneva pur sempre fedele alle convenzioni proprie della forma saggio. L’espressione libera, informale, del pensiero, era lasciata alla scrittura privata, come testimonia lo stesso Paci nel 1959 introducendo per l’«Archivio di filosofia» le sue Pagine da un diario, anticipazione del Diario fenomenologico.

Avendo commesso l’imprudenza di dire all’amico Castelli che da anni scrivo, quando mi capita, degli appunti dai quali alla fine derivano i miei libri, sono rimasto senza difesa il giorno che Castelli ha deciso di dedicare un numero dell’Archivio di filosofia alla diaristica filosofica. Dovevo, in seguito alla sua gentile insistenza, scegliere alcune pagine dal mio libro di appunti(1).

     Del grande “libro di appunti”(2) che Paci iniziò nel 1929 (dunque a diciotto anni), proseguendolo anche nel periodo della prigionia (1943-1945), e che presumibilmente continuò fino all’ultimo, non abbiamo purtroppo che delle esigue testimonianze oltre a ciò che si legge nel volume del 1961. Tra quelle dirette e riscontrabili gli unici casi sono i due capitoli finali di Dall’esistenzialismo al relazionismo (1957), di cui il primo, “Senso essenza e natura”, è il risultato esplicito della rielaborazione di appunti diaristici (quelli del 14 marzo, 2, 10, 12 e 26 aprile 1956, come rivela quattro anni dopo il Diario fenomenologico). Il secondo dei due capitoli, “Tempo e natura”, non trova riscontri nel Diario, ma è in tutta evidenza assimilabile al precedente. I due saggi rappresentano insieme, sia a livello stilistico che di contenuti, un corpo a sé nell’economia del libro, e non a caso viene a essi dedicata una comune nota esplicativa. Quei testi «tentano di partecipare, appunto, anche un modo di sentire. Il ragionamento filosofico cerca in essi di non sfuggire ad una situazione»(3). Ciò che significa il sentire Paci lo chiarirà successivamente: «Quando uso il verbo “sentire” penso all’Einfühlung di Husserl. La filosofia nasce dallo stupore che l’Einfühlung esista, dal fatto meraviglioso che noi viviamo negli altri e sentiamo il loro soffrire e tutta la loro vita che li conforma nel presente, nel loro percepire, vedere e udire, nella loro Stimmung, che si accorda con la nostra. Così noi viviamo con gli altri in noi»(4).
     Sembrerebbe ingiustificabile isolare la presenza dei diari, escluso quello fenomenologico, al solo episodio di Dall’esistenzialismo al relazionismo; anche laddove non è dichiarato, infatti, Paci attingeva – o almeno così ci dice – al suo “libro d’appunti”. Eppure nell’introdurre le Pagine da un diario l’autore sottolinea una differenza. Quando, su sollecito del fondatore dell’«Archivio di filosofia», dichiara di essere rimasto «senza difesa» e di dover dunque «scegliere alcune pagine», egli confessa implicitamente la novità dell’operazione. Se pure da quegli appunti aveva sempre derivato i suoi libri, ora si palesa una differenza sostanziale, che è quella che corre tra il trasfigurare le riflessioni informali, proprie delle carte private, in scritti per il pubblico (ciò che sembra accadere prima dei saggi inauguranti la svolta fenomenologica), e il restituire nella sua spontaneità il diario inteso come una «specie di radiografia di quella che, a torto o a ragione», Paci presumeva essere «una ricerca filosofica»(5).
     Tra le testimonianze secondarie tratte dai diari, le prime ci giungono da Vigorelli, il quale, nella sua indispensabile monografia del 1987 sul Paci esistenzialista, attinse con generosità agli inediti che ebbe poi modo di catalogare per l’Archivio di via Beato Angelico. Il documento più recente – e recante sorpresa – è rappresentato invece da un volume di Elena Madrussan sul relazionismo paciano, il cui merito sta se non altro proprio nell’aver portato alla luce numerosi altri brani inediti dei diari del periodo 1956-1961(6). Un’altra testimonianza infine, la più antica e insieme, osiamo dire, anche la più suggestiva, è quella dell’allievo Guido Davide Neri, che nel suo contributo al numero speciale di «Aut Aut» del luglio-ottobre 1986, per il decennale della scomparsa di Paci, trascrisse le splendide pagine di diario dell’immediato dopoguerra tra cui quella sul reifen rilkiano(7).
     Con la riscoperta della fenomenologia questa scrittura sotterranea, del “per sé”, non più e non solo suggerisce dunque la produzione saggistica, come un laboratorio privato capace di offrire spunti e appunti dai quali ripartire, ma irrompe letteralmente e in modo diretto, senza mediazioni o rielaborazioni, nella scrittura pubblica. Ciò può prestarsi a molteplici letture. Una di queste va certamente nel senso di un legame profondo tra tale modalità espressiva e il metodo fenomenologico. La fenomenologia è prima di tutto, a detta di Paci, uno stile di vita. «Nell’atteggiamento fenomenologico c’è un continuo intrecciarsi della riflessione filosofica con la vita quotidiana, con la vita del corpo, con la comunicazione, con il rinnovarsi dell’angolo visuale dal quale si considera l’esperienza che si vive, con il passato che si scioglie e si riannoda: immanenza profonda, intenzionale, della riflessione filosofica nel tempo»(8). Il diario di un filosofo – del filosofo Paci – può essere una introduzione alla fenomenologia(9) perché non rappresenta più una “autobiografia”, ma una “storia”, dice Paci, la “genesi”, si potrebbe aggiungere, il costituirsi del pensiero. «Descrivere ciò che avviene in noi quando pensiamo? Descrivere: vedere la forma del pensiero in movimento: l’universo che si pensa in noi e in noi lotta per chiarirsi, per venire alla luce? […] Il sistema filosofico è forse una pausa artificiale, volutamente staticizzata, di un più profondo dinamismo della verità che sorge dal nostro corpo, dal mondo, dal movimento dell’“aperto” infinito che in noi si temporalizza»(10).
     Nella pagina del 25 marzo 1958 leggiamo: «L’atteggiamento fenomenologico talvolta ti fa pensare, ti fa vivere la filosofia, ma non ti dispone a scrivere, a “fissare” le tue idee. In questo senso, anche in questo senso, è socratico»(11). Paci, com’è noto, non soffrì mai di questa indisponibilità a scrivere, elaborò e pubblicò moltissimo, mai quanto nel suo periodo fenomenologico oltretutto. Il senso di questa pagina è allora ovviamente più profondo del mero dato autobiografico, essa ci parla del metodo fenomenologico, che è diretto in primo luogo a mutare l’atteggiamento umano di fronte al mondo, e della fenomenologia intesa come una filosofia per la vita, uno strumento prima che un’astrazione teorica. È partendo da questi presupposti che Paci può dare, in diversi punti del suo Diario, una lettura fenomenologica del buddhismo.

Il karma come “impulso vitale” sembra governato da una legge che fa sì che ogni impulso e ogni manifestazione tendano all’esaurimento. Stcherbatzsky […] paragona la legge del karma all’irreversibilità e all’entropia. Per Rosenberg […] il karma è la volontà ma è anche il prodotto della volontà. Karma è ciò che rimane da ciò che precede. È il fatto che c’è sempre un futuro. Se il tempo continua è per la correlazione universale(12).

    Una delle qualità e dei fondamenti della filosofia relazionista, è l’atteggiamento vòlto a organi(ci)zzare le esperienze di pensiero lontane, nel tempo e nello spazio, adempiendo all’ideale di un’enciclopedia in fieri del sapere umano. Così accade anche con il buddhismo, che Paci si sforza in queste pagine di ripensare. Ad esempio approfondendo le affinità del relazionismo con il giainismo di Mahâvîra Vardhamâna, secondo cui la realtà non è costituita dalla sostanzialità ma dalle sue relazioni. Nessuna situazione, nessuna esistenza è indipendente dalle relazioni ambientali, ogni «cosa che esiste, o che non esiste, che esiste e non esiste, è in relazione ad altro da sé»(13). Ma la corrispondenza più sorprendente la si scopre sul terreno della temporalità:

Due concezioni, incrociate, del tempo: 1) il tempo come residuo del passato e quindi come non ineliminabilità del futuro; 2) il tempo si consuma sempre, muore sempre. Continuo divenire, dhava. Relazionalità nella totalità aperta, sarvam. Il nirvana è il tentativo della soppressione del mondo? Del mondo o del mondano? […] Il nirvana non deve essere volontà di negazione del mondo ma, proprio perché non dev’essere volontà artificiale, deve scoprire nel mondo qualcosa che è mondo senza essere mondano. Per questo Gauthama finisce per condannare l’ascesi in quanto volontà che combatte il corpo (i sette anni prima della Predica di Benares). Il nirvana dovrebbe condurre alla non volontà e cioè alla spontaneità, alla vita spontanea del corpo. Il paradosso è che solo non volendo il mondano, si scopre in noi la spontaneità (la soggettività) della vita del mondo. Il tempo deve diventare allora, continuo riscatto, perenne presentificazione, divenire infinito della presenza.

     Riporto di seguito, per intero, altri due esempi, tra i più affascinanti del libro, della scrittura diaristica di Paci, dove si possono scorgere le suggestioni buddhistiche, relazionistiche e fenomenologiche lavorare insieme, ma segretamente.

Roma, 11 giugno 1957

Quante poche cose sappiamo dire, quanto poco sappiamo scrivere che valga la pena di essere scritto. Per coloro che veramente contano, umili ma autentici, angosciati ma incapaci di esprimersi con la parola angoscia, vinti ma tali da essere essi soli il sale della terra anche se non conosciamo il loro nome. Forse c’è qualcosa nell’universo per cui una sofferenza reale o un atto di autentica verità non vanno mai perduti. Forse sono più forti della potenza degli atomi. Poter vivere così, incarnarsi in questa convinzione, sentire davvero che tutto ciò che è mondano è vanità, sentire infine che anche il desiderio del nulla – come meravigliosamente dice Gauthama – è desiderio impuro. Arriveremo un giorno a capire che sono le cose più semplici quelle che ci donano il senso della vita? Bisogna credere che questo sia il nostro cammino, che il cammino spesso terribile dell’umanità tenda a questo, che la vita sia vita per questo, che le cose, le pietre, i fiori, gli animali, gli uomini, ci siano per il significato di verità che attende di essere svelato, per la verità intenzionale(14).

Milano, 18 maggio 1957

Sono le tre e mezzo della notte. Mi affaccio alla finestra. Rumorio lontano di camion. Le case sono incomprensibili. Mi sembra impossibile che restino lì, indifferenti, con tanta vita umana rinchiusa tra le mura. Passa un ubriaco. Grida.
Il filosofo: non solo pensa sempre di nuovo il mondo, ma lo vive, lo percepisce sempre di nuovo con tutti i suoi sensi, come un problema incombente. Parole e grida che vogliono una soluzione impossibile? Poi viene il silenzio. Un silenzio pieno, vibrante. Uno sfondo sul quale le cose si disegnano vergini, nate proprio ora, in questo momento. Ed acquistano un significato, diventano translucide, lasciano intendere il loro senso di verità. Perciò stai tranquillo. Non forzare le cose. Lascia che si presentino. Non sei il loro padrone(15).

     L’obiettivo di restituire il «dinamismo della verità» è l’intimo senso del percorso paciano, della ricerca di una filosofia che sappia discutere l’esperienza prima delle teorie dell’esperienza. Lo sviluppo dell’esistenzialismo dalle giovanili prove teoretiche, con le quali Paci pagava dazio alla tradizione idealista e neoidealista, è il primo segnale di questo movimento liberatorio. Una funzione decisiva in tale direzione la diede Banfi, tramite l’apporto di nuovi stimoli, che gli derivavano dalla sua attenzione per le correnti più attuali della filosofia europea, e certamente grazie anche alla sua apertura ai vasti campi della cultura, aspetto che rese possibile la formazione di un gruppo tanto ricco e variegato di allievi quale fu quello della “scuola di Milano”(16), cui Paci prese parte sin dagli anni Trenta. Con l’avvio della fase relazionistica, l’urgenza di superare la “filosofia per la filosofia”(17) in vista di una filosofia autentica è riaffermata con vigore, fino a diventare un vero e proprio programma culturale. Quando Paci riscopre il pensiero di Merleau-Ponty, e poi di Husserl, il suo relazionismo trova un naturale approdo, la possibilità di far parte di qualcosa di più grande, quel movimento europeo(18) che la fenomenologia cominciava ad essere tra anni Cinquanta e Sessanta. La continuità naturale tra relazionismo e fenomenologia è sottolineata da questa confessione del diario paciano: «Ciò che mi rende felice, ma nello stesso tempo cauto, dubbioso, perplesso, è il trovare in Husserl analisi che io credevo soltanto mie. A volte sono le stesse. A volte la differenza sembra minima, ma è essenziale e mi accorgo che avrei percorso una strada a dir poco infruttuosa»(19).
     La fenomenologia si presenta da subito come una “filosofia della relazione” in contrapposizione alle filosofie dell’Io(20), e il motto “tornare alle cose stesse” non poteva che richiamare Paci a ciò che di più autentico caratterizzava la sua idea di filosofia. Riguardo allo sviluppo dell’esistenzialismo dalla fenomenologia, e la ripresa della fenomenologia da parte dell’esistenzialismo, otteniamo un chiarimento ulteriore alla data 12 agosto 1958 del Diario fenomenologico:

Posto tra due infinità, l’esistenzialismo tende a spezzare la sintesi relazionale tra natura e verità, tra esistenza e idea, tra sensibilità ed essenza: il relazionismo ritrova la sintesi, rifacendo da capo l’esperienza della fenomenologia e rinnovando lo schematismo kantiano. Nato dalla fenomenologia, l’esistenzialismo “positivo” riprende la fenomenologia secondo l’intenzionalità relazionale. Era necessario per me ritrovare l’intenzionalità trascendentale nella realtà corporea e storica dell’uomo. Per questo, già nel ’50, ho dovuto dire che il trascendentale è l’uomo (Il nulla e il problema dell’uomo) (21).

     L’appunto prosegue con una esplicitazione delle virtù della fenomenologia, della funzione ch’essa svolge nella (e per la) vita. «La fenomenologia è anche un modo di sentire, di vivere, e di scoprire, nella vita, la verità. È l’esperienza continua della verità nella vita e della vita della verità. È da questa esperienza “schematica” e storico-naturale che nascono le scienze e le tecniche, così come nascono le forme dell’arte, dell’eticità, della cultura in genere»(22). E infine: «La fenomenologia è l’esperienza della vita come movimento verso la verità, come scoperta e riscoperta continua che si pone tra l’oscurità dell’infinito e del non percepire e la luce dell’infinito del vero»(23). La dialettica tra questi due infiniti è spiegata da Paci poco prima nel suo diario. Il rapporto è posto in sede di relazionismo fenomenologico, tra la Lebenswelt (l’infinito passato, negativo in quanto sempre a perdere, causa l’irreversibilità) e l’infinità del trascendentale (dimensione del futuro in cui si proietta l’attività intenzionale eidetica). Il concetto di trascendentale, rivisitato in ottica fenomenologica, si evolve in un senso teleologico e infinito. Da quell’infinito la coscienza trae le «visioni d’orizzonte»(24), ovvero gli eide, ma anche la possibilità di creare i valori che edificano lo stesso futuro in cui proiettano l’uomo. Paci affronta la questione del valore, accogliendo il quale l’esistenza impara a “maturare”, a vivere la “rinascita” nello spirito, nella lunga pagina di diario dell’8 gennaio 1958.  L’appunto prende avvio da un interrogativo: come può il filosofo negare il mondo? La durezza, l’impenetrabilità delle cose, la loro opacità, sembrano ineliminabili, ma l’uomo riesce comunque a concretizzare il suo rifiuto tramite una sospensione della tesi del mondo, quella che fenomenologicamente è la messa tra parentesi, l’epoché. Ciò che effettivamente viene esercitata è la sospensione del giudizio, per cui l’uomo, nel silenzio e nella pazienza, può assistere all’emergenza del mondo, all’esperienza originaria. Ecco come Paci descrive la situazione generata dall’epoché:

Sono al centro di infinite prospettive, sono un punto nel quale si incrociano infinite linee che mi attraversano e da ogni parte scompaiono nell’infinito. Sono io, il soggetto, un centro di infinite relazioni. Ma tutte queste linee, tutte queste relazioni, tutto ciò che tocco, che guardo, che odo, tutte le cose, e gli esseri viventi, le piante, gli animali, gli uomini, sono come sospese, in attesa. Le sento, le guardo, con stupore infinito. Non soltanto come se fosse la prima volta che le vedo. È un’esperienza più forte, più profonda. L’albero non vive più nell’aria, si è cristallizzato, e con l’albero tutto. Attende. Esiste nell’attesa(25).

     Tutto ciò che il soggetto osserva vive come cristallizzato, vi si riflette la totalità. Il mondo è in attesa di un significato, ché quello ovvio, quotidiano, è perso con l’epoché. È dal soggetto che il mondo attende la donazione di senso, di significato. L’uomo, il soggetto, è lo strumento attraverso il quale il mondo può diventare vero, trasformarsi in verità. Affinché ciò accada è necessario praticare il metodo fenomenologico, descrittivo, e nella descrizione lasciare che il mondo si riveli, appaia, si faccia fenomeno.

Il mio no è il no ad un mondo senza significato per me, anche se ha avuto significato per altri, anche se il suo terreno porta le tracce dei passi altrui ed è carico delle sedimentazioni degli innumerevoli significati che ha avuto per gli altri. Ma questi significati sono cristallizzati, dormono. Devo risvegliarli. Per risvegliarli devo dire di no a tutto ciò che dorme, che è oscuro, nascosto. Devo risvegliare me stesso, diventare sveglio come finora non sono mai stato. Ritrovare in me e nel mondo che sgorga da me la sorgente di tutti i significati. Il mondo nasce in me, nasce in me per la prima volta, perché per la prima volta lo sento significativo(26).

     Il mondo così inteso è un mondo che non potrà più essere se non nella verità. La verità è nulla di statico, ma un compito da rinnovare continuamente. È il compito dell’uomo, per cui il mondo è qualcosa che sta sempre davanti: non più un campo già dato, ma da fare. La vita rivelata dall’epoché è vita intenzionale, che supera di continuo se stessa seguendo la finalità del valore, del significato scelto. La fenomenologia ricerca il fondamento, l’originario, ma l’originario non è un immaginoso essere nascosto dietro le cose, esso «è il problema del mondo che chiede soluzione»(27).

Risvegliare le cose, diventare noi stessi questo risveglio nel quale tutto si risveglia, è tornare alla vita autentica dell’io, al suo continuo trascendersi, al paradosso dell’intenzionalità. Tornare al soggetto, a noi stessi, a me stesso. Svegliarsi continuamente nello stupore del paesaggio del mondo(28).

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Note

(1) E. Paci, Pagine da un diario, «Archivio di filosofia», n. 2, 1959, p. 187.
(2) I diari, coi manoscritti, la corrispondenza e la biblioteca di Paci, sono conservati nell’Archivio Paci di Milano.
(3) Id., Dall’esistenzialismo al relazionismo, D’Anna, Messina-Firenze 1957, p. 397.
(4) Paci traduceva Einfühlung con Entropatia. Cfr. id., Diario fenomenologico, Il Saggiatore, Milano 1961, p. 46.
(5) Id., Pagine da un diario, cit., p. 187.
(6) Elena Madrussan, Il relazionismo come paideia. L’orizzonte pedagogico del pensiero di Enzo Paci, Erickson, Trento 2005. Nel testo, dove ricorrono le imprecisioni, è fatto riferimento anche alla sezione dei diari che va dal 4 al 7 ottobre 1975, oltre ad altri manoscritti inediti, tra i quali il “Frammento autobiografico” di cui molto già si era servito Vigorelli in L’esistenzialismo positivo di Enzo Paci. Una biografia intellettuale (1929-1950), Franco Angeli, Milano 1987.
(7) Cfr. G. D. Neri, Colloqui con Banfi, in «Aut-Aut», n. 214-215, 1986, pp. 72-77.
(8) E. Paci, Diario fenomenologico, cit., pp. 37-38.
(9) Cfr. ivi, p. 6.
(10) Ivi, pp. 58-59. Si noti l’eco merleau-pontiana nel passaggio «l’universo che si pensa in noi e in noi lotta per chiarirsi». Il riferimento è chiaramente al noto brano della Fenomenologia della percezione: «Io che contemplo il blu del cielo, […] mi abbandono a esso, mi immergo in questo mistero, esso si pensa in me, io sono il cielo stesso che si riunisce si raccoglie e si mette a esistere per sé» (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione [Phénoménologie de la perception, 1945], Bompiani, Milano 2009, p. 358).
(11) E. Paci, Diario fenomenologico, cit., p. 48.
(12) Ivi, p. 32.
(13) Ivi, p. 33.
(14) Ivi, p. 34.
(15) Ivi, p. 25.
(16) Che produsse poeti come Antonia Pozzi e Vittorio Sereni, oltre che, naturalmente, filosofi tanto distanti tra loro quanto pur sempre in comunicazione (ad esempio il caso dello stesso Paci e di Giulio Preti).
(17) Di cui era un esempio, per Paci, certo hegelismo.
(18) Sul certo tono di “collettivismo” che riecheggiava nel ritorno alla fenomenologia, si legga questo ricordo di Renato Rozzi: «Oggi rilevo […] che era tutta la società che allora attendeva qualcosa e che ci portava su un nuovo piano filosofico (mi accorgo di stare scrivendo in particolare per coloro della mia generazione che allora hanno creduto in vario modo a un’apertura storica, divenuta collettiva nel ’68, poi spentasi, ferita anche da se stessa). Allora la filosofia nel suo insieme, al di là delle sue sempre attive differenze interne, partecipava a un nuovo riconoscersi collettivo» (R. Rozzi, Paci, in relazione, in AA.VV., Omaggio a Paci, Vol. 1, Testimonianze, Cuem, Milano 2006, p. 71). Si può inoltre forse pensare che in questa maturazione di Paci si esprimesse, certo su un piano strettamente filosofico, il suo europeismo, testimoniatoci in più punti del diario di Antonio Rossi, op. cit.
(19) E. Paci, Diario fenomenologico, cit., pp. 99-100.
(20) Cfr. Id., “Filosofia dell’Io e filosofia della relazione” in Tempo e relazione, Taylor, Torino 1954.
(21) Id., Diario fenomenologico, cit., p. 64.
(22) Ibidem.
(23) Ibidem.
(24) Ivi, p. 63.
(25) Ivi, p. 42.
(26) Ivi, pp. 42-43.
(27) Ivi, p. 52.
(28) Ivi, p. 43
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5 pensieri su “L’esperienza dell’inizio”

  1. “Lascia che le cose si presentino. Non sei tu il padrone”. Le parole di Enzo Paci non smettono di esistere e di risuonare, per me. Anche se è difficile provare ancora “stupore”. Però i “vinti” per i quali occorre un atto di autentica verità e di sofferenza ci accompagnano smpre. Viviamo per loro. Soltanto ieri ho visto una donna di 70 anni che non si sentiva più le ossa, dopo “il suo viaggio dantesco all’inferno”, e che era solo pelle, così diceva, una pelle traversata, squassata da nascite e da morti.
    Grazie ad Andrea Cirolla. Grazie a Francesco.
    Marco

  2. bravo Andrea. ci siamo un bel po’ persi. un caro saluto a te e a Francesco, col quale mi scuso pubblicamente per l’ ingiustificabile latitanza.
    paola

  3. Continua l’esplorazione di Andrea della galassia Paci, un mondo tutto da riscoprire e che rivisiteremo insieme a lui.

    Un saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    Nessun problema, Paola. Un abbraccio.

  4. Stamattina ho acceso il computer e ho visto il magnifico lavoro di fm: il vero ringraziamento va a lui. Sarò felicissimo di proseguire, qui, con la proposta di altri piccoli contributi su/intorno a Paci, la cui (ri)lettura mi riserva sempre più di qualche stupore.
    Colgo anch’io l’occasione per salutare con affetto Francesco T. e Paola (sì, un bel po’; ma silenziosamente ti seguo).

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