Le architetture perdute di Inés Fontenla

Rosa Pierno
Inés Fontenla

Ricostruire la geografia perduta delle terre sommerse dando fondo al blu oltremare, come se soltanto nella sua intestina profondità fosse possibile stornare il tempo e rendere il mito presente, fare slalom fra le rinvenute colonne, forse anche colpirle col mappamondo e frantumarle, per riportarle finalmente a più miti ordini, ove si possano recidere relazioni e porre distanze siderali, ove tutto l’universo appaia contratto, affinché in uno spazio così nitido divenga finalmente possibile udire il suono di metalliche sfere e si possa associare un unico referente: la nostra razionale mente.

Colonne, brillanti sotto un fascio diretto di luce, denunciano una superficie aspersa di sabbia e segnalano invalicabili confini. In ambiente rarefatto, pulitissimo, si stagliano i limiti della terra silicea che non debbono essere oltrepassati, stante il rapprendersi del concetto di indeterminato in relazione alla percezione del finito, relazione binaria di cui nessun concetto può fare a meno (la siepe del Leopardi, rispetto a cui l’infinito diviene ravvisabile).

Che mare e sabbia lascino trasparire qualcosa, lastra bianca, forma di inveduta tipologia o fossile da cui abbiamo ereditato le forme che usiamo, è visione suadente, che rapisce l’attenzione riattualizzando un mai sopito passato, anche se rintracciabile solo in una proiezione futura: come riconquistabile èra.

Imporre al medesimo oggetto sia un significato ideale sia un significato storico è solo apparentemente azione paradossale, poiché crea relazione, mediazione. Inés Fontenla lavora con colonne, tetti, portali, materiali da costruzione, tutti immancabilmente bianchi, poiché il bianco è un colore asettico, scevro di scie temporali: forme architettoniche cadute, frante, o ricostruite con le quali ottiene sul piano esistenziale ciò che solo idealmente esiste.

In queste costruzioni, mito sta per schema da declinare su imperfetta terra. Eppure, persino tali ideali mondi possono crollare e le costruzioni così pazientemente collezionate si rivelano solo forme giustapposte. Ma ciò che è crollato è comunque monumento che ha raggiunto stato di eterna esistenza. Un concetto può innestarsi nella pietra e resistere all’avvento di ogni epoca. Colonne reggono ideato mondo.

______________________________

Inés Fontenla vive e lavora a Roma. E’ nata a Buenos Aires e la sua formazione artistica si è svolta presso l’Accademia di Belle Arti di Buenos Aires e di Madrid. Si è perfezionata, poi, in disegno e pittura all’Accademia di San Fernando a Madrid, all’Università di Siena ed all’Accademia di Belle Arti di Roma. I suoi interessi spaziano attraverso diversi linguaggi, oltre al disegno ed alla pittura lavora con diversi materiali (legno, forex, perpex, diaproiezioni, video e tecniche miste) e svariate modalità, esprimendosi tramite installazioni complesse, interazioni con musica ed ambiente, imput concettuali e rappresentazioni di luoghi mentali oltre che fisici. Dal 1968 ha partecipato a numerose collettive nelle maggiori città dell’America Latina, d’Europa e d’Italia ed ha presentato varie personali a Buenos Aires, Madrid, Roma. Nel 1992 ha conseguito il primo premio “Immaginaria 92”.

***

Annunci

6 pensieri riguardo “Le architetture perdute di Inés Fontenla”

  1. Non è semplice avviarmi ad esprimere la mia opinione dinnanzi ad un apporto legato all’arte e all’architettura, ma ci provo seguendo questa fascinazione.
    Son sospinta dal desiderio di raggiungere Inés Fontenla e manifestarle il mio vivido apprezzamento.
    La sua perizia e la sua vis, ben presentate ed eloquenti tramite Rosa Pierno, rimandano ad una capacità mitopoietica ineludibile; ed anche ad una sorta di filogenesi dell’ opera che segue ( o dovrei dire insegue o tallona?) l’ontogenesi della materia e del linguaggio stesso.
    Polarità irriducibile l’una e l’altra, certo, ma irrinunciabile come Ultima Thule.
    Parole connotative ed esplicative di una varianza materica che canta qui un suo ineffabile mistero.
    Vi ringrazio

  2. Un grazie a voi, e a Rosa Pierno che continua a farci conoscere artisti di assoluto valore, che niente hanno a che spartire col bailamme liquidatorio nel quale siamo immersi (anche in questo campo).

    fm

  3. Una simulazione della realtà antiche dal fascino intrigante.
    Grazie, Rosa e Francesco, per rendere visibili le cose che devono esserlo.
    Marco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.