I custodi del talismano

Valter Binaghi

“E’ uno dei più problematici e complessificanti scrittori di questi anni, è un narratore che fa trapelare il teologico attraverso le storie, è un creatore di finzioni che ci mettono spalle al muro rispetto a verità storiche (collettive e personali) e ingaggi filosofici e metafisici.”

“Ciò che succede all’allegoria e al simbolo in questo romanzo mi è chiaro sin dalle prime pagine, e lo giudico un passo importante per il romanzo contemporaneo italiano. La lingua diviene secondaria a fronte dell’accerchiamento che Binaghi conduce in assedio al simbolico. Si tratta di un romanzo storico che ha a che spartire con certa narrazione erodotea ben più di un punto, tranne uno: qui è forte l’impulso verso lo svuotamento dell’introspezione, tutta giocata in senso tragico, per costruire una distanza che permetta la scena tragica.” (G. Genna)

Valter Binaghi, I custodi del talismano
Gruppo Editoriale Arti Grafiche dell’Oltrepo
Edizioni Sottovoce, 2010

TRE GIORNI A SAMAIN (196 a. C.)

Questi druidi professano che le anime sono imperiture
e così anche il mondo, ma che, tuttavia, un giorno
regneranno solo il fuoco e l’acqua

Strabone

I

Stamani la valle è un soffice letto di nuvole che inizia già qui, dietro la capanna, e inghiotte tutto quanto è vita e colore fino al cielo. Solo qualche cima aguzza d’abete sporge dalla coltre vaporosa. Niente montagne, lassù: il mondo intero è nascosto dalla sostanza impalpabile eppure gonfia d’acqua. Non piove più, ma questo scampolo di prato che resta visibile è schiacciato come dopo il passaggio di una mandria, i piedi affondano nella terra inzuppata.
Il cane mi ha sentito e si affaccia dalla sua cuccia, improvvisata da Herno sotto un mucchio di tegoli. Il muso nero punta la foresta, poi si abbassa desolato: piste deserte d’animali, selvaggina rintanata, niente caccia oggi. Mi viene appresso scodinzolando e si prepara al pasto più domestico.
Anche il villaggio là sotto è nascosto dalle nuvole, ma non c’è bisogno di vedere per sapere cosa fanno i bravi Insubri, che temono i sentieri e la roccia quando non si vede a cento passi. La scusa degli spiriti è buona per restare sulla paglia, a tastare i fianchi delle donne. Si svegliano protestando, si fingono imbronciate ma non par gli vero di aprire le gambe al mattino: di solito li accolgono la sera, sfatti dai campi e dalla birra, e poi se li devono togliere di dosso mezzi addormentati.
E dunque, godete quel po’ di pace che gli spiriti vi hanno concesso stamani, voi che avete gran cura del villaggio e temete i sospiri del bosco. Per noi qui, io e il ragazzo, che non abbiamo donne e con gli spiriti siamo in credito, c’è da lavorare. Chi ha la dispensa piena oggi riposi, ché alla casa propria ha già pensato. Ma noi quassù non possiamo riposare: siamo all’erta per il mondo, il mondo teme offese e ci si affida. È per il mondo che viviamo la passione del mondo separati dal mondo.

Mi curvo sul suo pagliericcio e resto a guardare per un lungo istante, senza decidermi a svegliarlo. Dalle pellicce scomposte spunta un braccio nudo, il collo di un cigno. Non si alza ancora dal giaciglio il tanfo dell’animale adulto: la sua pelle ha un vago odore acidulo, come di latte cagliato.
«Herno, destati, avanti».
«Sì, maestro».
Scosta le pelli e si alza, un virgulto di quercia dritto davanti a me, senza vergogna. Del resto io non sono un compagno di cui debba temere gli appetiti. La carne giovane e i suoi lunghi capelli non hanno alcun potere sui miei sensi, da quando ha cominciato a crescere in me il male oscuro che mi rode, come una pietra che grava ogni giorno di più sulla groppa e, rallentando i miei passi, affretta i tempi della sua istruzione.
Tempo, tempo! Ognuno vorrebbe più tempo, eppure l’Opera degna di questo nome trova sempre da sé il tempo che le occorre.
Infatti, più veloce dei pensieri del vecchio, il ragazzo è già di ritorno coi calzari ai piedi, la giubba di cuoio, i capelli raccolti e il bastone, il volto sgombro dei sogni della notte e degli indugi dell’alba.
«Samain è vicino, mancano appena tre giorni. Per allora dovrai apprendere molto da me, prima che gli dei finiscano ciò che ho cominciato».

Conosce il posto, mi precede. Le sue gambe nervose scattano in avanti, e comincia a macinare il sentiero in salita, scansando i ciottoli più aguzzi. La testa alta, affonda nella foschia come un falco, giovane signore delle brume e degli ontani. Solo adesso, tenendogli dietro a fatica, mi accorgo di quanto sia ormai sano e forte il ragazzo. Grazie a me non conosce il lavoro dei campi, che fa più massicce le spalle e le cosce ma, chino sul solco, disperde nell’uomo l’antica sapienza degli odori e fiacca l’amore per l’altezza. Così pure ignora il vino, la rissa, la donna e l’offerta disperata del cuore al piacere che stordisce.
Lui saprà tutto questo, come io lo seppi, e vi troverà la povera gioia che ognuno vi trova, ma non riuscirà a sostarvi. Perché nel suo cuore il lamento del mondo offeso risuona potente, e l’appello del Dio. Passerà dove tutti quanti passano, ma non potrà sostare.
È il destino dei custodi del Talismano, il nostro destino.

A volte gli dei vanno per le spicce, e parlano chiaro.
Sedici anni fa, la notte di Samain, appena vidi la ragazza seduta fuori dalla capanna col suo fagottino stretto al seno, non ebbi alcun dubbio. I segni c’erano tutti, e più che evidenti, per una volta. La madre era poco più che una bambina, scacciata come una cagna dai padroni che serviva. Non feci domande tranne una, l’essenziale, anche se in cuor mio già conoscevo la risposta: sì, il padre era uomo libero, non schiavo.
Le offrii denaro e un anello, promisi di aver cura del figlio.
Esitava. Eppure quel bambino con lei significava morte quasi certa, almeno per uno dei due. Non poteva lavorare con lui appresso, e non era di quelle che reggono la vita della lupa, ai crocicchi delle strade.
Solo quando le dissi ch’ero druido e ne avrei fatto un allievo, acconsentì.
Prese il denaro, restituì l’anello – così doveva essere – e se ne andò senza voltarsi.

«Qui, maestro?».
La quercia fronzuta troneggia sul colle, tanto alta che non se ne vede la cima, affondata nelle nuvole. I nostri sedili di pietra sono più scivolosi del solito, e su quello di Herno c’è pure una grossa lumaca rossiccia.
La sposta pian piano col suo bastone: schiacciarla non serve.
Nel gesto, ch’è forte e gentile, è già adulta in lui la cura del mondo, ma ancora non sa le parole per dirla. Per questo sono ancora qui, e parlo, e lui ascolta, finché al suo cuore corrisponda una mente adeguata: i luoghi, le imprese, gli dei e gli eroi, tutto quanto è buono e cattivo sotto il Cielo.
Ogni tanto mi guarda e mi pare uno sguardo d’amore: non se n’è parlato mai, ma lui sa, il tesoro che gli affido è anche il mio addio a questa vita.

II

E dunque bisognerà scendere al villaggio, quest’oggi.
Il servo si è spinto fin quassù, col cuore in gola: si vedeva dallo sguardo desolato e dal profluvio d’inchini, che le leggendarie maledizioni per chi disturba la quiete dei druidi lo preoccupavano assai, ma l’ordine del padrone e la minaccia delle bastonate gli hanno dato coraggio.
«È il mio signore, Branduno, che vi manda a chiamare – balbetta a capo chino – Il figlio dell’uomo ricco, il potente del villaggio, è malato: né le preghiere né gl’impiastri delle vecchie di casa hanno lenito il dolore e il ragazzo si contorce nel letto, il druido ci vuole. Non sia sordo alla preghiera di un padre, sarà riccamente compensato: si tratta di uomo di grandi mezzi».
Da dove vengo io nessuno parlerebbe così a un druido. Ma che vale adirarsi?
Questa gente ha ben poco dei Celti che furono un tempo, prima che dalle terre del nord si rovesciassero su questi luoghi troppo umidi e caldi, e imparassero a misurare la virtù a staia di grano e coppe di vino, come i loro vicini Etruschi e Romani. O forse accade a certi popoli come ai cani e alle vacche da latte: sopravvivono ben oltre la decenza e muoiono di vecchiaia, sdraiati al sole con le ossa fradice.

La nebbia dirada mentre camminiamo sul sentiero in discesa: la vista si apre ben oltre i tronchi bruni che fiancheggiano la pista e appare il suolo gibboso del bosco. Tra le radici ritorte mucchietti di ricci che gli animali hanno già spolpato dalla castagna, e dalla terra salgono volute vaporose, sembrano sospiri.
Finalmente, a una svolta, dal costone sgombro di alberi si affaccia uno squarcio di cielo plumbeo, e di sotto si sente il brusio del villaggio. Ancora qualche centinaio di passi prima di uscire sulla vallata e scorgere la manciata di capanne, i tetti di paglia annerita, i recinti dei maiali, le dispense del grano scavate nel terreno, tutte cose cresciute in fretta senza gran cura e disegno, come sparse dalla mano di un bimbo annoiato. A distanza, imponente, la palizzata di tronchi che difende la dimora del ricco.

Ci fu un tempo – così raccontava il druido mio maestro – che i Celti abitarono terre lontane e inaccessibili, chiuse da montagne perennemente innevate, solcate da brevi fiumi tumultuosi. Fu il primo approdo del nostro popolo, disceso come gli altri dall’antico Centro del Nord, ormai divenuto invisibile agli occhi dei mortali, dove lo stesso Dio della folgore aveva tratto gli uomini dalla pietra e dal fango. Da lì, al principio dei tempi, le genti si sparsero come rivoli per ogni dove, ciascuna serbando frammenti della memoria comune.
I Celti abitarono per molte generazioni quei monti e avevano nei druidi i fedeli custodi delle leggi, della profezia e del sacrificio. Assistiti dal loro consiglio, i re costruirono città raccolte come corolle intorno a rocche splendenti di ferro e di bronzo, e segnavano i confini con le lance sormontate dal capo mozzo dei nemici.
Il popolo raccoglieva i frutti della terra, i guerrieri inseguivano il cervo e il cinghiale nella foresta, i druidi toglievano la parte degli dei. Ogni cosa aveva il suo posto, non v’era lusso né povertà, e l’unico Ordine regnava sovrano.
Poi il numero crebbe e insieme giunsero notizie delle fertili terre meridionali dove abbondano i fichi e il vino, lambite da un mare clemente e abitate da popoli deboli e rissosi. Così i Celti lasciarono la loro nobile solitudine e conquistarono paesaggi dolci e luminosi, ma pagarono un gran prezzo.

Non c’è un vero sentiero che attraversi il villaggio, solo pista battuta dove l’erba non cresce e il fango rappreso è scolpito dalle ruote dei carri. Il ragazzo col bastone scaccia due oche scheletrite che dondolano il collo senza spostarsi. Poca gente fuori dalle capanne: nel recinto più vicino due bambini scalzi cavalcano un maiale che resta immobile, le zampe affondate a metà nel brago, il grifo levato in aria, stupido e paziente.
D’improvviso alla nostra destra uno scoppio di voci furenti: da una capanna tonfi, ancora urla, rumore di cocci infranti. Finalmente una figura si affaccia sulla porta e corre verso di noi: è una donna giovane, scarmigliata, ha una coperta gettata sulle spalle, sotto è nuda.
Altra gente si è affacciata sulla soglia e la insegue: due uomini e due donne, raccolgono pietre, intorno alla disgraziata cominciano a fischiare proiettili pesanti. Uno l’ha presa, cade. Solleva il capo sanguinante. Una vecchia megera sdentata è uscita dalla capanna, lancia urla strazianti al cielo, chiama a raccolta: «Maledizione a questa casa, se l’adultera resta impunita!».
Gli altri di nuovo raccolgono sassi: «Lapidiamola!», comanda uno.
E intanto dalle capanne escono uomini e donne. Dapprima mostrano stupore, poi si vede che capiscono, è qualcosa che ci si attendeva: ammiccano, si danno di gomito, si prepara un bello spettacolo.
La donna è sempre a terra, ormai tutti le sono intorno. Un ragazzino ha in mano un ciottolo aguzzo e la guarda con odio: le spaccherà la testa come una noce, è sicuro.
«Basta!», ho gridato. E mi è uscita la voce tonante di un tempo, una voce che non ricordavo.
Si voltano: «Di che t’impicci, vecchio?».
L’uomo più grosso ha un fare minaccioso, ma il mio ragazzo si fa avanti, fremente di zelo, e lo guarda dritto negli occhi, senza timore.
«Come osi rivolgerti in questa maniera al druido? China il capo, uomo, davanti a colui che intende il volere degli dei!».
L’uomo è confuso, indietreggia: «Druido? Io…».
Gli altri sono ammutoliti, qualche sasso è nascosto in fretta e furia tra le pieghe dei mantelli. Qui di druidi non ne vedono da gran tempo, e io ho celato quanto più ho potuto il mio nome, da quando vivo su queste montagne. Ma forse la memoria degli avi non è del tutto spenta, tra questo misero resto degli Insubri.
«Veniamo invitati dal signore», continua Herno, e indica col dito la palizzata.
Questo risolve ogni dubbio, e i curiosi si disperdono con un misto di rabbia e paura sui volti rabbuiati. Restano i due uomini e le donne di prima, gente di famiglia, si vede.
«Volete dirmi che è successo?», chiedo, col fare più amichevole che mi riesce.
«Ecco, vedi… – l’uomo è titubante, ma la lingua si scioglie via via che racconta – È la moglie di nostro fratello, non hanno figli, e lui è immobile su una pelle di cervo da un anno, da quando è caduto da cavallo e la sua schiena è spezzata».
«E lei – interviene una delle cognate, inviperita – apre le gambe al guardiano di porci del signore, che le porta buoni bocconi dalla mensa. Finora si nascondevano, ma oggi se l’è portato in casa, capisci? L’abbiamo colta, la schifosa…».
Guardo la donna che è inginocchiata davanti a me, il busto eretto, il capo chino. Una cascata di capelli rossi, con una ciocca insanguinata nei pressi della tempia. Ha la coperta sulle spalle ma non si cura di coprire il corpo nudo, il seno abbondante imbrattato di fango. Anche Herno la guarda, e distoglie gli occhi solo quando sente i miei su di sé. Certo, non è donna da dormire sola troppo a lungo.
«Volete ucciderla, solo perché non sa fare a meno dell’uomo?».
«E tu vuoi che noi teniamo la vergogna sulla nostra casa?».
Taciamo tutti per un istante, si sente solo il respiro rotto d’angoscia della donna.
«Le sia data una veste, un pane e un bastone, e se ne vada dal villaggio».
Il cognato annuisce. La sentenza li ha soddisfatti, e se no, non lo danno a vedere. Herno mi guarda con orgoglio, mentre tutti si ritirano con un cenno d’inchino.
«Assicurati che le sia dato ciò che ho detto, poi torna qui».
Il ragazzo segue la donna, verso la capanna del misfatto. Non avrà vita facile e forse nemmeno la merita, ma almeno ho evitato che i bravi Insubri seppellissero questa disgraziata sotto un mucchio di pietre, per innalzare un monumento all’unica meschina fedeltà ch’essi conoscono: quella del letto e della mensa.

A dire il vero, in vita mia ho potuto vedere ben pochi resti di quell’antica grandezza che riluceva nei racconti del maestro. Eppure il paese degli Arverni, in cui sono nato e ho vissuto la mia giovinezza, è creduto da tutti i Celti uno dei luoghi più sacri, dove sono rimaste vive le memorie e puri i costumi.
Certo, quello era almeno un popolo di guerrieri. Ho ancora nelle orecchie il fragore della battaglia di Gergovia, quando i Segusiavi furono schiacciati dai nostri e dovettero ritirarsi sui monti. Non era ancora compiuto il terzo grado della mia istruzione, e potevo ancora cingere le armi: cavalcai al fianco di Guntrige il giovane, figlio di principi.
Nel vallone i guerrieri a piedi combattevano da un pezzo, e i nemici resistevano; anzi già cantavano vittoria perché il numero dei nostri scemava poco a poco, quando a un tratto comparimmo noi cavalieri, sulla cresta della collina. In prima fila i più forti, nudi e dipinti, le chiome raccolte impastate di calce, dritte come le code dei cavalli. Non dimenticherò mai il brivido di piacere che mi colse, quando vidi le spade sospese in aria e gli occhi dei nemici paralizzati dal terrore. Calammo come tuoni, le spade recisero teste come spighe e squarciarono scudi. Più di tutto ricordo l’odore del sangue e la mascella serrata del lupo che diventavo.
Tra gli Arverni i druidi erano numerosi e rispettati, ma ben lontani dalla favolosa autorità dei tempi antichi. Certo, nessun altro poteva celebrare sacrifici, nessuno senza il loro consiglio avrebbe mai edificato un villaggio, né intrapreso azioni di guerra, ma erano solo ornamento in un paese governato dalla bramosia dei re.
Già allora dubitavo che il lucore degli ori e il clamore delle armi coprissero la miseria di un mondo ormai deserto di dei, avviato alla consumazione in attesa di una nuova discesa della folgore creatrice di Taranis. Ma non avrei mai pensato di aver parte in questo sogno se, in modo inaspettato e terribile, non fossi divenuto un giorno il custode del Talismano, di cui a quel tempo ignoravo persino l’esistenza.

«È fatto, maestro. La donna è partita».
Herno esita, prima di proseguire.
«Mi sono permesso… Nella foresta, a metà strada tra il villaggio e la nostra capanna, c’è una grotta. Gliel’ho indicata. Le ho consigliato di passare la notte lì. Oramai è tardi per prendere la strada della pianura. Ho fatto male?».
Non riesco a trattenere un sorriso.
«Certo, no. Almeno, se si sentirà sola, saprà dove trovare compagnia…».
«Maestro!».
Il ragazzo è indignato, ma la mia mano sulla spalla lo rassicura dallo scherzo.
«Andiamo. Il giovane malato ha aspettato anche troppo».

***

4 pensieri riguardo “I custodi del talismano”

  1. Il nome e la cosa. La terra, i segni e le tracce. Heimat e Vaterland. Realtà e rappresentazione. Anima e Simbolo. Un libro importante per un importante progetto letterario. Un grazie a FM per la proposta.
    PVita

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