La letteratura del capitale

Antonio Scavone

Quanto sono lontani gli anni che ci hanno dato romanzi come “La macchina mondiale” o “Memoriale” di Paolo Volponi o “La vita agra” di Luciano Bianciardi? Dove sono stati riposti e dimenticati quei romanzi che vennero definiti industriali, sorretti cioè o ispirati da una duplice intenzionalità, da un duplice progetto letterario e ideologico?
     Porsi queste domande oggi sembra insensato o accademico, se non addirittura inopportuno e fuorviante per la maggior parte degli scrittori di romanzi contemporanei. Sembra infatti ai più (romanzieri e critici) che occuparsi della realtà industriale da parte e per conto dell’affabulazione letteraria sia semplicemente desueto come fonte di ispirazione, incerto e approssimativo come manifesto ideologico. Seppure la scrittura di un romanzo sia stata stimolata, negli anni ’60-’70, dall’adesione o dalla condivisione delle dinamiche socio-economiche del lavoro subordinato (impiegati e operai), quella particolare attenzione letteraria ai problemi dello sviluppo e della crescita di una società industriale ha perso col tempo – in questi ultimi quarant’anni – quella “spinta propulsiva” che era sembrata allora congeniale e preziosa.
     Sappiamo bene cosa è successo in Italia e in Europa negli ultimi decenni: le società si sono modificate (talune evolvendosi, altre bloccandosi), le leggi del mercato hanno esteso o eliminato i loro confini nazionali (solitamente protezionistici), l’imprinting ideologico si è trasformato da status a modus operandi, da caratterizzazione a opzione.  Sappiamo inoltre che non va diminuito o banalizzato l’impegno di un romanzo “esistenziale” con la denuncia di un romanzo “ideologico”: non vanno confuse le due linee espressive né le motivazioni autoriali che producono, che creano quelle linee, quegli stili. Bisogna subito aggiungere che talvolta un romanzo è più “esplicito” rispetto ad altri e che un romanzo cosiddetto “implicito” non è meno epocale di quello che viene definito come l’affresco impietoso di una società.
     Questa distinzione o, per converso, quest’abitudine di evitare le distinzioni, e di superarle con spirito bonario e con un supporto critico elusivo, non fa altro che riproporre con un’antipatica insidia il tema iniziale: qual è la letteratura che leggiamo o che scriviamo? Quella del risparmio (Angelo Guglielmi), del riposo, dell’abbandono, della fuga, dell’auto-contemplazione? Un romanzo “operaista” sulla crisi della Fiom riuscirebbe a dirimere lo scontro tra gli altri sindacati e la Fiat?… già, sembra una questione lunare, assurda, fuori dal tempo e dalla realtà. I critici “bravi” – quelli attenti all’evoluzione dei conflitti sociali – ci spiegherebbero con modi e toni didascalici che non spetta alla letteratura risolvere questi problemi ma che, anzi, la letteratura nei sotto-temi che compone e nelle sotto-tracce che impianta riesce molto spesso e con più efficacia a trattare anche queste controversie.
     C’è del vero in questo monito o in questo precetto: una letteratura “del sottosuolo” – non esplicitamente dostoevskiana – ha sempre suscitato a tempo e a luogo una corretta esplorazione lirico-fàtica della realtà oggettiva e una sua accorta compensazione tra eroi e anti-eroi (nello stesso senso, tanto Croce quanto il realismo socialista). Se un romanzo “sindacale” sembra eccessivo e manicheo, un romanzo “impegnato” risulterà oltre modo fatuo e insopportabile: figurarsi quindi un romanzo “sentimentale”.
     Se, come dicono, non sono più attendibili destra e sinistra, vuol dire che anche tra i romanzi e gli scrittori che li scrivono non sono più rilevanti sollecitazioni politiche o sociali che avevano fatto la fortuna di tanta letteratura quaranta o cinquant’anni fa. Si scriveranno romanzi d’atmosfera o di ripiegamento, delle memorie familiari o dei viaggi mai tentati, dei tormenti coniugali o degli eccessi sessuali ma, fin qui, nulla di nuovo: si ripetono storie già lette, si scrivono storie nelle storie di altri: è la letteratura della nuova maniera e non ci sorprende più di tanto.
     Leggiamo dunque romanzi che ci propongono scelte di vita bramate e irrealizzate, romanzi che “non prendono posizioni”, romanzi che solo nell’inattingibile nucleo narrativo vibrano di una struttura catartica? Sono domande, come si può notare, cui è difficile rispondere e per le quali è arduo conferire credibilità critica, spessore analitico.  Quali e quanti romanzi, allora, sono o si propongono affidabili per le istanze “rivoluzionarie” che immaginiamo debbano avere i romanzi che amiamo o che ci aspettiamo? Anche questo interrogativo rischia di non avere risposte convincenti giacché postula una questione che attiene più alla lettura e al godimento di un romanzo che alla sua composizione. In altre parole spetta ai lettori stabilire per conto proprio, e nell’interesse precipuo del personale paradigma letterario, cosa possono o vogliono attendersi da un romanzo. Tuttavia, capovolgendo la prospettiva, non si perviene ad un’accettabile soluzione critica: le aspettative dei lettori – sia quelli abitudinari che quelli occasionali – mal si accordano alle peculiarità “filosofiche” della letteratura, consolidandosi il più delle volte in un appagamento o un rifiuto che restano imponderabili. E allora dev’essere il tempo (lo spirito del tempo sociale-politico) a istruire una morfologia dei romanzi da scrivere, della letteratura da inventare, talché un romanzo piace o dà fastidio, intriga o delude ben al di là dei propositi salvifici degli autori. Ipotesi deterministica, si dirà, che oscilla tra l’immanente e il fatale, tautologicamente regressiva per quel tanto che basta a denotarla poi inspiegabilmente progressiva.
     Sarà anche una questione di tempo in senso stretto, di tempo cronologico, di una scansione del tempo-che-evolve non sempre avvertita dagli autori ma istintivamente o cripticamente espressa dai lettori nel viatico complesso e misterioso delle loro avventure di vita.
     La replica è prevedibile: ogni romanzo è il ritratto storico e politico della società nella quale e per la quale è stato scritto e risponde tanto agli intenti “rappresentativi” dello scrittore, tanto alle “forze in campo” che stimolano e modulano quegli intenti. Dev’essere senz’altro così, è senz’altro così ma, oggettivamente, così si resta impiombati ad una teoria della letteratura che sembra sia diventata poco teorica e molto “romanzesca”. Gli esempi o le tracce che rinveniamo dal passato – dal passato degli ultimi quarant’anni – non ci aiutano ad uscire dall’incertezza, complicano anzi quell’analisi critica e filologica che gli scrittori, volenti o no, sono chiamati a svolgere e a fare propria. Non siamo, certo, dalle parti di una letteratura “a comando” ma ci ritroviamo con affanno e velleità dalle parti di una letteratura utilitaristica o solidaristica, il cui tratto distintivo è dato da una sofferta acquiescenza, da un’accorata decontestualizzaione che rimescola – verrebbe da dire fideisticamente, animisticamente – le sollecitazioni (ira, rabbia, sconcerto, tradimento, tragedie personali) che reggono di solito la scrittura o la necessità letteraria di un romanzo.
     Aleggiano metaforici ed enigmatici i moduli o i titoli della critica letteraria dell’ultimo secolo: “la carne, la morte, il diavolo” (Praz), la “teoria del romanzo” (Lukács), le architetture del narrare (“narratologia”/Todorov, “spazio-tempo”/Genette, “cronotopo”/Bachtin).
     Affiorano ineffabili, cioè, stilemi critici che non trovano più riscontri nelle opere che abbiamo letto o andiamo leggendo (se è vero che non si scrive un romanzo con gli strumenti critici, è altrettanto vero che un romanzo è di per sé uno strumento critico).
     Quel bagaglio (sicuramente cospicuo e per certi versi intimidatorio) di intuizioni critiche e di strutture espressive, articolate da linguisti ed epistemologi, ha da un lato incolpevolmente condizionato o represso l’immediatezza di scrittori esordienti, e dall’altro ha casualmente depotenziato l’excursus se non il curriculum di scrittori del secondo o del terzo libro. Spesso il risultato è stato quello di avere romanzi facili, semplici, onesti che perseguivano fisiologicamente l’evoluzione espressiva dei loro autori. Non sarebbe un grave danno, non è un grave danno ritrovarsi a leggere romanzi ciclicamente autobiografici o auto-referenziali: disorienta, semmai, l’unilateralità o l’univocità di questi autori di un contro-potere spesso solo intimistico, sorretto peraltro da un unanime consenso critico.
     La società si evolve e parimenti si modifica l’attenzione degli scrittori: storie tristi e lacrimevoli lasciano il posto a esperienze solipsistiche, a resoconti “impersonali” dell’io-narrante, ad una fattispecie eccitante anche se non originale di una letteratura intra moenia, di una letteratura che cerca le proprie ragioni (di immaginazione, di contesto) tra le quattro mura sempre più ristrette della propria disperata o esasperata solitudine. E, stranamente, questa letteratura che si era presentata come riservata e asociale manifesta e acquista piano piano una vocazione ideale se non ideologica, un empito generazionale più che epocale, calibrata paradossalmente in una struttura narrativa che tende a deflagare, a non riconoscersi più come tale. Cos’è che manca: la narratività o la denuncia, l’arte del racconto o un progetto dialettico?
     Sembrerà strano ma forse non manca niente, c’è tutto ciò che ha contribuito a comporre e a leggere piccoli e grandi romanzi, codicilli e appendici di sontuose intuizioni letterarie, opere prime e seconde di autori naïf o parvenu che hanno trovato nella narrativa l’esito rimarchevole di una vocazione latente o sopita. In questo panorama delle patrie lettere così ricco e articolato si delinea il manifesto ideologico della letteratura degli ultimi dieci anni: la letteratura dell’oggetto-libro, della merce-libro, del prodotto-libro o – se si vuole – la letteratura che ha tanto poco di letterario ma infiniti spunti di letterarietà, per l’abilità di far palpitare insieme invenzione e consolazione, rifugio dell’io ed empatia cosmica.
     È il giro di boa dell’innovazione letteraria, il percorso di ritorno dopo il viaggio di andata, la conclusione non sempre sincretica delle intenzioni della vigilia, degli esordi. Possiamo vantarci, in altri termini, di avere scrittori dotti e aggiornati che hanno tesaurizzato le conoscenze o le informazioni o le dicerìe percepite negli anni di formazione, trasformandole poi, con invidiabile esprit de finesse, in suggestioni, messaggi e idealità che blandiscono anche i lettori più esigenti. Ci ritroviamo tra le pagine scrittori furbi e scrittori sprovveduti, autori che sanno quello che vogliono e autori che inseguono drammaticamente o pateticamente il bandolo della loro espressività. È la giostra degli scrittori che sono entrati o non sono stati cooptati nel mercato delle parole scritte, dei romanzi che diventano libri e dei libri che diventano piccoli capisaldi di gloria, di fama, di interessi comuni. In fondo, il posto di un libro non è certo quello della biblioteca di casa ma non si può negare a nessuno il diritto a scrivere o a vendere ciò che si scrive, anche se si scrive molto più di quanto si legga e ad una lettura consapevole e meritoria fa da controaltare una scrittura tentacolare e, per così dire, “in offerta speciale”. È la letteratura di un mercato che ha i suoi segmenti di utenza (come per i beni di consumo primari), che si situa nel settore quaternario dei servizi, che si avvale di direttori di marketing e di consulenti editoriali attenti a scovare talenti o a costruirli. E come in ogni mercato anche il romanzo deve poter esercitare un’attrazione presso il pubblico: trattandosi di un “prodotto effimero” il romanzo deve potersi misurare con altri prodotti effimeri (il film, la fiction) e proporsi come un bene non necessario e, forse per questo, non futile. Va subito aggiunto che non è solo il romanzo a intraprendere questo confronto o questa lotta: molte altre categorie di prodotti – che non si mangiano e non si bevono – devono essere reindirizzate verso altre forme di sfruttamento commerciale oppure vengono semplicemente snaturate e abbandonate.
     Ma un romanzo resta comunque un’opera dell’ingegno, che nasce per raccontare o per parlare di fatti, di una storia, di sentimenti. Tuttavia il romanzo, in sé, non vive e non può vivere di questa banale nomenclatura di fatti-storie-sentimenti, non può risolversi in una diligente enfasi da favola paradigmatica (che ci siano oggi romanzi di questo tipo non riduce né mortifica la capacità che il romanzo possiede di porsi come modulo interpretativo della realtà).
     Il romanzo ha quindi necessità di essere strutturato dal suo autore, di valere come qualcosa di esaltante in contesti sempre più appiattiti tanto dall’esuberante poeticità del suo autore, quanto dalla voglia di tenerezza e di concordia dei suoi lettori. Gli eventi, la storia o i sentimenti raccontati dovranno essere non solo intellegibili e godibili ma addirittura coessenziali alla realtà presa a modello, sia per spiegarne l’evoluzione possibile, sia per proporne una lettura diversa o invertirne il senso.
     Per la sua genesi misteriosa e talvolta insondabile il romanzo presenta ancora oggi le sue credenziali di opera contrapposta alla sensibilità corrente, di opera che tende a demistificare le ingannevoli illusioni di una società conformista, oscurantista. Nello sviluppo di questa prospettiva, le istanze culturali e antropologiche di un romanzo e del suo autore non sono il programma elettorale di un partito politico né i propositi benemeriti di una società di mutuo soccorso: sono i fondamenti necessari ma non sempre sufficienti di una creazione estetica che rilancia ulteriori istanze culturali e antropologiche in un convulso o spietato sistema di segni e di oggetti significanti.
     Nel mercato capitalistico dei beni (superflui) di consumo, il romanzo resta un progetto individuale che solo nella “filiera” editoriale diventerà un prodotto e, come tale, esposto alle leggi della domanda e dell’offerta, ai target di vendita, alla visibilità pubblicitaria. Come prodotto di questo tipo e per una destinazione mercantile tutto sommato presunta (la “globalizzazione letteraria” predilige “manufatti” di lingua inglese), il nostro romanzo deve mostrare i denti, deve proporsi integrato alle leggi della produzione e della veicolazione dei beni e, nello stesso tempo, estraneo e “in contro-tendenza” al fabbisogno del mercato (e quindi di se stesso?).
     Conviene subito sfatare e contraddire questa duplice valenza del romanzo contemporaneo: come si conciliano posizioni così distanti e contrapposte se l’una esclude l’altra, se l’opportunismo dell’autore si scontra più o meno inevitabilmente col suo “innato” ribellismo? Si scrive per essere letti – si è sempre detto ma si è sempre detto di meno che si dovrebbe scrivere per farsi leggere, per porre il lettore nella condizione ottimale di riflettere sulla propria coscienza e la propria libertà di fruitore. Si ripresenta, in realtà, un conflitto, l’annoso conflitto dello scrittore nei confronti del suo romanzo. Non c’è tempo e spazio per dirimerlo o procrastinarlo, questo conflitto: l’elaborazione letteraria non può prescindere dal mondo “così com’è” né dalle tecniche narrative che si ignora come dovrebbero essere ma che si vorrebbero nuove, intriganti e originali. È un conflitto senza vie di uscita, senza espedienti, senza infingimenti. Molti scrittori – esperti e navigati – lavorano al “ricamo del ricamo”, su sovrapposizioni barocche della loro poetica (spesso presa a prestito da altri autori) e riescono con grande sagacia a riconvertire o eludere problemi di senso e costruzione del senso (Greimas), rispolverando tracce di opere prime o abbracciando tematiche e suggestioni alla moda. Altri scrittori, invece – anche loro esperti e navigati – resistono (non si sa se e quanto eroicamente) agli espedienti e alle manipolazioni, sperimentando accidiosamente le risorse del loro talento o gli obiettivi estetici del loro microcosmo. Nell’uno e nell’altro caso assistiamo semplicemente al conflitto della letteratura con la “letteratura del capitale” o del cosa si scrive e del per chi si scrive e, nella fase storica che stiamo vivendo (crisi economica, politica, sociale, morale), le debolezze o le arroganze del nostro sistema capitalistico espongono e colpiscono non solo le vittime predesignate della crisi (operai, famiglie mono-reddito, pensionati, giovani inoccupati) ma anche coloro che, a vario titolo, operano nel mercato delle comunicazioni (scrittori, giornalisti, autori in senso lato) proteggendone senza dubbio i privilegi di casta ma obbligandoli a schierarsi, a venir meno alla “liberalità poetica”.
     Se dunque non c’è via d’uscita sarà perché, per assurdo, manca la via d’entrata: si insinua e si consolida l’idea di una letteratura “aperta a tutte le stagioni”, generalista e transitoria, di una letteratura next door, salottiera e omologante, di scrittori che si paludano di fiacchi moralismi, di autori la cui più genuina aspirazione è quella di “esserci”, di stare dentro e non fuori, di condividere eventi, storie e sentimenti della vita che si conduce, quale che sia il modo di condurla. È un tratto “dilettantistico” – questa letteratura di transizione o di unità nazionale – che affascina da sempre i nuovi arrivati, i vecchi ringiovaniti, i saggi apostoli che scrivono sconfessandosi in un catartico jeu de massacre dove tutto è finto, tutto è falso, tutto langue nel sarcasmo. Dovremmo chiederci se sia sul serio questo il ritratto che pensavamo ci avrebbero dato gli scrittori della società attuale e non, come temiamo, la rappresentazione del loro disagio o della loro incompletezza a vivere la società nelle sue disgrazie e nelle sue fortune.
     Non possiamo e forse non dobbiamo aspettarci “versetti satanici” o instant book catastrofici tutte le volte che le forze finanziarie della società organizzano le loro manovre destabilizzatrici ma, almeno, dovremmo cominciare a scegliere, noi lettori, tra romanzi e romanzi, tra vecchie e nuove opzioni. Dovremmo cominciare a chiedere e promuovere una letteratura che, superando il falso conflitto dello scrittore effimero, ci ponga sotto gli occhi la realtà che viviamo in un racconto asciutto che coniughi spazio e tempo, interessi e mancanze, artifici narrativi e officina della narrazione.
     Un romanzo può e dev’essere di difficile captazione: in una società che premia l’opportunismo e il calcolo unilaterale che cosa ci potrebbe attrarre e sedurre in un romanzo di facile lettura? Non risolveremo le crisi del capitale (dovremmo forse esportare i romanzi all’estero come si fa con i titoli di credito?) e non intaccheremo di un solo dubbio le grandi operazioni finanziarie che creano ricchezza per le solite concentrazioni di potere: no, la letteratura dev’essere superiore ai traffici e alle manovre della società capitalistica, dev’essere distaccata e distante nella creazione delle sue metafore e, se è il caso, deve metaforizzare se stessa. Una “letteratura del capitale” potrebbe non essere serva, potrebbe arricchire il nostro lessico e le nostre abitudini, stimolare consapevolezze e imporre il silenzio alle nostre dispersive congetture, potrebbe essere persino didattica e magistrale ma sarebbe un’altra storia, questa è un’altra storia e al momento appare impraticabile.

 

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17 pensieri riguardo “La letteratura del capitale”

  1. articolo strepitoso. si occupa del pallino che mi tormenta e che periodicamente riaffiora facendomi innervosire, unitamente agli innumerevoli romanzi che mi fanno regolarmente uscire dai gangheri.
    pensavo che di industriale noi abbiamo…18/10: che ha il merito di aderire perfettamente al nulla della società attuale. cosa vogliamo di più? mica può fare (almeno) questo: “arricchire il nostro lessico e le nostre abitudini, stimolare consapevolezze”! soprattutto il lessico, perché alle abitudini ivi illustrate preferirei rinunciare, a quelle ci penso da me.
    grazie ad antonio scavone. francesco: scripta (quaedam scripta) volant.

  2. Leggo e sottoscrivo. Le questioni messe in campo sono molteplici, ma il nodo è proprio nel rapporto con il mercato.
    Ricordare ai nostri narratori in circolazione che chi li ha preceduti qualche volta ha scritto opere memorabili che non tenevano in conto le mode, i vezzi, le piccole lobby di riferimento. Si può parlare di questioni enormi, civili, e capitali, come accade nei romanzi di Volponi che sicuramente scriveva con una lingua altra e una sintassi non facilmente digeribile da parte dei suoi contemporanei: oggi probabilmente un qualche editor avrebbe segnato in rosso e in blu tanti passaggi di Memoriale e Corporale; un qualche addetto stampa avrebbe cercato di ‘educarlo’ agli eventi, a stare al gioco.
    Proliferano scuolette e laboratori di scrittura funzionali a fette di mercato e a editori spregiudicati che si nascondono dietro la foglia di fico del premio con pubblicazione (25-30 euro per la tassa di lettura, concorsi per 250-300 concorrenti, e il gioco del mercimonio è fatto: ne stampo uno, mi faccio promotore e talent scout, e porto a casa i denari)

    é vero, leggo continuamente anche su blasonati litblog, vagiti narrativi accompagnati dal plauso di cordata. mode effimere e attitudini velleitarie riconducibili a mere esigenze di scalata e di mercato.

    Il dramma è che probabilmente anche in questo momento potrebbe esserci qualcuno che sta scrivendo un grande romanzo, ma che non è messo in condizione di poterlo valorizzare: il mercato chiede giochetti ecolalici e iperletterari, chiede sintassi povere di catene di principali esigue (soggetto predicato complemento), chiede medietà linguistica e culturale, tutto un repertorio di ammiccamenti con la cultura (?) di riferimento: mass-mediale, socio-generazionale…

    In prosa, come in poesia (vai a certe letture e leggono tutti allo stesso modo, con le stesse pose, usando nei testi parole-spia in cui altri, allo stesso modo si ritrovano), occorrerebbe ripartire a scrivere prescindendo dalle mode, dai modi e dai tic: molto probabilmente ci sarebbe una maggiore ‘attimenza’ all’epoca e alla vita.

    Grazie Scavone. Per il disincanto, la disanima e l’onestà.

  3. Il dramma è che probabilmente anche in questo momento potrebbe esserci qualcuno che sta scrivendo un grande romanzo, ma che non è messo in condizione di poterlo valorizzare: il mercato chiede giochetti ecolalici e iperletterari, chiede sintassi povere di catene di principali esigue (soggetto predicato complemento), chiede medietà linguistica e culturale, tutto un repertorio di ammiccamenti con la cultura (?) di riferimento: mass-mediale, socio-generazionale…

    come ho già detto, l’articolo di scavone colpisce un tema che al lettore vorace e consapevole non può non suscitare una qualche mobilitazione. questo passaggio di manuel cohen aggiunge spina a spina. si leggono cose a stampa magnifiche ovvero almeno serie, scritte, va da sé con “stile”, dove stile, attenzione, non sempre è ciò che produce scarto da una (pretesa) norma. anzi, direi che, almeno a me, manca certa limpidezza illuminista, essendo per lo più imperante lo scarto…ma proprio scarto, cioè spazzatura! :D
    pensavo ieri, prima di leggere scavone (a volte gli incontri che si fanno nella dimora rispondono come manna a qualcosa che ti perseguita), che ci dev’essere una dignità/divinità superiore che mi impedisce di mandare quello che scrivo ad un editore, perché il primo virtuale editore con cui mi misuro è la mia coscienza. poi però vedo cose turpi: letterariamente lessicalmente sintatticamente strutturalmente culturalmente turpi. la turpitudine è già nell’inutilità di un libro: e io non voglio scrivere cose inutili. la rete ha complicato eneormemente l’esame di coscienza del letterato per le ragioni che indica m.c. nei “vagiti narrativi” etc. come si fa a distinguere il buono dal tristo in questo mare magnum della rete e di ciò che va a stampa? non tutto quello che circola in rete è buono, anzi in proporzione molto poco. molto di non buono si stampa e si vende: e qui la cosa è colpevolissima. a volte penso: con 16 euro potevo comprarci delle buone bistecche e invece ci ho comprato ‘sto coso. i gusti sono sempre stati vari, è vero: ma oggi è più complicato che in passato stabilire un minimo di criteri di valore. so che se dico che la critica è latitante, francesco mi darà ragione. sì, credo che il lavoro critico debba riprendere a stroncare con coraggio e cognizione di causa.
    ma non ne veniamo fuori: prima di tutto bisognerebbe spezzare le reni all’industria culturale. o meglio: al business culturale. e quando dico bizness, non intendo moccia soltanto: troppo facile. in fin dei conti anche nell’ottocento c’erano le invernizio, gli eugène sue. ma c’era molto altro. io sono preoccupata del molto altro del nostro tempo.
    Что делать?

  4. Что делать?

    Io, nella mia qualità di lettore, ho trasferito e adattato, alla ricerca in questo campo (anche in molti altri, per la verità), le parole di Marco Polo:

    L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

    Non so a che cosa serva, non so quanto sia “produttivo” aggiungere nicchia a nicchia e lasciare il lavoro di scavo a speleologi che potranno anche non esistere mai, domani, ma finora mi ha permesso di non morire. Almeno, non del tutto.

    fm

  5. Parole intense, quelle di Scavone. Parole perfette, quelle scelte da Marotta, per il suo commento. “Riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”: dovremmo ripetere e riflettere sempre su questa frase, in quasiasi contesto.
    Marco

  6. “Si scrive per essere letti – si è sempre detto ma si è sempre detto di meno che si dovrebbe scrivere per farsi leggere, per porre il lettore nella condizione ottimale di riflettere sulla propria coscienza”
    Grazie, Scavone. di cuore. FF

  7. Distratti dalle pochezze che ci girano intorno (dai libri, dalle parole) o sperduti (è inevitabile) nelle nostre personali discrasie, riusciamo tuttavia a guardarci in faccia, a riconoscerci nell’oggettività al di là delle ambizioni quando riscopriamo i fondamenti del nostro acerbo e spesso inflessibile modo di vivere la letteratura. Non si tratta di un vitalismo fanta-eroico o metafisico, è semplicemente quella tensione che ci ha spinti da una certa età in poi a scoprire sempre meglio quello che potevamo dare e quello che potevamo scrivere.

    Se me la cavassi con un “facile” grazie – che pure è doveroso – non renderei merito alle riflessioni aggiunte e ai commenti di Lucy, di Manuel Cohen, di Marco Ercolani, di Fabio Franzin, di Francesco e a quanti, pur non lanciandosi in un commento, hanno comunque riassoporato quel brivido che parlare di letteratura solitamente dà.

    I romanzi di Volponi – certo, come amplifica Manuel Cohen – e quel suo stile impervio, sorretto da una dirittura non solo estetica e altri scrittori come Francesco Leonetti (L’Incompleto, Conoscenza per errore) o Germano Lombardi (Barcelona): romanzi e scrittori che ci hanno mostrato come passare da una frase all’altra, come spezzare il ritmo, come modularlo. Esiste dunque una forza-lavoro/pagina? O una forza-lavoro/sintassi? Una lingua che viene reinventata non dalle mode o dalle occasioni della cronaca ma da un’accurata innovazione? Certo che esiste, siamo qui senza querule e false modestie a dimostrarlo e a documentarlo.

    Bisognerà poi fare i conti con il “capitale” che pubblica i tuoi scritti (modificandoli o sfruttandoli con riti mondani) e con il “capitale” che non può prometterti molte risorse: ne soffre il diritto d’autore, sicuramente, ma l’autore ne soffre di più perché in un modo o nell’altro viene opacizzato. Eppure, onorando una tradizione impeccabile, non ci lasciamo trovare sprovveduti e auto-celebranti per l’avvenire.

    Il compito è arduo: rendere tutto ciò praticabile ma senza i praticoni.

    Un caro saluto a tutti e ancora grazie

    Antonio

  8. Mi aggiungo al plauso …

    Tutto il discorso di Scavone potrebbe essere un ottimo spunto per cominciare uno studio sociologico sulla ricezione, o sul perché, in quest’epoca, il “mercato” privilegia il “facile ascolto”. Non è un fenomeno che riguarda solo il “romanzo”. In tutti i settori avviene lo stesso processo (di recente m’è capitato di sentirmi dire, da attori che ho coinvolto in un progetto, che l’Antigone “è difficile” e che andrebbe “semplificata”; ed è vero, per la “sensibilità” odierna è tragicamente vero). La complessità, quella “difficile captazione” di cui parla Scavone, è tenuta a distanza, e quando ci capita in mano un libro “altro”, è un caso, un incidente di percorso, un intoppo: oppure, più propriamente, un incrociarsi “magico” tra le istanze di “guadagno” e quelle della “qualità” (penso al successo editoriale, limitato, certo, ma non indifferente, di Roberto Bolano). Ma, per l’appunto, sono casi rari, sempre più rari. Su ciò, tante cose sono state scritte; poche veramente capaci di cogliere il “mutamento antropologico” che ha portato il lettore a evitare, a evitare programmaticamente, la complessità. Come scrive Scavone, la merce-libro, oggi, privilegia una letteratura “che ha tanto poco di letterario ma infiniti spunti di letterarietà, per l’abilità di far palpitare insieme invenzione e consolazione, rifugio dell’io ed empatia cosmica”. Ma qual è il meccanismo che spinge gli autori ad andare in quella direzione? Il meccanismo, direbbe Marx, è impersonale; però si compone di fasi precise, dove il caso (scoperta di manoscritti o di autori interessanti) è ricondotto a una direzionalità precisa (il profitto, con i suoi corollari di censura e marginalizzazione) … Chi ne gestisce le fasi? La “proprietà” – gli editori – in che modo spingono gli autori verso la direzione “consolatoria” della facile leggibilità e della godibilità immediata? In che modo gli autori si adeguano a questa esigenza prettamente mercantile?

    Sono domande esagerate, lo so, perdonatemi, ma sono nate proprio leggendo questo scritto …

    NeGa

    PS (per Francesco): in questo periodo ho scaricato e letto (quasi) tutti i pdf di questa accogliente “dimora”: complimenti! Un lavoro importante, molto importante!

    PS II (con ironia rivoluzionaria): la frase di Calvino è “riformista”: l’inferno andrebbe abolito.

  9. Caro Nevio, le tue non sono domande esagerate, anzi, sono proprio “le” domande – quelle che bisognerebbe porsi, i nodi intorno ai quali costruire reticoli di interrogazioni, di dubbi, di ipotesi, di proposte, di azzardi. Succede, invece, che quei pochi che lo fanno (penso a te, ad Antonio e a pochi altri, in verità) vedono il loro pensiero “confinato” nel perimetro – sia pure “qualitativamente” ospitale, chiaramente tracciato e definito nelle sue linee di azione, ma comunque limitato – di qualche blog o di qualche superstite rivista. Fuori, dove le scelte che contano si decidono e si consumano davvero, regna la cialtronaggine elevata a sistema – tutta funzionale, anche in chi meno ti aspetteresti, all’innocua e “interessata” circumnavigazione dell’esistente.

    Bisognerebbe, invece, lavorare proprio alla (ri)definizione degli “strumenti” capaci di trasformare qualche “incrocio magico” in un “crocevia virtuoso” (e farlo diventare “familiare”), di coordinate nuove, tutte da esplorare – bisognerebbe essere capaci, in buona sostanza, di praticare l’utopia non come fine ma come tattica e strategia, nel qui e ora. Questi strumenti, poi, siete in pochi ad averli, in pochissimi a sentire l’esigenza di forgiarne di nuovi – e questo, come prevedibile, fa nascere ulteriori interrogativi sulle mille e mille facce delle “deriva”, dell’inferno.

    La tua intelligente ironia sul “riformismo” che, limitandosi all’attraversamento e al recupero, finisce per dimenticarsi, in certa misura, l’esigenza di mettere in discussione il “paesaggio”, di cambiarlo, è molto ben mirata. Sono d’accordo, assolutamente, sull’abolizione, ma devo anche armarmi degli strumenti per lo scavo in profondità. La “repertazione” a cui alludevo è di questo genere: strappare relitti alla marea, non sia solo un interrogarsi sul “chi” e “cosa” (alcuni lo fanno, e anche bene, ma in chiave esclusivamente consolatoria), ma soprattutto costringere quei resti a dire qualcosa sulla “natura” stessa del naufragio.

    fm

    p.s.

    Ti ringrazio per quanto scrivi; e anche a costo di sembrare, retoricamente, uno che vuole “ricambiare”, ti dico, ma solo perché lo penso ed è vero, che se questo blog è ancora vivo è grazie al fatto che in giro ci sono “lettori” come te. E siete in tanti.

  10. Gli argomenti di Nevio (insofferenza, sgomento, fibrillazione da sconcerto) mi trovano ovviamente concorde e partecipe, come ha puntualizzato accortamente Fancesco. Non si vuole solo un’Antigone facilitata ma anche un Amleto lunare, una Mirandolina escort, un Uomo dal fiore in bocca spezzettato in formule che di brechtiano non hanno nulla. Quanto è stato malversato di Brecht o di Euripide, di Pinter o di Plauto? È la cultura dell’incultura che raffazzona il sentito-dire, che mette in scena film leggendari per attori e soubrette che non sanno né recitare né cantare né ballare, se non presentare il meglio dei vizi italiani, la loro mediocrità morbosa. Tutto ciò, alla lunga, smobilita e offende la progettualità ma per fortuna, sulla nostra pelle, pur provocando fastidiose lacerazioni, non lobotomizza gli intenti di chi persiste nella progettualità. Si può essere bravi scrittori o bravi teatranti o bravi divulgatori restando protetti all’ombra di una comoda e bipartisan ubiquità (siamo maestri in questo, noi italiani) ma si può essere anche ottimi scrittori/teatranti/divulgatori sapendo bene – per filo e per segno – ciò che si è e ciò che si conosce. Tutto il resto va nel crogiuolo, come lasciava intendere Arthur Miller. Un’Antigone semplificata fa il paio con le difficoltà di impresari teatrali nel mettere in scena testi con 3 o 5 personaggi: un solo personaggio è da escludere (un monologo è una scelta superstite), per cui l’ideale è un personaggio-e-mezzo, cioè un personaggio di media altezza e un nano. Cinico, vero? Ma da parte di chi: di chi scrive o di “chi ci mette i soldi” (che per la verità non sono mai suoi)?

    Brutte storie, Nevio, brutte storie.

    Ti saluto caramente

    Antonio

    P.S. – Riprendo e rilancio una segnalazione e un suggerimento di Lucy e di Manuel Cohen: il ruolo e il metodo dell’attuale critica letteraria oggi in Italia. Bisognerà rifletterci e soprattutto farne un check-up esauriente per analizzare l’altra metà del cielo letterario.

  11. bella, tempestiva e articolata analisi quella di scavone, e mi sembra di poter concordare quasi del tutto sulle sue posizioni teoriche. sarei però curioso di capire come le applica alla letteeatura contemporanea, quali autori e generi ritiene che vadano sostenuti – perchè egli stesso mi pare ammetta che lo scritto in sé ha bisogno anche di un contesto socio-culturale ( e editoriale) per poter compiere il suo corso semiotico, diciamo. ad es. come interpreta saviano, o il nuovo romanzo di genere tipo wu-ming, o la linea che io chiamo asemantica, che si rifà direttamente alle neo-avanguardie…

  12. [Rispondo in ritardo e me ne scuso]

    Come applico le posizioni teoriche che ho esposto alla letteratura contemporanea? A questa domanda garbatamente provocatoria la risposta è semplice: quelle posizioni teoriche si applicano quando sussistono i reperti o le circostanze letterarie, cioè i romanzi, da una parte e la critica letteraria dall’altra. Ogni scrittore – che non sia avventizio o poco scrupoloso o addirittura senza scrupoli – fa i conti con l’una e con l’altra di queste circostanze, con ciò che va scrivendo e ciò che viene analizzato su ciò che è stato scritto.
    Sembrerà ovvio ma l’ovvietà, in letteratura, è da dimostrare preliminarmente. All’inizio uno scrittore può lasciarsi andare alla sua vena totalizzante – esplodere, eccitare, stupire – ma anche nel caso di uno scrittore esordiente è già presente e puntuale il richiamo o la traccia della letteratura degli altri, filtrata accuratamente con i propri strumenti critici o con gli strumenti critici e filologici di chi per “mestiere” fa il critico letterario.

    Di qui l’esigenza di poter disporre, per il singolo scrittore, di una vasta, attenta e autorevole conoscenza delle opere letterarie e non solo per il merito di una lettura coscienziosa ma forse, soprattutto, per la necessità di decifrare e risolvere gli enigmi di una scrittura, di una struttura narrativa, di uno stile personale (l’idioletto di Jakobson).
    Per applicare quelle posizioni teoriche occorre attrezzarsi di uno spirito critico vicino alla letteratura ma prossimo allo scrittore (il distinguo non sembri casuale) e occorre altresì aver dato fondo ad una disanima comparata delle scuole di critica letteraria, dei singoli critici, dei contesti socio-culturali che promuovono o affondano le opere letterarie.

    Il discorso si fa complesso: scritto il romanzo, ci si allontana sempre di più dal suo autore per una connotazione critico-filologica, per una destinazione editoriale (rifacimento-modifica-ritocco dell’editing), infine per un’offerta di mercato che, ad una domanda di libri instabile e indefinibile, oppone e propone una commerciabilità del libro (cioè del romanzo diventato libro) grazie alle manovre della visibilità e della promozione pubblicitaria. In questo lasso di tempo, o in questo buco nero o terra di nessuno tra il romanzo scritto e il romanzo editato, si notano – e negli ultimi anni sono state più evidenti – delle mancanze, delle vere e proprie assenze, oppure delle fattispecie, dei surrogati. Mancando il il critico più o meno istituzionale (ad es. il docente universitario) o professionale (il critico della carta stampata), la promozione di un libro è stata affidata a giornalisti che si improvvisano o si spacciano per critici o a critici che si spacciano e si improvvisano equanimi censori.

    Il sistema editoriale stronca sul nascere un romanzo ma non permette che sia stroncato un romanzo edito giacché, dicono gli editori, i libri non vengono letti solo da letterati (ai quali peraltro arrivano copie-omaggio con preghiera di recensione) ma devono essere letti da capitani d’industria nei rari momenti di riposo, da avvenenti signore in vacanza a Capri o a Portofino, da professori delle superiori afflitti dagli stipendi magri e da malconci assets esistenziali o da riforme alla Gelmini. Che tipo di romanzo viene offerto a queste categorie/classi di lettori? Romanzi che prediligono storie esotiche o raccapriccianti (Faletti), che privilegiano indagini affabulatorie tra crimini e misteri (Lucarelli, V.M. Manfredi, De Cataldo, Carofiglio), che prospettano microcosmi epocali (Baricco, M.Mazzucco) o sentimentali (Tamaro), del conflitto-fuga (M.Mazzantini) o del conflitto-recupero (Ammanniti, Nove). Sono romanzi ben scritti, con narrazioni che non si preoccupano di far lievitare uno stile letterario precipuo ma una onnicomprensiva “letterarietà”. Sono romanzi che probabilmente giacevano da tempo nel cassetto e che gli autori si sono decisi ad esporli per le mutate condizioni economiche e sociali della società da 17 anni a oggi (…).
    Nella maggior parte della produzione letteraria degli ultimi anni abbiamo avuto romanzi dal tratto breve (dalla storia semplice) che si proponevano come estensivi della realtà oggettivata e romanzi altrettanto brevi che hanno cercato (o stentato, secondo i casi) la pregnanza letteraria delle storie e dei personaggi che presentavano. Tratto breve perseguito e pregnanza sofferta, storie semplici o eccessive, strutture narrative dal tocco miracolistico più che miracoloso ci hanno consegnato romanzi in linea coi tempi: opere del disagio dei loro autori come opere del disagio elevato a letteratura. Gli scrittori dell’ultima metà del secolo passato hanno lasciato un’eredità difficile da intendere e da smaltire se non con fiacche imitazioni, ma ci avevano anche lasciato una lezione indifferibile e ineludibile del loro stile: l’impianto letterario tout court, l’impianto di un testo che si regge da solo anche senza il suo autore, che arriva direttamente ai lettori per la complessità delle sue molteplici varianti.

    In questo senso, oggi, è stata mortificata la lettura: oggi più di una volta si legge per testimoniare una presenza di lettura, come per rispondere a un contrappello di ex che si ritrovano un po’ gai e un po’ mesti alla rimpatriata degli anni-che-furono. Da una lettura mercificata (troviamo romanzi più nei centri commerciali che nelle librerie) nascono probabilmente i generi (“sociometria” della letteratura), le tendenze estetiche di facile condivisione (“sociologismo” della letteratura), le scuole creative che insegnano il ripasso e il riporto, le mode alchemiche, le innervazioni arbitrarie di una letteratura low cost o last minut. Di qui ottimi cronisti fatti passare per scrittori/apostoli/guru e ottime indagini socio-economiche che si servono della letterarietà per raccontare la denuncia: leggiamo, cioè, un saggio o un libro-testimonianza come se fosse un romanzo. Evidentemente è il romanzo a essere in credito e tanti autori in debito col romanzo.

    Quanto alle neo-avanguardie o ai generi ultimi vale il discorso del supporto critico (che manca o è minimo) e sopravvive invece il tema o la questione di autori che “scrivono di scrivere”, che progettano formalisticamente qualcosa che non sta nel “fare” un’opera letteraria, quanto nel manipolarla, reificarla, girarci intorno esaltandosi. Autori sobri dai molti libri, autori di un solo esordio, autori di libri altrui: il capitale ha bisogno di variegare le sue offerte di mercato e alla fine gli scrittori scrivono per difendersi: pare che questo basti.

    Un caro saluto a “elle” (Luigi B.?)

    Antonio

  13. Grazie, Antonio, per questo intervento che amplia in modo sistematico e chiarificatore una delle suggestioni più intriganti presenti nel tuo saggio. Come ti ho detto altre volte, prima o poi li raccogliamo tutti, perché ne vale veramente la pena.

    “Elle”, comunque, non è Luigi. Ma vedrai che prima o poi ritorna e si “dichiara”.

    Un abbraccio.

    fm

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