Lettera dal Cansiglio

Pier Franco Uliana

Lettera dal Cansiglio ad AZ

tagli ritagli in sylva
varchi-vartóra per Val-
òrch
      (ucci ucci per i bravi scolarucci
      del centro di educazione ambientale
      seguir il forestale                    e mùci!
                                [silenzio!]
      e che odorino d’euro
      spande l’aura silvestre
      che daini impallinati
      insaccati in zaini
      per gli aurati dandy gipponati
      e per i non addetti sol funghetti)

la piana va messa ai ferri e fuoco
brusàr-brasiolàr e via in-golf-ando
e tirato il morso di tralicci fino a Cavallo
finimenti di sciovie (per nevi svenevoli)
e cartelloni paraocchi
           Cavallo sellato
           Cansiglio domato
                      e
                      giù        giù
                      vitalbe per boscaglie
                      e rovi
                              (par le rive)
                              giù
                      fino ai piedi della grande selva
                      gatión-viluppo d’erbacce
                      e stropacùi-roseti selvatici
                      per pratalia postòchi-abbandonati         cinghia-
                      lizzati
                      sublimi terre alte      altre terre      umiliate
                              nuove di zecche
                              di cesure al cesio
                              di censure di luoghi
                              (e spegàzh de nomi         deverbalizzazioni)
                              e contaminazioni operose
                              di bracchi e volpi rabbiose

……………………………………………..
           sbancavamenti di pianure venete
           e smottamponamenti di colline
           strappi di paesaggio fessurazioni
           strabismi da far spalancare l’occhio
           voyeur e strizzare l’altro voyant

           ah vuoti fienili egloganti ville
           palladiane gli splendidi edifizi
           eretti su quattordici colonne
           declivi di rosai pedemontani
           penduli sullo sfasciume dei prati
……………………………………….
ahi baracche d’Eternit®
ex-orti in conversione d’uso fatti discarica
dove le vitalbe si danno alla macchia
e fanno prove di resistenza dietro (ahi)
capannoni con muri a vetrina antiproiettile
tra cui celare fatica e profitti,
tirati a lustro per rispecchiarsi
l’un nell’altro in concorrenza
(look-lucchetto)

      (ahi) labbri di ferite oniriche
      dove cova il sale del senso
      l’arcobaleno dei fonemi:
                                eta verde
                                zeta indaco
                                theta bianco
       téte de Maràntega /
      mammelle di Mater Antiqua
      tét da ciuciàr /
      capezzoli da succhiare

ma i bimbi-bambi vanno svezzati
a Galatine® e Coca-Cola® di galateo
è buona norma che l’herpes dialettale
sia cauterizzato con italiano televisivo
cicatrizzato con cenere di réclame
liftato d’englisoide.

                                              [brùsela la Maràntega
                                              magna mater et antiqua
                                              metèla a la plystation
                                              bulìfe-faville al pixel
                                              falò-panevin Halloween]

smarrimenti         per la macchia
del bosco (in interiore)
riconosco i segni senza significato
dei colori vedo solo il verde dei verdoni
il rosso dei cartelloni
e dietro le spine || puntura
la sovrimpressione || fessura
dell’occhio mio miope              del tuo
così acutamente presbite.

 

Epicedio & paesaggi

                                       A
passi algebrici cammino lo Zero.
Un fiume annegato in canale.
Dalle sponde terrose fitte rogge
intercidono la terra a riposo, rettilinee,
riverberano le pellicole di percolato.
Cammino per abitudine
selvatica, un andirivieni a dorso
di un corpo fluviale incavato,
come di scolopendra in agguato
ai margini dei quartieri.
Lo Zero costeggiano brandelli
di Veneto rurale, là quieti
fossati, qua acquitrini
lordati, la nuova tangenziale…
Zone di mitigazione
al ligustrum japonicum. O al nerium
oleander. A geometria invariabile
dimorano i carpini addomesticati
a prospettive urbane. E ancora minimi
terreni, residui di biodiversità,
abbandonati alla forza
selvaggia di rovi e vitalbe.
Brevi macchie d’ontani e olmi.
Sanguinelle a cespuglio. Pioppi
e platani troncati di recente.
Qualche rara quercia.
                    Gridano di vittoria
dai tralicci appena conquistati
i corvi. In cotte nerofumo presidiano
il feudo prediale. Le edere apicali,
le avvolgenti edere dei pioppi cipressini,
neghittosi lenzuoli, sono già occupate
dai passeri. Striduli e litigiosi.
A oriente si muovono
le avanguardie degli storni.
I merli chioccolano. Garruli
e spocchiosi. Il picchio mi sfiora
quasi, con un inaudito cachinno,
spavaldo e beffardo.
Sono gli indizi di qualcosa
che muta nello stato delle siepi,
nei fortilizi delle acacie.
Uccelli che evadono, al campo aperto,
euforici e ottusi
per la spuntata libertà.
Flemmatici aironi di golena.
Ondivaghe gazze.
Garzette che beccheggiano a riva. Ostinate.
L’aria che sa di gabbia spalancata.
                     E dopo pochi passi:
un grumo grigio
scuro di piume,
inconfondibili, incontrovertibili,
lasciate alla gravità della mota.
Due penne remiganti a conferma.
Alla quercia che so
essere la sua specola,
l’altana chiomata
di foglie secche dalle cui feritoie
scagliava i suoi guardi dardi,
alla quercia giungo
per un forzato sentiero.
La mota mi pesa ai calcagni.
È lì, dalla parte interna dell’argine,
stesa ― per cuscino macerie, festuche
e bava tra polimeri e legni flottanti ―,
a terra scomposta, le zampe all’insù.
Perfette, rattratte.
Unghie come gemme
di carpino ghermiscono il vento
quasi inerte, già freddo.
A farsi schermo della terra.
La testa ― cimiero ghibellino ―
ripiegata. Un occhio vuoto, orbato,
snaturato, dà
a perpendicolo sul cielo.
Ancora calda.
Il becco semichiuso ― semiaperto grido
di scherno ― lascia cadere la lingua
coriacea, lucida, a lambire l’acqua
stigia. A grado Zero.
Il becco per cui passò il fiato, la biscia,
la gallinella dell’acqua, orlato
d’oro, laccato, perlato,
ingioiella l’erba fradicia. Riverbera
per i cocci di bottiglia.
La poiana uccisa.
Il bracconiere da qualche abitacolo
forse mi scruta,
per la perduta preda impreca. Bestia
superba, arcana, calda.
Nel nulla recente.
                             Gettala via!
Nascondila tra le grétole del canneto
o dove i lucci si spingono
a forza per le alghe. Hanno
fianchi presti, bramoso
e famelico ventre,
il ghigno aguzzo e gli occhi maligni.
La sollevo per il dorso. Morta
alla mia vita accanto l’adagio.
Appena appena vedo
il pene contratto.
Rigidità castrata. Oscena.
Non merita l’impagliatura clandestina,
la bestia aligera, sovrana,
né lo scheletro la teca vitrea
― il rostro splendido,
l’occhio grifagno,
etrusco, egizio, crudele ―
né la sepoltura merita. Troppo
diversa la terra, e pesante.
Non voglio seppellirla,
è terra, questa, da lombrichi.
Non voglio annullarla
in una gabbia lucifuga.
                                    Che
resti com’è! Col fulgore del piumaggio,
il magnifico becco, l’implacabile
alterigia degli artigli,
l’odore intenso, l’occhio acuto.
Immobile.
Il suo volo a piombo,
il tonfo sordo. Minerale.
L’acqua l’accompagni al suo oltretomba.
Non il piede profano, ma la mano,
questa mano spiumata,
la sospinga nella corrente che va
a immagine deforme dei venti
‒ torbidi gorghi,
nel cielo capovolto, virtuale,
profondo, freddo. Opaco smeraldo ‒.
La sospinga lontano dalla forza
calamitosa, tellurica.
                              Artigli
remiganti nell’aria
becco in forma di prua
ali spiegate a vela
petto prodiere e timone di coda,
la poiana come dràkar
scende all’Adriatico
nel gelido incendio della sera.
Nell’acqua che scorre
si ferma il suo tempo,
trattiene il mio tempo terragno.
(La chiostra alpina lassù.
Bianca di lutto e neve.
Per il cielo stormi
di gabbiani disposti
a V che rientrano da chissà quali
discariche pedemontane.)
La guardo di sbieco ― immobile ―
convergere al meandro dei lucci. E là…
Rabbiosi guizzi. Schizzi argentini.
Colpi di coda. E morsi e fango.
Sbattere di mandibole uncinate.
Vita primordiale e cieca.
Di branco. Malebranchie. (*)
A ridosso dell’argine infuocato,
rosso crepuscolare, sembra tutto
finire. Ricominciare.
Per un’altra attesa rientrano i lucci
nell’accidia del fondale.
In superficie bulicame, e piume
sgualcite alla deriva.
E più in là altri terrapieni addossati.
E oltre le rotatorie,
nascosto, sta il boccone fraudolento.
Insaccato. Carne letale ― è là,
è certo ― a brani, cruda.
Spietata pietanza infarcita
di lana di vetro. E più oltre,
l’aria fredda, e pipistrelli in letargo
in qualche crepa del ponte, e l’arcata
ad ingoiare rifiuti e relitti.
Il lucore laggiù di Mestre in uno
spettro ambrato di fumi,
soffusi come caligine.
                                Che
almeno resti un fiato
di voce, della poiana
disadattata. Straniera nel cielo
natale, uno straccio tra tangenziale
e passante autostradale. La poiana
morta per strada. Di strada. Tra brume
e fiume.

(* A somiglianza, non solo fonica, dei danteschi malebranche).

 

______________________________
Nota biobibliografica

Pier Franco Uliana (Fregona, 1951) ha pubblicato per la poesia (nel dialetto del Cansiglio): Sylva -ae (1985), Cantada de vizha (1995), Comèdia de nef (1999), Comèdia de troi (2000), Troi de Tafarièli (2001), Nubicuculìa (2004); in lingua: Lo specchio di Rainer (2000), Siderea arx mundi (2003), Hora -ae (2005). In prosa, la raccolta di racconti La manèra (2003); e i saggi: Cansiglio – Canséi. Radici del toponimo (2005), e Rimappatura mentale del luogo – Cansiglio per una resistenza al nonluogo (2005).
______________________________

 

***

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15 pensieri riguardo “Lettera dal Cansiglio”

  1. Eccoti qui, finalmente, caro Pier Franco, con questi smottamenti verbali di chi vede non vede franare i pendii ridendo col calice cin-cin, le bollicine del prosecco; sradicati i boschi per far vigneti, per far euro, ingrumàr, e dopo pianzer se tut vièn zo, se no’ sta in pie pì gnent.
    Lieto che la tua voce boschiva risuoni qui, lieto davvero.
    Con affetto e profonda stima. FF

  2. Per sua ( e nostra ) fortuna Uliana deve essere ( a ragione ) molto inc. , e la sua fervorosa testimonianza , molto ben connotata linguisticamente , ci fa sentire antagonistica(mente) in ottima compagnia .
    Lo ringraziamo per questo contributo , e un grazie a Marotta per le sue scelte .

  3. Essì, a partire da una lettera A (alfa, aleph), da un paesaggio natale -naturale (qui dal Cansiglio),
    “a passi algebrici” (non servono trascendenti), “ cammino lo Zero.”, cerchio
    che qui non pare ad ampio respiro (di rinascita), ma che piuttosto ridotto al minimo si intona all’epicedio del “grado Zero”, degrado tanto individuale quanto collettivo, anche se il circolo che connota il grado (di ciò che viene prodotto) contiene un marchio registrato.
    Persino il passaggio finale “tra brume / e fiume” è un ricircolo d’acqua intorpidito e torbido: “Nell’acqua che scorre /si ferma il suo tempo, /trattiene il mio tempo terragno.”, a terra, quasi fermo,
    per questo paesaggio passaggio che (come fosse un’ ecloga) dal bucolico (linguisticamente rinnovato e interpretato in modo ottimo) diventa visione reale e voce di protesta del suo centro e del suo intorno.

    Aggiungo il mio grazie e i miei saluti a quelli di F.Franzin e di L.Attolico.

    1. Suggestivo, come al solito: la “voce boschiva” non può che respirare con cadenza circolare, in un moto che crea suono-senso solo azzerando(si) ma senza rinunciare alla radice-tempo terragna – quella che conosce l’acqua perché la trattiene (e si trattiene sempre ciò che è fatto della stessa sostanza dell’involucro-voce che regge).

      fm

      1. bella questa “voce boschiva” che non può che respirare con cadenza circolare, ma bello tutto il movimento del tuo commento, grazie Francesco. ciao!

  4. testi con una loro arditezza, e credo un loro buon grado di energia resistente. peraltro, e certo non per caso, la vicenda della poiana è (o a me sembra) allegoria ben precisa della lingua stessa che di quella vicenda dà conto. in uno strano circolo che doppia sé stesso.

    forse a non convincermi fino in fondo (per quel che vale) resta l’eccesso narcissico-nostalgico di questa lingua sontuosa, non dico nei timbri e tonalità, ma proprio nel dispendio lessicale – un eccesso che, credo, rischia in qualche punto di esasperare il dualismo tematico che è poi struttura già palese dei testi, sino al rischio di renderlo prevedebile e retorico:

    “ahi baracche d’Eternit®
    ex-orti in conversione d’uso fatti discarica
    dove le vitalbe si danno alla macchia
    e fanno prove di resistenza dietro (ahi)
    capannoni con muri a vetrina antiproiettile
    tra cui celare fatica e profitti,
    tirati a lustro per rispecchiarsi
    l’un nell’altro in concorrenza
    (look-lucchetto)

    (ahi) labbri di ferite oniriche
    dove cova il sale del senso
    l’arcobaleno dei fonemi:
    eta verde
    zeta indaco
    theta bianco
     téte de Maràntega /
    mammelle di Mater Antiqua
    tét da ciuciàr /
    capezzoli da succhiare

    ma i bimbi-bambi vanno svezzati
    a Galatine® e Coca-Cola® di galateo
    è buona norma che l’herpes dialettale
    sia cauterizzato con italiano televisivo
    cicatrizzato con cenere di réclame
    liftato d’englisoide.”

    pareri forse frettolosi – sicuramente idiosincratici.
    mi scuso se sciocchi, ovviamente.

    un caro saluto a tutti,

    f.t.

  5. Fabio, nessuna osservazione è “sciocca” quando nasce da una lettura attenta (altro che frettolosa!) e rispettosa delle ragioni del testo, come la tua.

    Ti dico che anch’io ho letto questa stessa “esasperazione”, ma in uno solo dei termini del “dualismo” (quello della lingua plastificata, che è puro involucro senza risonanze, il calco preciso di una inconsistenza), dove il sovraccarico retorico serve a far implodere o a impoverire di “sostanza-voce” la stessa sequenza dei significanti (che finiscono per non aver più senso nemmeno in un universo totalmente reificato, finiscono per essere escrescenze della stessa logica della reificazione). La “lingua delle cose”, quella che nomina il mondo risalta per contrasto.

    Tieni presente, comunque, che la mia percezione deriva anche dalla lettura di testi dialettali di Uliana (che presenterò più avanti – veramente belli), dove tutti i modi dicendi sono riportati ad unità per restituire intatta, dantescamente, la “naturalità” della prima parola e della prima pronuncia – quella che stabilisce l’unico legame possibile con gli enti che ci circondano.

    Mi sono fatto l’idea, quindi, che si tratta di strategie “retoriche” accortamente utilizzate e modulate dal poeta per suggerire un dettato “altro”, più che per suggestionare o incartare intorno a una tesi.

    Magari l’autore ci dirà ben altro…

    fm

  6. caro Francesco,

    ti ringrazio di questi spunti critici ben perspicui sui quali mi fermerò a riflettere, magari aspettando anche i testi dialettali per farmi un’idea migliore.

    per ora, aggiungo solo che è proprio la funzione, o meglio l’attrito minuziosamente “calcolato” o cercato tra nominazione “naturale” e retorica mirante a svuotamento “per eccesso” – attrito cui risponde con precisione la dualità tematica (dico tutto semplificando, e me ne scuso) “paesaggio-natura” / “Zero-reificazione” – è proprio questo a lasciarmi, pur nell’ammirazione della maestria linguistica e metrica di Uliana, quantomeno perplesso.

    Mi spiego molto male ma, ciò che cerco di dire è che proprio questo tipo di dualismo sincronico – che è altra cosa da (ma mi ricorda gli) infiniti dualismi diacronici cui troppa poesia ci ha abituato – a far problema.
    Come se percepissi – e qui rientra in gioco il piano idiosincratico – illusoria/assolutoria questa modalità di contrapposizione per venire a capo di un problema, lo svuotamento e la reificazione, che forse andrebbe affrontato dal suo interno, dove contrapposizione forse non è più possibile, per cavarne effettivamente, sostanzialmente una chance di clinamen, cambiamento, passaggio di (e del) senso non irrigidita o nostalgica.

    Ad ogni modo, mi rendo conto che ora sto trascendendo troppo dalla poesia di Uliana – che ha stimolato queste riflessioni – per finire miseramente nel “mio” cerchio di problemi. Sovraimprimerli è scorretto, e anzi me ne scuso all’istante con l’autore.

    Ringraziando per il dialogo e la problematizzazione,

    f.t

    1. Fabio, se i commentatori non fanno quello che hai fatto tu qui, il blog in quanto tale non ha nessuna ragione d’essere – manca l’interazione autore/lettore, che sola ne giustifica l’esistenza.

      Ciao, grazie.

      fm

  7. @fabioteti
    @fm

    PALINODIA

    I miei primi 35 anni li ho passati all’insegna dell’ossessione dantesca: fuggire il bosco, la sua lingua selvatica, il suo tempo ciclico. Ma anche la radura ha le sue fiere da superare: la disciplina prospettica del metodo, il viluppo gerarchico dell’ipotassi, l’abbaglio delle figure retoriche. Ne porto tutti i segni. Ma proprio quando mi si spianarono, in una luce tutta cartesiana, i lunghi assi su cui svagare, avvertii il richiamo della foresta [del Cansiglio]. Al morso della lupa non c’è scampo, chissà da quanto tempo ne incubavo il virus, dall’infanzia forse. Sintomi mi furono l’insonnia, il malumore, la malinconia, l’apatia, la fotofobia. La coscienza dell’atopia. Vi ritornai un mattino di mezza estate, come un figliolo che mai fu prodigo. Che avevo da temere, munito com’ero della lingua della radura! della luminosa topografia letteraria italiana! Per quanto però cercassi il colloquio con gli alberi, questi mi rispondevano solo nell’idioma che tanto avevo esecrato, aborrito, rimosso, un dialetto ispido e acerbo. Allora allungai le mani impietose alle foglie apicali, le più fresche perché le più antiche, e le riposi nella gerla del foglio. Come Sibilla le ho tradotte a piè di pagina, le ho poi ordinate al sole dell’Agorà. Quasi che l’essicazione le salvasse dal degrado biologico. Sono dunque un traditore. Due volte traditore. Ho rubato il nutrimento di radici e bosco per ritradurmi nella lingua della radura. Ho tradito la radura perché sotto vi ho nascosto i semi degli alberi più possenti. Caina mi attende.

  8. Grazie per l’intervento, Pier Franco: una “palinodia” veramente illuminante. Riprenderemo sicuramente il discorso quando pubblicherò un’altra selezione di testi.

    Un saluto a tutti.

    fm

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