All’assente

Raffaella Terribile
Elio Grasso

Nessuna apologia, ma pronuncia, finale riconoscimento di quanto la lingua conti prima e dopo l’ultimo istante. Soprattutto dopo. Se siamo in una gabbia, leggendo riusciamo a imparare dalle acrobazie che si fanno per restare fedeli al mandato: si chiama vita prima della vita, e poesia subito dopo. (E. G.)

 

Raffaella Terribile

All’assente

 

a mia madre

 

Alto il cielo ti accoglie
non le zolle brune senza tempo
trama fitta di ricordi
l’ordito delle nostre vite
sia vela al tuo ignoto andare
quando l’ombra dell’Occidente
si distende sull’eco
muta dei tuoi passi
al fremere inquieto di un autunno
che non ti vide.
Delle tue ossa polvere
soltanto in una mano
bambina
che apre le dita.

 

*

 

All’assenza non si è mai preparati:
il vuoto si apre davanti,
si fa presenza
incolmabile,
instancabile ticchettio di un’ora
bloccata su un quadrante fermo,
dove qualcuno ha lasciato
l’ultimo passo.
Guardare intorno il lavorio
incessante della vita, l’inutile
affaccendarsi irrequieto e chiedersi
il senso, tentare di colmare
distanze che non puoi traguardare,
tentando di giustificare
con la ragione, tacitare parole
mai pronunciate e continuare a sentirle
risuonare incessanti
fuori tempo, silenzio che non perdona
la distrazione di un attimo,
ora spazio solo tuo:
una piccola pietra bianca
che ti guarda, muta,
ancora senza nome.

 

*

 

Ho scavato la tua fossa
nel mio petto, a mani nude.
Mi hai fatta della tua carne
ora in me rivivi
gli istanti di un presente che fu
presagio di luce
non assaporata.
Accarezzo con la tua mano
il biondo germoglio
il sorriso di luce
del domani splendido fiore
escluso dal tuo sentire.
Madre, ti chiamo
nel risalire la corrente di pensieri
che a te mi portano
nei giorni grigi.
La vita è prima e dopo
ora che le parole
si fermano mute
sulle mie labbra.
Mi resta una bianca pietra
anch’essa
negata.

 

*

 

Arriverà un’alba autunnale
a riportare il senso riposto
di questo dolore impietoso
a riannodare i fili della memoria
scomparsa nella sofferenza

arriverà un’alba e sarà gioia
per te che credi che la vita sia un’altra
per me che credo nell’unicità del dolore
e di questo dolore ti vorrei liberare
nel sonno della coscienza.

 

*

 

La notte è illuminata di spine
parole si spezzano sussurrate
nel ricordo assaporate ancora
nel dolore dell’attimo.
Quanto un cuore può rimanere
vivo? E ora il silenzio
della campagna di notte. Ascolto
voci nascoste, il canto
dei grilli dai fitti cespugli,
brividi e preludio della fine
di un’estate che non c’è stata,
respiro d’autunno annunciato
nelle pieghe fredde del buio.
Accosto al bicchiere labbra tinte
di rosso vino, mi avvolgo nella trapunta
di stelle, occhi bruciati, protesa
verso l’attimo dove la soglia
della notte è il nulla
dove tutto si ricompone.

 

*

 

Spazi bianchi di sogni interrotti
deposti nella nuda terra
da mani segnate dal dolore
in tempi di speranza muta,
battiti di ciglia rapidi di lacrime.

Odiavo quei luoghi, li rifuggivo
nella stagione prodiga di giorni,
quando il dolore era l’altrui
destino, a celare l’illusorio senso
delle cose che chiamiamo vita.

Ora, presenza silenziosa tra quegli spazi
bianchi, mi fermo davanti alla tua pietra,
a sfiorare le lettere brunite,
un nome per me sacro,
la data che non potrò dimenticare.

Non ti sento, non riconosco
che vanità alla vuota speranza dell’esistere
ma sempre mi avvicino e ti cerco,
da lontano ti chiamo
senza consolazione.

Il tempo ha tolto il senso alle parole.
Ciò che resta un capitale di dolore.
Da figlia ora madre guardo l’oltre
nel buio fitto dello spazio che ci divide,
terra di silenzio dove ci ritroveremo.

 

*

 

Quanto dell’inferno ci possa ancora bastare
di luce di mattine crudeli senza oblio
di parole che non hanno nome
sigillo all’indicibile di labbra serrate
occhi ciechi a bere
minuti sospesi al battito della speranza
evanide nello scorrere dell’ora
albe presaghe di apparizioni assenti
onde a cancellare passi
lenti verso l’eterno.

 

*

 

Guardavo con te la parete
trasformando la mia mano in ramo
d’albero. Le radici sono state sole
troppo a lungo. Non c’era più tempo
per spazi esotici, per cedere ancora
ai viaggi. Ora è un luogo identico,
fuori pagina. Dove ritorniamo.

 

*

 

Morire quanto necessario
senza eccedere.
Ricostruirsi da ciò che si è
salvato.
Unire le due sponde
di un dolore
lacerante.
Morte e Vita.
Due piatti della bilancia,
bilanciata sospensione:
qui
il cuore pesante,

non omnis moriar.
Notti infinite
infiniti giorni.
L’abisso non ci divide.
L’abisso
circonda.

 

*

 

Vestita di stelle lascio sponde
gesti e sguardi spenti,
parole sussurrate, buio
e silenzio dove brilla lontana
la luce della notte, fresca di pioggia
recente. La prora a occidente,
alla meta della nostra terra
ritrovata.

 

Vita prima della vita

Per essere precisi, in fronte all’esperienza di una madre che diventa assenza pura, la poesia non ha bisogno di alimentarsene. E soprattutto non ne hanno bisogno le possibilità, soprattutto linguistiche, di una donna-figlia che altro non può che addentrarsi dentro questa realtà. Come in un bosco di notte, più precisamente una foresta. I filtri non servono, nemmeno il rinvio agli scrittori amati da Raffaella, nemmeno questo mio tentativo di farmi largo nel dolore con il rispetto della parola. Che è necessario almeno quanto il rispetto dell’evento, dell’impoverimento di una vita fino alle sue radici. Poi mi accorgo che questi versi hanno gli “a capo” giusti, e che fanno impero nella voce, pur con tutte le paure che generano la forza e la debolezza quando si scontrano. Di uno scontro espressivo si tratta, per dare libero sfogo al cammino nella realtà della lingua. Il pensiero poetico è antecedente alla poesia, lo si vede qui dove Raffaella tiene aperte le porte della percezione anche quando le vorrebbe sbattere facendo tremare le mura di casa. Il fatto è che le mura sono la poesia stessa, che non sa che farsene di gesti precipitosi, lo sappiamo bene. Se mai, decide da sé quando venirci a colpire nel profondo, se soltanto si accorge che chi la scrive e la mette su questa terra ha i grammi di virtù e buon carattere che servono a sciogliere l’espressione. Come lavandosi prima di andare a letto. Anche in questi testi Raffaella ha lavato il corpo della madre, l’ha almeno vestita prima del viaggio, conservando per sé l’ardimento di disporsi all’esperienza, e impegnando tutta la tenuta che quella poesia poteva avere: così anche la responsabilità di un dolore che ingaggia ci gravita intorno, non invano. Nessuna apologia, ma pronuncia, finale riconoscimento di quanto la lingua conti prima e dopo l’ultimo istante. Soprattutto dopo. Se siamo in una gabbia, leggendo riusciamo a imparare dalle acrobazie che si fanno per restare fedeli al mandato: si chiama vita prima della vita, e poesia subito dopo. (E. G.)

 

***

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27 pensieri riguardo “All’assente”

  1. Pingback: All’assente
  2. Molto bello questo canto composito, con strutture /forme a vario respiro ritmico, dedicato alla madre , al non risolto rapporto di dolore o meglio, alla meravigliosa elaborazione del lutto attraverso la poesia. Poesia di gran bel respiro, compassato, elegante, intenso e anche controllato nelle immagini. Il canto della ferita e dell’assenza, del tentativo di compensazione/consolazione, di “bilanciamento” nel compromesso ideologico, racchiuso in questa :

    Morire quanto necessario
    senza eccedere.
    Ricostruirsi da ciò che si è
    salvato.
    Unire le due sponde
    di un dolore
    lacerante.
    Morte e Vita.
    Due piatti della bilancia,
    bilanciata sospensione:
    qui
    il cuore pesante,

    non omnis moriar.
    Notti infinite
    infiniti giorni.
    L’abisso non ci divide.
    L’abisso
    circonda.

    Già, quel “non omnis moriar” contrapposto alla lacerante percezione che “l’abisso non ci divide…l’abisso circonda”… Che altro si può dire sul persistere del sogno/dramma/illusione dell’umano, anche cento e più anni dopo la morte di Nietzsche.

    Ho apprezzato, complimenti.

  3. Seguo il lavoro di Raffaella e sono felice di vedere in lei, giorno dopo giorno, la sua pronuncia approssimarsi sempre di più al canto e al senso, insieme, in una coraggiosa e straziata armonia.

  4. mi pare che ogni poesia, tenti un cammino a sé. una sorta di frammenti che però costruiscono l’insieme. c’è il tentativo, non so se voluto- magari chiedo all’autrice- di chiudere il testo, un provare a ‘finire’, a rimettere tutto in un ordine (circolare?) cambiato e cambiante. “dove tutto si ricompone”.
    complimenti.

    un abbraccio

  5. Conoscevamo Raffaella per le sue splendide letture d’arte. A quanto sembra, i suoi testi poetici non sono certamente da meno.

    Grazie per i vostri commenti.

    fm

  6. sì sono splendide/belle/forti i versi di Raffaella ma non solo. E’ come se ci fosse una necessità a riconoscere/dire il dolore/amore e farlo vivere, come se una necessità di dire, di fermare/trasformare in poesia, come i cerchi che si allargano nell’acqua quando di getta un sasso lanciato da lontano e raggiunge il lettore. Rimango in attesa, sospesa sul suono e il ritmo dell’amore che scioglie il dolore nella vibrante vita di Raffaella e Elio.
    Sì, attendo nuove poesie di vita

  7. Commossa,ti ho letto nel silenzio della gravita’.
    Autentica,liberatoria.
    Di una bellezza spontanea e naturale,la tua Poesia
    E ti ringrazio ché mi hai reso partecipe del dolore vero.
    Ed intimo,intimissimo,ma di ogni figlio.
    In questa vita si rimane ad attendere un altro incontro in una luce abbacinante che urla nel silenzio di un cuore semplice.
    E il ricordo è nella notte,l’ultima che si visse.

  8. Non “Assenza”ma presenza dove la parola
    lenisce
    nel tempio ospedale della poesia
    dove,cara,dimori.
    “fear no more the heat of the sun
    nor the furious winter rages”

  9. queste poesie di Raffaella Terribile mi hanno davvero emozionata. Mi imbarazza aggiungere altro. Ed Elio – con quelle parole giuste, con quei pensieri non invasivi – ha fatto il resto.

    Grazie a tutti e due.
    Anna R.

  10. un tempo e la sua interruzione, come accendere la luce e vedere attorno
    un dolore troppo fresco, tangibile, un universo nell’occhio di chi resta
    una carezza la parola o il resto del conto che non torna

    grazie Raffaella
    elina

  11. Nell’ emozione della lettura, ho dovuto togliere i remi dall’ acqua, per non spingermi troppo oltre, per intuire la ” calma ” e non la tempesta di chi scrive.
    Il dolore è troppo recente perché possa essere scritto. L’ asseza, di cui questi versi trasudano, è incessantemente presente e non libera la poesia che essi contengono.
    Tu Raffaella scrivi ” sul ” dolore, come se esso fosse una pagina, facendoti imprigionare. Divieni tu stessa pagina, fa’ che il dolore scriva su di te; lo farà senza fretta, senza l’ ansia del ” dire ” immediato e l’ assenza diverrà parola ( alla quale spesso fai riferimento) di cui tu sarai l’ eco. L’ eco per raccontare una presenza di cui non puoi fare a meno: la poesia.
    In assurdo, poeticamente e non solo, sono arrivato al pensiero che il dolore possa essere dono.
    Il dolore, un’ onta alla vita, o pietra angolare su cui si basa il principio di conoscenza e quindi di resurrezione?
    E’ necessaria una scelta, come necessario appare il dolore.
    L’ atavico grido della sofferenza accompagna la storia dell’ esistere, ma nella sua accettazione si cela anche la rivelazione della luce.
    I primi passi mordono il sangue, gli ultimi sono accompagnati dall’ amore: morire, per vivere la dimensione dell’ eterno, ma attingendo all’ eterno per saper morire.
    Il calice timidamente allontanato e la sua accettazione totale, ma ” preché ” un Padre che propone al Figlio una salvezza così dura?
    Così deve essere. Come il ripetersi della domanda sull’ esistere del dolore: ” Perché? Perché? Perché? ”
    Nel sì del Figlio c’ è la condivisione della croce che, facendosi teatro della sofferenza, lo porta all’ approdo della resurrezione, ” perchè ” nel caos della verità, la croce, come albero primordiale, è l’ unico barlume nella notte della conoscenza e anche ” perché “, umanamente la croce è solamente una questione di chiodi.
    Prima ricevuti, poi tolti.
    Perchè?

  12. Luino, ti è possibile essere meno criptico e allusivo e scrivere qualcosa di diverso da un messaggino subliminale? Per quelli c’è il cellulare o la corrispondenza privata…

    fm

  13. ciao Francesco, non penso di essere criptico…
    ho scritto chiaramente che il verso contenuto nel 5′ brano
    “la notte è illuminata di spine”
    è un verso di Ingeborg Bachmann dalla poesia Nella bufera di rose…

    tutto lì, nulla di subliminale, come vedi…

  14. Così è un po’ “diverso”, ne converrai.

    Il problema, comunque, nasce con la formattazione di wordpress, che azzera automaticamente i corsivi quando inserisci i testi. E qualcosa, prima o poi, sfugge al successivo controllo, soprattutto quando a fare tutto il lavoro è uno solo… e con sempre maggiori difficoltà di scrittura e lettura in video.

    Niente di che, ad ogni modo. Siamo qui.

    fm

  15. Caro Luino, come sa chi ama la poesia e “la vive”, essa torna e fa parte di quello che siamo. Amo profondamente Ingeborg Bachmann da quando una persona a me molto cara me l’ha fatta conoscere e, per coincidenza, questo è stato in uno dei momenti più dolorosi della mia vita, durante i mesi dell’agonia di mia madre. Ho passato le notti in ospedale al suo cappezzale con i libri della Bachmann: “Il trentesimo anno” e le Poesie. Questa piccola raccolta di versi è nata in quel periodo, normale che il suono di quelle parole lette nel silenzio di una stanza d’ospedale siano rimaste dentro di me. E lo resteranno sempre. Una citazione che è anche un omaggio ad una grande della poesia del dolore, e che come tale non sarà sfuggito ai lettori attenti. La prossima volta dovrò ricordarmi di mettere grassetto, virgolette e nota a piè di pagina.

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