Variazioni sul buio

Bianca Madeccia

“Diverso è l’idioma non la fame che abbiamo
anche l’ira e la stessa e identico il pugnale
ugualmente divoriamo pani che predicono polvere
e similmente grati per il dono di questa lingua a parte
che salva i nostri giorni dai mesi aridi e dalle tempeste.”

Maria Grazia Calandrone
Un antagonistico canto sovversivo

Bianca Madeccia entra a gamba tesa nella poesia, butta all’aria le zolle d’erba lirica della versificazione “femminile” così come alle volte è ancora malintesa e la lirica viene rimpiazzata egregiamente dalla passione e dalla strenuità: la sua è una scrittura frontale che occupa la nudità dei fatti dove si accampano microbi divoratori, è un lavoro antagonistico di affermazione collettiva di una specie insonne, colpevole e veggente ma soprattutto affamata.
Madeccia ha la poesia bellica, campale fino alla franca invettiva (che quanto malinconicamente si rovescia nell’ultima parola!): è alle soglie, in un dire liminare – ma non preliminare, infatti è già nel limite, capofitta nel cuore quasi muto oramai della creatura.
Colpisce. Colpisce alla lettera, la forza di questa poesia del margine e dell’assenza, tocca la descrizione della fame come asse di una similitudine – ma siamo fatti simili anche dalla gratitudine per questa lingua a parte, che è un nostro potere umano e concreto, la nostra forma di azione, la poiesi e la prassi di chi perlustra il mondo traendone invocazioni come reperti fossili a una sorta di anti-Maria dei vetri, del legno, di un ferro che non ci tagli il canto nella gola e anzi ci aiuti a sollevare in parola questa miseria secolare.
Scrive Martin Rueff che il poeta, creatura che per propria natura (natura, sì, perché un poeta dopo una certa sua stagione all’inferno può essere identificato quasi completamente con la propria lingua) parrebbe un inoffensivo scrivano, è invece sempre in guerra e con i nervi scossi. Da molta poesia sale infatti la stessa intelligente benedizione: sia benedetta questa pace apparente, questa tregua, questa sosta nel male di vivere – ma non chiudere gli occhi mai del tutto – o, se li chiudi, chiudili dopo averli rivolti verso l’alto, perché il più grande tra i doveri del poeta è quello di annunciare l’arrivo delle catastrofi, è quello di vegliare: il poeta ricorda e ricorda per tutti il mondo prima della separazione. E dunque la sua guerra è Resistenza. Attiva: è denuncia.
Anche in Bianca Madeccia non è solo della clamorosa rovina della guerra maggiore (sebbene non manchino gli accenni alla Terra Santa, agli stupri e all’oro nero) che si tratta, ma assistiamo a una lotta ingaggiata contro il quotidiano ciarpame che intralcia il bene morale: Madeccia denuncia la rovina contemporanea e il suo è un canto geologico, prende voce per tutta la terra, dice a nome dei sismi e dei vulcani – che sotto hanno voragini, tempeste, movimenti segreti e sussultori – rivolta. La cantica è tellurica e sovversiva, dove cede alle stelle è per meditare un delitto. Ma di quale natura? Solo – crediamo – l’uccisione della rappresentazione, dell’oppio delle forme per arrivare al vivo. E allora il poeta torni a essere il vulcano che sommuove la profondità della parola terra presa da un fuoco dove le parole saranno cose.
L’aspirazione è a un ordine pacifico del mondo, la poetessa chiama a raccolta forze primarie, invoca uomini e donne prestorici in un paesaggio basico e radiante. Si immagina una profezia mai pronunciata o pronunciata sotto forma di remota catastrofe finale che racconta come già sia avvenuta la scomparsa della parola e la caduta degli uomini in una mutaggine nera che significa il dileguarsi del lume della ragione e la resa del genere umano a una ferinità mccarthyana (La strada) se non addirittura alla famelica morte mathesoniana (Io sono leggenda): ovunque mi volti vedo morti che camminano e gli uomini, inginocchiati e naufraghi, hanno ali che si oppongono al cielo. Ma torna anche alla mente la splendida Cassandra di Christa Wolf, che tra le dissidenti dello Scamandro riunite nella casa del saggio Anchise, capisce che tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.
Ci sono infatti una desolazione da fine del mondo e insieme un pathos da tragedia greca in queste poesie, a cominciare dalla forma interlocutoria e quasi orale che praticano. Sono parole assunte nel dolore per scomunicare – ed ecco le brecce, le frecce e i bombardamenti della lingua – ma anche la scomunica è scagliata nella forma lampante della comunicazione.
Bianca Madeccia vuole dire: gira alle spalle lo sguardo, adesso che tutto sembra essere già successo, fissa con un dolore ribelle la storia (individuale o collettiva, l’automatismo del male è lo stesso) fino al punto nel quale si poteva ancora scegliere di non formarsi nella mente un nemico, così da non rendere inevitabile conseguenza questo feroce, questo banale e sciatto metter mano alle armi.

Bianca Madeccia, Variazioni sul buio
Prefazione di Maria Grazia Calandrone
Edizioni Confronto, 2010
(per conto del premio “Libero De Libero“)

Testi

Fummo noi a forgiare i forni dei fabbri di lampi,
noi che ora siamo vittime dei roghi,
di questa implacabile chiaroveggenza.

La necessità repentina del segreto,
il grattare via le poche parole
che erano rimaste, consumarle con le unghie,

non fu più solo coincidenza, ma conseguenza,
immediata e prossima dell’atto,
innocenti della colpa perché l’avevamo già commessa

***

Non mi faccio ingannare dalla polvere
e ignorerò il miraggio dei fiori
io resto insonne nella terra inconsistente.
Basta poco a raggiungere la nudità dei fatti
è passato un altro secolo
un altro anno a marcire,
a masticare visioni
immerso in un avorio che tutto raffredda,
ho licenziato il mio corpo
non perché faccia freddo,
ma perché oltre i lampioni accesi,
al di là della luce malinconica e incerta,
qualcosa non regge.
C’è un buio che si va addensando,
fosco, occulto, muto,
pieno di nulla, come la vita.

***

Sì, certo, offrire il cuore al bagliore
perché ci trovi assieme la morte.
Non vale quanto parrebbe promettere,
l’attrazione per la luce.
Capita, che si sopravviva
anche sul bordo delle cose,
misurando il peso che resta sugli occhi,
mentre lo sfacciato accanimento dei microbi,
divora, riduce, avanza.

***

per il fuoco che dissolve il freddo dopo la tormenta
per la vena che propaganda fedele il lusso del sangue
per la rosa ardente dove sosta la pietà del sicario
per il cerchio che si chiude in una sostanza d’oro
per i giardini di fiori rossi pieni di un loro codice segreto
per la terra abitata dalla geografia dei sismi e dei vulcani
per ciò che saremo nella luce del crepuscolo ormai impura
Custodisco al mio fianco costante la verità di fame
cicatrice essenziale che regge l’arco di volta della vita.

***

O vuoto tutelare, rosa di carbone
che la fiamma presto trasforma,
permetti che qualche scintilla
ci raggiunga e riempia la bocca
della moltitudine dei canti del fuoco
investi i nostri volti
con la furia delle ceneri
lascia che le parole ci possiedano
persuadici ad urlare questi fiori desolati

***

Statua solitaria, liscia solenne chiara,
rosa di marmo bianca immensa e sola,
donaci dunque di poter dire la morte del bianco,
delle ossa accerchiate dalla luce glaciale
non lasciarci andare alla deriva del linguaggio.
O rosa di carta custode di tutti i segreti,
concedici oggi di andare oltre la calce silenziosa
delle creature dimenticate

***

Canto con i tuoi petali in gola
signora del sentiero, antitesi del giglio,
vetro che vibri di tutti i suoni del mondo,
nuvola che appare sulle città maledette,
legno che presiedi i patiboli,
ferro forgiato dai lampi,
o rosa mistica,
preserva la nostra voce,
non restituirci
alla bianca sequenza delle ore morte
rendi fertile questa miseria
insegnaci una lingua
che questo secolo comprenda
oppure che termini ora il cantico
perché non ha più senso
questo monotono lamento
torni dunque il silenzio
a bruciare come il sale.

***

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24 pensieri riguardo “Variazioni sul buio”

  1. ‘Capita, che si sopravviva
    anche sul bordo delle cose,
    misurando il peso che resta sugli occhi,
    mentre lo sfacciato accanimento dei microbi,
    divora, riduce, avanza’.

    Come luce che penetra da fessure malchiuse in una stanza buia è la tua poesia, una realtà di anima e sangue urlata in silenzio per non ferire e non ferirsi gli occhi…
    Grazie Bianca, i miei auguri e i mei complimenti
    Mapi

  2. Ho letto “Variazioni sul buio” e lo ritengo un libro importante, con una sua cadenza forte, classica, inconfondibile. Bianca è fra le rare poetesse che meritano, oggi, molta attenzione.
    Un caro saluto a lei e Francesco.
    Marco

  3. Che luce in queste lievi e dure variazioni sul buio…nessuna recitazione undestetemnt rende la lettura atomo su atomo, del testo.
    Ottima l’idea della dizione eseguita dall’autrice. . che ne apre emozionata
    Brava Bianca!E un dolce buon anno da MPia

  4. M-e-g presenta Bianca.
    E Bianca s’introduce.
    Il tutto mi sembra di grande bellezza vestibolare.
    La luce c’è, passa dagli anfratti.
    Il tempo pure, e quanto.
    le sacerdotesse lo cullano.
    Che ci sia clemente
    Simo

  5. c’è aria di tradizione classica , di un incedere tra il solenne e l’icastico- senza enfasi- a volte abbagliante.
    Particolarmente apprezzo chi ha un ritmo-più o meno esibito- in poesia, che senza di lui mi è difficile definirla come tale.
    Molto bella, questa di Bianca Madeccia, e ricca di mistero e quindi di quell’innafferrabilità che mai deve scindersi dalla vera poesia( a mio avviso).
    lucetta frisa

  6. Ringrazio di cuore per l’ospitalità in questa bella dimora il padrone di casa
    che torno sempre a visitare con grande piacere e che oggi, ancora una volta, ha voluto ospitare i miei testi.

    Poi ringrazio gli amici, le amiche, i poeti generosi che hanno voluto onorarmi di un saluto affettuoso è di una loro preziosa lettura. Grazie a tutti.

  7. Ciao Bianca, Buon anno. Devo alla Calandrone il fatto di essermi accostato alla tua scrittura sconfiggendo qualche mia pigrizia. Sei una ottima autrice e meriti il meglio. Un caro saluto e arrivederci a presto.

  8. ciao, Bianca – è sempre un’emozione la tua voce… in questo “formato” multimediale, a me rimane impressa più quella, poiché i testi, sai, preferisco leggerli piuttosto che ascoltarli o vederli mescolati a musiche, immagini… la tua voce, invece, è poesia e mi schiude attese che so inappagabili, e perciò ancor più mi commuove, costringendomi a sognare, a sognarti

  9. Grazie anche a Vincenzo e ovviamente, buon anno. Cari saluti.

    ps: mi accorgo solo ora del refuso nel post precedente, ovviamente ‘che mi hanno voluto dedicarmi’ sta per ‘hanno voluto dedicarmi’ (!). Buona giornata.

  10. Stiamo, ahimé, assistendo a una dura e feroce continuazione d’una lotta contro la Parola. (Non chiederci la parola…)
    Ci sono poeti e scrittori che – in questo frangente – sono come agenti del caos, sono come portatori di tenebre. E la maggior parte dei poeti in voga abbracciano le volontà di queste schiere, in modo più o meno consapevole, per ragioni più o meno motivate, profonde… o estetiche.
    Mi pronuncerò ancora su questi temi.
    #
    cito da questo post
    #
    C’è un buio che si va addensando,
    fosco, occulto, muto,
    pieno di nulla, come la vita.
    (Bianca Madeccia, Variazioni sul buio, prefazione di Maria Grazia Calandrone)
    #
    Io ho risposto e risponderò sempre con fermezza a versi di questo genere
    (che siano di Montale, di Madeccia o di Calandrone poco m’importa):

    La lampada […] quella che irraggia una cuna / – la barca / che, alzando il fanal di fortuna, / nel mare dell’essere varca […] (G. Pascoli, La Poesia)

    #Oltre la linea

    Io qui
    oltre il crepuscolo degli idoli
    sono la lanterna.

    Il mio compito è portare
    questa luce fraterna
    oltre la notte.
    Navigare fino all’alba.

    (rr)

    # e v’invito a leggere su fb “Chiederci la parola”:
    http://www.facebook.com/note.php?note_id=133347250038413

    che è il mio manifesto poetico e che può dare molte più risposte di quelle che potrei dare io, ora, qui, sul tema della Parola, su cui sento grande bisogno di esprimermi.

    un abbraccio a tutti

  11. Caro Raimondo, come serietà umana e accademica richiederebbe, prima di lanciare strali e anatemi poetici, non sarebbe perlomeno appropriato leggere tutto il libro in questione, per cercare di capire di che tipo di buio stiamo parlando? Questo suo equivoco mi sta veramente facendo sorridere molto. Mi stia bene.

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