Inseguendo lampi lontani

Ivan Crico
Maurizio Benedetti

“Penso a queste nevicate, gli alberi / che sembrano dentro, il sale // sulla strada, la vita animale, che deve / decidere e pensare”. Un cantico doloroso e folgorante e rivelatorio, questo di Maurizio Benedetti, dove le divisioni tra dentro e fuori, bellezza e orrore, perdite e conquiste, si fondono fino a trovare una straniante e, insieme, esaltante armonia. Lirismo e sperimentalismo qui, come raramente accade, si incontrano sottraendosi al vacuo intimismo o al gioco verbale fine a se stesso per dare forma e voce ad una interiorità ferita nel profondo ma, al tempo stesso, capace di inscenare rituali di grande, non solo per sé, forza salvifica.
     Per parlare di questo gorgo incandescente di immagini solo apparentemente bizzarre, bisognerebbe rendersi conto pienamente, come ricordava Andrè Breton, del “potere di deriva” della poesia e di come possa essere “un mezzo infallibile per far tacere lo spirito critico e per liberare pienamente l’attività metaforica dello spirito…”.
     “Scompongo la mia anima / in tante primavere”: un altro verso che celebra, nel dissolversi del sé, la genesi di un altro tempo distante da questo, reso muto dalle bende di una cupa immanenza. Era costellata da presenze, visioni, colloqui con l’altrove la vita, fino a pochi decenni fa. Da quella del più semplice agricoltore come, tra rigidi cerimoniali e norme ferree, quella del giudice. Nella penombra della sera angeli assistevano, nelle povere camere gelide, al lento richiudersi delle palpebre di bambini assonnati. Donne dai piedi ricurvi spiavano, dal fondo argenteo dei corsi d’acqua, minacciose o infinitamente benevole, altre donne intente a tagliare sulle rive, all’alba, bagnati di rugiada, i rami del salice giallo per legare le viti o intrecciare cesti. Mani callose, più abituate a stringere con forza i manici dell’aratro che i pennelli, sull’intonaco grezzo di edicole sperdute fra le nebbie dei campi ritraevano, con i lineamenti delle loro madri o fratelli, in un tripudio di cobalto abbagliante e gialli teneri come primi fiori di campo, sgraziati e stupendi messaggeri dell’invisibile. Non così, oggi.
     Le cose non erano, mai, solo la parte che di esse si vedeva o si sentiva. Si poteva toccare.
     Porte, porte pesanti e dure da aprire sempre, ma sempre spalancate su lontananze abissali.
     La parola poetica – come queste, tenere rabbiose di “Bionda salamandra” – ricorda che ogni parola non può far altro che illuminare, come un faro acceso per un istante nella notte, una porzione di paesaggio, solo alcuni tratti di un volto, senza mai poter abbracciare totalmente l’immensità di cui fanno parte quel paesaggio, quei lineamenti imbevuti di ombre profonde. In “Passions” Derrida afferma: ” Ma se, senza amare la letteratura in generale e per se stessa, amassi qualcosa in essa che soprattutto non si riduca a qualche qualità estetica, a qualche fonte di godimento formale, questo sarebbe nel luogo del segreto. Nel luogo di un segreto assoluto. Lì sarebbe la passione». Nella sua acuta analisi del testo, Giuseppe Zuccarino ci dice che “questo segreto (…) la letteratura ha il potere di dirlo senza intaccarlo, anzi un testo è letterario proprio in quanto non sarà mai possibile asserire di averne colto o esaurito il segreto, giacché l’autore o il lettore – lo vedevamo a proposito del blanchotiano Instant de ma mort – resta sempre libero di proporne un’altra modalità di lettura. Ciò vale, a ben vedere, per ogni testo, anzi per ogni traccia in generale, ma di questo processo la letteratura offre una testimonianza che Derrida non esita a definire esemplare”.
     Il verso non arriva mai in fondo alla riga, si ferma prima, sempre. Per rispetto del silenzio e costretto al silenzio, lascia davanti a sé uno spazio vuoto, un abisso chiaro che è memoria di tutto ciò che in quelle parole non può essere detto. Un abisso che scava nelle parole e fa, della poesia scritta, la costiera erosa da venti millenari di miliardi di voci scomparse, scolpita dalla furia delle onde sempre diverse degli attimi. Un bianco lacerante di grandine sui petali in fiore, a volte, o di nube che dolcemente nasconde l’azzurro. Lo rende ricordo o fantasia. Modifichiamo ciò che ci circonda e ciò che ci circonda a sua volta ci modifica, inglobando in noi stessi altre cose che diventano, scomparendo, parte viva e visibile di noi. Membra e sangue, dialogo con chi ci sta accanto o chi non è più, di cui rimangono solo oscure tracce sulla neve silenziosa delle pagine.
     “Seduti tra gli alberi trovo i miei avi / e il sole diventa polvere bianca”.
     La poesia non racconta, non spiega il reale, ma si confronta con la sua parte indicibile. La evoca. Mette in continua discussione ogni definizione. Non traccia ma, se può, cancella confini. Riconduce, o cerca di ricondurre, lo sguardo alla prima volta in cui, non sapendo nulla di essa, un montagna, un frutto, una lucertola ha fatto irruzione dentro di noi, attraverso i nostri occhi, come un lampo di infinite possibilità. Lo stupore di ciò che non si conosce continuamente riproposto nei confronti di ciò che ci illudiamo di conoscere. Che ingabbiamo in preconcetti e semplificazioni per rendere, questa radicale estraneità ad ogni classificazione definitiva, rassicurante. Fare di una domanda incessante e faticosa una comoda ed innocua risposta. Scrive René Char in “Risposte interrogative a una domanda di Martin Heidegger”: “La poesia sarà un canto di partenza. Poesia e azione, vasi ostinatamente comunicanti.  La poesia, punta di freccia che presuppone l’arco azione, l’oggetto soggetto strettamente dipendente, la freccia che è proiettata lontano e non ricade perché l’arco che la segue la riprenderà prima della sua caduta…”.
     È da qui, da questa sospensione di ogni gravità, in questo leggero e continuo oltrepassarsi che le immagini più semplici, nelle liriche di Benedetti, acquistano una forza straniante e primordiale, come le pietre incise del Sahara ove cacciatori e prede da millenni convivono senza mai raggiungersi, immagini di una quotidianità – un tempo immersa nella natura, oggi sommersa da invisibili maree elettromagnetiche – che si riveste di un’aura quasi leggendaria: “Grumi di terra sulla riva / figurano il riposo / di neolitici leoni e come atleti / keniani le onde. // Piccole barche / passeggiano sole / in attesa del viaggio”.
     Fare di ogni oasi raggiunta non un approdo definitivo ma, sempre, una breve sosta. L’invito, non certo l’unico ma essenziale, di questa raccolta. Un invito a partire verso nuove mete, inseguendo lampi lontani.
“E sono già pronte le carovane / verso le svolte di altri misteri”.

 

______________________________

 

Maurizio Benedetti
Bionda salamandra e altre poesie
Prefazione di Ivan Crico
Udine, Edizioni Kappa Vu, 2010

 

Testi

 

DALL’IMMOBILE ALL’ETERNO

Dentro gli occhi di un insetto
si deforma la città. Le rose
in controluce ricoprono
i palazzi di un infimo
respiro.
Tra dense gramogne
e vecchi bauli, sullo sfondo della calce
abbandonata dai topi, inseguivo
relazioni dall’immobile
all’eterno

e ho ridotto il mio respiro
a uno specchio senza fine.

AUTOSTRADE DI OCCHI

Emozioni compatte
a sviluppo del domani

occhi schermati nella luce del tuo sangue

insetti che si mutano in profondi
orologi, insetti sull’acqua
oscurata dagli occhi.

Ostenta i colori
di un angelo curvo la sera
velata di strani elementi

Nel cielo più nero
autostrade di occhi.

 

BARCHE DELLA NOTTE

Apostrofi di luce
in picchiata dalle logge.
Spuntano due occhi a dare
colore, le facce dei bambini sulle giostre
imprevedibili e il solito Inglese
al centro della piazza.

É già pronto lo sciamano
a cercare le discese
tra le barche della notte.

 

MEDULIN

Medolino nel buio
ha le luci di Oklaoma, una strada
di ghiaia e le rosse del Veneto

con la cupola di pietra
degli antichi nuotatori. Medolino
è un ciottolato con le gonne a fiori,
baffi neri e cornamuse. Setacciando

il lungomare ti dimentichi
i pensieri.

 

ACERI E LARICI

Aceri e larici si scambiano
pareri da una parte all’altra
della strada sterrata.

Larici dalle braccia arcuate,
uno storto verso il mare, l’altro
attento alle figure
dei sassi sulla riva

e aceri di bosco, di misture
incolte che ti lasciano
altri mondi.

 

QUESTO MARE SI DISTENDE…

Questo mare si distende
su risaie lontane,
cassetti di foto e capanne
africane. Facendo attenzione

alle tante roulotte
scovo nell’anima una pianura.
Seduti tra gli alberi trovo i miei avi

e il sole diventa polvere bianca.

 

PREMANTURA

Una chiesa color caco
con il santo sulla svolta
e il vetro lavorato
dai venti di pineta. Si va verso

Premantura, tra boschi e dirupi
dove inciampa il mare.
Case bianche
sulla piazza, strade arse dell’inganno.

 

BULOS DI PAÎS

E fasevin dispiets
e cjolevin pal cûl, e ufindevin
e dopo e disevin:
“La prossime che tu fasis
tu âs finît par simpri”.

Nol ere tant temp che ere
muarte me mari,
che mi vevin menât
parfin tal simitieri
a fâ la prove di coragjo
cul mostro Cernazai.

Cumò co ai cuarant’ains
mi metarès a ridi
ma in chê volte o eri
frut e no capivi.
Usât a sei colpevul
dal cancar di mê mari, fossial
stât nome chel…

Par dî la veretât
o eri trascurât e o fasevi
el stupidel par vê un pocje
di atension, un estro
di cjatâ o par dismenteâ
e la int ûr crodeve
co fos io el menoât
e ur crôt ancie cumò.

Però, insomp de storie
cun dute che borie

ce sono deventâts?

[Bulli di paese.
E facevano dispetti / e prendevano in giro, e offendevano / e dopo mi dicevano: / “La prossima che fai / tu hai finito per sempre”. // Non era passato troppo tempo / dalla morte di mia madre, / che mi portarono / perfino al cimitero / a fare la prova di coraggio / con il mostro Cernazai. // Adesso che ho quarant’anni / quasi ne sorrido / ma allora ero / bambino e non riuscivo a capire. / Abituato a sentirmi colpevole / del cancro di mia madre, e fosse / stato soltanto quello… // Per dire la verità / ero trascurato e facevo / lo stupido per avere un po’ / di attenzione, una fantasia / da trovare o per dimenticare / e la gente credeva / che fossi io il ritardato / e lo crede ancora. // Però, in fondo a questa storia / con tutta la loro boria / cosa sono diventati?]

 

***

7 pensieri riguardo “Inseguendo lampi lontani”

  1. Io sono convinto che Maurizio sia una delle voci più originali del panorama attuale, semplicemente. Oltre a essere una persona del tutto incapace di invidia e risentimento. Sono felice di trovarlo qui.
    Un caro saluto a Ivan e fm.

    Francesco t.

  2. Sottoscrivo in toto ciò che ha detto Tomada nel commento precedente. maurizio è una persona di una purezza abbagliante, e una voce altrettanto limpida.
    FF

  3. Volevo qui segnalare che AUTOSTRADE DI OCCHI, BARCHE DELLA NOTTE,
    DALL’IMMOBILE ALL’ETERNO e PREMANTURA sono poesie inedite, mentre
    di QUESTO MARE SI DISTENDE, presente nel libro, si propone qui una versione con alcune lievi modifiche. BULOS DI PAIS è scritta in lingua friulana.

  4. Icastica e felice semplicità poetica di una persona pura.
    Indimenticabile quel sole che diventa “polvere bianca”.
    Grazie a Francesco, Fabio e Ivan.
    Marco

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