Cuore comune

Enzo Campi
Renata Morresi

Leggendo “Cuore comune” ho subito pensato a un molo, un bordo (se preferite: un margine), una linea orizzontale dove, compiendo un solo passo (nel vuoto), si potesse tra(n)slocare dalla rigida e solo apparente stabilità della terraferma alla docile instabilità dell’acqua.
Perché l’acqua?
Perché “Cuore comune” è una sorta di fiume ove le parole si allettano e scorrono.
Forse condizionato dal fatto che la prima lirica che ho letto terminava così: “come se fosse nato ora / dall’interno, un fiume”, forse perché questa parola ritornava più volte in altri componimenti, forse perché l’acqua, via via che leggevo, proponendo un’altra parola-chiave: “galleggiare”, si rendeva depositaria di un messaggio sempre più chiaro: ciò che conta è anche quello che viene in superficie e che non rinuncia al movimento.

Capovolge il quadro alle sette e truccata
la cartolina del mare si frange in piastrellato
di maioliche che si fondono in incudine.

La riga d’argento all’orizzonte è il filo
sul contorno del bicchiere e beviamo
l’incontro dei metalli in cui ci accade

la notte, per sciogliersi poi in alghe.
“Questa baita è una barca” mi dice raggiante
e ora lo so dove stiamo galleggiando.

Se il punto di partenza è la fonte (l’intestinità, la memoria, quelle che Massimo Gezzi nella nota all’opera definisce “radici biologiche e familiari”, ma anche l’humus che, in un certo senso, irrora il proprio background), il punto d’arrivo è nella dispersione in un’acqua, per così dire, illimitata. Certo, ci sarebbe da intendersi sulle accezioni della “dispersione”. Qui intendo una sorta di disseminazione, una foce che si apre a delta ramificandosi. Così, dal limite della prima figurazione (il molo), riallocandosi nell’illimitato, Renata Morresi apre una breccia nella bordatura che da sempre circoscrive la scrittura. Ma l’effrazione è qui leggera. Il dolo, se ce n’è, assume le caratteristiche del dono (“la casa delle case è solo vista / sul retro, / il resto della terra / tutti i fiumi, / tutti i campanili / albergano al tappeto d’entrata / dove non vi sarò che vicina”). C’è una certa predisposizione a rendersi prossima alle cose, sia quelle animate che quelle inanimate, una predisposizione, oserei dire, etica, che tende a survalutarne qualità e sostanze in nome di una necessaria deterritorializzazione da stato a stato, ma anche da tempo a tempo, come per poter innestare il proprio particolare nell’inesaustivo improprio universale. Da qui l’impronta civica e sociale verso cui tendono e debordano alcune liriche.

La raccolta è divisa in 6 sezioni (Casa delle case, Album di famiglia, Nel campo, Il mare alto, La terra distesa, Cuore comune), ma non ce n’è una che si discosti o che si distingua nettamente dalle altre. Ci sono semmai dei lampi, delle schegge che rendono merito propriamente alla scrittura, che cedono il passo ad essa o che muovono il passo verso essa moltiplicandone le destinazioni verso luoghi di volta in volta diversi, al contempo fissati e sospesi. Potrebbe ritornare qui l’idea del fiume e i lampi di cui parlo potrebbero essere figurati nell’insieme dei ruscelli che in esso confluiscono o che da esso si dipanano. In questi ruscelli, abbandonando l’unicità discorsiva, Morresi rinuncia ad aspetti contemplativi e a intenzioni più o meno salvifiche. Rischiando il paradosso linguistico le concatenazioni fluiscono per strappi, per strozzature. Di contro il letto del nostro fiume non rinuncia alla docilità del suo fluire. Ed è forse questa la peculiarità che più di ogni altra caratterizza l’andirivieni poematico di questa raccolta: la capacità di creare un’armonia anche attraverso strappi e strozzature. (Enzo Campi)

 

***

 

Renata Morresi, Cuore Comune
Nota di Massimo Gezzi
Macerata, peQuod Edizioni, 2010

 

Testi

 

            (da Album di famiglia)

 

v. (primo giorno di scuola)

l’altopiano dell’amore libera e affatica
sporco di nascite e galassie d’abbondanza
occasioni d’alleanze e sapore promise
la coscienza un fondo visitabile d’intuito
un limo neutro dove nidiate
falcotti d’altura
pasciuti a freud e neruda

 

vi. (cena university college, regno unito, 2000)

ingrossa la pancia dell’arte
che non so dare
il rostro delle cose sguazza
nel lavabo e a torto
ripenso a durham –
ubriachi stonavamo volare
le palpebre del subito
spingevano il dolore
un poco in là, un poco
illuse, nel fiume

 

Fondale

Tu osserva alla destra le Marche
un tiepido ossario di luce:
qui come pannocchie si sgranano papi,
forasacchi sottopelle scavano i massoni,
farinelli sfilano dal colle in corriera,
decori e ninnoli da sacra rota,
e verso la valle in posa
stuccate sfingi nigeriane
stordite dal prozac.
Tu osserva il cordone scurito
che scorre in un letto
di schiume, è un fiume
che lava e allatta scarpe,
un esercito di storte
per mangiare alle ore date.

 

            (da Il mare alto)

 

Posizione

C’è una tenda verde così alta da starci
in piedi e due amache messe a fianco
a strisce rosse e azzurre dove non ho

mai visto nessuno dondolare, stare
in piedi. La posizione orizzontale
sul mare ci livella frontali al cielo

increspature in superficie, miracolo
del morto contro tesi darwiniane,
muscolo a medusa, cuore di derive

 

            (da La terra distesa)

 

All’una

Dall’una a mezzanotte all’una,
mescolate le parti
mandate a memoria
i sé distorti dal vizio
di parlare, tutti i pezzi
di parenti, di polente,
sogni spossati
come fantasmi di pietra

                                   si girava
bene la città con gli strani
famigliari, senza perdersi
nulla, la forma di carriola
in pancia, molte ossa
in giuntura mobilissima
di mollette di bucato.

Compiaciuta d’elevarmi
per nessuno senza
mollare alcuna crepa
o rottame o il chilo
di mezzanotte,
il chilo dell’una.

 

Crostaceo terrestre

Svelto, certo
ignorato da se stesso

scuro o chiaro o lucido mantello
tra gli arbusti e il bambuseto

rovo di more dov’è rovo
tra tubero o granturco
molle, lustro, minimo
utilissimo forse

forse veleno, ma lento
senza morso d’argento

come cambia nel giro
di un chilometro, di un’isola
da Giannutri a Montecristo
da soffione a sambuco a
dove non ha nome e cresce
lunghissimo e uguale
colto del selvatico
peluria di campo, sterco
carapace ridicolo ma

solo qui e poi oh
qualcosa d’estate
qualcosa d’esatto, il salto
pensato da insetto
presente e oltre
il controllo di se stesso.

Si dice “istinto della specie”.

Fuori, fuori tempo
le vite numerate, distinte
il rumore di un eterno
neonato gigante che vuole
tutto il suo volere.

L’attenzione animale
stupisce per l’esatta
dorsale dell’opera e pellaccia
trasparente
la felice rispondenza

(da studiare:
estrema ratio
che incatena
le catene)

 

            (da Cuore comune)

 

1.

Non ci sono cose
senza evento in questa casa

come: contenitori,
cubi, coperture.

Il letto si allunga a terra

girata sul fianco ne sento
più chiaro il suo cuore comune.

Da parte a parte si scambiano
l’aria, la luce

venendo dall’incavo
dell’appartamento

come se fosse nato ora
dall’interno, un fiume

 

10.

Mentre dormo consapevole

del movimento delle braccia

avanti e indietro come un mantra

ti ascolto far colare l’acqua

lo so quello che stai facendo

ma ti chiamo per saperlo

forse voglio che tu sappia

che ti ascolto

persino galleggiando

sul tuo letto

su un mondo di letti

 

18.

Accanto ti addormenti
non finisci in te
continui dopo la maglietta
e non finisci nella mano
che hai chiuso nella mia
che un poco è mia
non finisci nel mio braccio,
che t’ho appoggiato al petto
e è petto un poco,
non nel qualche posto dove batto
o nel paesaggio attento
tutto un bagliore di pioggia sulle querce.

Noi forse
sa restare
mai, qui dentro.

 

***

16 pensieri su “Cuore comune”

  1. Si potevano tentare anche altri approcci, ma ho preferito, per dare più rilievo ai testi, optare per una sorta di invito alla lettura limitando il post a qualche suggestione.
    Però in sede di commento, magari si può aggiungere qualcosa.

    “[…] si rovescia, ogni tanto si rovescia / ma, vedi, sta, e vedi, sottostanno / le instabilità più crudeli […]” (P. Bigongiari)

    Certo, trovare in un qualsiasi autore dei parallelismi con la sterminata produzione poetica di Bigongiari è cosa piuttosto agevole.
    Ma, in “Cuore comune”, da un punto di vista formale una delle cose che saltano subito agli occhi è quel procedimento che possiamo definire ripetizione rafforzativa e che consiste nel riproporre più volte la stessa parola all’interno dello stesso componimento.

    Ne è un esempio emblematico la poesia che chiude il post e il libro in almeno tre sequenze: “non finisci in te / non finisci nella mano / non finisci nel mio braccio” – “che t’ho appoggiato al petto / e è petto un poco” – “che un poco è mia / e è petto un poco”.

    Altrove possiamo leggere:
    “La vita si occupa di ciò che fa / la vita” – “in giallo più giallo di paglia e oro” – “di strati su strati di circostanze” – “quando dove vedo vedo viene vero / e ripetibile il quartiere” , o in modo più significativo, in apertura: “Dall’una a mezzanotte all’una […]”, e in chiusura “o il chilo / di mezzanotte, / il chilo dell’una”, dove il rafforzamento è doppio perché richiama il punto di partenza.

    E ancora: “dieci per dieci ettari di colonia”, ripreso, amplificato e concluso tre versi più avanti: “di sera dopo le dieci si prega / di non lavare più i denti”.

    Le occorrenze sono disseminate ovunque. Molto significativa, in tal senso, è la poesia “Separazione” che vado a riportare per intero

    non è già ora di non
    parlare o subito cede la fede
    appagata dalla festa nuziale,
    spanking e sangue?
    l’urlo che mangia la bocca
    sventra e richiude
    al contrario, l’inguine gode
    e rimuove su un altro
    lo stesso godere per cieca
    adesione a memoria
    a tornarsene dentro dove
    si è uno e si muore
    si è uno e si muoia

    dove il procedimento rafforzativo (non / non) del primo verso avviene in modo sublime e artificioso tramite enjambement; e dove gli ultimi due versi si esaltano in una ripetizione leggermente differenziata, senza tener conto della ripetizione per processo d’estensione di “gode/godere”.

    Un’ultima occorrenza, dove la ripetizione della parola “volò” (qui fulcro dell’enunciazione) certifica come questo procedimento si riveli un vero e proprio mezzo persuasivo, per quanto la risoluzione sia quella della sparizione dell’oggetto/soggetto.

    Dal treno ti vedevo, salutavo,
    per scherzo il fazzoletto appeso
    al finestrino volò fuori, sul campo
    volò avvolgendosi a se stesso, spinto
    di nuovo in alto gonfio d’aria
    girando in vortici volò lontano
    lo persi di vista, sopra il campo perfetto

    Qui inoltre, al di là della persuasione, è interessante notare la ripetizione della parola “campo” (che, cosa da non sottovalutare, diviene “perfetto” solo dopo la sparizione del fazzoletto), la sequenza oppositiva “Ti vedevo/ lo persi di vista” e la sequenza allitterativa in S: salutavo/scherzo/sul/se/stesso/spinto/sopra.
    Questo tipo di costruzione, che abbiamo definito “persuasiva”, sposta i luoghi dell’enunciazione moltiplicando i significanti e creando un asse paradigmatico il cui effetto è quello di avviluppare in senso circolare il lettore.
    E’ un po’ quello che accade, anche se per cifre stilistiche diverse, in certe cose di Sanguineti o Gramigna, ma anche in Antonio Rossi che ha in comune con la Morresi la capacità di mantenere coesione e compattezza e a eludere l’agguato dei “vuoti” che si annidano tra le righe quando le parole si inseguono tra loro marcando linee sonore.

  2. “Noi forse
    sa restare
    mai, qui dentro”

    Che bella questa chiusa, cara Renata. Anch’io, come Manuel, ogni bene al tuo libro, ogni bene per tutto il resto.
    Con affetto e condivisione. Fabio

  3. Una gran bella lettura, Enzo, con un commento che, più che chiosare, aggiunge note significative alla tua analisi e, di conseguenza, alla comprensione di una poetica che, già matura in sé, se si guarda anche solo al rapporto ideazione-testo, non teme l’azzardo, la possibilità della sparizione del soggetto nel percorso di enumerazione dei “frammenti” e di disposizione complessiva della materia.

    Mi trovi particolarmente d’accordo, poi, quando intendi la “ripetizione” come “disseminazione” più che accumulo, e la circolarità del passo come tensione all’oltranza dei significanti – liberati dall’ordinaria amministrazione a cui, apparentemente, sembrerebbe destinarli la scelta di un lessico “ordinario”, già categorizzato nel suo/dal suo fluire.

    Una poesia stratificata, certamente, molto più “complessa” di ciò che appare – perché dietro ogni immagine si sente il lavorìo di un pensiero che non teme la “incognita” del suo possibile, necessario essere altro.

    fm

  4. Anch’io , sempre affascinata dalla cosiddetta sparizione del soggetto, che lo dilata all’infinito, come sguardo..e qui mi ri complimento con Renée ed auguro ogni bene al suo libro, dal titolo che è una auspicio di poetica, tra altre cose, e che conscevo bene!
    Maria Pia Q

  5. renata è una delle due o tre poetesse italiane che mi piace davvero
    questa recensione e questo libro fanno centro
    abbracci veri a tutti
    c.

  6. bellissimi i commenti, come sempre, La Dimora non delude.

    Accolgo l’entusiasmo di Carmine, anche se, per non fare sentire la Renata troppo sola, allargherei le predilezioni a un ventaglio più ampio di poete.

    perdonate la fretta, ma mi riserverò di intervenire con calma su Renata prima della primavera prossima

  7. Grazie a Enzo Campi per questa lettura così densa e ravvicinata (magari i libri di poesia avessero lettori della tua intensità, Enzo).

    L’andamento congetturale mi invita a corrispondere, mi perdonerete se replico con qualche pudore: quando si va a discutere dei ferri del proprio mestiere poetico si ha sempre timore per passare, appunto, per mestieranti, o per arroganti o, peggio, per ignoranti. Difatti non so dire di Bigongiari, per esempio, che conosco pochissimo, e se devo pensare a chi devo il *metodo* che Enzo qui chiama “persuasivo” (ripetizioni, anafore, epifore e via dicendo), mi viene da dire che è una traccia d’oralità: è quando ci parliamo dal vivo che lo facciamo di più, ripeterci, per tenere insieme un discorso che si disperde in un soffio.

    Con gioia riconosco la condizione *acquatica* su cui (casualmente?) sono andata lavorando nell’ultimo mese o due (sto scrivendo una serie chiamata “Bagnanti”) e mi sorprendo a ritrovarla così riconoscibile già nel libro – la metterò tra gli elementi primari allora, anche se proprio non so dire quanto vi sia di simbolismo placentare, di ispirazione letteraria, di fascinazione psicologica o chissà che.

    Ho ben chiara in mente invece l’occasione in cui scrissi “Posizione”: è la stessa posizione “del morto”, quella per galleggiare sull’acqua, che sta in una poesia di Adelelmo Ruggieri, e di quella poesia è in qualche maniera calco, o risposta o, forse, appropriazione. Era un modo per continuare il discorso che in quel momento facevamo sullo “stare”, che solo in parte veniva dalla condizione di “residenza” di Scataglini. Di certo si andava ragionando su una presenza senza potere: la condizione antiutilitaristica e beata e inerme (e quindi intimamente democratica) di chi se ne sta a galla aperto all’universo.
    Forse è la predis/posizione etica di cui dici con attenzione, Enzo (tuttavia non so, ahimè, se sia capace di farsi anche politica, ma questa è un’altra storia).

    Ecco, credo che le mie ispirazioni letterarie se ne stiano grossomodo così, sciolte in un grande mare che intero non puoi sostenere.
    Alcune sono presenti in modo del tutto pazzo e involuto (chi potrebbe immaginare che mentre scrivevo “Posizione” e le altre piccole terzine sul campeggio ero sotto l’influenza tossica della Lepre bianca di Matacotta?!), altre sono molto evidenti (“un esercito di storte / per mangiare alle ore date” sta insieme all’ “Oh umanità” – di Amelia Rosselli – “che ti storpi i piedi per mangiare alle ore convenute”). Ma queste sono curiosità; più in generale mi immagino la poesia come una grande colloquio che continua, e, naturalmente, questo la rende di tutti.

    Grazie agli amici e ai commentatori: sono onorata della vostra stima. Grazie ancora a Enzo e grazie infine a Francesco Marotta, per la sua cara ospitalità.

    Un saluto caro,
    Renata

  8. sulla ‘ripetizione’ /d’accordo con il già detto/ mi preme segnalare quanto il gioco fonico della ripresa dia senso e significato al sintagma, al verso e infine al testo. quel ‘ritornare’ fonologico impreme sulla e nella lettura il muoversi del pensiero.
    ha ragione fm quando dice che vi sente una “poesia stratificata…”
    complimenti davvero all’autrice e alla lettura.

    un abbraccio

  9. non me ne vorrà l’autrice – che mi cava le parole di bocca – se molto brevemente, per ora, commento rinfacciandogliele contro:

    (da studiare:
    estrema ratio
    che incatena
    le catene)

    impressionante.

  10. scusate il ritardo, ma sono stati giorni complessi.
    volevo ringraziare Renata e i suoi testi che hanno permesso questa breve e inesaustiva “lettura”.
    grazie a tutti per gli interventi, e, naturalmenre grazie a Francesco per l’ospitalità

  11. E’ un libro che ho riaperto – è un libro che non si chiude mai del tutto – in questi giorni, scrivendo a Renata proprio ieri. Cuore comune ha proprio, a partire dal titolo, il racconto corale di un tempo “partecipato” con lo sguardo che vive e il vissuto che guarda, osservando il passato l’autrice si porta a ogni giorno, a questo stesso istante – dalla prima volta, il “timbro” dello scrivere della Morresi mi è parso non analitico, quanto “corale” nel sentirsi, verrebbe da dire onesto, ma probabilmente ogni parola, fuori dal cuore comune che sa pronunciarla con o come un’onda che rispetti le altre, tutte – mimando se stessa, appieno e sì, non senza il senso, il senso ironico del verso nel verbo, e viceversa, e poi il malinconico rimando e il presente – l’attenzione, o il riguardo, la scelta di porre orecchio ascoltando a cielo aperto anche il futuro viaggio di scoperta in scoperta. (Ritorno a leggere, insomma sapendo che non è un libro che finisce).
    saluti,
    Giampaolo DP

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