Le costrizioni

Giovanni Turra Zan

Dilapidato il mucchio eccolo anteporsi / al luogo dove stanzia senzatetto / e spreme il succo / in fonte di luce, in arra / di servaggio per il figlio. Esige / un affrancamento e per questo sfrigola / nel gene, giunge al luogo dello scorporo / dal cui fondo si riesuma come morchia, / come bestia da esperimento.

Giovanni Turra Zan

Le costrizioni (2010)

 

[Cliccando sull’immagine è possibile scaricare
l’e-book dell’opera integrale.]

 

Testi

 

Attendono che il muscolo decanti,
che ogni graffio sia torrente esangue
di miserie. Come sfregio, ingiuriano
con parole – tante – di rivalsa,
e pesano l’ostile loro offesa
senza posa d’esser candidi.

Fanno mosse spingendo sino al letto
la cassa d’armi per l’assedio, dove
un tempo rotolavano caldi postulando
le teorie del lutto. Ora non han voglia
di difendersi dall’orda che li affianca,
che si fa taglio o rammendo
sotto il leccio che allinda l’incrocio.

“tu tieni la tua faccia in alto. soffice, lasci
che il bulbo resti bimbo, che non fori
così la prima pelle e non raschi via dai pori
la tua ronda da maschio”

(vogliono che li si appelli con quei termini
avvilenti, ma ragioni non ne hanno: è da tempo
che in loro, da dentro, premono spine e aculei)

 

*

 

La camminata è un taglio
alla pianta del piede che sanguina e lascia
il maledire sull’asfalto. Stanno accanto
ma pensano al prossimo allontanarsi come
a cadenza di un’assenza che sfaldi.

Potranno scrivere i loro versi su stampelle,
costruire gabbie di cui vestirsi.
E prescrivere orazioni dove
sia presente ad ogni stanza un’ostia
claudicante; dove l’aggrapparsi ai difetti
sia già dato
ai progetti mai portati a compimento.

Oh velo di fine inverno, riposa
sul sudore dei santi infedeli,
fino al peccato dell’ingoio
di carne da macello.

 

*

 

Tornano a vedersi le impronte
del loro coricarsi: il lenzuolo
è sciolto ed è di loro la colonna;

una lampada toglie il posto al silenzio.
il buio è imperfetto e sembra sicuro

il loro passo tra il mobilio,
attenti come sono a non stare
l’uno nell’altro più di un carteggio

tra amanti che si vogliono dai continenti.
si torce il collo
e si impreca per sapere se dell’altro

si avrà la cura, la misura
d’essere ombra e anello, quando il male
sarà nebbia nel declino.

abitano lo stesso figlio
non concepito per terrore
di un miscuglio che si dà innato,

per potersi rinverdire ad ogni estate
di vacanza, che li lascia origine
e termine dell’assodato.

 

*

 

E per la sua nervosa adiacenza
si china a sfiorarne i piedi, accanto
all’orto dei perdoni.

soffia la sillaba madre
che fascia costole
come stretta di corde
e ramaglie da cui non sa liberarsi;

la libertà dicono sia quello strascico
delle reti infette; quel ruminare
di cartilagini nella ganascia.

 

*

 

Vento a voi come a profilo
il definirsi di strettoie
in pochi passi e scricchiolii
di legamenti. Una sedia
al sedere di uomo largo
senza spalle, che non muove
e non si mura e non sente argine
alla fatica dell’ordine.

Non tiene unione di acque e torba
e del profumo che le sposa al gelo.

Poco sa di quel poco di foresta
che rimane; sa del tradimento alla croce,
dei solchi lasciati dal carro sul ghiaccio.
E vi getta il sale e per giorni a venire
non si vede il tempo (essa è una nube)
e dice di cercare il punto dove punge
il codice della neve. Lui è la calma
di dentro; di fuori un’orazione di colpe.

 

*

 

L’uomo fu visto scaricare ceneri
sul ciarpame alla discarica, e piangere
percolato
come se vi spremesse il male bruttissimo
della bile; se la sua tomba fosse
nella luce anzi incendiata e lui
rivelato santo, ecco avrebbe
un dio al guinzaglio ad apparirgli.

Oh, se tutto ciò
abbondasse alle tasche nel giorno
del dissesto. Impressa a torchio,
sentirebbe ogni sillaba concavarsi
come un laccio al sesso; chiamare
a sé il freddo di un calicanto stretto
al petto in un disgelo che non lasci
scampo al torto mai espiato.

 

*

 

Nella prima costrizione la carne
è lessata e ogni punta d’astio fissa
al chiodo, senza sopravvenienza;
ed è sospeso nell’attesa di salsa
in agrodolce, il pianto.
Anche un’anoressica plagia
il controllo e serve d’oro
sul vassoio il canto.

Nella seconda vi è un volo con trillo
di luce, l’essere di un altro l’oggetto
tra gli oggetti lustri e ribelli,
presi con forza e da questa nettati.
Lasciando al cielo sordo il manto
ecco che la terra non è più casa
ma salto su di un piano vacuo, sul cemento
dove ha termine la corsa al vanto.

Nella terza costrizione l’incerto è prono,
il piatto sfatto più di un letto, e non si sa
al tavolo quale legno sia fratello.
La famiglia sa d’assaggio piccante,
con gli stomaci come boccole
in catena, con i morti dispiegati
sul comò, a bucare il pianto, a farne
pietanza da servire al fuggitivo.

 

*

 

Corda di canapa sei donna
appesa all’arco dei portici
con legacci al càmice di forza

(a cingerti sono polveri)

Tenti d’appenderti in dondolio

(sei l’altalena dei costretti)

e cadi di gluteo e scatti in alto

(dici degli umani sono mosci).

 

*

 

Misero tutti gli inetti
alle materozze. Pressati

sfiatavano d’aria a farvi crescere
gli stampi. Più li comprimevi

più generavano dei buchi, ovunque,
anche negli occhi. Allora

si stava a debita distanza dall’area
dell’inganno, vicini ad un muro

di pietre e muffe

(anche gli odori erano imbuti)

 

*

 

Da sopra la barella tieni le tempie
al buio, nel bianconero del tempo
rileggi alla luce i termini di una
fuga dagli affetti e i ricordi, i ricordi

per orificium exit

dovuto dicevi a vasocostrizione,
alla riduzione del lume nelle vene;
e senti la contrazione che si elastica,
la pressione che ti irrora il latte
andato a male per l’incuria.

premi ad ogni ferro il collo al basso,
al lento piegarsi a ritmare
il battito del pube, fino
allo sporgere dell’osso.

 

*

 

Quale vanga ora si abbatte sulle membra
e ne fa poltiglia? terra di un sé
incastrato tra cavi, forse
a cavarne il senno
che più non ha richiami.
Eccovi, tra la femmina e il cielo
c’è una carne che rotola al termine,
che si fa frutto e cedimento.

La lista dei perdoni ha lesioni
severe, e nomi atoni che
ingoiamo e che veloci si vuole
compiano le traversate dei mondi
intermedi; infine si gode
a digerire peccati atossici
che sarà semplice, semplice
come lasciarsi ingoiare dalle mani.

 

***

26 pensieri su “Le costrizioni”

  1. Un poeta da tenere d’occhio in modo particolare, con grande attenzione – a riprova dell’altissima qualità di tanta scrittura poetica fuori dai cori.

    Ringrazio Giovanni anche per aver voluto mettere a disposizione dei lettori della Dimora l’e-book della sua opera.

    fm

  2. solo per dire, velocemente e scusandomi per questo, che sono bellissime. una grande sorpresa. grazie Francesco, raffinatissimo poeta, lettore e talent scout. Di Turra Zan credo mi avesse parlato un paio di anni addietro l’amico Franzin, a proposito di un’antologia di poeti del Nord-est, credo. Complimenti all’autore, anche se non ho espresso un giudizio critico.

  3. poesie, negli innumerevoli riferimenti a “costrizioni”, come torchi a contenere carni molli (“dici degli umani sono mosci”), a spremere e nello stesso tempo trattenere linfe vasocostrette o altrimenti disperse dagli imbuti dei corpi.

    così le pressioni dei versi risultano vasocomunicanti, i paesaggi contratti pieni di disfacimento che ci appartengono alla terra come quella carne femmina “che rotola al termine, /che si fa frutto e cedimento.”

    Molto belle (che mi riprometto di leggere in profondità e ulteriormente, al di là dunque di questo primo passaggio – assaggio)

    Grazie per la proposta
    ciao!

  4. su Giovanni ho già detto, e anche scritto, proprio sull’antologia che ricorda Manuel. Qui, a una prima, troppo fugace lettura – e con la poesia di Giovanni questo è un vero azzardo – mi sembra che il suo verso sia penetrato come una vanga abbandonata in un casotto vicentino, nel nucleo pulsante, fra i miasmi e il percolato di questa epoca.
    Bene Gio, davvero. Con affetto. Fabio

  5. Sì, Fabio, una poesia che si fa sempre più acuminata e sghemba, capace di squarciare il velo non solo del senso ma anche della parola stessa che lo esprime e lo veicola – strappandola a ogni residua certezza di poter determinare le coordinate logiche, puramente rappresentative e orientative, dei territori malati che attraversa, rimanendo immune dal contagio. Nella “stretta”, e sotto la spinta della “costrizione”, vacilla in primis la certezza di un “ordine” (non solo in ragione sintattica) e si fa strada la necessità di una ridefinizione, di una ri-nominazione, di una ri-membranza di voce.

    Quello che (secondo me) la poesia dovrebbe (sempre) fare.

    fm

  6. Ho dedicato a Giovanni Turra Zan, che è giunto meritatamente finalista
    al Premio Montano 2010, una nota critica che si potrà leggere su “Carte nel vento”. Questa è una versione più breve.

    per LE COSTRIZIONI
    di Giovanni Turra Zan

    Chi scrive (e in particolare chi scrive poesia) sa che ciò che fa si genera e si rigenera continuamente, nello sforzo di aprirsi una via verso il senso. La strada non è mai libera e il percorso è sempre accidentato, ostruito da condizioni materiali e formali che devono essere affrontate, mai aggirate, se si vuole veramente stare dentro il pensiero e la vita della poesia. E’ in quel preciso luogo che stanno le costrizioni che danno il titolo a questa raccolta. Turra Zan è un autore consapevole che le asperità e le difficoltà non possono essere diluite o evitate; anzi, bisogna rendere libera, e qualche volta necessaria, l’accoglienza di ciò che si scrive sotto gli obblighi che la lingua impone: coniugare nella significazione il respiro ampio della voce con il soffio stringente della vita.
    Il tutto dentro una scrittura che rifiuta la linearità semantica per coagularsi in un andamento di vuoti e di pieni, capace di far vedere e far sentire ciò di cui l’autore soffre o gioisce. Si tratti della propria solitaria presenza nel mondo o di una crisi affettiva, Turra Zan non dimentica mai che le tensioni emotive vanno risolte nella scrittura, con un desiderio sommerso e strozzato, dove la quotidianità di una pietanza in preparazione (udire il verso delle vongole che spurgano, ad esempio) si trasforma in una richiesta che cerca di percepire il dolore di un essere, qualunque esso sia.
    Bisogna però disporsi anche con le proprie costrizioni di lettore a comprendere il modo il cui l’autore smuove la sintassi, stringe i suoni, organizza grumi di senso che stanno dentro le sue parole: in un quotidiano che sembra tenere oscura la lingua che lo dice, ma che in realtà porta a un moto di sovversione contro l’assuefazione al dolore. Una sovversione a volte sfilacciata, a volte incongrua, ma che è l’unica capace di prendere su di sé gli eventi che accadono e costringono il poeta (e tutti noi) a scegliere se andare o stare.

    Un saluto a tutti
    e ancora i miei complimenti a Giovanni per le sue poesie.

    Giorgio Bonacini

  7. un sincero apprezzamento sia per la poesia di Turra Zan-acuminata e sghemba- come la definisce Marotta che per tutti i commenti e il saggio rabbreviato di Bonacini, una perla.
    Grazie di questa lettura
    lucetta

  8. Vi ringrazio tutti della lettura, dei commenti, dell’attenzione. Sono in Toscana con Alessandra a rifocillarmi da un periodo un po’ “blues” (e la Toscana è un ottimo blues beater) e leggo tutto questo da un internet point. Grazie Francesco della tua sempre generosa ospitalità. Un caro augurio a tutte/i. Ogni bene. GTZ

  9. Un poeta discreto, tutto concentrato, da sempre, sullo studio, sulla ricerca della parola più esatta per dirsi, dire i tormenti e lo stupore che lo anima. Un caro saluto, ancora più caro perché, pur non frequentandoci, ci conosciamo da tanti anni ormai. Con amicizia, Ivan.

  10. Ringrazio ancora chi ha lasciato commenti. Per me è sempre importante leggere le annotazioni di chi mi legge. Tutti hanno colto lo spirito e la motivazione di questa raccolta, e ne hanno offerto nuova luce. Che accolgo. Qualche annotazione critica negativa non mi dispiacerebbe (se c’è). Si matura anche con quella, se posta con metodo e stile. Ivan, non ho mai avuto il piacere di incontrarti e conoscerti, e tempo tu mi condonda con l’altro poeta mestrino mio omonimo (ma senza il ZAN). Un saluti a tutte/i. GTZ

  11. una ricerca autentica: ci vedo un Alessandro Ceni sentito e vissuto, da cui forse non nuocerebbe prendere le distanze. Ci vedo anche Ivano Ferrari. Mi piace di piu’ quando le punte si smorzano, e i salti ed i bagliori cedono il posto ad un’argomentazione non meno sentita, non meno acuminata:

    abitano lo stesso figlio
    non concepito per terrore
    di un miscuglio che si dà innato,

    per potersi rinverdire ad ogni estate
    di vacanza, che li lascia origine
    e termine dell’assodato.

    Complimenti e un abbraccio a te Giovanni, ed a Francesco, che ringrazio per la proposta.

    Buon 2011,
    Alessandra Palmigiano

  12. Grazie Alessandra. Non conosco questi due autori. Colmerò presto la lacuna. “Quando le punte si smorzano”, dici, ti piace di più. Queste “smorzature” di punte e di tensione, è una delle motivazioni negative espresse dalla giuria del premio Anterem-L. Montano. A te, invece, sembrano insufficenti. Interesante. Un saluto, GTZ

  13. Caro Giovanni, in principio sono d’accordo con la giuria del premio Montano, che la perdita di tensione (nel senso di energia, di concentrazione del lettore sul verso) non e’ mai una buona cosa. Ma forse dovrei chiarire che le smorzature che mi sono piaciute non coincidono affatto con la perdita di tensione, anzi. Ed in particolare, che non basta evocare la tensione a parole (per esempio dicendo “tensione”) per ottenere tensione.
    Ad esempio la poesia “Da sopra la barella” e’ una delle tue che procede piu’ a bagliori e salti, ed in cui la tensione viene piu’ evocata a parole (vasocostrizione, riduzione, contrazione, si elastica, pressione), ma che meno coinvolge la mia tensione di lettore: dopo una prima (bella) strofa in cui le immagini compongono un quadro coerente e direi argomentato, uno scenario, quasi una storia che cerca un’apertura (quindi qui la tensione c’e’, ed e’ nella struttura della strofa che si apre verso la successiva, non nelle parole), nella seconda strofa le immagini si attorcigliano intorno all’idea che le tempie dolgono per la vasocostrizione (dilapidi lo spazio prezioso di un verso per informarci che la vasocostrizione e’ la riduzione del lume delle vene) e la poesia rallenta e perde di tensione proprio laddove le immagini di tensione si affastellano.

    Spero che le mie osservazioni ti siano utili.
    Un saluto,
    Alessandra

  14. bene, il bello della scrittura in versi è proprio quello di dare pareri discordi e sensazioni diverse. In fondo, anche la critica è un atto che ha a che fare con gusto, scelte di campo, bagaglio esperienziale, assonanze e comunanze individuali: difficile pensare a un critico oggettivo e obiettivo.

    Ho trovato che anche il riferimento a due autori molto divaricati tra loro, Ceni e Ferrari, sia un azzardo ma anche il privilegio di poter accampare un autore, o liberarlo. Grazie.

  15. Penso che, di obiettivo, possa esserci solo la “fedeltà”, nella lettura e nell’analisi, agli “strumenti” che il testo stesso suggerisce ed offre.

    fm

  16. Grazie Alessandra! Questo sì è un bel dono natalizio. Io sono uno scolaro di poesia, a cui sono arrivato tardi come artigiano. Il tuo appunto mi aiuta molto. A presto, GTZ

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