La bambina cieca e la rosa sonora

Anna Maria Farabbi
Vincenzo Mastropirro

Anna Maria Farabbi / Vincenzo Mastropirro
La bambina cieca e la rosa sonora
Prefazione di Vittorino Curci, postfazione di Carlotta Zanobini
Faloppio (CO), LietoColle Libri, Collana “Il Graal”, 2010
Il volume, con nove tavole a colori, è abbinato a CD AUDIO e DVD

testo per musica di
Anna Maria Farabbi

musiche
Vincenzo Mastropirro

interventi visivi
Massimo Achilli

disegni di
Paolo Sciancalepore

“Lo stupore infantile di chi si sporge nell’anello del pozzo. Del pozzo cosmico. E chiede come un atto istintivo, allarmato, tenerissimo: dove da dove perché. E chiede dalle profondità del sé, con voce fragilissima. E questo chiedere fa un’eco impastata di vento e di frullo d’ali. Si modula, si orienta, si precisa, si potenzia come un velocissimo stormo vocale fino all’ombelico della pancia madre che è la vita mater, la vecchia, vecchissima, ancestrale mater. La durata del viaggio è la rosa sonora. Dentro cui agisce tutta la cultura del mito, della sensorialità, del simbolo, del suono e del silenzio organico. Gli artisti offrono soltanto un tappeto volante per la lunghissima, intensa, spirale del viaggio. Io, l’idea e la tessitura delle parole. (Anna Maria Farabbi)

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VI° QuadroPROFONDITÀ COSMICA

Corde vibrate sordamente di uno strumento a corde. Come fosse la vibrazione del filo dell’arco che rimane in oscillazione dopo lo scoccare della freccia.

VOCE BAMBINA: Me lo dice la freccia quando esce dal mio arco. Da qui a lì… se alzo il naso… se annuso, nonnina, sento la vibrazione della polvere stellare, dei movimenti, e io con loro nel giro del pieno e del nulla. Io non la vedo la luce, ma sento la sua velocità, il suo andare, il suo toccare, le sue risurrezioni… fuori di me… dentro… fuori dentro dentro di me.

Mastropirro Ermitage Ensemble

Enrica Rosso: voce recitante
Vincenzo Mastropirro: flauti/direzione
Nicola Pisani: sax sopr/bar
Domenico Bruno: pianoforte
Luigi Morleo: percussioni

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Vittorino Curci, Prefazione

Non è affatto semplice trattare musicalmente un testo poetico. Si rischia da una parte di fiaccare la forza indeducibile della parola e, dall’altra, di soffocare gli slanci della musica sotto il peso di un linguaggio ontologicamente autosufficiente qual è la poesia.
La bambina cieca e la rosa sonora di Anna Maria Farabbi è un testo scarno ma ricco di azioni che si presenta come un teatro di voci e di suoni, una particolarità, questa, che prospetta al musicista ulteriori difficoltà e ulteriori rischi. A tanto si aggiunga che la parte letteraria contempla una forma finale, una precisa idea di compimento dell’opera, attraverso una serie di passaggi obbligati. È come se l’autrice, in fase di concepimento del testo, avesse sùbito avocato a sé la regia dell’intero progetto imponendo sia all’attrice (Enrica Rosso), che si trova davanti a una vera e propria partitura vocale, sia al compositore (Vincenzo Mastropirro) uno svolgimento da cui è pressoché impossibile discostarsi. Ma come spesso accade in questi casi una consistente riduzione degli spazi d’azione produce inspiegabilmente il risultato opposto: un accrescimento, un potenziamento della creatività artistica che, si direbbe, venga paradossalmente esaltata proprio quando è costretta ad agire in un contesto limitato. Dalle arti visive alla musica, dal cinema alla letteratura, si potrebbero fare migliaia di esempi al riguardo. E il paradosso si potrebbe forse spiegare così: contrariamente a quanto si è portati a pensare, nell’arte la forma più alta di libertà è sempre relativa e mai assoluta. Anzi, si potrebbe addirittura scommettere che la libertà assoluta sia pura astrazione, qualcosa cioè che non esiste nella realtà, e che se pure esistesse non sarebbe in grado di produrre alcunché di significativo perché la dimensione in cui nasce e si sviluppa l’arte è la stessa del logos, ossia della parola che è anche – e soprattutto, direi – relazione. Il testo di Anna Maria Farabbi delinea con pochi tratti l’allegorica discesa “in un luogo tempo buio inabissato” dove si può ascoltare, impastata di eco, la voce “incerta impaurita tremolante” di una bambina che sfida il silenzio terrificante da cui si sente avvolta con domande che vorrebbero sciogliere “tutto il buio, tutta la paura del buio, della morte” fino a percepire “la vibrazione della polvere stellare”, la luce che ella non può vedere, “la sua velocità, il suo andare, il suo toccare, le sue resurrezioni”. È, in breve, il racconto di uno smarrimento e di un desiderio di rinascita che comincia a pulsare, prendendo immediatamente forma e ritmo, nell’intrecciarsi del battito cardiaco e del metronomo.
Il compositore Vincenzo Mastropirro, che è anche poeta, si accosta a una materia così delicata con molta discrezione. Si pone anzitutto il problema di come far respirare il testo. E così entra in scena in punta di piedi, con un lungo assolo di flauto alla fine del primo quadro, per disvelare man mano la ricchezza timbrica del piccolo organico che ha messo insieme (completato da musicisti di assoluto valore come Nicola Pisani alle ance, Domenico Bruno al pianoforte e Luigi Morleo alle percussioni) a cui ha consegnato il nitore delle sue composizioni. Con il notevole apporto, poi, delle parti improvvisate (affidate soprattutto agli svettanti sassofoni di Pisani) il risultato è davvero ammirevole e sorprendente: un piccolo miracolo che si rinnova ad ogni ascolto.

Carlotta Zanobini, Postfazione

“Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo; un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato” cito Ecclesiaste, i primi due versetti del capitolo 3 perché esiste comunque una SOGLIA al di là della quale non abbiamo alcuna percezione di tempo ne spazio, regna solo il Niente per antonomasia. A prescindere da questa irreversibile solitudine cosmica, di qua dalla soglia, rotoliamo impotenti verso una TERRA, primo contatto secco e primitivo. Arido bisogno d’appartenenza, rozza aderenza che detta il nostro incipit. Per deduzione se il mondo ruzzola per inerzia o fragilità, automaticamente deve partire da un luogo e finire in un altro! Lo spostamento crea così un vuoto nell’ARIA, una mancanza d’ossigeno, un buco, una perdita, un’altra solitudine in veste più intima stavolta! Ma se l’imperfezione è il primo vero peccato dell’uomo, che non si accontenta di poter volare un cielo intero, l’affannosa ricerca del suo ego lo argina a bruciare in un FUOCO apatico… per certi versi eterno tanto quanto la genesi di ogni cosa… difficile da domare, impossibile da spegnere pur avendo un oceano d’ACQUA da vivere e far ri-viviere. Così per dispetto o per diletto continua la tiritera del “se” . Dunque qual’è il tempo giusto per capire se la voce che abbiamo spacca davvero il silenzio oppure se gli toglie solo la polvere come un colpo di mano su un berretto troppo usato?! E ancora: abbiamo veramente una voce da diffondere?? esiste un tempo per udire (intendere) anche ciò che non condividiamo??!! Oppure la linea del suono rimarca ancora un altro grave limite: l’incomprensione di noi stessi prima che degli altri?! Dalla fragilità dell’Io nasce il bisogno di integrare quel che siamo con quello che vorremmo essere, e se in natura l’aria compensa la terra e l’acqua il fuoco… di chi o di che cosa noi siamo la parte mancante??!! E…di nuovo: questo in cui viviamo, sarà il tempo giusto per cercarla??!!

La disabilità dell’anima è il più grave di tutti gli handicap… nessuna barriera architettonica per attenuarne la disparità. Nessuna sinapsi somato-sensoriale che aumenti le capacità di organi “complementari”…. E tutto quello che non siamo in grado di raggiungere, diventerà in noi presenza fisica, come il SILENZIO-uomo che strappa la bocca – semmai esista una bocca – o come il BUIO-uomo che non accoglie il fiato – semmai ci sia un fiato da raccogliere -.

La bambina cieca e la rosa sonora, la sintesi perfetta tra il silenzio non visto e un sentire che non c’è.

C’è un suono che scioglie il silenzio come un pettine tra i capelli, come un dubbio sull’anima.
C’è un suono che diluisce nel nero appestato di una notte fredda, una sensazione di morte apparente dove non sentire, non udire … non può evitare di non far male.
C’è un suono, oltre la barriera del tempo, che imprigiona ogni cosa e tra le cose, getta il fiato in un eterno scompiglio. Vento tra i rami nel più solitario degli autunni. Perché non è il niente che cade a terra senza fare rumore che mi spaventa, ma il niente che cadendo non sa di generarne alcuno!
E’ a quel suono che mi aggrappo con le unghie e con i denti, stringendo l’attimo che mi invade come fosse l’ultimo che mi resta da vivere. E la sonorità rende muta l’anima che mai nessun canto potrà plagiare, un singhiozzo che diventa pianto senza che abbia un inconscio su cui danzare, una eco che si dipana senza voce….

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23 pensieri riguardo “La bambina cieca e la rosa sonora”

  1. è una musica forte (musica per tutto ciò che qui è delle muse) tutto ciò che qui è delle muse – è vistaoceano che riesce a percepire due volte il corpo in andata e al ritorno morte e vita con onde dal l(et)argo all’ insurrezione. rivelazione. vista d’ orizzonte. presenza nel ventre delle presenze. Curci la cui l’ analisi critica mi trova concorde parla di discesa e poi di stelle e se ci sono le stelle non si può che salire. e salire. ascoltando si sale. che poi la parola si fonde con la musica e ai ciechi per vedere basta tendere l’ orecchio e le mani sulla fonte delle note. a tutto questo porta l’ insieme. a vedere la non vedenza che il mondo sovrappone sugli occhi degli uomini e che solo con disciplina rigore passione per la conoscenza e accompagnatori ben piantati nei linguaggi dei semi possono squarciare da tutta la colonna insonora dell’ oblio.
    apprezzato, per quanto mi riguarda. (mi scuso per le eventuali divagazioni e foci in eventuale anacoluto:)
    un saluto e un abbraccio a Francesco.
    paola

  2. Ringrazio Francesco che ancora una volta ospita il mio/nostro nuovo lavoro cosi complesso dove la parola di Anna Maria trova la mia musica in otto quadri lineari-tortuosi-profondi come il racconto intenso che La bambina cieca…..mi ha ispirato. Questo è un estratto, è solo un quadro, l’opera va vista e ascoltata tutta. E dico vista e ascoltata perchè anche i quadri visivi che Massimo Achilli ha creato inondano di suggestione il tutto.
    Spero possa suscitare la curiosità a tutti quelli che frequentano questo sito per apprezzare meglio oppure al contrario deprezzare. La propongo anche a chi volesse segnalare o a chi organizza festival in cui la poesia incontra la musica.
    un abbraccio a francesco e a tutti quelli che leggeranno/ascolteranno
    v

  3. Grazie a tutti. Spero abbiate, prima o poi, la possibilità di ascoltare dal vivo l’Ensemble di Vincenzo. Nell’attesa, i modi per apprezzare il lavoro di questo musicista “vero” ci sono tutti.

    fm

  4. La musica e la poesia occupano molto tempo della mia vita non so se sono musicista “vero” come dici caro francesco o se scrivo poesie degne d’esser lette. so solo una cosa questa è la mia vita!
    v

    P.S.
    non manca il cazzeggio :-)))))))

  5. Ben venga il cazzeggio :-)))

    Ma non c’è nessun cazzeggio, per quel che mi riguarda, nel dire che sei un musicista vero, e che la tua lingua poetica, così come quella di Franzin su un altro versante, sia uno degli strumenti espressivi più mobili, radicali e metamorfici in cui è dato imbattersi leggendo versi.

    fm

  6. Carissimo mi riferivo al fatto che posso sembrare uno che sta sempre comporre a scrivere a produrre progetti vari invece c’è spazio anche per fare altro che ho sintetizzato in “cazzeggio” solo questo.
    v

  7. Ho avuto occasione di conoscere di persona Vincenzo ad Ischitella in occasione del premio giannone, una persona squisita e dotata di ingegno grande come poeta e musicista ma anche di grande modestia, insomma per restare in ambito musicale Vincenzo è l’esatto opposto di “un trombone” (che tanti se ne incontrano per strada, palloni gonfiati che si danno un sacco di arie solo perché riescono a mettere due versi in colonna, che spesso non sono nemmeno versi veri ma sono versi di maniera e spesso il re è nudo) qui voglio esprimergli la mia stima e il mio apprezzamento. un caro saluto da antonella

  8. ciao antonella ma graaazie d’avermi ricordato l’incontro d’ischitella e naturalmente per quello che hai scritto.
    ora colgo la palla al balzo per dire che in buona parte è vero quello che dice antonella molti che scrivono o fanno musica se la tirano un sacco sembrano star inavvicinabili però il tempo darà ragione a chi merita davvero.
    poi un’altra cosa, vedo che a questa proposta musicalpoetica c’è timidezza nell’esprimersi perchè il popolo della poesia (e chi frequenta questo sito lo è davvero) non è molto avvezzo a mischiarsi con la musica e in parte è vero che alcuni poeti sono stati “musicati” male per usare un eufemismo. io la parola la rispetto molto ho un riguardo sacrale e penso di non aver maltrattato le voci poetiche che ho preso in considerazione nei miei lavori.
    v

  9. conosco entrambi, Anna Maria Farabbi, vocepoetica tra le più grandi italiane contemporanee, e conosco Vincenzo, di cui ho potuto apprezzare l’estate scorsa i due talenti poetico e musicale. so che la sinestesia di parola e suono è molto difficile, che occorre una sensibilità e penetrazione del compositore acutissima. per dialogare con la poesia, per sottolinearla e dilatarla di suggestione senza coprire, senza distorcere. qui, semplicemente, questo accade. e incanta. bravissimi, Vincenzo, tutti i musicisti, la voce recitante (sulle parole memorabili di Anna Maria).Vincenzo a presto rivederci

  10. Annamaria sei molto cara nel sottolineare la difficoltà dell’interpretazione in musica di versi importanti e densi quali quelli della farabbi. in questo lavoro si affronta la disabilità della bambina cieca che non è altro che la disabilita dell’animo umano specialmente oggi in cui siamo accolti da una Terramadre in cui tutto è rovesciato. la musica-poesia performativa mi è molto cara in quanto credo che la totalità delle arti possa coinvolgere di più lo spettatore comune e non solo gli addetti ai lavori.
    ringrazio a questo proposito michelangelo camilliti e diana battaggia che hanno creduto fortemente in questo progetto molto complesso da realizzare.
    v

  11. Un plauso a Vincenzo, cui ho avuto modo di ascoltarne, a Fonte Avellana, sia la voce di musicista, sia quella di ottimo poeta, nel suo pastoso dialetto. La voce di Anna maria, poi, è la voce che sappiamo! Ottima ensemble, ottima fusion.
    Con stima e affetto. Fabio

  12. ” Uno degli strumenti espressivi più mobili, radicali e metamorfici in cui è dato imbattersi leggendo versi”: condivido questo giudizio di FM sul Mastropirro poeta. Struggente l’opera in versi. La Farabbi è una delle voci poetiche “vive” che abbiamo oggi.
    PVita

  13. Vibrante viaggio nel nostro inconscio, nella nostra memoria ancestrale.
    Sensazioni, emozioni, fruscio d’ali, voli cosmici … ritorno nel ventre materno e magico fluttuare in un mare di note musicali e di poesia.
    Bellissima e coraggiosa opera! Grazie, grazie a tutti voi e, se permettete, un grazie particolare a Vincenzo Mastropirro, che, ancora una volta, è riuscito a farmi emozionare.
    Franco

  14. Grazie Franco per le tue belle parole. Sono abituato a fare opere “coraggiose” come hai detto ma penso che la vita vada vissuta con coraggio come deve fare chi si occupa di creare ed operare nel cosiddetto mondo culturale. Esattamente come fai tu con il Griko.
    grazie anche per aver acquistato il lavoro.
    abbraccio
    v

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