Nottario (II, 2)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Dormire è la sola esperienza di soglia che ci è rimasta – quell’invincibile rifiuto del corpo a compiere gli atti più semplici, quel desiderio appagato di essere fuori di sé, dentro un’esperienza di cui si potrà parlare ma solo a frammenti, senza sapere se corrisponderanno a qualche verità. (m.e.)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

L’attimo del loro risveglio

 

1

Il sonno sfugge a chi dorme, come all’artista il senso della sua opera.

Descrivere il proprio sonno è un’esperienza inconcepibile. Ma l’arte non è, sempre e comunque, inconcepibile?

Guardo i volti dei dormienti e sembrano idoli. Penso con rimpianto all’attimo del loro risveglio.

Non i progetti delle opere o della ragione, ma le ore lunghe in cui si dorme senza sognare.

Se tutte le persone che incontro dormissero con le palpebre abbassate, non dovrei subire i soliti sguardi banali e crudeli. Potrei pensare, per loro, dopo l’intervallo del sonno, ossessioni originali o incubi deliziosi.

Durante il sonno si è più vicini al segreto, ma gli strumenti per descriverlo sono assenti. Appena svegli, manca del tutto la materia.

Una lingua anonima, fatta di interiezioni, esclamazioni, sensazioni: sarebbe questa la lingua del sogno?

Trovarono, fra le sue carte, le lettere di un uomo che aveva dormito per dieci anni e durante quei dieci anni, notte dopo notte, aveva scritto, durante il sonno, tutti i suoi sogni. L’uomo, che aveva sessantanove anni, ne dimostrava trentacinque.

 

2

Durante il sonno, a nostra insaputa, continuiamo ad incontrarci e a ripetere le idee, le parole, i ricordi di sempre.

La ragione chiarisce il senso delle immagini che arrivano dal sonno.

Sognare isole, perdere la ragione.

I sonnambuli viaggiano senza sapere e dopo, al risveglio, ricordano altre cose da quelle che hanno vissuto.

Alcune opere – soprattutto disegni di matita su carta – hanno quel particolare sonnambulismo che alla parola, anche a quella poetica, è sempre negato. Dal sonnambulismo si può ritornare al sonno o vivere il trauma del risveglio.

Il sonno ci fa considerare la veglia un territorio sconosciuto, che è sorprendente esplorare ancora.

Gli insonni hanno paura della morte e non si addormentano, gli ipersonni hanno paura della vita e non si risvegliano.

Benjamin parla, a proposito degli stati di estasi, di «illuminazione profana».

Dormire è la sola esperienza di soglia che ci è rimasta – quell’invincibile rifiuto del corpo a compiere gli atti più semplici, quel desiderio appagato di essere fuori di sé, dentro un’esperienza di cui si potrà parlare ma solo a frammenti, senza sapere se corrisponderanno a qualche verità.

La durata di ciò che si costruisce sopra la terra è sogno.
Tomba tebana del sacerdote Neferhotop

 

3

Racconti gotici, diari di pittori, lettere di poeti, alcuni sogni violenti, e la letteratura sprofonda nel cataclisma delle ipotesi.

Come dice Goethe, la verità non sarà più diffusa nella terra in tutta la sua bella chiarezza. Il nostro alto cammino è terminato: ora ci avvolge la notte.

Il ritmo, nella sua invenzione di forme, di tempo e di spazio, ci allontana dal grido, diventando il vaso che lo contiene. Ma il vaso resta incrinato.

Si definisce palmica la scienza dei sussulti che derivano da emozioni psichiche.

La scrittura non vuole fare giustizia di niente e di nessuno, ma esiste nel «sogno di una giustizia impossibile», dove i sommersi avranno l’occasione di emergere.

La vita: progressivo misconoscimento del mondo.

E va bene. Ma solo la finzione, solo la deformazione conta, per la letteratura.
H. Michaux

Ci sono fantasmi che devono esistere per noi e oltre di noi.

Di colpo diventiamo ciò che aveva tremato.
A. Anedda

La parola è il residuo della combustione in cui voce, canto, prosa, poesia, ardono dello stesso fuoco: è la cenere che sopravvive all’esperienza del linguaggio.

L’uomo, lontano dal divino più dell’uccello e del pesce, ha il potere di trasformare il suo cervello secondo la sua esperienza del mondo.

L’io è degno di odio.
B. Pascal

 

4

Ogni distruzione dadaista è una felice sovversione giovanile.

Il punto più in ombra corrisponde al centro della luce più intensa.

Da un anonimo arabo dell’XI secolo:
«Chi porta via la cenere? Chi rimuove i resti? Chi toglie la storia?»

Disegni fatti di fuliggine e cenere, di ciò che è esistito ed è bruciato.

Il fuoco lascia, nelle ossa che restano, un’eco dello splendore cerchiamo adesso, costruendo un mondo che avrà comunque il destino del fuoco.

Nel 1946 Luke Dorsey brucia tutti i cappelli che rubava e poi li rivende al mercato di Hander a turisti ossessionati dalla guerra, come reliquie di incendi.

Il vero incendio è dove soffochi, non nel chiarore delle fiamme che osservi.

Il fuoco produce, nella materia, torsioni eccentriche e bizzarre. Così dovrebbe agire, nei confronti del linguaggio, la parola poetica.

Solo con l’energia di un sonnambulo riesco a trasfondermi negli altri – scrive Peter Handke. Così a volte le fiamme si trasfondono nelle cose e le modellano: ignorando gli spasimi della morte, preparano nuove scene.

«Qualcuno rimuova con l’attizzatoio/ i resti della creazione!» Sono i versi di un poeta slavo, di cui ho dimenticato il nome.

Scorticato ma lucido, come un Marsia semivivo che non ha nessun Apollo a cui opporre la disarmonia del suo canto.

Ci sono porte rese interminabili dalla luce del tramonto. Ci sono tramonti, da qualche parte del mondo, di cui non riesco ad immaginare la luce.

 

5

La nascita del sole, tutti i giorni. Un ineliminabile oltraggio.

Il movimento verso il fuoco è il modo con cui articoli la mano.

Chi lavora sulla materia, chi nella materia: la differenza tra la scrittura che divulga il mistero e quella che ne conserva il fuoco.

In Cappadocia, scavati nel tufo, ci sono dei cappelli di roccia detti «i camini delle fate»: la pietra tufacea è il risultato di ceneri sovrapposte, che assordano il viaggiatore con i suoni e le vite di secoli.

A Damasco esistono icone interamente ricoperte da preziose lamine d’oro che nascondono totalmente l’immagine raffigurata. Chi la vedesse – racconta una leggenda – diventerebbe cieco.

Sembra che il visionario (…) soggiaccia al potere della vertigine.
H. Focillon

La necessità di un pensiero sconnesso, scucito, frammentario, sonnambulo, dove le leggi del giorno equivalgono allo stordimento della notte.

Quello che il veggente restituisce delle proprie visioni è la sua sensazione psichica. L’artista compie la stessa operazione, solo che ha la presunzione di fissarla nell’elettroencefalogramma del foglio.

L’opera deve restare segreta e tenersi ben stretto il suo mistero, anche, se occorre, contro il suo stesso autore.

Annotare lentamente, anche se l’impulso di annotare è febbrile.

Ogni processo creativo, in quanto catastrofe chiusa nella rete rigorosa del testo, è trasformazione del disordine in epifania formale.

Tacere all’interno del discorso. Iniziare il discorso sapendo che, prima o poi, si ammutolirà.

 

6

Missione impossibile ma necessaria: trovare con lucidità le frasi dello stordimento.

L’allegoria barocca vede il cadavere solo dall’esterno del cadavere, Baudelaire lo rappresenta dall’interno.
W. Benjamin

«La vita è un abisso», scrive Büchner.

Venerdì 5 luglio 2002. Sul Muro del Pianto, a Gerusalemme, le pietre sono bagnate, probabilmente per il guasto di qualche tubatura. Nel Vecchio Testamento è scritto che, se c’è un continuo sgorgare d’acqua dalla pietra bianca nella settima fila del muro, questo è il segno che il Messia arriverà e con lui la salvezza del mondo.

C’è qualcosa di assente che mi tormenta.
C. Claudel

Due i compiti della poesia per G.Z.: che la parola poetica modifichi la lingua in cui si trova ad essere scritta e che ogni esperienza poetica sia un’esperienza impossibile, come testimoniano le prove di Mallarmé e di Celan.

Il termine araldico della conciliazione che cerchiamo tra ciò che è percepibile e ciò che è sconvolgente, tra la vita e il sogno – è tutta una grata di canne d’India che oltrepasseremo per continuare ad avanzare nella sola maniera valida: attraverso le fiamme.
A. Masson

L’esistenza del libro, secondo un fisico con cui abbiamo parlato per una notte intera, cambia il codice genetico dell’uomo.

Con la matita si sprofonda di più nel foglio, si diventa leggeri.

La scrittura è il residuo linguistico di un’emozione troppo segreta.

 

7

Chi può amare l’inesistenza dei morti? Chi può scegliere l’insistenza dei morti? Colui che vive di loro. Per loro.

Hanno ragione quando dicono che tutti i morti sono uguali: il problema è sapere cosa facevano da vivi.
G. Jonke

Che tipi erano i morti? Con che gente viviamo adesso? Perché siamo qui?
W.H. Auden

Tra origine dionisiaca e testo apollineo, tra grido iniziale e parole conclusive, l’arte intreccia udito e occhio: è l’udito a formare la materia ma è l’occhio a deciderne il taglio.

Lo spostamento di un avverbio è più eversivo di una rivoluzione vittoriosa.

Se abbassi gli occhi sul pavimento del labirinto vedrai, al suo centro, in mezzo a colori plumbei, una sbarra nera o un semicerchio d’oro: l’orizzonte su cui nasce – o tramonta – il disco del sole.

La vetta emersa dalla nebbia suggerisce l’esistenza di una montagna sommersa: il visibile, esistendo, tradisce la notte da cui si modella.

L’acqua non trabocca dal vaso perché i suoi vortici sono così veloci da generare uno stato di ardente immobilità.

La forma di moto libera dalla gravità della terra sarebbe una forma circolare – ma esistono cerchi sicuri di non spezzarsi?

 

8

Un oggetto, qualunque esso sia (oggetto, idea o sistema di pensiero, di fatto unità estetica), provoca un’emozione nell’incontro: un’emozione fatta di bellezza senza dubbio, ma forse soltanto della sua differenza, del suo mistero. Si produce allora un desiderio, soprattutto di possesso, del non lasciarsi perdere questa gioia unica: un sentimento d’urgenza da gettare sulla carta. Bisogna, a ogni prezzo, fermare questo, rendere questo, cercare di rendere questo.
F. Ponge

A guardia della porta un dio dal profilo bifronte. Il suo sguardo, coprendo le due direzioni, rende la vita superflua. All’uomo occorre un terzo profilo.

Pietre e mattoni lo assordano con i suoni e le vite di secoli. Allora stringe la penna e scrive. Solo un ordine inumano potrebbe imporgli di narrare ancora.

Il posseduto dal linguaggio definisce lo sciamano come preda della preda.
P. Quignard

È l’opera stessa a inventare l’io nel quale vuole esprimersi.

Un fallimentare progetto di immortalità in cui quella che conta è la voce, anche anonima, che continua ad esprimersi.

Lascia dietro di sé migliaia di diari, fitti di appunti incomprensibili. Aspetta il suo lettore. Unico, folle.

 

***

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18 pensieri riguardo “Nottario (II, 2)”

  1. Grazie, Francesco.
    Ho con me, adesso, una frase di Handke che dedico a te:
    “Scrivere solo l’essenziale: ma deve vibrare ampiamente”.
    Marco

  2. Sto leggendo i lavori dei miei studenti sull’idealismo trascendentale, Hegel nello specifico. Ti dedico una riflessione, a margine, di una di loro:

    “Hegel non mi piace, mi fa paura, un pensiero del genere mi ripugna. Volendo spiegare tutto e tutto ridurre a un discorso di ordine, di categorie, di razionalità, mi priva dell’essenza della mia vita, mi strappa la dimensione del sogno, mi impedisce di cambiare, di essere altro da quello che sono, cancella l’utopia e la speranza, fa di me un automa”.

    C’è più filosofia, e poesia, in queste tre righe che in tutta “La fenomenologia dello spirito”.

    fm

  3. Con Hegel, Francesco, non siamo mai stati amici. Ma, per non cambiare secolo e lingua, devo dirti che avrei voluto conoscere Kant, e le sue ossessioni. Con il suo pensiero, molte utopie sono possibili. Anche che qualcuno, durante il sonno, possa leggere il mio “Nottario”. E che io stesso non ne sia l’autore perché sono le voci degli altri a dettarne la forma.

    1. Caro Marco, è raro trovare in un giovane (l’autrice di quella riflessione non ha nemmeno diciannove anni) una tale forte percezione del pensiero come vertigine e abisso e della vita e del mondo come metamorfosi incessante refrattaria ad ogni griglia concettuale onnicomprensiva, totalizzante.

      Ecco perché mi faceva piacere dedicartela – perché quelle due intuizioni sono tra i sentieri più marcati che la tua scrittura (i.e. la tua ricerca) attraversa e batte.

      Anche su Kant mi trovi perfettamente d’accordo, soprattutto sull’autore della “Critica del giudizio”, e a partire dalle suggestive griglie ermeneutiche che gli studi in materia del grande Emilio Garroni ci hanno messo a disposizione.

      fm

  4. “L’opera deve restare segreta e tenersi ben stretto il suo mistero, anche, se occorre, contro il suo stesso autore.”
    “Missione impossibile ma necessaria: trovare con lucidità le frasi dello stordimento.”

    Caro Marco,
    le tue parole sono per me una miniera di meditazioni e di folgoranti verità. C’è l’oscurità viva della lingua e la visione precisa di ciò che la parola imprime in chi la fa scrivendola e in chi la fa leggendola.

    Un caro saluto.
    Giorgio Bonacini

  5. @Mauro

    la parola dice la sua vertigine attraverso chi ne è strumento. A me piace questo “invasamento” che può narrare se stesso.

    Un abbraccio.

    C’è un film di Herzog, del 1965, “Segni di vita”

  6. … che parla di un uomo, di un soldato, che impassizce, si chiude nella fortezza dell’isola di Kos e fa esplodere fuochi artificiali accanto al deposito di munizioni, prima di essere sopraffatto. Questo gioco, il fuoco, accanto alla soluzione estrema, la rivolta e la morte. Mi piace molto.

  7. @Giorgio

    grazie delle tue parole. Se quello che scrivo incontra queste impressioni degli amici e dei poeti che stimo di più, allora, nella scrittura, come accade sempre, mentre perdo, vinco la mia battaglia.

    Un abbraccio.

  8. Saluto tutti gli amici che hanno lasciato un commento. Sì, siamo di fronte a una miniera inesauribile che non smette di portare alla luce “materiali” per ogni riflessione. Materiali contrassegnati dal marchio di una interrogazione incessante.

    fm

  9. mi colpiscono le frasi che sgorgano a catena, nella vertigine delle riflessioni e citazioni di questo nottario di Marco. come quella di Giorgio Bonacini: ” trovare con lucidità le frasi dello stordimento.” e quella, che rincorre un commento, ancora di Marco:”mentre perdo, vinco la mia battaglia” . questo contagio fertile, raro negli incontri non virtuali, succede spesso qui, dopo un innesco di parole, come queste notturne che Marco crea e filtra. ah queste innumerevoli luci da centellinare e…farci notte.

  10. Annamaria, è una gioia incontrarti vicino alle mie parole. Qualche mese fa un caro amico, parlando della mia scrittura, ne ha parlato come di una cosa aperta, squartata, dove i lettori possono camminare e guardare. Non ci avevo mai pensato, o forse ci penso ora, da quando Francesco manda in rete i miei testi. I lettori camminano dentro le mie frasi e raccolgono occasioni di riflessione. Ma io, che ho steso questo tappeto per me e per loro, non so neppure io quali siano i suoi confini, e come autore sono spesso sorpreso da parole che non ricordo di avere scritto, tutto è un po’ incontrollabile, e va giustamente centellinato. Come lettore di poesia, io prendo e lascio i libri, certe volte non terminando di leggerli, crete volte rileggendoli tutti ma da un’altra prospettiva. Forse, come scrittore, seguo la stessa strada…
    Grazie e un abbraccio.

  11. Roberto,
    sì, pensaci, ma con leggerezza. So che “Nottario” potrebbe sembrare, a prima vista, un bel “mattone”, tra citazioni di artisti e autoriflessione sull’arte, ma io lo sento leggero, come un libro MAI da leggere pagina dopo pagina, ma prendendo un frammento qui e un pezzo là, esattamente come l’ho scritto.

  12. “Seconda interpretazione: non ci sarà un’alba, la notte avrà l’ultima parola”- (Walter Benjamin).

    Ma viene in mente, leggendo, quella che serve, e con insistenza: la parola, dico, “clinamen”.

    allora, grazie per questa lettura.

  13. Buongiorno, io avrei bisogno di contattare il dottor Marco Ercolani. Qualcuno potrebbe, per favore, indicarmi un indirizzo e-mail a cui io possa scrivergli?
    Vi sarei molto riconoscente.
    Approfitto dell’occasione per fare i miei complimenti al dottor Ercolani, i cui versi non passano mai in modo leggero davanti ai miei occhi.

    Stefano Marchica

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