Educazione

Marta Campi

 

 

Educazione

Nel tunnel, i fari ripetuti in successione le sembrarono gli occhi di una stessa mantide pronta a divorarla dall’interno del suo epitelio di metallo. Immaginazione delirante, un ottimo passatempo prima di giungere alla meta. Più che un tragitto una prefigurazione o un avvertimento.
Scegli. Tu. Quale.

Gli oggetti hanno un destino, se solo tenessimo conto del taglio, della direzione e di come s’insinuano nelle nostre vite, smetteremmo di chiudere la vista, o meglio escluderla a ciò che coincide con l’altro.

M. vedeva ma preferiva non guardare. Preferiva lasciare che la direzione del sua pupilla fosse un atto mentale, scisso dal corpo. Una volontà che annega i sintomi… Quando mise i piedi a terra la sua testa ronzava ma il suo folle progetto urlava più degli altri. Aveva trovato un canale di scorrimento più solido. Una base su cui innestarsi, tanto da soppiantare tutto il resto. Ora era il momento della realtà duplice, dalla testa di fuoco e gli occhi sgranati, predisposti a rubare anche il più piccolo respiro.

Lei e l’uomo verso cui si era mossa. Un TUM TUM di sottofondo, che non conservava nulla di sentimentale. Le origini risiedevano nella chimica, che la liberava e costringeva a una misura spericolata della vita. C. aveva subito notato l’alterazione delle sue pupille, ma il suo logorante rigore lo condusse all’apertura del frigo, vuoto, ricolmo di alcolici. In fondo come M., in opposizione a M., aveva scelto un altro tipo di scissione, solo distrattamente più disgustosa.

All’ingresso, il bacio sulla guancia aveva svelato per una frazione di secondo una purezza meschina, subito annegata tra le morbide e trasparenti acque di un Martini liscio.

Un giro di giostra e di nuovo vicini, a distanza controllata, sul divano scuro, come il pavimento– un fondale minaccioso, pronto a inghiottire chi per primo avesse commesso un passo falso. In tutta risposta M. siglò le sue pedine. Fece rapidi accenni al suo passato, di come il suo sentirsi in constante scontro con la volontà paterna avesse rappresentato una ribellione di salvezza. Ma si trattò solo di una fanta-comunicazione: verbale e vuota, il cui contenuto perse irrimediabilmente valore non appena C. le espose i suoi giochi, le sue visioni del sesso, il suo cazzo. In un passato lontano aveva provato un sentimento per quel ragazzo arreso, ora no, desiderava solo, ardentemente, servirsene, per mancanza di disciplina. Per C. la presenza di M. era fuori asse. Nella sua pancia un divario, profondo quanto gli anni che lo avevano attraversato. L’incunearsi in quella scissione, la soluzione più comoda. Mentre lo snodo centrale veniva a poco a poco congelato.

Anneghiamo di fronte la parola dolore, C. prese l’uccello tra le sue mani e lo propose a M. come un’arma. Nei suoi propositi lo sperma sarebbe finito in quel bicchiere di Martini, a suggellare le rosee labbra della sua ospite. Le persone esprimono così i loro pensieri, con una forma di comando. M. rise, negandosi. Di lì a poco, quelle labbra semichiuse avrebbero trovato uno sbocco repentino, diverso.
Convinta di essere più forte del suo alter-ego, M. svuotò un veleno imprevisto. L’ultimo bagliore stava per essere detonato, ne sentiva il peso, il carico, il bianco odore di spersonalizzazione. Chi era M.? A quale categoria apparteneva? Difficile da far arrivare, senza mezzi termini: o Santa o Puttana. Quella sera fu solo il suo impeto. In un ritmo cadenzato non volle lasciarsi guidare in nessuna delle forme da lei precedute.

Uno di fronte l’altra. Il passato tornò a nuova luce più rovinoso che mai. Tutti i cimeli conservati erano frutto di una fantasia ossessiva con cui Lei aveva fatto spesso i conti. Quel ragazzo smilzo, alto, con la testa da ufo e gli occhi imploranti conforto era stato inesorabilmente scavalcato da un trentacinquenne più in carne, dalla voce meno fluida e dallo sguardo vago. Il terreno di M. era troppo arido per non desiderare di fondersi con la prima scintilla di luce utile, il baleno dei suoi pensieri confermò esattamente questo: la sua incapacità a sentire e la sua fantasia feroce in soccorso. La ragazza incrociò le gambe sul divano, dal bordo sollevato dei pantaloni s’intravidero delle calze vinaccia percorse da un sottile reticolo… i piedi esposti… le mani… a coprire gli occhi sanguinanti, con le dita rigide rivolte come ragni rovesciati verso l’alto. E, il pensiero lucido, di conoscere per filo e per segno in anticipo ogni gesto, ogni parola.
Alzò la testa, gli occhi diretti contro l’ombra di carne che le si piegava avanti, come uno scheletro divelto, C. aveva scelto la modalità dello sventrato. Schiavo del suo lavoro se ne sentiva padrone. Schiavo del sesso s’illudeva di dominare. M. nei suoi confronti era dura, saccente, netta. Non riusciva nemmeno lei stessa a sentire le parole, scandite da un suono ovattato, che le uscivano dalla bocca. Possedevano una vita autonoma, inesorabile. La situazione iniziò a prendere esattamente la piega che M. aveva intuito durante il tragitto iniziale, nel tunnel: più colpiva più veniva risucchiata dalle fauci della sua stessa vittima.

Le radici erano così profonde e in uno stato di avanzata decomposizione che avevano avvelenato i tessuti adiacenti. In una forma diametralmente opposta, la sua MANIA era del tutto simile a quella del suo ex-amante. Per questo aveva scelto proprio lui per il suo atto di catarsi. Immaginò la fidanzata di C., ignara o no, poco importa, la vide paffuta e sincrona nei pensieri e nelle azioni. Continuava falsamente a proiettare. Si riguardò allo specchio. E cercò di spiarsi, in un atto di riconoscimento, senza quella zavorra, che la stava costringendo a rasentare sempre più il basso. Si diede una rapida quanto inutile sistemata, il ragazzo la guardò sfinito, attento. Poi si alzò dalla sedia delle torture, dove lui stesso si era confinato, ed estrasse da una custodia rigida, una tromba, le disse, con tono di confidenza, di aver preso qualche lezione, e iniziò maldestramente a suonare. Sebbene così urticante, fastidiosa e stridula quella “melodia” era l’esatta rappresentazione delle loro cicatrici che vorticavano ora nell’aria, sopra le loro teste, libere.

 

***

3 pensieri su “Educazione”

  1. Significativo, errabondo ma anche “esatto” come una scienza mistica, mi ha fatto venire in mente, in modo maldestro e perverso, Entropia di Pynchon.

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