Dei malnati fiori

Enzo Campi

mi ripiego
nell’onda sonora
che si propaga
come pneuma
e mi faccio strada
nel taglio
a mani nude
rivendicando il calvario
che migra dal capo alla coda
e mi sformo in fine
tra pietra e pietra
interrandomi nell’inerzia
in cui celebrare
la raggiunta armonia

 

Enzo Campi

dei malnati fiori

anticipazioni da un libro che verrà

 

*

      affine
      al confine
      in cui sfiorare la fine
      senza rendermi prossimo
      a nessuna implosione
      che non sia già esplosa
      e conclusa
      m’integro alla soglia
      ridendomi
      nell’escrescenza del sema
      che decolora l’abisso
      abbacinandone le forme

non c’è una cifra
che valga un corpo votato all’erranza

*

Cloto
plasma i fiocchi
mescolando il velluto dei petali
ai soffioni di lana

Lachesi
disseminando gameti
inalbera il fuso
evocando il fato

e insieme filano rifilano
si sfibrano
cedendo all’avvento
dei grani iridescenti
in cui germina il seme

Atropo
armata di stigma
celebra lo scisma
e invoca l’atavico pintòre
per stendere la lava
sul fiume di parole

*

non ancora ancorato
solo accorato
disperdo all’aria
e al riso sincero
del mio lamento
i petali
a uno a uno
recisi
dal bocciolo-sole
privato del suo

    centro

 

      C’è dissomiglianza
      tra rosa e
      rosa?
      L’una è sfiorita
      l’altra è mistica

*

mi si marchiò
ferro a ferro
in battuta
di tempo in tempo incluso
e forcluso cadde
il derma astioso
elevandosi al fuoco
che qui s’ostenta
vanificandosi

      sul telaio di quercia
      la pelle del daino più giovane
      tesa da stretti filacci di rovere
      risponde al colpo di canna
      alternando sincopi e sussulti

*

Corifeo)

non c’è un ego
meno smisurato di questo

solo un ago arroventato
che s’insinua negli incavi tra le dita
sperando che il sangue giunga in soccorso
e regali il suo credo all’inebetita scrittura
che si trascina arrancando
tra sillabe decapitate e verbi inconclusi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

mi si spronò
frusta a frusta
in colpo
d’allora in ora scandito
inerudito assioma
inalberato a soma
che vanisce il sema
che qui s’esibisce
mancandosi

 

      dal pugno ben serrato cade lenta
      una scia di polvere che si dissolve
      senza tentare il contatto con la madre terra:

      chiaro indizio di una distanza
      assunta a ragione di vita

 

di vano in vacuo mi rialloco e vago

*

non c’è un tempo
più adatto di un altro

 

      si flette il corpo
      delocandosi
      tra smunti riverberi di sole
      e tenebre di ghiaccio
      amplificando il pus
      che tracima dalle ferite
      esposte al pubblico dileggio

      solo una spanna
      d’impura manna
      fluida come bava
      precipita
      in limpide stille
      dal livido labbro
      teso a respirare
      la pienezza del vuoto

*

grondiamo
vacue diaspore
che acuiscono
senso e sesso
riedificando
grammatiche perdute
private del senno

non c’è un alfabeto
più pregnante di un altro

solo soffi
a vanificare
pavide stille di rugiada
che s’ostinano
ad imperlare
l’arido passo dell’erranza
lo so e me lo ripeto
dissimulando il silenzio
in laviche levate
di giochi labiali
appena accennati

*

Corifeo)

nell’assordante silenzio il fragore del nulla
lavora lento ad inguainare la soglia
i soffioni invadono le narici
e il corpo traspira dai pori la puzza del naufragio

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

*

mi ripiego
nell’onda sonora
che si propaga
come pneuma
e mi faccio strada
nel taglio
a mani nude
rivendicando il calvario
che migra dal capo alla coda
e mi sformo in fine
tra pietra e pietra
interrandomi nell’inerzia
in cui celebrare
la raggiunta armonia

*

 

      non ho mai detto io sono
      solo il cadavere che sono

      e sarò qui tumulato
      col dito ancora levato
      innervato verso l’odiata soglia
      spalancata sulla perfida madre
      che consente il transito
      solo sul sentiero
      che elude le rose
      e conduce all’abisso

      non ho mai amato
      le sfingi dissolute
      se non nel gesto
      di assaporarne l’umore
      perché il verbo
      non rinviene
      che al sordido lume
      dell’annosa interrogazione
      e sempre s’insinua
      tra incavi e pieghe

 

nella muta parata dei gomitoli di fibre
che caracollano mesti alla luce coatta
di un giorno impossibilitato a definirsi
la firma subisce il rifiuto della marca
e il calco cede il passo all’avvento dell’informe

*

si sputano schegge
per disinibire l’arto
nell’umbratile concerto
del cosa è cosa
se non flusso ininterrotto
sì come inscritto a specchio
nelle piaghe del verso

 

      schemi schermi
      scherniti forati
      se mai crivellati
      incedono tronfi
      a inanellare impavide
      crisi irrisolte

      e la voce
      che sventola lesta
      l’appena accennato
      soffio
      sogna il patibolo
      a differire

*

non c’è bisogno
di soffiare

l’anelito c’è

è inconosciuto

Essere scoperto nervo
ad uso inane
del gioco al massacro
è
chiusura della radura.

Mi conduco
ad ibernare il gesto
.

*

si moltiplicano i coacervi
e lo sterco dilaga
mi dileguo dal puzzo
soffiando con tatto
l’anelito aporetico
del mio non sarò mai là
ma accetto
approvo
e non ricambio lo sputo
perché l’imbuto
tracima
l’umore ambrato
che abiura l’ambrosia
e aspira
al sangue versato

*

non c’è bisogno
di forare

l’abisso c’è

è innato

 

Celebrando
il vanto del libro
cerebro l’idea
del libro che si vanta
d’esser tale
vanificando l’io
che lo ingiuria
illudendosi di scriverlo

*

Corifeo)

pari al pari
terra su terra
rasoterra
rinnegando il cavo
da cui proviene
il viandante
strisciando
s’avvia al monte
non curandosi
dell’incompiutezza della strofa
inneggiando se mai
la catatonia incombente
di un calco improprio
che non restituisce nulla
se non i tagli inferti dalle spine
che non lacerarono mai
alcunché di significativo

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

non so
ma sono io il soffio
che s’abbarbica
al petalo pendulo
che lacrima
il rimpianto
per il tempo perduto

 

non sono
non so
ma so che il sono io
non è simulacro
del divenire
ma specchio
dell’immediato
in cui ci si conclama
solo estromettendosi

*

ristagna un sentore d’inaccaduto
per quanto qualcuno insista nel riproporre
a memoria il gesto di rivalsa con il quale
la sibilla disseminava la sua lava edulcorata

non c’è un guado
che permetta l’attraversamento

le acque sono gravide di senso
e ripudiano le dighe ove frangersi e rifluire

il corpo edotto da millenni di sapide erranze
evita la catarsi e si tuffa nel gorgo
cerca invano un peso
a cui ancorarsi per meglio inabissarsi

*

Corifeo)

nella polvere il senso
a ricoprire cosa e cose
cose minute di vani minuti
destituiti dall’immediato

tutto avviene senza accadere
nel ricordo di una consumazione
nessun evento degno di nota
solo una nota che reiterandosi
ritarda l’avvento del chiodo
eppure il buio amplifica i pulviscoli
evidenziandone lumi e barlumi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

 

      e il sollazzo che sopravviene
      all’impropria figura
      defigurata nello speco
      è beata beanza
      che avanza incosciente
      dalla bordatura
      al senza fondo
      in cui inscrivere
      e vanificare
      il punto di fuga

 

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiiuto

*

dileguato è in me l’agguato

*

      solo ascensioni
      e accesi accessi
      agli ascessi
      che insorgono
      esondando
      da vacue parentesi
      e ineludibili incisi
      volti a conclamare
      l’inesprimibile

 

non c’è una marca
che contraddistingua un corpo votato all’erranza

 

______________________________

“Tutto avviene senza accadere”

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Enzo che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel “ti estì” è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi. È il “chi” infatti – e non il “cosa“. Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Enzo acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante. (Alessandra Pigliaru)

______________________________

 

***

35 pensieri su “Dei malnati fiori”

  1. I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Enzo che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi. È il “chi” infatti – e non il “cosa”. Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Enzo acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

    «tutto avviene senza accadere» – sì.

    Un abbraccio a Enzo e uno speciale a Francesco.
    Alessandra*

  2. Stavo cercando di scrivere una nota, ma da un po’ di tempo mi succede di non riuscire a collegarmi bene con me stesso – quando improvvisamente è apparso il commento (!) di Alessandra: proprio quello che cercavo per i malnati fiori. Inserirlo nel corpo del post è stato “naturale”, e spero che la cosa vi sia gradita. Ho solo messo qualche corsivo, tanto per far vedere che c’ero anch’io…

    Complimenti ad entrambi: è un grande piacere avervi qui.

    fm

    1. Caro Francesco è una gioia questo tuo inserimento, davvero grazie. La scrittura di Enzo è un viaggio, ne avevo bisogno, così mi sono lasciata andare e sono arrivata nel luogo più accogliente e sensibile che potessi trovare: la tua speciale e pulsante dimora.
      Un abbraccio a entrambi e (perdonerete l’OT) ne approfitto per augurarvi ogni Bene, di cuore.

      Alessandra*

  3. Sì, Alessandra, la scrittura di Enzo Campi è un “viaggio”, un “itinerario erratico alle sorgenti dell’altrove” che non ha, attualmente, nessun termine di confronto. Una “ricerca” come non se ne vedono in giro. Purtroppo.

    Auguri e un abbraccio ad entrambi.

    fm

  4. Un Maestoso Enzo e una Magistale Alessandra per il Maestro Francesco…
    ….Magnifique!!

    “non c’è una cifra
    che valga un corpo votato all’erranza”

    astrazioni attendono nuove congiunzioni, nuovi corpi; su questa terra più non pesa la tua gravità… Vago… e sorge il dubbio illuminando il buio nello spazio vuoto…

    Auguri di tutto cuore a tutti i cuori della Dimora, in primis Francesco

    Francesca

    1. ogni passo è un rinvio, naturalmente inesaustivo.
      nel migliore dei casi: leggero, areale.
      ma sempre dubbioso, interrogativo.

      grazie francesca!
      e buon anno

    1. se la scrittura genera altra scrittura significa che c’è qualcosa che tocca e fa vibrare qualche corda.
      e quando questo accade non si può che esserne contenti.
      grazie anna maria!
      buon anno!

  5. Temo le incisioni che tornano in profondità! I canti corali, a tamburo battente, che avanzano ramificando nel tessuto. A galla un capovolgimento, le schegge dell’immediato, tatto di civiltà di Enzo. In questo vedo e non vedo, tracimo e oltrepasso, il mio atto di coscienza prende fuoco. Grazie, Enzo!

      1. Sai Giada, le prime due frasi del tuo commento trovano corrispondenze “immediate” (oltre che nelle “intenzioni”) in alcuni passi delle altre opere che compongono il ciclo.

        “Temo le incisioni che tornano in profondità”

        trauma
        inerte sempre solerte
        reclama l’indulto dall’altro
        e si perfora offrendo il cavo
        alla docile isteria del ritorno

        “I canti corali, a tamburo battente, che avanzano ramificando nel tessuto”

        lavora tumido il tamburo
        si trascende graffiando la vena
        da cui dissanguarsi e gioire

  6. Potrebbe sembrare un paradosso – del resto qui c’è da entrare nelle pieghe e praticarle praticandosi in esse – ma quel “chi” cui accenna la Pigliaru è destinato alla sparizione proprio perché si ostina nella disseminazione di un qualcosa che ci guarda sempre dall’alto e nei confronti del quale si è sempre soggiacenti.
    Sparizione dell’autore nei confronti del testo?
    Sì, è anche di questo che si tratta.
    È l’annosa questione della “sovranità” e della “servitù”. Quel “chi” che “detiene la parola” non è portavoce del proprio ego (“non c’è un ego / meno smisurato di questo // solo un ago arroventato /
    che s’insinua negli incavi tra le dita”) ma lavora con l’ago arroventato che è destinato a incidere la “sola” scrittura, il “solo” verbo (ma anche l’ago ha il suo “cavo”, la cruna da penetrare e in cui respirare, a tutta bocca, l’incomparabile pienezza del vuoto).
    Questo gesto si dà solo ritraendosi, deve nascondere la mano che ha gettato la pietra, forse per pudore, o in segno di riconoscenza verso quel qualcosa che gli offre la possibilità di sparire.
    Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: “ego ex machina / appare solo dileguandosi”. Da qui il pacifico “alterco con se stesso” cui accenna la Pigliaru; da qui anche la necessità di un “tradimento”, sempre imprevedibile e sempre imponderabile. Ma, beninteso, prima di tradire bisogna frequentare e farsi frequentare dal verbo, instaurare un regime di prossimità con esso. L’erranza non può ridursi a mettere un piede avanti all’altro, l’erranza è anche la sosta presso tutte le soglie che compongono il percorso. L’erranza è dunque anche attesa, attesa della venuta in presenza del verbo e della venuta a sé. E se quest’ultima coincide con la sparizione del sé, forse, vuol dire che la strada nella quale ci si es-tende e verso cui ci si protende è proprio quella che, finalmente, trascende qualsiasi punto d’arrivo per dedicarsi al senza-fine di una fine impossibilitata a verificarsi.

  7. Bel contributo, Enzo.

    L’erranza non può ridursi a mettere un piede avanti all’altro, l’erranza è anche la sosta presso tutte le soglie che compongono il percorso.

    Anch’io sto lavorando, da circa un anno, sull’immagine della soglia e sulla luce che la ferita produce nel passaggio: nitens imaginis vulnus. Il sé è assorbito nel taglio che si produce in natura di lampo.

    fm

    1. immagino che il tendere sia tensione in sé e il tendere-verso, così come la “scarica di luce” lavori sulle es-tensioni e sulle in-tensioni.

      pensavo che vulnus=ferita (ma anche piaga) ha la stessa radice di vulva, e che vulva in latino sta anche per grembo e per matrice.

      dalla ferita il parto di luce?
      nella ferita il calco e l’impronta della luce?

  8. Qualcosa di simile, sia per quanto riguarda la tensione che il vulnus. Con una piccola “scoperta” (tutta da esplorare): che il “parto di luce” (mi) si declina in suoni – ed è su quelli che stavo ultimamente lavorando.

    Appena ho dei testi presentabili, te li faccio avere.

    fm

    1. allora attendo, con ansia crescente, i testi.
      poi in privato ti dico che tipo d’input ha scaturito in me la “luce che la ferita produce nel passaggio”

  9. Ci vorrà un po’ di tempo, Enzo, anche perché ultimamente faccio molta fatica a stare seduto al computer. E per me si tratta, oltretutto, di ricopiare, visto che scrivo unicamente a penna e su fogli rigorosamente “bianchi”.

    Ti lascio una traccia, già ricopiata e trascritta su word. E’ il primo testo della prima sezione – così ti fai un’idea e respingi al mittente il file quando arriva :)

    I, 1

    nessun presagio
    solo un fremito di ebbra insidia
    ripensando l’orlo franato
    del calice il pungolo inquieto
    che fosse visibile sostanza
    l’urlo tracimato del sole il nero
    di luce che tradisce le dita
    così sciama in rivoli d’insonnia
    l’immagine a cui la mano aggiunge
    il taglio e l’ombra e dentro l’ombra
    il segno che racconta un corpo
    dove il mattino è scritto
    in piaghe e croci dove il farmaco
    pietoso rovesciato intorno
    era cedimento d’argine e labirinto
    di voci appare ora al tatto

    fm

  10. ‘mi ripiego
    nell’onda sonora
    che si propaga
    come pneuma
    e mi faccio strada
    nel taglio
    a mani nude
    rivendicando il calvario
    che migra dal capo alla coda
    e mi sformo in fine
    tra pietra e pietra
    interrandomi nell’inerzia
    in cui celebrare
    la raggiunta armonia’

    un momento decisamente importante in cui il respiro si fa ponderoso per adagiarsi alfine alla massima aspirazione dell’armonia.

    Che meraviglia il libro che verrà.. inneggio con tutto il mio ardore al libro che verrà.

    g.

  11. personalmente urlo e ammutolisco contemporaneamente!
    leggere le fasi del poema, inserirsi nella sua geometria vedere come il grande Enzo diventa il bordo di quell’insieme che contiene gli altari della parola scritta con tutti i loro contraltari! E’ stupefacente camminare in quei luoghi poetici sorprendendosi continuamente ad ogni passo.
    Alessandra poi, è stupenda nello “smatassare” i fili tesi da Enzo e a farci entrare profondamente nella sua mente/poesia.
    A tutti grazie di cuore per questa oppiortunità e a Francesco grande padrone di casa faccio i miei complimenti più sinceri per l’uomo e per il poeta. Grande!
    Grazie ancora Enzo e in culo alla balena!!!
    Sebastiano

    ps- scusate il ritardo!

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