Incubo permanente

Marco Ercolani

“La scrittura è un’esperienza che non si lega alla fondazione di un linguaggio compiuto ma al provvisorio prendere forma di una visione personale: è la condensazione effimera di una visione notturna inafferrabile.”

Incubo permanente

In un certo senso una posizione disperata
sarebbe una possibilità.

Helmut Heissenbüttel

Scrive come se obbedisse al desiderio di trasformare il mondo. Per lui è un esercizio di salvezza, durante il quale trova quanto gli resta del corpo e della mente che, senza scrivere nulla, avrebbe perduto. Non è né libero né prigioniero. Ha orrore della prigionia e si smarrisce nella libertà. Continua a rappresentare l’atto della sua liberazione, indugiando nei dettagli della fuga, rallentandone i tempi, non permettendosi di tornare all’orrore precedente e non affrontando mai direttamente lo smarrimento futuro. Scrive per nessuno, mettendo le parole su carta in piena notte e non rileggendole per giorni. Quando tornano, tornano sporche e inguaribili, non sa più cosa farne, come leggerle, come decifrarle, sono piene e vuote, non morte e non vive, non più scritte da lui ma pronunciate, dentro il suo orecchio, dalla voce dell’altro: scriverle diventa il sogno ricorrente perché solo così riesce a sognare una voce che, finalmente, non gli appartenga. Si sente, in quel quadro di Dürer, la lepre rossa dall’occhio incantato che osserva senza dolore la coscia ferita e ormai tumefatta del soldato supino.

La sua ossessione, se la osserva svilupparsi pagina dopo pagina, dalle prime prove della giovinezza fino alle ultime della maturità, è tutta contenuta nella prima frase del suo primo libro. «Le mie mani sono perfettamente tese. Già da un’ora sto guardandole: con le palme rivolte verso il viso, bianche». L’ossessione è l’apparizione perturbante del suo corpo. Per non sentirne la presenza, che supponeva stupida e goffa, ha esaltato la psiche come unico oggetto di scrittura. Ma l’oggetto rimosso è tornato in mezzo alle sue parole, reale proprio attraverso i fantasmi con cui lo voleva seppellire. Ora ha dentro di sé questo corpo traversato dalla psiche, ferito ma vivo – una lastra forata da zone d’ombra, origine di visioni e di incubi. Vive col tavolo ingombro di carte, la sensazione di essere stropicciato e maltrattato, la certezza che il mondo esterno sia falso e i suoi simili ombre degne solo di essere ricalcate in qualche traccia di matita. Continua a stare al tavolo da lavoro, a pensare e scrivere vanamente, forse per nessuno, traendo forza dal nulla, costantemente occupato dai suoi fantasmi, rintanato nella sua scrittura interminata e interminabile, nitida e frettolosa, fugace e folle.

Non lasciare nessun segno dietro di sé – bruciare kafkianamente l’opera al termine della propria vita – è il vero scopo dello scrittore a cui lo scrittore disobbedisce per vanità. Se non ci fosse nessuna esitazione nel pronunciare i nomi giusti e gli aggettivi appropriati, tutta la scrittura sarebbe un muro compatto e illeggibile, composto di frasi significative che hanno smesso da tempo di ardere. Noi, invece, ci aggiriamo sempre tra pezzi abbaglianti e inesatti di frasi.
Un corpo dentro un sacco è un cadavere e un corpo che slaccia il sacco e ritorna è un vivo che testimonia la morte. Quel vivo conserva la parola ma si sente strano: ha una bocca adatta a parlare ma le sue parole si riducono a un flusso vischioso, incomprensibile – brandelli di discorso, frammenti di respiro – è qualcosa di intermedio che non appartiene né alla terra né al cielo, qualcosa di infimo e ossessivo, da cui non trarre né insegnamenti né immagini. Nella babele dei linguaggi vorrebbe essere vivo solo per perdersi e ubriacarsi, cercando echi inattesi, fantasmi imprevisti, controarchitetture vorticose…

Nessuna originalità nel suo linguaggio e nei suoi temi – racconti tradizionali sulla morte, banali trascrizioni di sogni, ovvie riflessioni metalinguistiche – ma una idea intrigante di opera. I singoli scritti sono pezzi semplici ma, visti nel loro succedersi che dura da ormai ventisei anni e si compone di ventotto volumi, tra aforismi, saggi e narrazioni, non sembrano quello che sono. Uno risuona nell’altro o contro l’altro, al di là di ogni evidenza cronologica, come fossero stati scritti simultaneamente. Questa eccentricità spiazza anche i giudizi più obiettivi. L’analogia più semplice che posso trovare con questa scrittura è un sismografo atemporale delle emozioni e del pensiero. Un’idea di oscillazione, di plasticità, di irrequietudine, lo conforta anche nei momenti più oscuri della vita, quando si sente frainteso da tutti. Ma nessuno lo dimentica, come scrittore, perché nessuno può ricordarlo. Infatti, non è mai esistito.

La scrittura è un’esperienza che non si lega alla fondazione di un linguaggio compiuto ma al provvisorio prendere forma di una visione personale: è la condensazione effimera di una visione notturna inafferrabile. Prima della parola, dietro alla parola, si compie la decisione del linguaggio. La scrittura, attraverso le seduzioni e le finzioni del linguaggio, vuole sempre essere vera, come sono veri i sogni che incrinano le sicurezze della veglia mescolando passato, presente, futuro. Non si propone nessuna totalità da conoscere e da comprendere interamente ma è pervasa da una sotterranea incompiutezza, da un irriducibile segreto. Nel tentativo di chiarirlo, di trovarne la soluzione, trova altri segreti e altre strade, apparentemente estranei alle vie esplorate. Esiste attraverso un continuo errare che, se da un lato le consente di raggiungere, nelle forme dei testi, oasi di trasparenza e di visibilità, dall’altro la mantiene opaca e invisibile, come un misterioso miraggio di cui nessuno conosce la vera natura. Non è stabile terraferma ma arcipelago di terre sommerse, che esige uno sguardo discontinuo ma ossessivo. Non «opera completa», anche se ogni suo testo vuole esserlo, ma ogni testo è una voce che chiama un’altra voce, in un corale irriducibile al silenzio. Anche il silenzio continua a parlare. La scrittura è fatta di parole che continuano a parlare anche senza l’autore. La precisione o l’unitarietà del singolo testo presuppone una percezione stratificata, inafferrabile, dove chi scrive è spiazzato per sempre dalla sua opera, e quindi «segreto» anche a se stesso.

Parla di un luogo instabile, fluttuante, che non rassicura nessuno; di un luogo in metamorfosi dove le singole opere sono solo frammenti di un soliloquio ininterrotto, tasselli insoddisfacenti di un mosaico spezzato; accenna all’impossibilità del romanzo, al suo journal da cui estrae, libro dopo libro, aforismi, microracconti, saggi brevi. Dice che la scrittura è un incubo permanente, un sogno fatto in presenza della ragione, e la vita lo strumento per realizzare quelle piccole apocalissi che sono i libri. Dice che l’identità dell’artista è essere vaso conduttore di infinite energie, come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d’acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna di esse risentisse della vibrazione sommersa delle altre. Dice che il cervello umano è un immenso e naturale palinsesto, dove si scrivono strati di idee, immagini, sentimenti, con la sensazione che ognuna seppellisca la precedenti, ma tutte invece restano vive. Dice che l’artista è solo un fabbricante di illusioni – un ladro, un messaggero, un bugiardo.

Se ti scrivo, è perché questa volta mi manca veramente la terra sotto i piedi. Non so se parlarne proprio a te, se sia tu il mio migliore interlocutore, ma proverò a dirti quello che sento. Si tratta di un sentimento di eccessiva concentrazione in me stesso, come se in certi momenti il mondo diventasse invisibile e gli oggetti fossero soltanto copie e le mie fantasie la materia originale, reale e presente. Questo mi stordisce, mi allontana dai vivi. Anche scriverti questa lettera mi sembra solo un altro modo di affondare la sonda dentro di me e staccarmi ancora di più da tutto il resto. Mi viene spesso alla mente questa frase: tutto il resto. Come se proprio il resto del mondo, ciò che non sono io, fosse qualcosa di non tollerabile. Come se le cose reali e le voci degli altri non smettessero di ferirmi. Essere così concentrato mi rende simile a qualcosa che non posso né sentire né toccare. Mi sento spesso scendere verso un fondo scivoloso e scuro. Dentro il buio, percepisco del muschio morbido o del vetro appuntito. Se mi sposto da un lato, sanguino tra fitte dolorose. Se mi sposto dall’altro, mi addormento tranquillo.

Di stanze d’incubo ce ne sono state e ce ne saranno ancora, occupate da scrittori che provano emozioni e trascrivono visioni. Ma sono rare quelle che restituiscono solo incubi altrui e cercano misteriose consonanze fra corpi e menti che hanno abitato in secoli diversi. Ricordando chi potremmo essere fuori di noi, troviamo in questo luogo mentale i nostri veri compagni – quelli che hanno condiviso il nostro stesso sguardo. I morti ci nutrono sempre. Cosa fare, di noi, se non diventare strumenti della loro visibilità e aggiungere le nostre alle loro parole, restando opportunamente ignoti? Io non trovo casa che scrivendo di loro. La decisione della ri-scrittura è la speranza di costruire una casa dove io possa essere accolto ma che non mi apparterrà mai. Studio le voci dei morti per cercare toni familiari al mio stato di turbamento e suggellare, con ironica complicità, la mia estraneità al resto dei vivi. Assumendo diverse identità, ottengo che il mondo non me ne riconosca nessuna. C’è sempre un io fiero, duro, poetico, nei secoli, che traversa molte maschere non per dissimulare se stesso ma per cancellare il sordo, ottuso disastro del mondo.

Se dovessi dare un consiglio a qualche persona sana di mente, dovrei dirgli: cerca di essere un giusto. Cerca di assolvere al tuo dovere. Quale? Quello determinato dal tuo paesaggio mentale. In presenza di un mondo presupposto come ostile o terribile, esprimi il tuo paesaggio. Sogna contro il mondo. In che modo? Rubando voci. Rubando l’attimo in cui ci si mette a nudo, in cui si scrive la lettera definitiva, la confessione sconcertante, il frammento inatteso che fa luce sull’enigma.
Ogni metafora nasce dallo stesso presentimento: la morte imminente. Cosa fare, contro questo assedio? Sviluppare molteplici modi di sognare. Allontanare il peso assoluto della notte. Nei tratti di penna e di matita che riempiono il foglio non si parla di letteratura o di pittura, ma di qualcosa che sarebbe inesprimibile senza quelle frasi e senza quei segni: non si tratta di un esercizio stilistico o di un capriccio pittorico, ma di un destino fatale, di una questione di vita o di morte. Per lottare si entra nelle vite altrui. Anche la propria è una vita altrui. Si cercano frasi mai esistite, si trovano, si inventano. È un modo per dire che niente è realmente morto, niente si è realmente polverizzato – per dire che possiamo pensare e ripensare, riscrivere e ricreare, perché nulla è definitivamente concluso, per noi che soffriamo di metamorfosi.

(Tratto dall’opera in fieri “Maschera e Sentinella“.)

***

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26 pensieri riguardo “Incubo permanente”

  1. “La scrittura è un’esperienza che non si lega alla fondazione di un linguaggio compiuto ma al provvisorio prendere forma di una visione personale: è la condensazione effimera di una visione notturna inafferrabile.””. Tutto ciò che conosco dell’opera di Marco Ercolani, ed è per ora soltanto una parte del suo lavoro, è un corpo a corpo con l’impermanenza. Uno scrittore di fronte alla cui vertigine, e alla cui misura, non cesso d’inchinarmi. Uno scrittore del quale ho costantemente paura di scrivere.

  2. Grazie, Francesco. E quello schizzo di Victor Hugo è bellissimo…

    Grazie, Alessandra. Sei molto cara e molto attenta. I miei rari ma preziosi lettori, come dimostrano questi taccuini un po’ melanconici, mi sembra di conoscerli di persona, uno per uno. E quando mi immergo da sonnambulo nelle mie scritture segrete, forse un po’ orfiche, è a loro che penso.

    Buon Natale a sandrovivan.

    Marco

  3. Grazie anche a Francesco T.
    Il tuo giudizio mi allieta molto.
    Torno sul tema dell’impermanenza, accennato da Alessandra. Il terrore che i volti e le cose si cancellino, la necessità di un segno, di un'”impronta sull’acqua”. Tema certo non nuovo, anzi arcaico, nella letteratura. Eppure è proprio di questo che la scrittura parla sempre, nell’affannoso e frenetico desiderio che l’impossibile accada e che, alla fine, resti vivo ciò che non può restare vivo. Vivo la filosofia e la fisiologia della scrittura come un assillo senza tregua.

  4. Se non ci fosse nessuna esitazione nel pronunciare i nomi giusti e gli aggettivi appropriati, tutta la scrittura sarebbe un muro compatto e illeggibile, composto di frasi significative che hanno smesso da tempo di ardere. Noi, invece, ci aggiriamo sempre tra pezzi abbaglianti e inesatti di frasi.

    Un saluto a tutti

    fm

  5. “Sogna contro il mondo. In che modo? Rubando voci.”
    Tempo fa anch’io ho definito la poesia “il furto di una lingua”. E credo che
    questa consonanza non sia casuale. Penso che tutti in atto di scrittura abbiano un sentire comune, dove la creazione di un mondo “altro” è segnata e sognata rubando al linguaggio parole che diventano nostre solo dopo averne dato nuova sostanza. E ciò con un andamento costante,
    un passo infinito che non trova pace, un’inquietudine che contorce le frasi
    in apparenza lineari.

    Un caro saluto a tutti.
    Giorgio Bonacini

  6. Forse si continua a giocare.
    Giocando, si è già in altri mondi. E la linearità sparisce.
    Tutto diventa inesatto, rispetto alle regole del mondo, ma non rispetto alle regole del nostro gioco. Che ci rende giovani.
    M.

  7. marco
    la tua scrittura è sempre molto intensa, molto al di sopra delle scritture che circolano…….
    se mi posso permettere io proverei solo a distenderla, a rendere meno ellittico qualche passaggio.

  8. Sì, Franco, c’è qualcosa di ellittico e di teso nelle mie pagine. In queste, poi, che affido a Francesco, essendo molto “private”, questa caratteristica si accentua. Temo che mi sia difficile trovare strade più distese, almeno per ora. La follia è l'”altro da me”, nel reale di tutti i giorni. La follia è anche la mia ossessione, onirica e violenta, sul farsi dell’arte. Sono preso da due spasimi, da due contrazioni. Una notte che non mi lascia.

  9. Patologico ritardo [pescino pretendere e perimetrare perfino un Crono *altro*] che la profila, ma nell’ora che legge: ringrazia e condivide.
    Sillaba per sillaba, nota per nota di un *fenicio* spartito in effe [fuga/futuro/farne/finalmente/ferita […] forse/forza/fantasmi, frettolosa/fugace/folla, et cetera…].
    Ercolani musica l’atto più attoriale di *voci rubate*, facendo festa con i fantasmi che lo abitano e ci abitano e abitano la scrittura. *I morti ci nutrono sempre* e siamo corpi risorti, siamo tutti i corpi risorti – in grado di contenere: è questo il *vaso capace* di chi sa farsi filtro. Ed è sempre flusso feroce di fitte convertite. Futurare un più felice farsi forma, senza imlopdere – è l’incubo convertito. Il sogno tradotto: realtà. Tutte le realtà di un essere declinato che non declina.

    Abbraccio Marco e Francesco, sempre, nel per sempre

    Chiara

  10. Grazie, Chiara, anche delle 4 f:
    futurare un più felice farsi forma.
    Come dire…cerco che sì.
    E anche cerco di non declinare.
    Un abbraccio.

  11. Grazie a te, Marco [Chiara solo: si *accorda*, per tradizione e tensione di timpano!]. Cercare è provare, tentare è già riuscire.
    Zompetto i miei migliori auguri – e siano giorni lievi per te, i tuoi cari e la Dimora tutta

  12. Nel segno di una “sotterranea incompiutezza”, a darsi anche in quella bellissima “esitazione nel pronunciare i nomi giusti e gli aggettivi appropriati”, l’”incubo permanente ”, a incunabolo di un “provvisorio prendere forma di una visione personale” , nell’esortazione /indicazione (attiva) di un sognare “contro il mondo” come risposta al “Cosa fare, contro questo assedio?”
    assedio che è quello stesso in origine, che origina il sogno,
    ovvero la merlatura di una scrittura (e della varianza di voce che ne deriva) che via via ingloba (ed echeggia e risuona) quelle stesse voci che “ruba”. Così se la “maschera” modella e ricostruisce in altro, in futuro, le fattezze della scrittura che contiene e preserva (pensando, ma non solo, alla maschera funeraria), la “sentinella” avvista voci e scritture, anche aliene, e ne dà voce.

    Grazie perciò.
    Ciao

  13. Del tuo bel commento, Margherita, mi tengo stretto il finale: “la sentinella avvista voci e scritture, anche aliene, e ne da’ voce”. Direi che, in quella frase, posso anche riposare. Avrò forse creato una forma di sf critico-narrativa? Non so. Certo è che, alla fine, perché tutto si ricomponga nel mio disegno mentale, tutto diventare unheimlich con me, cioè non più alieno. Presenza che entra nel semicerchio dei fuochi accesi.
    M.

  14. Preciso il discorso, Margherita, che mi è venuto confuso. Che tutto diventi “unheimlich con me” significa che desidero questo: il perturbante come ospite principale delle mie terre, un ospite alieno, ma che mi sia diventato familiare. Quando faccio parlare, nei miei scritti, Cezanne o Munch o Brahms o Claudel, vuol dire che loro sono miei ospiti perché hanno detto cose che – io immagino – avrebbero potuto o voluto o pensato veramente di dire. Vivendo nei loro desideri, alla fine soddisfo i miei: perché ogni autore dice, implacabilmente, le stesse cose. O qualcosa di molto, molto simile. Mi viene in mente, ad esempio, che l’attore che impersona “L’angelo azzurro” con Marlene Dietrich potrebbe scrivere una lettera al regista, Von Sternberg, dicendo che lui, Emile ìannings, si rifiuta di fare la parte del professore ubriaco che grida quel beffardo chicchiricchi alla fine del film. Questa lettera sarebbe plausibile con la realtà dei personaggi e dei film. Ma è mai stata scritta? Io potrei farlo (sarebbe una “fantasia critica) ma non lo faccio (per ora). Ed entriamo in un gioco di possibilità che per me è emozionante…
    Ciao, Marco

  15. Da Francesco t. sono stato offeso. Il mio commento sulla signora Alessandra è legittimo e non è offensivo. E ho augurato buon Natale.

    Desidero che il signor Franceco t. dica Nome e Cognome. Attendo.

    Ricambio gli auguri rivoltimi dal signor Ercolani

  16. Sandro, ti senti bene?

    Guarda che francesco t. ha commentato il post di Ercolani, non quanto avevi scritto tu! (che tra l’altro non avrà nemmeno visto, dal momento che i nuovi commenti non appaiono quando si scrive, e voi avete scritto quasi in contemporanea).

    Qui nessuno offende nessuno, non preoccuparti.

    Auguri anche a te.

    fm

  17. Non mi convince quanto afferma il signor Marotta.
    Trascriverò nel mio blog il fatto e chiederò un’interpretazione in merito al tono e alla logica del commento nel suo contesto.
    Con rispetto. Cordiali saluti.

  18. Caro Sandro Vivan, se hai tempo da perdere o hai da coltivarti qualche fisima tua personale per il nuovo anno, fai pure. Sappi, comunque, che chi interviene nel colonnino dei commenti, si rivolge sempre al contenuto del post; quando uno ha voglia di chiosare un commentatore in particolare, lo cita direttamente. Quindi, tira un po’ tu le conclusioni.

    Francesco T., tra l’altro, oltre ad essere un egregio poeta, è anche una persona eccellente, che non mancherebbe di rispetto nemmeno al suo peggior nemico…

    Sai meglio di me, comunque, che ci sono occupazioni migliori di quella di fare le pulci al nulla.

    Buona giornata.

    fm

  19. Sandro Vivan avrebbe potuto commentare il mio testo e non le virgole al commento di Alessandra, visto che è voluto intervenire. In quanto a Francesco T., sono certo di quanto dice Francesco M.: che il suo complimento, pur eccessivo, era riservato al mio testo e non certo una chiosa ironica al commentatore precedente. In questo luogo – che non chiamo blog – non c’è posto per simili schermaglie, così frequenti nei cosiddetti blog.
    Marco E.

  20. Vi ringrazio per le pacate repliche. Giusto, avrei dovuto commentareil testo del signor Ercolani, ma non ne avevo e non ho ora la competenza per farlo.

    Non dubito, poi, delle eccellenti qualità del poeta Francesco T. del quale, proprio perchè egregio poeta che opera nel campo letterario, avrei il diritto di conoscere il cognome: e vi prego di comunicarmelo, il cognome, perchè vorrei leggere le sue poesie ed eventualmente commentarle senza “uscire dal seminato”. Confermando il mio rispetto e stima per il vostro impegno letterario e anche per il signor Francesco T.,
    invio cordiali saluti.

  21. Sandro, succede, e non c’è nessun problema, basta soltanto prestare un po’ più di attenzione a quello che si scrive.
    Se tu avessi fatto caso al fatto che Ercolani, in un successivo commento, aveva ringraziato, oltre te, anche francesco t., ti saresti reso conto che il commento di quest’ultimo non era irridente nei tuoi confronti, ma conteneva un elogio per lo scritto sopra pubblicato.

    Niente di che. Qui chiunque può scrivere quello che vuole, anche “prendere a calci” uno per uno tutti i testi che si pubblicano (e non sto scherzando affatto), ma non permetterò a nessuno, per nessun motivo, di offendere mai gli ospiti del blog, autori o comentatori che siano. E’ scritto a chiare lettere anche nelle note di presentazione.

    Ribadito questo, eccoti il francesco t. che cercavi – e sono sicuro che ti piacerà molto:

    https://rebstein.wordpress.com/2008/11/07/a-ogni-cosa-il-suo-nome-di-francesco-tomada/

    fm

  22. Grazie. Piuttosto di insultare una persona mi taglio la lingua.
    Leggerò Francesco Tomada con impegno e passione.
    Spero che potremo risentirci. Cordialità. Sandro

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