And Death Shall Have No Dominion

Chiara Daino
Enrico Gaibazzi

“E brusco capisco perché ci sono / esisto – soltanto per un sorriso / sorto su un giovane viso onesto / un sorriso che prenderò in prestito / un sorriso che mi terrò ben stretto / per quella notte che combatterò / fino al fondo del buio più nero” (E. G.)

 

ENRICO GAIBAZZI E IL BARBARICO YAWP

«No matter what anybody tells you,
words and ideas can change the world»

[Prof. Keating]

«Rendete straordinaria la vostra vita!». E dal 1989 tutti hanno sognato un professore come John Keating. Nell’incubare di sogni – l’incubo è una realtà che, puntualmente, si manifesta delusiva e deludente. La delusione esige sempre la sua parte, ma non può e non deve paralizzare l’anima. «Tu li devi amare! Li devi amare sempre e a prescindere! Li devi amare anche se potrebbero deluderti, li devi amare anche se sai che ti deluderanno! Li devi amare perché sai che, in fondo, non ti deluderanno mai»: e parlava degli alunni e fiammava la pupilla del Maestro. Il suo Maestro. Lo stesso Maestro che, quindici anni prima, l’avvicinò nel tetro corridoio di quel teterrimo Liceo [con fare da cospiratore] – sgusciando dalla tasca una cassetta e un foglio piegato a libro. «Riscatta Neil Perry!» le sorrise The Teacher prima di zampettare via, nello svolazzare delle sue leggendarie camicie hawaiane…
La campanella gracchiò la fine dell’intervallo, tatuando un nome tra le ciglia dell’alunna: Carmelo Bene. Chi è costui? L’alunna ancora non conosceva Carmelo Bene, ancora non sapeva quanto l’avrebbe amato; l’alunna ancora non immaginava il tradursi del miracolo – in un semplice gesto. Chiaro solo quel ringraziare il Pantheon tutto! Nel momento più mortifero e pericoloso del suo percorso: quell’insegnante d’inglese fu non solo Maestro, ma Padre e Amico, sostegno e sprone, pusher di sole nell’epoca delle ombre. E vinse l’orrore che la mangiava: l’alunna, «aspirante suicida», marionetta anoressica in costante guerra con il regno fantasma, giurata a morte dalla cattedra tribunica della «cloaca adulta», era marchiata: malata irrecuperabile, malata.
Tra un livido nascosto e una versione di greco, un patrigno maniaco e un acido benzoico, tra un digiuno mistico e un vomito indotto, il busto di Dante, Sapegno e la funzione cosecante – c’era un solo sorridere: l’ora di inglese! Vita, Poesia, Teatro e Libertà: il Maestro terremotava in aula con la potenza di una muraglia Marshall. «New word! New word! New word!» spolmonava e saltava sulla cattedra ed ecco che trasfigurava: «Knock, knock, knock!» ed era The Porter di Machbeth; «Tiger, tiger, burning bright» e ci catapultava nel giardino di Blake; «By Saint Eloy!» e quel titano di Chaucer ci rendeva pellegrini ubriachi di un’unica verità: Amor Vincit Omnia! E l’Amore vinse e strinse alla vita, legandola con un nastro. Di Carmelo Bene e delle sue letture scelte. E quel suicida di Majakovskij partorì nuova Resistenza e quella cassetta segnò: l’inizio del riscatto. Di Neil Perry e dell’alunna – che recitò con forza, contro ogni parere contrario: globulò la sua casa nel Teatro. E contro ogni preconizzato suicidio, si armò di penna per plasmare un mondo. Altro e oltre. Dentro: il miracolo di un Maestro, Enrico.
E dopo un decennio e qualche calendario – l’incontro. E dopo tutto, non smette e rinnova quel grazie, per le parole nascoste. Che le diede: «Sono tue! Non voglio pubblicarle, ho vissuto solo per essere un bravo insegnante. Nessuno le ha mai lette, ma sono tue! Basta un allievo, un’allieva come te – e posso morire felice». E non sono lacrime, ma scintille! In tanta, troppa – ansia da etichetta – io non posso che condividerle e condividere la Bellezza e la Forza che da sempre e nel per sempre il mio Maestro mi donò e mi dona. Ogni Maestro vero dona e si dona. L’unico DO senza UT.
Ed ecco: trittico dei frammenti [rigorosamente scritti a macchina] che m’indentrano la forza. La traduzione di Lawrence’s Way è stata prova che mai prima. Grazie Gaibazzi: hai reso straordinaria la mia vita! E prima di scrivere – Tu – mi hai insegnato: a vivere!

 

LAWRENCE’S WAY

What’s the use of my being here?
Driving down the same fucking road?
Towards school going again…
but the sunshine strikes from behind,
and the ballad’s with me
with the horn and the fiddle,the drums and the song,
the banjo and my heart pumping and beating;
what’s the use of my coming here,
middle aged, white hair and wise
properly dressed as all public men
are expected to be without any rings
nose rings…
… nose rings, pins and other punk things…
but the music is on, doing its work
now I got “Fairy tale of New York”
“YOU’RE A BUM
YOU’RE A PUNK
YOU’RE AN OLD SLUT ON JUNK”
then the car gets the teacher to school
of blood suckers the place is totally full
“hallo dear” to that bastard
“how are you” to that bitch
Henry behaves the way he should do
he never will say “wanna fuck you”
Then he enters the room,
sees the shiny shy faces,
them scared to death,
do what I shouldn’t
put on the music
and make all of’em happy!
and suddenly know the reason I’m here
I’m here for a smile on a young honest face
a smile I will borrow
a smile I will keep
for the night I’ll row
into the black darkest deep

 

            LAWRENCE’S WAY

            Perché mi trovo qua?
            Guidando lungo la stessa fottuta strada?
            Marciando un’altra volta verso la scuola…
            ma la forza del sole colpisce alla schiena,
            e la canzone mi accompagna
            con corno e violino, tamburi e canto
            il banjo del mio cuore pompa a ritmo;
            perché mi traghetto in questo luogo,
            io, di mezza età, saggio capo bianco
            vestito come tutti gli statali
            quelli nudi di anelli, si presume
            senza anelli al naso…
            anelli, spille e altri gingilli punk…
            ma la musica è, l’opera svolta
            ora mi abita “Fiaba di New York”
            «SEI UNO ZINGARO,
            SEI UN TEPPISTA
            SEI UNA VECCHIA TROIA TOSSICA»
            poi l’auto ripòsa – il maestro in quella scuola
            invasa da una massa sanguisuga
            «ciao caro» a quel bastardo
            «come stai» a quella puttana
            Enrico si comporta come deve
            non dice «andate tutti a farvi fottere»
            Poi entra nella classe
            vede quei radiosi visi paurosi,
            tutti – spaventàti – a morte,
            per questo non posso esimermi
            dal fiammare spartiti
            per renderli – tutti – felici!
            E brusco capisco perché ci sono
            esisto – soltanto per un sorriso
            sorto su un giovane viso onesto
            un sorriso che prenderò in prestito
            un sorriso che mi terrò ben stretto
            per quella notte che combatterò
            fino al fondo del buio più nero

       

      ***

       

      And death shall have no dominion
      (11/4/2002)

      April is the cruellest month, Aprile è il mese più crudele.
      Ci coglie talora impreparati, un sudario umido e freddo,
      così più grigia e desolata di pioggia vedo questa città
      pur grigia, erosa dal vento e dall’inedia.

      Allora cara amica, so che ci sei
      Ti vedo presto, rideremo,
      splenderanno i vini nei boccali
      e la morte non avrà dominio

       

      ***

       

      A Denis Diderot

      D’inverno, il giorno libero, bel tempo o brutto che sia, è mia abitudine andare a pesca, verso le dieci del mattino, davanti alla fortezza.
      Sono io quell’uomo che si vede sempre solo – fantasticare seduto a poppa di un gozzo bianco e blù. Converso con me stesso di politica, d’amore d’arte o filosofia.
      Sbriglio la mente a tutti i libertinaggi. La lascio padrona di seguire la prima idea savia o pazza che – si presenta, come i nostri giovani talleggiano troiette dall’aria sventata il viso ridente, l’occhio vivace, attaccandosi a tutte e non attaccandosi a nessuna.

      Le mie puttane sono i miei pensieri.

       

      *********

       

      And Death Shall Have No Dominion
      (Dylan Thomas, 1936)

      And death shall have no dominion.
      Dead mean naked they shall be one
      With the man in the wind and the west moon;
      When their bones are picked clean and the clean bones gone,
      They shall have stars at elbow and foot;
      Though they go mad they shall be sane,
      Though they sink through the sea they shall rise again;
      Though lovers be lost love shall not;
      And death shall have no dominion.

      And death shall have no dominion.
      Under the windings of the sea
      They lying long shall not die windily;
      Twisting on racks when sinews give way,
      Strapped to a wheel, yet they shall not break;
      Faith in their hands shall snap in two,
      And the unicorn evils run them through;
      Split all ends up they shan’t crack;
      And death shall have no dominion.

      And death shall have no dominion.
      No more may gulls cry at their ears
      Or waves break loud on the seashores;
      Where blew a flower may a flower no more
      Lift its head to the blows of the rain;
      Though they be mad and dead as nails,
      Heads of the characters hammer through daisies;
      Break in the sun till the sun breaks down,
      And death shall have no dominion.

       

      E la morte non avrà più dominio

      E la morte non avrà più dominio.
      I morti nudi saranno una cosa
      Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
      Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
      Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
      Benché impazziscano saranno sani di mente,
      Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
      Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
      E la morte non avrà più dominio.

      E la morte non avrà più dominio.
      Sotto i meandri del mare
      Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
      Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
      Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
      Si spaccherà la fede in quelle mani
      E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
      Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
      E la morte non avrà più dominio.

      E la morte non avrà più dominio.
      Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
      Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
      Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
      Mai più sfidare i colpi della pioggia;
      Ma benché pazzi e morti stecchiti,
      Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
      Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
      E la morte non avrà più dominio.

      (Traduzione di Ariodante Marianni)

      ***

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59 pensieri su “And Death Shall Have No Dominion”

  1. Grazie Francesco,

    grazie dalla piccola Chiara, grazie dalla tasca interna di tutti gli allievi, grazie per partorirci – ogni giorno.

    Mi sei Maestro – e ci sei: futuro che permetti, affretti l’alba

    nell’abbraccio che ti dica quanto.

  2. leggo: “Le mie puttane sono i miei pensieri.” e mi coinvolge, non aggiungo altro se non che rivolgo agli estensori del post i miei complimenti più sinceri e che mi piacerebbe trasporre in colori questo pensiero..

    1. mi scuso per aver copiato il grande Diderot, ma questo brano l’ho portato a spasso con me tanto da appropriarmene… mi si conceda un filino d’onestà: il titolo.
      Dipingendo mi faresti un grande onore,grazie.adoro la pittura, pochi giorni fa, a Londra facevo la spola tra Rembrandt giovane e Rembrand vecchio, ora, da vecchio capisco…

    1. grazie a te a Chiara e agli altri amici ho trovato la forza di scrivere la poesia più difficile, la poesia impossibile. Chiara nel suo bell’articolo mi ha dato l’incipit il resto si è scritto da se . La leggerai presto il titolo:
      “On my cancer”

  3. … e grazie a Enrico e grazie a Chiara: “death shall have no dominion.”

    Umilmente riverso:

    [Though poets be dead poetry shall not;
    and death shall have no dominion.
    Poets shall not die dying,
    Though they sink through their ink they shall rise again;
    and death shall have no dominion.]

    Questo il tempo poetico ed Enrico lo sa bene, perfettamente, quando non a caso dice:

    “[…]I’ll *row*
    into the black darkest deep

    che altro non è se non l’amato inchiostro in cui continua[re] a vivere… a gonfie vele!

  4. ” Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento, perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà. ” (John Keating)
    Per una inverosimile coincidenza ho lasciato da me versi sula morte di un poeta a me ignoto.
    Mi permetto di depositarli qua.
    Ho incrociato questo poeta grazie ad una pagina di Antonia Arslan.

    Signore, sono stanco di fiorire come acacia
    son stanco di cantar come cicala
    adesso vorrei frenare il passo
    perdermi in mar come sole che cala.
    Tu, tu sai bene di che si tratta!
    La foglia secca un giorno si distacca
    e lenta, fiaccamente
    cade in terra con aria distratta.
    Anch’io, come lei,
    non son più che una foglia
    che ha dolce la voglia
    di tornar sottoterra.

    ( Biagio Marin)

  5. Sarà “colpa” del raffreddore, Francesco, ma non riesco a capire come vorrei questo post.
    E’ un assemblaggio colto con un unico comune denominatore..ma Enrico Gaibazzi ne è l’autore? E, soprattutto, chi è?
    Sono domande impertinenti, ma non lo faccio apposta.
    Mi piace capire.

  6. Enrico Gaibazzi, l’autore dei tre testi centrali del post, è l’insegnante di inglese che Chiara ha avuto al liceo. Di lui parla l’autrice nel primo testo, riproponendone poi alcune tracce poetiche. Il perché è tutto nelle sue righe, che racchiudono più di quello che le parole, tutte, e tutte insieme, potrebbero mai esprimere. La poesia di Dylan Thomas è un mio omaggio a una delle passioni letterarie di Enrico. Al quale va il mio saluto e il mio fraterno abbraccio.

    fm

  7. Bellissimo post, in cui le poesie rivoltose di Enrico, la commossa vemenza del ricordo di Chiara, l’amicizia fraterna di Francesco e la voce tonante (non l’avevo mai udita!!) del mitico Dylan, si incrociano in un tessuto di amicizia e di corrispondenze che, una volta di più, indicano come la Dimora sia uno dei rari luoghi dove etica e letteratura convivono fraternamente. E, in questo caso, leggendo in filigrana le parole di Chiara, direi: etica, letteratura, dolore e salvezza.
    Non dimentichiamo che John Keating era il professore anarchico e libertario del mitico film “L’attimo fuggente”, interpretato da Robin Williams.
    Un abbraccio a tutti.
    Marco

    1. poco prima di morire di alcol e poesia ,Dylan è andato in America,ha recitato le sue poesie nelle università americane, era un momento straordinario : il1950 lui legge come un’antico bardo travolge la sua audience con la voce che hai sentito, prepara il terreno all’urlo di quella generazione:Ginsberg, Kerouac,Salinger.forse ha scritto il verso più straordinario della poesia inglese:
      time held me green and dying
      though I sang in my chains like the sea

  8. quando si è persa la speranza; quando si crede non si possano più proporre-accogliere valori; quando si crede che la scrittura sia ormai puro esercizio di sfoggio sapienziale, esulto nell’assistere ad uno “spreco” vitale, fuori dalla logica esangue del calcolo e dalla partita doppia della sussistenza, sovranamente o ‘idiotamente’ estraneo alla realpolitik di professione cultura spettacolo… immagine bianca inafferrabile di corpi di luce di vino di sole, insonnia del desiderio senza domani, ogni secondo l’ultimo, ogni secondo del cuore un’esplosione di sangue, pulsazione e respiro come di danza di terra, lingua che brucia scava e seduce, lingua che canta e balbetta, senza nulla da ‘comunicare’, mai, a nessuno…. ma amore, Amore da elargire in un Dire che mai sarà Detto.
    Gazie, Francesco; grazie, preziosissima Dama; grazie, Enrico, per questa rivelazione di Te, del tuo Fare

  9. Si direbbe che la vita ( e che vita ! ) abbia trovato in Thomas il suo strumento , il congegno , il dispositivo per pronunciare una parola definitiva , senza appello , senza ritorno .
    Qui ogni conflittualità , ogni sua scheggia vocalica è un evento . Edificato dalla vita , come accade per Villon e per quanti non sanno barare con le parole della poesia .

  10. Cosa anela uno studente?
    Chiuso nel serraglio dei banchi, costretto in un’aula di concentramento con l’aria che dopo cinque ore e passa di anidride carbonica nozionistica è divenuta oramai veleno, col cervello messo in funzione a forza di prima mattina che man mano si scalda per affrontare le innumerevoli inquietudini che lo attenderanno, in quanto adolescente, nel resto della giornata. Probabilmente anela la libertà, quella libertà che forse trova già nella musica, nel disegno, nello sport o chissà in cos’altro, sfoghi… Ricerca di libertà salvifica, poiché spesso a quell’età le illusioni cominciano a cadere a pioggia, se non sono già precipitate del tutto e sognare significa aver passato quantomeno una notte quieta. Generalmente è ancora presto per sospettare che quell’invaso di fondamenti riversato dall’alto a formare un caotico gorgo e preteso indietro identico a sé come filtrato da spugne inerti, possa rappresentare una grande rampa per la libertà dell’individuo: la costituzione di una solida e ricca cultura personale, la consegna sacra degli strumenti atti a formare innumerevoli “giovani atanòr” di idee pronti ad eruttare secondo le proprie caratteristiche attraverso la foggia della propria magnifica ed unica luce. Ma chi, in effetti, può insegnare ad accostarsi presso questa Libertà? Spesso purtroppo un insegnante non è un Maestro, le classi sono composte da individui standardizzati, il sapere è confezionato per essere consegnato e collaudato in serie, la differenza è deficienza e nel migliore dei casi “va risolta”. La Libertà riesce a fartela assaporare un uomo libero, un uomo che ti incoraggia a gioire della tua particolarità, che ti mostra quanto l’eternità si nutra di momenti e ciò che studi sia la storia del parto di mille menti umane con le loro caratteristiche, con le loro forze le loro debolezze, con la loro unicità come tua è l’unicità da mettere in gioco con coraggio. Enrico Gaibazzi è un uomo libero, lo si evince dai suoi scritti ed i suoi studenti lo sanno, poiché molti grazie a lui hanno veduto cosa significhi essere liberi per poi scegliere come adoperare questa consapevolezza, Chiara ne è la prova più meravigliosamente fulgente. Avrei desiderato molto un insegnate così.
    Dunque grazie a Chiara che mi fece conoscere un Libero Maestro di Idee e a Francesco che ne amplifica così gentilmente il nome.
    E, ovviamente, da studente adottivo, grazie Professore.
    Cari saluti.
    Guglielmo

  11. Un’amara tristezza, quel “li devi amare anche se sai che ti deluderanno”. Perchè noi siamo sempre quegli alunni, quegli studenti, quelli. Esattamente loro [nessun Nuwanda, qui]. Chiedo quindi scusa per tutti gli sbagli che. Chissà quanti maestri avrò deluso. Quanti insegnanti. Chino dunque il capo, e rendo grazie.

    O Captain, my Captain.

    1. mi tormenti, da dove “O captain, my captain” dove l’ho letto accidenti alla vecchiaia, di chi è,mi gira in testa ma non lo afferro!!!?!!!Pietà

  12. Faccio il lavoro di Enrico Gaibazzi, cerco di farlo onestamente e senza eccessivi voli icarici. Credo che il primo approccio didattico, quello che non s’impara in corsi e concorsi, sia, semplicemente, voler bene ai propri studenti. Il secondo, sapere ciò di cui si sta parlando. Il terzo, dare loro una buona ragione per passare quelle ore in un luogo non sempre ameno, come la scuola. Mi fa piacere che alcuni insegnanti riescano ad andare anche oltre: io mi accontento di fare tutte e tre le cose con dignità e costanza. John Keating non è rimasto, devo dire, nel mio immaginario: l’ho trovato la semplificazione un po’ romantica di un lavoro difficilissimo, certosino e pieno di ostacoli, che somiglia più al ricamo e alla chirurgia che al volo e alla danza. Forse è un mio limite; ma credo che ognuno debba portare in classe se stesso, l’adulto tenace ed imperfetto che ciascuno di noi è. Bellissimi i tre frammenti: questo lo dico non da insegnante, ma da poeta. Grazie mille ai redattori!

    1. cara Alessandra dopo il liceo classico ho insegnato in un’istituto tecnico e non ho più potuto fare analisi stilistica. quello che dici è giusto,ma se devi parlare di poeti allora poeta esser devi,i miei migliori maestri sono stati pessimi insegnanti che leggevano Dante come la nota della spesa!!!
      Zombies, anime prave, l’insegnante deve essere: ” a poor player that struts and frets his hour upon the stage” anche se :”and then is heard no more

  13. Cara Alessandra, non credo che Enrico abbia mai portato in classe qualcosa di diverso dall’adulto tenace ed imperfetto che ciascuno di noi è. L’immagine che leggi nella prima parte del post è quella che si è fermata per sempre negli occhi dei suoi studenti, di una in particolare (il suo nome è il primo in alto a destra). Per lei, e per tanti altri, quella onestà, quel voler bene, quel sapere si sono trasformati presto in una forma di amore: quello più grande: quello che non chiede niente in cambio del suo donarsi: quello che salva: la vita. Per sempre.

    Grazie del tuo intervento.

    fm

    1. grazie francesco per le belle parole, sull’insegnamento ricordo lo studente di Oxford di Chaucer:”He gladly learn and gladly teaches”

      1. per esser precisi:”And gladly would he learn and gladly teach”
        poveri studenti li fregavo sempre con “the Prioress”su, allora ditemi che ve ne sembra..e i poverini , donna amabile , graziosa,raffinata(canta in francese) e io dopo averli lasciati a crogiolarsi…ragazzi la priora è una troiazza(usai termini più aulici) …ma che facce…che risate!!!

  14. Sono molto emozionata,Chiara. Prima di tutto per il tuo bellissimo gesto verso un vero Maestro che si traduce nello scritto appassionato che gli dedichi.
    Poi per i testi dello stesso che, da insegnante, ti ha insegnato l’inglese e NON SOLO e da poeta, ha scritto splendidamente nella lingua che insegnava. Emozionata per le risonanze con Dylan Thomas e dell’accostamento magistrale della sua “Death shall have no dominion” simile al sonetto shakespeariano di buona memoria. E quella sua voce potente e irripetibile!!Il tutto entra “magistralmente” nel sangue di chi legge e ascolta.
    Un intreccio emozionante,ripeto, di cui ti sono grata.
    E grata a Francesco che ha reso possibile tutto questo grazie alla sua sensibilità di inarrivabile umanità.
    E un saluto speciale a Enrico Gaivazza che avrei voluto avere anch’io come Maestro.
    lucetta

    1. grazie per le tue belle parole mi danno forza e vita ,presto leggerai una poesia: “On my cancer” sono riuscito a scriverla garazie a voi

  15. «Lunga è la nostra via per diventare veri esseri umani»
    [Tae Hye Sunim]

    E rinnovo l’abbraccio primo a Marotta, fonte fiera di quella Umanità che è la sola, urgente, salvezza e Poetica. Per quel nido di dita dove tutti ci accogli e ci raccogli, ci hai accolti e riaccolti, grazie Francesco

    @ Marcella: «Del resto, eri a me in tutto uguale» e ti rubo un verso per crederci sempre, sempre e nonostante. In quell’Amore che – ci sorprende nell’attimo, in un solo essere uno

    @ Cristina: nello stesso grazie, per le braccia tese e le mani bianche aperte

    @ Fabio: e saperti Tu, sempre pronto anche nel quando l’animo è davvero stanco per il troppo unto – è quell’armato e amato punto, fermo. Nell’a presto, Master che il Master indentri

    @ Marzia: grazie per il passaggio e per la condivisione. Ahilei, Chiara non è mai chiara [perfino il popolo dei pixel lamenta una confusione mistica ch’ella li incasina], ma qualche Anima buona – da sempre – la spiega. Un abbraccio

    @ Marco: «in un tessuto di amicizia e di corrispondenze» e riassumi le àncore dell’Essere. E dell’esserci. Nel mio caso [visto che brava?], per una volta, essere sgranato rosario di un parola che non massacra la pupilla. La mia prima pagina che non vomita rabbia…

    @ Mirko: ti leggo e ti rileggo. E rido e, fibrilla, ti spernacchio! E poi tu, oh tu, turbinante tu che tu più e più fiate ripetesti: «Moi? La prosa? Non ne sono capace!». Vergogna, profonda vergogna, nel profondo della tua *prog* essenza! Hai mentito alla Dama. Non è una bella cosa, sai? Splendido commento – in prosa! E ti stropiccio nell’abbraccio. Nell’a domani per il tuo ruggire Blake

    @ Leopoldo: «Edificato dalla vita». Un point c’est tout!

    @ Guglielmo: grazie a te – per aver traghettato l’ittico me nel dove riesplose potente sprone. Il resto, è tutto merito di Enrico e di quel suo bacio in fronte che ti aiuta sopportare un’insegnante terribile! Ora sì, potrai pronunciare potente: Arancione!

    @ Daniele: né tristezza, né amarezza, né amara tristezza. L’unica delusione che piagherebbe ogni tuo insegnante – sarebbe sapere che tu *non* sei. E tu sei e sei l’umano e paziente docente che colma le mie lacune informatiche. E mi ripete, con santità costante, le stesse nozioni da anni [ràssegnati! Non imparerò mai le tabelline!]

    @ Alessandra: e il suo lavoro, il lavoro di ogni amorevole insegnante – promette e permette quel futuro che [ci] sembra negato. È un senso e un compito sacro che, per fortuna di tutti, alcuni professori incarnano. Ognuno deve davvero «portare in classe se stesso» ed Enrico era ed è – quel «se stesso» che nel per sempre amiamo e ameremo.
    Come giustamente nota Francesco, la prima parte – è quella impressa nella pupilla alunna, nelle pupille di tutti i suoi alunni, orfani di Poesia, in un Liceo dove la «disciplina classica» era imposta, imperiale e imperativa. Mancava l’Amore e l’Amore per la propria materia e per la materia umana di studenti in cerca di una propria, personale, specifica *natura*. Risentendoci tutti, ex alunni di varie classi [ormai dottori, avvocati, ingegneri o
    giudici, surfisti o teatranti] – tutti ci siamo *telefonati* lo stesso motto: «a Gaibazzi dobbiamo tutto!». Grazie a Lui, abbiamo lottato fino in fondo per tradurre il nostro sogno. I suoi allievi, Alessandra, sono allievi fortunati e la ringrazio anch’io, nell’abbraccio

    @ Lucetta: adorata tu! Son io che ti sono grata – per la sensibile corda condivisa. A distanza di anni, anche tu mi hai *adotatta* [ricordi?], proprio come Enrico… E sono atti d’Amore che mi rendono viva e mi rendono la Vita! Grazie ai *come voi* ho capito il senso primo della Poesia – che opera altro per l’altro.
    Ti bacio e ti stringo fortissimo, sperando incontrarci presto al di là dello schermo

    @ Nadia: grazie sorella mia [una ricreata famiglia che questa Italia, nonostante il tutto che tutto trita, mi ha regalato], ti stringo forte, di forza. Tua

    Chiara

  16. l’insegnante in classe deve portare l’obiettivo della lezione e magari cercare di raggiungerlo. le crocerossine della didattica non hanno mai fatto bene a nessuno studente. i “bravo” sui quaderni, peggio!
    mettere al centro lo studente e non il proprio ego, motivarli, e poi imparare tutti i giorni dagli studenti, che significa mettere in crisi le proprie /presunte/ capacità didattiche, i propri saperi. così, velocemente appunto, appunto.
    bellissimo tutto!

    un abbraccio

  17. Abbraccio e riabbraccio Alessandro!

    *le crocerossine della didattica* è splendido dipinto dell’aberranza!
    Se al solo sentir nominare De Sanctis – iniziamo a sfrantumarci il cranio contro il primo muro, vittime di una psicosi collettiva – è perché, all’epoca, nei temi d’italiano ERA VIETATO esprimere un pensiero proprio o un parere personale. Se non si citava De Sanctis – una *riga blu* sterminava interi paragrafi! Il povero Francesco Saverio De Sanctis perse [per noi] la sua dignità di scrittore, critico letterario, politico e filosofo italiano – nel preciso momento in cui tutti i Licei adottarono la sua Antologia come strumento sussidiario di studio: motteggiando secchi imperativi quali «prendete il De Sanctis!» o «aprite il De Sanctis!» – intere generazioni di docenti hanno traumatizzato intere generazioni di allievi che, a distanza di anni, ancor si
    svegliano per l’incubo di quella dannatissima copertina rosso mattone [e che fosse rosso mattone e non rosso fuoco già la diceva lunga], gridando terrorizzati «Pietàdime! Ho dimenticato il De Sanctis!» o «No! Non mi frusti! La prego! Era solo un mio parere personale! Un banale tentativo di
    esprimere il mio pensiero! No, non l’ha detto il De Sanctis!
    No, mi perdoni!»…

    My best hugs!

  18. La cosa che sempre più mi colpisce di Chiara – tolto il talento che è quasi un miracolo – non è la sua bellezza (lunare, notturna, mistica in quegli occhi di luce) ma una qualità rara che in lei è una sorgente: la generosità.

  19. Io non riesco a leggere nulla, in inglese, libro, poesia, opera teatrale, senza pensarla letta da Lui. É lui la voce narrante nella mia testa. Immagino la sua mimica e la sua voce. Quello che mi ha dato é, lo dico sul serio, impagabile.

    1. purtroppo è l’autore più difficile della lingua inglese creatore di suoni immagini parole grammatica,tradurlo è una sfida insuperabile, la sua voce evoca una magia che solo Carmelo Bene ha saputo creare…
      pensa a “Now as I was young and easy under the apple boughs
      about the lilting house and happy as the grass was green”
      ricordo mentre i colleghi si spaccavano il cazzo con Dryden io e i miei ragazzi cercavamo quel magico suono,quella giusta intonazione da dare al divino”lilting” al now —————-as I was ; presente e passato ,vita in morte e dopo due versi suonava la campanella, un’ora, andavo via come W Pickett a Woodstock, continuando a declamare in corridoio scandalizzando l’austero liceo

      1. be’, anche Blake, per altri versi, se la gioca fino in fondo in questa gara, non credi anche tu?

      2. io però ero vestito(anche se con camicia hawaiana),Blake recitava Adamo ed Eva in giardino con la moglie,tutti e due belli nudi

  20. Marcellamata, credimi, se non sono diventata una persona arida [caustica sì, ma arida mai!] lo devo al generoso donarsi dell’altro. Ho ricevuto e ricevo più bene di quanto mai avrei sognato e, per come posso, cerco restituirlo…
    Notte culla e colorati sogni

    And so it is! Nell’abbraccio, Tinoshi, nei tuatati sempreverdi di quegli anni [*bring your staff and come to me, all right!*]. Per quella voce che è la nostra guida!
    Lotta hugs

    1. avete acceso un’antico fuoco,Chiara,come un turbine d’afa soffia su antiche braci e mi richiama alla vita al gioco del fuoco e del fato ,
      e sono riuscito a scriverla,la poesia taboo.
      grazie anche a te dolce amico

  21. Caro Enrico, sarà un piacere ospitare questo testo e tutti quelli che continuerai a scrivere. Li aspettiamo, ti aspettiamo.

    fm

  22. O Captain My Captain
    (Walt Whitman)

    O Captain my Captain! our fearful trip is done,
    The ship has weathered every rack, the prize we sought is won,
    The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
    While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring;
    But O heart! heart! heart!
    O the bleeding drops of red,
    Where on the deck my Captain lies,
    Fallen cold and dead.

    O Captain! my Captain! rise up and hear the bells;
    Rise up–for you the flag is flung for you the bugle trills,
    For you bouquets and ribboned wreaths for you the shores a-crowding,
    For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;
    Here Captain! dear father!
    This arm beneath your head!
    It is some dream that on the deck,
    You’ve fallen cold and dead.

    My Captain does not answer, his lips are pale and still;
    My father does not feel my arm, he has no pulse nor will;
    The ship is anchored safe and sound, its voyage closed and done;
    From fearful trip the victor ship comes in with object won;
    Exult O shores, and ring O bells!
    But I, with mournful tread,
    Walk the deck my Captain lies,
    Fallen cold and dead.

  23. è notte, arrivoultima, bevo tutto d’un fiato, annego, riemergo, vivissima, volo, in questa stanza dove chiara enrico thomas una mescola-incendio di voci degli entranti, insieme si specchiano più umani si riconoscono divini fanno sanguevita fanno domaniluce hanno scavato nell’uomo nella sua verità dell’abbraccio hanno trovato il pane il lume la direzione che non brancola. è questa l’arca convincente sì è proprio questo il finale che vorrei dove sento che sì death shall have no dominion con voi che siete veri e innocenti death shall have no dominion con voi come thomas che la voce non affievolisce si addentra nella mia ultima mandorla come un atomo immortale. sì, thomas fratello e voi tutti death shall have no dominion

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