Sequenza del dolore

Lucetta Frisa

Qui sottoterra c’è chi è stata morta / da viva come i vivi senza forza / d’essere vivi sfidando la paura / di vivere e morire e camminando / tristi sui marciapiedi vanno a casa / a spiare gelosi dalle imposte. / La vita è nel respiro che resiste / o rischio e affronto contro questo affronto / o dono non richiesto quando il sogno / e il sonno ti strappano il vestito? / Ed è nonsenso il suono del vagito / già subito rantolo e la carezza, squarcio. / Dio è il silenzio dell’universo e l’uomo / il grido inascoltato che gli dà senso.

Sequenza del dolore
(Tratto da: Sonetti dolenti e balordi, 2010, inedito)

L’occhio di Dio guarda fisso dall’alto
l’occhio del morto fissa da sottoterra
la linea curva vacua che sta in mezzo
dove gli umani vivono relativi.
Quand’è finito il tempo della lotta
e dell’offesa che insieme a noi diventa
polvere resta l’attesa dell’alto
o del basso secondo le proprie
inclinazioni. Bisognerà fare
testamento solo per sé se l’occhio
di Dio e del morto non leggeranno.
Chang-tzu già sapeva questo aprendo
i suoi sensi umani verso l’immenso
dolore di ogni cosa che scuote l’aria.

*

Aprendo i suoi sensi umani il dolore
si fece insopportabile come la gioia
lui volle proteggersi dalla rovina
degli eccessi e dal presente che costringe
azioni ed emozioni a recitare
qui il loro teatro e cominciò a salire
il colle sopra la città e comprese
tempo spazio ironia camminando
in salita respirando pensando
e non pensando più. Il corpo pensava
da solo i suoi occhi pensavano
tutte le direzioni: si fermò
a tradurre il suo grande sogno in libro
che fu chiamato libro di saggezza.

*

Il dolore ci fa cadere a terra
il corpo abbraccia il corpo della terra
come il bambino abbraccia la madre
e gli arabi si inchinano al dio folle
del Dolore e i russi reclamano
di spalancare il mistero della terra
sigillata sotto di loro e guardare
Kitez, la città bella sprofondata
coperta in inverno da cieco ghiaccio
da pietre ed erba e rovi in estate,
entrare in lei come risarcimento
al dolore patito in questo luogo
di sopra. E pregano – ce l’hai promesso
tu devi darci il paradiso adesso.

*

Il dolore è una perdita di tempo
soffri in fretta devi adeguarti al tempo
le tue memorie e i lutti brucia il tempo
mentre scrivi brucia già le parole
appena scritte il tempo di te vuole
le emozioni come cicche incenerite
ha paura del dolore che non ha
tempo, della vita che non ha tempo
dell’amore che sa prenderlo in giro
dell’ironia e di quelle risate
infiltrate nelle sue pieghe e nelle
nuvole guardate, nelle tenaci
carezze nei nomi detti a voce alta
e s’impicca all’albero di Giuda.

*

Nati in mezzo alla vanità del fuoco
cos’è reale? Non il nostro casuale
involucro sfiorato da farfalla
che un giorno ci danzò sulle pupille
di noi che si giocava il primo gioco.
Cosa s’impara dalla vita prima
della nascita? A dimenticare
la lezione e reimpararla cadendo
nel dolore modellato dal tempo
che va incontro al corpo nella fossa?
Nati con le domande nelle ossa
le domande disperate murate
sulle bocche delle maschere tinte
dove si frugano le saggezze finte.

*

La via Lattea lassù e qui la strada grigia
che s’incolla sotto le suole il fumo
dell’ozono e le nebbiose lavatrici
sigarette eroina e sogni grevi
fiati grevi di uomini infelici
in tormentosa attesa del respiro
terminale. Perversamente vivi.
Ed è perverso questo poetare
pisciare cagare vomitare
espellere i vuoti e tutto il male
che c’è e ci sarà o maledettamente
già è stato. Amen. Carpe diem.
Qui sta ora mia moglie dice l’amico
vedovo indicando un’urna nel salotto.

*

Se scrivere è tagliare la testa
al dolore fratturato tra parole –
lo curerò in un vaso di basilico
che mostri presto nuove foglioline
profumatissime. Miracoli
della natura ora da noi lontana
e del fantasma arido del foglio
che possa sottoterra rifiorire
verso un cielo non precipitato
e dentro i versi non esangui asciutti
di lacrime dove seminai la vita
come un soldato antico con l’onore
delle armi che sa la resa e la dama
che nell’attesa ricama ricama.

*

Grigio cielo di nuvole in estate
triste pianto in amore lungo verme
dentro la mela lucida: turbolenze
del cristallo. L’età matura è entrata
nell’infanzia e c’è una strana cellula
impazzita d’arsura tumorale
ficcata in qualche parte del cervello
e di lacrime asciutte si muore
fiumi senza letto interrati male
in cerca d’acqua di mare o di fosso.
Di un piccolo dolore non si muore
ma del Dolore del mondo, della storia
orribile incantata nel serpente
che all’improvviso ci rovina addosso.

***

46 pensieri riguardo “Sequenza del dolore”

  1. Bellissimi versi che ci parlano della nostra esistenza “relativa” sulla “linea curva vacua”, rovesciando prospettive consuete, e ci dicono del nostro tempo smarrito e del “Dolore del mondo”.
    Un caro saluto a Lucetta e un augurio a tutti di tempi migliori.
    Mauro

  2. Interessante questo corpo a corpo con la retorica , ora cupo ora soleggiato , appassionato e appassionante . Interessante perché le soluzioni linguistiche di volta in volta sorprendono il deja vu mettendolo in crisi per capacità definitoria ( soprattutto ) , ma anche per opzione viscerale , ” di pancia “, ben sorvegliata / attenta a non celebrarsi o a battersi le mani .
    Ci sono insomma molto Spirito e Ragione , e la parola funziona sempre da catalizzatore non partigiano ma generoso , onnicomprensivo .
    Da parte mia complimenti a Lucetta .

  3. Esco un attimo dal silenzio che, quando vengono pubblicati testi di Lucetta, mi sono imposto. Vorrei solo offrire un’indicazione ai passeggeri della Dimora. Se a una prima lettura questi versi possono inquadrarsi in una tradizionale retorica del “lamento” e del “patetismo” dell’io lirico, a una lettura attenta, come suggerisce Villa dominica, c’è un'”affilatezza” che nasce proprio dallo scavo “viscerale” delle soluzioni linguistiche, e che porta il lettore a frequentare i piani alti e i piani bassi del dolore, del privato, della riflessione, mantenendo una superficie straziata sì ma ferma e solida, come indica la strepitosa scultura di C. Claudel dove tutto è riconoscibile e preciso mentre è sconvolto e instabile (una vera indicazione di poetica, questa, che Francesco ha scelto proprio per questo post ritenendola perfettamente “intonata” a queste poesie.)
    Grazie dell’attenzione.
    Marco

  4. Rimanere nel silenzio, di fronte a un’opera del genere, è praticamente impossibile. La mia “nota critica”, come hai felicemente intuito, è tutta tra le pieghe, gli anfratti, la materia pulsante e vitale e la viscerale potenza tellurica della scultura.

    fm

  5. L’impasto linguistico di cui si serve Lucetta Frisa entra fra le fessure
    del foglio bianco .Al di là di ogni retorica ci mostra lo scavo e l’usura della lingua nel tempo .Il paesaggio urlato nei versi conduce alla necessità del silenzio .

    Angela

  6. Veleno e antidoto, fame e sete di silenzio, e, allo stesso tempo, volontà, necessità di espressione, di un grido che cerca ed apre un varco nella roccia. La parola cura se stessa, dando forma all’abisso, o, almeno, ipotozzando un ponte che colmi i varchi tra le parole fratturate e frantumate. Lucetta ancora una volta ha il coraggio di guardare e farci guardare l’essenza nascosta sotto la superficie. E la forma si fa sostanza, percorso, esplorazione. I.M.

  7. Prima di tutti ringrazio Francesco, che con tanto amore ha accolto i miei sonetti, “commentandoli” con l’immagine della grande Camille.

  8. un’opera, questa, che sorprende per la potenza del pensiero e la sua veste musicale.
    Lucetta qui attraversa e supera ogni traccia di novecento poetico, offrendo le sue lucide intuizioni sul dolore del mondo con occhio profetico, puntato ad un futuro chiaro di nuova consapevolezza. e’ vero, sono versi da centellinare in silenzio, rileggendoli più volte, ma è così che la parola dolente invade e trascina illuminando ogni dimensione, sia terrestre che interiore, assaporando quel senso inconfondibile di universalità del segno. e’ infatti un’esplorazione larga della nostra realtà desolata(balorda) che emerge dalle contrade del mondo più varie, simboli del molteplice umano sentire, ma anche della dimensione creaturale, del mistero cosmico, e soprattutto dele risorse inesauribile del pensiero. un ragionare -fermo- attorno all’universale dolore, per estrarne il seme della salvezza, in forma di canto. un traguardo raggiunto. un altro brillante tassello che Dimorerà in questa collana

    annamaria ferramosca

  9. “Se scrivere è tagliare la testa/al dolore fratturato tra parole -/lo curerò in un vaso di basilico/che mostri presto nuove foglioline
    profumatissime./…/”
    Ha ragione Francesco, non è possibile rimanere in silenzio di fronte a queste parole. E’ impressionante il passaggio tra un dolore lacerante
    che si frantuma in parole e la sua cura nella “semplicità” di una crescita naturale. Se la poesia ha questa possibilità interiore di conservare in sé la ferita e di alleviarla con un soffio forse è perché possiede (sicuramente nei versi di Lucetta) qualcosa in più della vita che c’è.
    Qualcosa che non è ultraterreno, ma concretamente vivo e reale nella
    parola che dice il mondo che fa, che costruisce con il suo corpo.

    Un caro saluto.
    Giorgio Bonacini

  10. Vi ringrazio, e faccio miei tutti i vostri commenti: quest’opera si staglia di parecchie spanne sul panorama ricorrente e ricorsivo della versificazione modaiola e pippaiola (contribuendo non poco, secondo me, a demolirla, a cercare, almeno, di farlo, di provarci).

    E’ una stratigrafia, polimorfica e polisemica, pur nella (solo) apparente uniformità di dettato, di linee, di soluzioni. Provate a rileggerla a distanza di qualche giorno, e vedrete spuntare una marea di riferimenti, di attraversamenti, di possibilità di accesso al cuore profondo dei testi. Provate a riflettere, in ascolto, sulla tensione radicale a cui la “tradizione” viene sottoposta, sulle spinte centrifughe, “perturbanti” (come direbbe Marco) che la animano: senza nessuna concessione alla dismisura, ma forte, e fertile, di un “controllo” interiore nel quale l’estetico e l’etico sono indistinguibili.

    fm

  11. proprio vero che invecchiando si rincoglionisce, e rincoglionendo si diventa geniali. molto belli lucetta, vent’anni fa non avresti mai potuto scriverli…

  12. proseguendo nei ringraziamenti veramente emozionati a
    @ Mauro Germani
    @ Leopoldo Attolico
    @) Villa Dominica
    @) Anna Maria Ferramosca che scrive quasi un saggio
    @ Giorgio Bonacini
    @ Elio Grasso ( quanto è purtroppo vero quanto dice!)
    @ Di nuovo a Francesco che con le sue parole mi ha mezzo tramortito…

    Non ringrazio invece Marco Ercolani perché so come la pensa sulla mia poesia in generale ma questa è la prima volta in assoluto che esprime pubblicamente in un blog il suo pensiero.Allora-contraddicendomi- lo ringrazio solo per questo.
    lucetta

  13. Volevo trascrivere alcuni versi che mi hanno colpito, in mezzo a tutto il resto che mi ha colpito. Ma sono gli stessi versi che ha già trascritto Giorgio Bonacini. Allora scrivo solo come segnale, perchè come dice Francesco restare in silenzio è impossibile.

    Francesco t.

  14. Molto piaciuti questi testi, in particolare, quello già segnalato da Giorgio Bonacini e Francesco Tomada, per lo splendido incipit e la spiazzante chiusa.
    Complimenti a Lucetta.
    Un caro saluto a tutti.
    Giovanni

  15. Continuo la lista dei miei ringraziamenti caldissimi, a:
    @ Ivano Mugnaini
    @ Francesco Tomada
    @ Giovanni Nuscis
    Dato che i miei generosi (anche troppo) commentatori riportano versi della “Sequenza del dolore”, desidererei che qualcuno di loro leggesse anche quelli del Quaderno, che è un po’ lungo, è vero, in quanto i sonetti sono 40 + 1 e le sequenze sono diverse.
    Scusatemi per questa precisazione, vi sono molto riconoscente per l’attenzione e la sensibilità dimostrata alla mia poesia.
    lucetta

  16. C’è qualcosa che fugge imprimendosi.
    Lucetta -per debito penelopico- sembra identificarsi proprio in quella “dama che nell’attesa ricama” : per ogni passo in avanti (il punto di fuga), due sono quelli a ritroso (il segno che implacabilmente si fissa e al contempo scava dentro di sé per trovare nuova linfa).
    Non un canto di prefica volto alla sola lamentazione, ma la “necessarietà” di una reiterazione, per così dire, del supplizio (al contempo “universale” e “particolare”), di un qualcosa che raspa, incide, scava per portare alla luce ciò che soggiace.
    Difatti c’è una straordinaria lucidità che mete in es-tensione la mobilità del “cavo”.
    Così come già evidenziato da Marco e Francesco, ogni singola poesia -se mi concedete l’acrobazia- prende dal totem (guardo ogni sonetto come una struttura a colonna che non si erge dal basso verso l’alto, ma che invece precipita da un fuori verso un dentro) e dalla statua la stabilità, ma solo per sviscerarne il tumulto intestino.
    Del resto il dolore risiede proprio nel “cavo” e Lucetta ne declina le linee, le pieghe (piaghe?), facendole affiorare su una superficie che è insieme derma (ferito) e drama (trama di intrecci che non cercano una risoluzione ultima e definitiva ma, forse, solo la ri-proposizione delle interrogazioni).

    Scusate la sovrabbondanza di incisi e buon anno a tutti.

  17. e…ringrazio molto anche Enzo Campi, per lo scavo che ha fatto dei miei versi e lo invito a…leggere tutto il Quaderno anche se la sua interpretazione lo “comprende” e “celebra” già così.
    E gli altri commentatori come lui.
    lucetta

  18. Mi complimento, Lucetta, per questi versi “nuovi” rispetto a quelli che conosco di te. Qui sei passata felicemente, da un calmo lavorio interno molto psicologico, a una creazione di immagini forti, oserei dire scultoree, dando così una maggiore elasticità alle tue riflessioni sul disagio interiore. C’è anche la novità di una rabbia , un voler quasi farla finita con un’ assuefazione a un dato modo di stare al mondo, far uscire fuori il malessere che tale modo generava, esporlo per poi combatterlo.
    Tale estroflessione potrebbe già essere una lotta. Ma c’è solo spostamento dei bellezza nella resa, essendo entrambi i momenti prima-dopo, che io leggo cone diversi tra loro, vera poesia.

    Cristina.

  19. Carissima Lucetta, sonetti forti, duri, assolutamente adatti al tempo che stiamo attraversando: vita e morte, morte e vita, ma soprattutto fatica, necessità di pazienza, agone/agonia, stanchezza e ribellione, e…, e…
    Grazie per questa tua sapienza/scrittura, che ci accompagna e, rivelandosi, ci rivela a noi stessi/stesse: è ciò che dovrebbe sempre fare la poesia.
    Un augurio forte e un abbraccio da Mariella

  20. GRAZIE, Cristina, per essere passata di qui con i tuoi fiammeggianti giudizi…

    …così i miei sonetti sarebbero simili a piccole sculture, se non fraintendo?
    Questa suggestione-così bella- l’ha recepita Francesco per primo accostando quell’immagine della Claudel…
    Chiamamolo pure il magico gioco dei rimandi e delle vibrazioni.
    lucetta

  21. Qual è la sostanza di cui è fatto il dolore?
    È la stessa dei sogni, dell’amore, del mistero, delle follie,
    cioè deriva da un’unica matrice esistenziale che riassume il tutto nel particolare
    oppure è possibile parcellizzarla al punto tale che l’”atomo” risulta indifferente
    permeando l’aria di polvere.

    La risposta la leggo in quel farsi carne (quello che in un sonetto viene sognato per i sogni:
    “sognavo che i sogni / si sarebbero un giorno fatti carne / grazie al capriccio di un dio balordo”) , non solo nel senso di carne di un Salvatore per una salvazione che ci consenta di intravedere un qualche paradiso in cielo o in terra, un qualche “paradiso adesso”, o l’acquietarsi in un nirvana,
    ma un farsi carne come pasta di ogni “scultura”, la più piccola e viva, quando ancora bruciante di ogni piega, buca, torsione, ascensione, ecc…

    E poiché è lecito chiedere dell’infinitamente piccolo, del nostro piccolo cantuccio d’atomo
    (“un altro di me /non nascerà sono irripetibile”)

    lecito anche ampliarlo rispetto a un qualche aggregato (“ma sarà quella la sua scadenza / molecolare?”; “ non siamo non saremo più soltanto/ atomi allo sbando” – forse in un “succo aureo” “stelle chiare” come dice Novalis…)

    occorre tuttavia inglobarlo in un tessuto del mondo che ci vede insieme, tanto che
    “Di un piccolo dolore non si muore /ma del Dolore del mondo, della storia /orribile incantata nel serpente /che all’improvviso ci rovina addosso”

    Questo, Lucetta, e mi accodo, spero last but not least  (scherzo scherzo) ai complimenti e ai commenti degli altri lettori.

    Ciao!

  22. queste cose dette da te con tanta lucidità e forza, cara Mariella, mi colpiscono tanto, puoi facilmente immaginarlo.
    No comment.
    Solo GRAZIE!!!
    lucetta

  23. Saluto tutti gli amici intervenuti in questo thread col loro contributo che aggiunge note all’intelligenza dei testi. Ci aggiungo il piacere di rileggere Mariella Bettarini su queste pagine.

    fm

  24. Che aggiungere ai già autorevoli pareri qui espressi? Che aggiungere affinché tutto non suoni scontato, retorico, vacuo? La conduzione sapienziale (ma di una sapienzialità abilmente occulta) del dipanarsi metrico-sonoro con forti cesure e talune splendenti irregolarità accentuative; l’oltreMateria della condizione esistenziale giammai autoreferenziale (e sono con Marco, con Ivano, con Annamaria, in termini di assoluta consentaneità) ma consapevole, cupo sguardo sul mondo e sulle categorie precostituite e spacciate quali scampoli di una pretesa, imprescindibile realtà; e, dunque, la rivoluzionarietà non solo semantica o stilistica (si potrebbero spendere migliaia di parole in proposito) ma il capovolgimento di fronte in termini di epifenomeno tematico; il sonetto quale sfida per una reinvenzione non solo espressiva, ma il volo senza fine e senza soluzione della ‘piega barocca’. Dunque sia più che mai non crisi della poesia, bensì ‘poesia della crisi’ come Lucetta, con quel senso dello stupore che mai si dà per scontato, ci suggerisce. Mi inchino di fronte a questa poetica non già del rimando, ma del continuo divenire. Certo perché sa farsi referto di un malessere la cui sgomenta constatazione non si riduce a mero oggetto di poesia.

  25. @ GRAZIE a Margherita Ealla, di cuore
    @ e GRAZIE a Mirko Servetti.
    Non so commentare i vostri splendidi commenti che mi hanno profondamente colpita e stamperò come preziose testimonianze.
    E questo vale per tutti quanti sono qui intervenuti e mi hanno dato la loro sensibilissima ATTENZIONE.
    So solo RINGRAZIARE, più precisamente è la mia poesia che vi ringrazia
    lucetta

  26. Versi forti, come già notato dai precedenti interventi e poesia dolente si, ma senza patetismi e senza finzioni, che sorprende con piacere e fa pensare, cosa che non tutti chiedono alla poesia, ma che serve, e aiuta dopo aver letto, a leggere di nuovo con attenzione accresciuta. Un saluto e complimenti.

  27. Sono pezzi molto belli. In particolare apprezzo la tensione incalzante di “Il dolore è una perdita di tempo”. Quel concludere i primi versi con “tempo” che suona col ritmo di una campana a morto, e poi compare a metà, in cima, in fondo alle righe, come uno scampanare impazzito, a segnare una vita che brucia in un attimo malgrado l’amore… Albero di Giuda forse perché bisognerebbe non morire mai, non tradire la vita?

    I

  28. @ GRAZIE a Nadia Agustoni(che rileva l’assenza di patetismo e finzioni)

    @) Grazie a Ida (no, non bisogna tradire la vita ma è la vita che ci tradisce sempre)…

    lucetta

  29. cara lucetta ho letto la sequenza del dolore e ho scaricato il pdf completo perchè voglio leggere ancora con calma e più volte in silenzio e con attenzione, assaporare sequenza per sequenza, faranno parte di quelle mie private letture serali a letto, leggerò un sonetto a sera. Mi pare sia dal punto di vista formale un’opera completa, compatta, ben strutturata assolutamente “non lamentosa e patetica” anzi, un’opera forte dal punto di vista dei contenuti, un’opera che tocca nel profondo perchè arriva dal profondo, ti sei “data” e si sente, si avverte, si legge, si capisce. dirti grazie mi viene naturale. così come ringrazio Francesco per come si spende per la poesia e per i poeti. ciao e auguri a tutti da antonella

  30. Antonella cara, noto quanto tu ti sia “spesa” per commentare i miei sonetti e di questo ne sono molto contenta, dato che ti conosco come parca di parole, col tempo che sempre incalza, così come il lavoro e gli impegni di famiglia. Mi lusinga sentirti affermare che leggerai i miei sonetti sequenza per sequenza nel momento più profondo e intimo della giornata, la sera e a letto.Anch’io faccio così con le letture preferite! Non mi resta che RINGRAZIARTI per questa bella visita, augurarti belle cose per il 2011, all’altezza di una belladonna come te…

    Ringraziando ancora 1000 volte chi è intervenuto sui miei versi, uno per uno, con uguale riconoscenza e, prima di tutto FRANCESCO(il maiuscolo non è casuale)
    lucetta

  31. La mia lettura, ammirata, parte da questi versi, talmente belli da commuovere:”Aprendo i suoi sensi umani il dolore / si fece insopportabile come la gioia”. C’è una verità sottesa alle parole, essa conquista e s’impone per la sua dialettica numinosa. Il dolore ha in sè, perciò, qualcosa di assoluto e divino, sebbene incuta timore parlarne e spesso accada al poeta di evitare una tematica talmente ardua come quella della finitudine. Nei versi citati però emerge anche ‘l’insopportabilità’ della gioia, è un’intuizione ragionata e studiata che sembra arieggiare le parole dei mistici e dei filosofi antidialettici del sec. XII°, in realtà la poetessa ha colto un aspetto importante della spiritualità umana, senza con ciò alludere prettamente ad una specifica confessionalità religiosa, o pietistica, in generale. Esiste dunque un bisogno di appropinquarsi alla finitudine, esserle confidenti, nel segno della bellezza che si fa poesia, celebrazione dell’esistenza che brilla in chi la deve abbandonare.
    Il riconoscimento della inesorabilità del morire, non cancella certamente il valore della vita, ma getta una luce, per certi versi, autunnale sull’esistenza. Da qui il senso di una educata rivolta interiore, da non confondersi con un semplice sfogo poetico-malinconico. Riaffermare il senso alto del vivere, contestualmente all’angoscia di non esser più, significa attribuire un volto nuovo all’esistenza, riconoscere che deve condurre alla testimonianza, ad una sua dignità profonda, fatta anche di ripulse, violente proteste, rivolte ad un assoluto, in fondo, piuttosto taciturno, per cui è giusto affermare:
    “Di un piccolo dolore non si muore / ma del Dolore del mondo, della storia / orribile incantata nel serpente / che all’improvviso ci rovina addosso.” La poetessa tuttavia non si lascia soggiogare, anche in tal caso, dal senso apocalittico della storia, volutamente con la minuscola. C’è una storia privata che le preme salvare, ad onta di tutte le sconfitte, essa si trova scritta “dentro i versi non esangui asciutti /di lacrime dove seminai la vita…”
    Si tratta di una dichiarazione di poetica “in nuce”, prezioso segnale che sembra confermare l’importanza di una robusta visione etica dietro la determinazione votata alla scrittura, i versi procedono fluidi, sebbene discorsivi e di una conveniente lunghezza. Apprezzabile è il rifiuto della retorica, benchè la composizione del tutto sia raffinata ed equilibrata stilisticamente. La definirei una retorica inversa che grida sommessamente ed è giocata tutta nei contrasti. Si veda ad esempio i versi forti (quasi da invettiva dantesca?): “Perversamente vivi.
    Ed è perverso questo poetare /pisciare cagare vomitare /espellere i vuoti e tutto il male /che c’è e ci sarà o maledettamente /già è stato. Amen. Carpe diem…” Non hanno bisogno di orpelli, parlano da soli al mondo. MARZIA ALUNNI

  32. Molto colpita da questa lunga, gran bella pagina di lettura, come la definisce Francesco, cara Marzia, hai rilevato certi snodi e temi della poesia con speciale sensibilità e semplicità(frutto di un punto d’arrivo dell’intensità). Hai anche messo in luce il mio “misticismo” che non appartiene a nessuna religione costituita, laico e umano com’è.
    GRAZIE di cuore
    lucetta

  33. Mentre leggevo questi testi la mia mente correva a piani paralleli dove le parole di Lucetta sembravano prendere vita, con immagini che appartengono sia al mio vissuto che e a una dimensione iperuranica.
    Ho anche pensato che è proprio così che avviene il contatto tra le menti che percorrono il viaggio verso…
    La chiarezza del pensiero che indaga e trova gli appigli nel quotidiano, nel gesto, nel lutto mai diventato assenza, ecco, mi ha decisamente affascinata.
    Molto colpita dai riferimenti alle filosofie orientali che sono state il mio viatico spirituale.
    Come pure dalla struttura essenziale dei versi poco incline alla cadenza e, proprio per questo, d’immediatezza e sorpresa.

    Sono entrata da poco, ospite, in questa bellissima dimora, non credo di essere una buona commentatrice, ma quello che dico lo sento col cuore, oltre che con la mente.

    cristina

  34. Dire ciò che si “sente”, in un mondo come questo, è sempre più difficile. Ma è l’unico modo che abbiamo per continuare ad essere “volti” e non “maschere”.

    Grazie, Cristina.

    fm

  35. Grazie Cristina, veramente un grande GRAZIe per il tuo intervento appassionato.
    Pensa che è la prima volta che scrivo tanti sonetti insieme. Del sonetto mi affascina la forma strutturata-la griglia che si è obbligati a rispettare-ma che si può apparentemente destrutturare con l’inganno del ritmo, della caduta d’accento, che lo spiazza e rende più fluido. Posso dire che i miei si sono quasi scritti da soli. Prima di questi, ne avevo scritti solo quattro, dedicati alla grande Gaspara Stampa, editi in “La follia dei morti” del 93 e che il Nostro Francesco ha avuto la generosità di pubblicare due anni fa, mi sembra, proprio qui, nella sua Dimora.
    Grazie ancora a lui se ci siamo conosciute.
    lucetta

  36. Scopro adesso questo post ed è davvero un piacere leggere.
    In prima battuta schiacciata dalla presenza pressochè continua del dolore, in seconda ne intravedo l’unguento. Bellissime.
    Grazie.

    clelia

  37. Grazie a te, Clelia, da poco scoperta come amica virtuale, con i tuoi interessanti commenti e col tuo raffinato blog…
    Ti invito anche ad entrare dentro il mio QUaderno dei sonetti, non c’è solo la sequenza del dolore, ma molte altre che forse ti piaceranno.
    ancora Grazie
    lucetta

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