Repertorio delle voci (XIV)

Manuel Cohen
Marino Monti

Lus

Lus ch’al n’ha fatèz
al s’apéja
int e’ bur.
L’udor dla môrta
l’é póch luntân.
La mi crôsa
la j è a là
in che mur d’ombri
za pronta
par pighem
e’ côr.

[Luci – Luci senza sembianze / si accendono / nel buio. / E’ vicino / l’odore della morte. / La mia croce / è là / in quel muro d’ombre / già pronta / per piegarmi / il cuore.]

 

MARINO MONTI.
Il RESPIRO DEL TEMPO E LA VITA NELLE STAGIONI.

“U j è un mument, passê ch’l’è l’ivmarì,
ch’u s’ved e u n’ s’ ved, ch’ l’è bur e ch’ u n’ n’è bur
che al vos dla sera a n’ s’ fa incora sintì.”

(Aldo Spallicci, L’arpôs).

     C’è un respiro, nella poesia di Marino, che ha a che fare con la vita. Quasi ne deriva, endogenamente, dal ciclo vitale degli attimi, delle ore, dei giorni, dei mesi, delle Stagioni. Raramente accade oggi di imbattersi in un autentico poeta ‘di natura’, non uno che faccia uso o che esibisca il proprio paesaggio, o che lo offra come una preziosa cartolina d’antan, o un patinatissimo biglietto da visita, bensì un poeta che della natura – sua propria e della sua terra – ne ha scansione e ritmo, e ne avverte anche i meno avvertiti, i microscopici fenomeni cosmici e atmosferici; tale è Marino Monti.

     Lo diremo dunque un respiro, il suo, de’ mi paes, dei luoghi e dei paesi, i cari luoghi, deputati e addentellati, di una vita, passata e presente, ritmati e cadenzati dal tempo, nelle sue coniugazioni, dai tempi dell’anteriorità a quelli della contemporaneità, nel ricordo dei genitori, nel presente della perdita; sia esso tempo meteorologico, contrassegnato dalla nebbia o dalla brina, dalla pioggia o dalla neve, sia esso tempo della durata, con le sue albe, i suoi tramonti, le variazioni della luce, le accensioni coloristiche del sole, nei rossi al calar della sera, o degli anni alle spalle, o delle stagioni, avvertite con un sentimento di lancinante e circospetta crepuscolarità diffusa; sia esso tempo interiore, della vita che si cerca, della gioia e del dolore, della nuova stagione, quella dell’età matura, che anche per Marino si profila all’orizzonte, riecheggiante in alcuni testi che anticipano la propria senilità. Respiro che è simbiosi e radice, radis, di terra e di giorni, tra elemento naturale e correlativo dato umano.

     Giunto con Stasôn alla sua quinta raccolta di versi, Marino Monti si conferma nel solco della più pura linea della lirica, quella della poesia onesta di Umberto Saba e Biagio Marin, ma anche quella di una altissima tradizione romagnola che certamente lo riguarda: Aldo Spallicci e Tolmino Baldassari, per fare i nomi di due riferimenti certi per la sua phoné. Anch’egli procede con graduale progressione, con scarti minimi, da un libro al successivo, affinando il proprio punto di osservazione del mondo, focalizzando il proprio mondo, e i propri strumenti linguistici e retorici, rastremando vieppiù il proprio dettato in versi e in partiture strofiche brevi, e ipometre, condensato in un vocabolario minimo, sapientemente selezionato e elementare, lo diremmo quasi una grammatica interiore, (ȃnma, rispir, vos, grimbiè,, lus, crôs, anima, respiro, voce, luce, croce) in direzione della edificazione di un Unico Libro che tutti li contempli, un vero e proprio canzoniere: il suo Libro.

     Nella nuova raccolta di versi, come con costanza e coerenza, di temi e stilemi, di motivi e miti domestici, a cui variamente alludono sin dai titoli le raccolte precedenti, come spie paradigmatiche o enunciati programmatici, cogliamo quelle parole che assurgono a veri e propri stilemi, o, a volte, a correlativi oggettivi e sono: ora e tempo, ombra e giorno, anima e terra, respiro e sera: E’ bat l’ora de’ temp (1998); A l’ombra di dé (2001); L’ ȃnma dla tëra (2004); Int e’ rispir dla sera (2007), e ora Stason, dove tempo atmosferico e tempo interiore sono indissolubilmente legati, stigmi di chi trae le proprie origini da una cultura rurale, in cui la vita umana è simbiotica alla vita vegetale e alla vicenda che regola la terra e i suoi frutti, e il ciclo del tempo: in ragione di questa vicenda, naturale e creaturale, la vita umana agisce, soffre, pensa, respira, in questi versi, e sulla pagina del libro.

     Stason, come le raccolte che lo hanno preceduto e a cui è irredimibilmente legato da nessi semantici e coordinate linguistiche e figurali, va dunque inteso come un diario eminentemente lirico, un Libro d’ore, che consta di quattro sezioni di 25 testi ciascuna, in cui i riferimenti alle stagioni, e ai mesi specifici sono continui o frequenti, come in questi esempi di prelievi di lessico: Inveran, Prèmavira, Instȇ, Autón ( Inverno, Primavera, Estate, Autunno), setémbar, nuvèmbar, agost (settembre, novembre, agosto); o in parole e locuzioni in cui i riferimenti sono costantemente riallusi e colti nel paesaggio: l’autunno nella nebbia, nèbia, o nei rami spogli, rém smanè, l’inverno annunciato dal freddo o dalla pioggia, frèd, piöv; la primavera anticipata da un vento di quaresima, vent ‘d cvaresma, o dalla Pasqua, Pàscva, o l’estate che rivive nei riti della trebbiatura, batdùra; respiro del tempo, e vita nelle stagioni, come scritto in E’ rispir dla tëra Il respiro della terra:

L’entra int e’ sangv
e’ rispir dla tëra
indó che j ên e al stasôn
al s’è cunsumedi.

[Entra nel sangue / il respiro della terra / dove gli anni e le stagioni / si sono consumati.]

     Il percorso di Marino Monti va verso la chiara delimitazione del proprio mondo affettivo e fisico, una geografia interiore in cui la memoria della terra e degli affetti è il nodo e lo snodo della vita: lo è per il padre scomparso, per la moglie al suo fianco, la Graziella a cui sono dedicati tutti i suoi libri, lo è per una dolente genitorialità negata, lo è per la madre che non c’è più e c’è sempre nella sua vita: una grande madre, che è mater e al contempo ghenetrix, parola che ha la stessa radice greca di ghè, ovvero la terra, da cui si è generati e a cui si ritorna, tema non a caso tra i più decisivi del libro, affrontato nel bellissimo testo di Int la grimbiè d’una mȃma (nel grembo di una madre):

Int un zil avert,
in ch’la brazeda
e culor rós dla sera,
sȃngv de’ mi sȃngv
in ch’la cursa d’la vita
cla s’ stend
par arturnè dop
coma sempar
int la grimbiè d’una mȃma.

[In un cielo aperto, / in quell’abbraccio / il colore rosso del tramonto, / sangue del mio sangue / in quella corsa della vita, / che si diffonde / per poi tornare / come sempre / nel grembo di una madre.]

     Dove il grembo materno è pure il figurale otre terrestre. Figurale, figurativo e coloristico, vengono a connotare di sé e a fungere da trait d’union tra venature realistiche e alto tasso di simbolismo o figuratività, che in Monti è rappresentato dal ricorso alla metafora, molto spesso connaturata al suo socioletto romagnolo, come ho già in precedenza avuto modo di sottolineare recensendo L’ȃnma dla tëra: “sequenze mineralizzate di tropi, che arricchiscono in figuralità e valore simbolico, quasi precipitate ‘a pioggia’, e più per filiazione endogena che per un troppo calcolato poièin” ( su «Il parlar franco», n.5, anno V, 2005, pp.146-149).

     A questo mondo, a questa lingua, interiore e condivisa, dalle forti valenze sociali, dalle sonorità concrete e uniche – arciapé e rispir – in cui si esprime una cultura e le sue radici, Marino Monti consegna la fedeltà della sua vita, le sue più intime stagioni.

 

______________________________

Marino Monti, Stasôn (Stagioni)
Prefazione di Manuel Cohen
Villa Verucchio, Pazzini Editore, 2010

 

radìs de’ mi paes
(2004)

 

Invcér

U s’invëcia
i dé
in che rós
chi e’ brusa
luntân.
J óc
sbalistré
sora cal robi
ch’al s’inbrunés
int un cruséri
ad scurs.
Urmai l’è sera.

[Invecchiare
Invecchiamo / i giorni / in quel rosso / che brucia / lontano. / Occhi / sbalestrati / sulle cose / che anneriscono / in un crocevia / di discorsi. / Ormai è sera.]

 

Fréd

Sol e’ zét
u m’è bsén
in ste bátar
de’ temp.
Vös
adës insdè
int e’ scalén,
agli ha sbasé
la tësta.
Int la tëra
tlarâgn ad bréna
al lasa a e’ sol
l’utma gózla.
La zèndra la môrta
l’ultma fiâmba.
L’artôrna
int la câmbra
e’ fréd
ch’e’ ciôta
la mi ânma.

[Freddo
Solo il silenzio / mi è vicino / in questo attimo / di tempo. / Voci / ora sedute / sullo scalino / hanno chinato / il volto. / Sulla terra / ragnatele di brina / lasciano al sole / le ultime gocce. / La cenere spegne / l’ultima fiamma. / Ritorna / nella stanza / il freddo / che avvolge / la mia anima.]

 

Zuvantó

Int la cursa de’ dé
in cla lus
ch’la s’afonda
tra zil e tëra
in che rós
indò che j armùr
i s’liva par l’utum sbadai
u j è un cantôn
cun la scrâna di mi zugh,
e sora a una pasarëla
i cór i sogn tra e’ rispir
dla zent,
i pës j è fët
j è cóma l’acva ch’la cór
sóta a la lus d’un lampión.

[Gioventù
Nella corsa dei giorni / in quella luce / che si spegne / tra cielo e terra / in quel rosso / dove i rumori tentano l’ultimo balzo / c’è un angolo / con una sedia piena di giocattoli, / e su quel ponte / corrono i sogni nel respiro / della gente, / i passi sono tanti / sono come l’acqua che scorre / sotto la luce di un lampione.]

 

E’ piôv int la sera

Cvânt che int la sera
e’ piôv,
al vôs
al s’racòza
toti in ca,
e’ vent
e’ môv al pôrt
e e’ són
u s’avres
par racuzê
tot j armùr.
E’ carmén
coma una finëstra
spalanchêda
e’ lasa andè
la su fiâmba.
Un ragn
e’ stènd
la rêda,
in chi fil d’arzent
u s’ingavâgna
i s-cen.

[Piove nella sera
Quando / nella sera / piove, / le voci si radunano / tutte in casa, / il vento / fa muovere le porte / e il sonno / si apre / per raccogliere / tutti i rumori. / Il camino / come una finestra / spalancata / libera / la sua fiamma. / Un ragno / stende / la rete, / in quei fili d’argento / si aggrovigliano / gli uomini.]

 

Cla frônt

Cvânt che agli ôr de’ dé
al va piò piân
e e’ zil e’ ciapa e’ culor
dla sera,
al stré longhi tra al lazér
smanêdi,
cóma riv d’un fòs
al pôrta cla frônt
ch’la gronda vôs,
e sóta a e’ vultòn
dla ca
znoc scurghêdi
dai ses
al zuga cóma linzul
int l’acva profumêda
’d bughêda.
A vagh nenzdrì
e sóta a la lona
i nostar pès j è
in che són dla premavira,
in cla zendra sôra a la tëra
ch’la sfa coma l’ómbra
int la lus róssa
longh a e’ mur.

[Quella fronte
Quando le ore del giorno / trascorrono più lentamente / e il cielo prende il colore / della sera, / le strade lunghe, / tra i filari spogli, / come argini di fossi, / portano quella fronte / che gronda parole, / e sotto il porticato / di casa / ginocchia scorticate / dai sassi / giocano come lenzuola / nell’acqua profumata / del bucato. / Vado a ritroso / e sotto la luna, / i nostri passi sono / in quel sonno della primavera, / in quella cenere sulla terra, / che scompare come l’ombra / nella luce rossa / lungo il muro.]

 

Candél môrti

Coma candél môrti
i dé i lasa
e’ fréd de’ fom.
Int agli ôr
stôrti,
i pinsir i sgozzla
zò pr ì vidar
coma l’acva ch’la lèva
la faza.
Sora a cla tevla
u s’apigia al braza
int e’ són
dla mi sera.

[Candele bruciate
Come candele bruciate / i giorni lasciano / il freddo della polvere. / Nei momenti / tristi della vita, / i pensieri sono gocce / che scivolano sul vetro / come l’acqua che lava / il viso. / Sulla tavola / si piegano le braccia / nel sonno / della mia sera.]

 

Un nóm

L’ómbra
di bu
la s-ciaza
i zugh d’un bastêrd.
Adës
che e’ zôv
e’ guêrda al lon
e i martél
i n’ cânta piò sora a la fëra,
a scriv
cun i fiur dl’urtiga
un nóm
sóta a una crôs.
Tra i spén
e’ sëra i óc
e e’ môr
nénca e’ fiom.

[Un nome
L’ombra / dei buoi / copre / i giochi di un bambino. / Adesso che il giogo / guarda il trascorrere delle lune / e i martelli / non cantano più sulla falce fienaia, / scrivo / con i fiori dell’ortica / un nome / sotto una croce. / Tra gli spini / chiude gli occhi / e muore / anche il fiume.]

 

I mi véc

Sota a e’ stì
lis
e’ bateva e’ côr
pr e’ su fiôl.
Cóma un campanil
ch’e’ pôrta int la
faldé
la su campâna,
in che fagòt
ad strëz
u j era la vös
de’ fiôl
tra al braz dla fadiga.
Schêlz
int al pscól dl’inveran
a sent ancôra adës
chi chémp
e cl’acva féna
che a premavira
la inzucaréva
e’ vêrd dla tëra.

[I miei vecchi
Sotto il vestito / consumato / batteva il cuore / per il figlio. / Come un campanile / che porta nel / grembo / la sua campana, / in quel fagotto / di stracci / c’era la voce / del figlio / tra le braccia della fatica. / Scalzo / nelle pozzanghere dell’inverno / sento ancora oggi / quei campi / quell’acqua fine / che a primavera / addolciva / il verde della terra.]

 

Pighé la tësta

A pigh la tësta
sôra
a cal vôs
persi,
par sintili
tra i pinsir,
tra i sogn,
par sintì
che sôn
e indurmintem
sôra
a chi foi.

[Piegare la testa
Piego la testa / su / quelle voci / perdute, / per ascoltare / tra i pensieri, / tra i sogni, / per sentire / quel suono / e addormentarmi / su / quei fogli.]

 

E’ dé

U s’ n’i n’va
sota al gozal
dl’acva
e’ dé
e cla poca lus
l’è coma
un fil ad vôs.
Adës in ca
u s’ardus
al scrân.
L’è sera.

[Il giorno
Se ne va / sotto gocce / di pioggia / il giorno / e quella poca luce / è come / un filo di voce. / Adesso in casa / si raccolgono / le sedie. / E’ sera.]

 

Ad sfiânch

L’ómbra
che ancôra adës
la m’camena
ad sfiânch
l’è la spónda
de’ mi sintir.
Cvânt che a m’inznoc
agli uraziôn
al slenta cla côrda
ch’l’è un capëstar
in cla trèv
ch’la ten in braz
e’ pes dal tlarâgn.
Fiur ad zinëstra
i m’pôrta luntân
tra i sod
di mi grép.

[Di fianco
Quell’ombra / che ancora adesso / mi cammina / di fianco / è la sponda / dei miei sentieri. / Quando mi inginocchio / le preghiere / allentano quella corda / che è un capestro / dalla trave / che porta tra le braccia / il peso delle ragnatele. / Fiori di ginestra / mi conducono lontano / tra la terra aspra / dei miei greppi.]

 

Visulà

Fói ómdi
al rómp
e’ tréi di grél.
U m’ s’aglopa
ados stal piânt,
e la lus
l’ars-ciëra
apèna al vèt.
Visulà
u s’avres una piâna
indò che ancora
tot al mâmi
al pôrta
i fiùl
int la brazêda.

[Lassù
Foglie umide / interrompono / il canto dei grilli. / Mi si avvolgono / addosso queste piante, / e la luce / rischiara / appena le cime. / Lassù / si apre una pianura / dove ancora / tutte le mamme / portano / i figli / tra le braccia.]

 

***

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12 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XIV)”

  1. Un altro magnifico regalo di Manuel Cohen. Non conoscevo Marino Monti, ed è una sorpresa che rasserena. Leggendolo sentivo la pioggia battere sui coppi, tintinnare lungo le grondaie anche se qui, da dove scrivo, ora non piove. Si sente il respiro di cose vere, concrete, fra le sue parole, così lontane (non così antiche, sia chiaro), così più sacre.
    FF

  2. Voce di grande richiamo, questa, di Marino Monti, profondamente lirica eppur calata nella realtà, una realtà dove il “circostante”, il sogno, il ricordo, si miscelano in suoni e sensi di affascinante morbido vigore. L’ossimoro mi sembra d’obbligo.
    La brevità e la stringatezza dei suoi elaborati, conferiscono una nota di maggiore incisività ad un discorso poetico deciso ed elegante, mai sopra le righe, mai dimesso e rachitico.
    Rileggerò i testi con molta attenzione e, mentre mi complimento con l’autore,lieta, sempre di conoscere voci dialettali che onorano il linguaggio delle proprie radici più palpitanti, ringrazio Manuel del “magnifico regalo” come dice Fabio e del suo costante e appassionato impegno.
    Un caro saluto.
    Flora Restivo

  3. Puntuale e autorevole la prefazione di Manuel Cohen , , , , e lirici, suggestivi e condensati i versi di Marino Monti. Ad entrambi e al magnifico anfitrione, Francesco Marotta, un GRAZIE per questa nuova bella finestra sulla poesia dialettale e un abbraccio, Marco Scalabrino.

  4. Mi unisco ai ringraziamenti di Fabio rivolti a Manuel, che ci segnala con passione vera queste belle poesie di Marino Monti. Mi vergogno un po’ a dire che non lo conosco. Eppure mi è geograficamente e stilisticamente vicino. I suoi temi li sento molto vicini e anche il modo di esprimerli. A volte i paradossi della vita vogliono che intervengano persone distanti per far conoscere quelle più vicine. Ma in fondo quel che più conta, oggi più che mai, è la vicinanza del sentire autentico. Grazie.

  5. E Bravo Marino! Poeta nell’ombra, che cura le sue ombre. Che da anni si spende, poeta operaio, a organizzare trebbi, concorsi di poesia nella provincia dimenticata delle Pievi di Romagna, insieme alla sua amata e dolcissima Graziella. Una poesia pulita, ma anche densa, dolente, terragna. Grazie a Manuel per aver portato alla luce questa voce!

  6. Ho avuto l’onore di ricevere in omaggio la raccolta “STASON”, dall’autore Marino Monti. Ho letto e riletto le sue rime con attenzione, per la difficoltà della diversità delle parlate Romagnole, che ha la ricchezza di essere variegata nel territorio come ebbe a rilevare il glottologo di nazionalità austriaca Friederik Shur, profondo studioso delle parlate del territorio di Romagna. Ma superata la logica momentanea difficoltà, nel ripeterne la lettura, ho potuto veramente godere della bellezza dello scrivere che ha il Monti. Non saprei che cosa aggiungere a quanto è stato scritto in queste pagine, come meglio non sarei capace di fare , in quanto sono un buon dilettante, ma non certo “critico letterario”. Mi definirei lettore e fruitore appassionato di tutte le opere scritte con l’uso dei vari dialetti delle parlate d’Italia, perchè ho sempre ritenuto insostituibile la frequentazione delle parlate dialettali, se si vuol apprendere l’anima della gente, fin nelle pieghe più nascoste nella loro importanza storica. Leggendo le poesie del Monti, la meraviglia che ti avvolge è dovuta al fatto che avanti nella lettura, si riecono persino a percepire i profumi della campagna, fin nell’odore meraviglioso delle zolle rivoltate dall’aratro, l’odore dei piatti regionali, con gli aromi capaci di essere la firma indelebile della capacità inventiva delle massaie di casa nostra.E poi la semplicità della scrittura, sicuramente frutto di una attenta ricerca di essere semplice, per essere compreso da tutti senza per altro perdere la freschezza dell’originalità e dell’improvvisazione che da spessore allo scritto. Coloro che mi hanno preceduto su queste pagine, ha saputo dire quanto e meglio di me va esaustivamente detto della poesia e del poeta Marino Monti. La sostanza della pratica dei veri valori, che fanno della vita la maestra del bel sentire nell’importanza della tradizione che, pur nella evoluzione del modernismo incombente, non si ammanta dell’oblio del bello, che ci aiuta ad andare avanti senza perdere i sapori ne il senso del sociale. Ancora una volta Marino ci indica come guardare avanti senza perdere la traccia del cammino fin qui persorso, ed io mi sento onorato di avere fra il gruppo degli amici coloro che, come Marino, restano genuini nella purezza del loro sentire il piacere di trasmettere il gusto di una lettura altrimenti inconosciuta. Grazie Marino, non per niente io ti chiamo da sempre “Maestro”. Auguri.
    Renato Piccioni

  7. Grazie per i commenti. E’ stata una grande, piacevole sorpresa anche per me. Trovo particolarmente significativo il lavoro di scavo che opera all’interno di una “lingua” che solo uno sguardo molto superficiale definirebbe “statica”: la trasparenza delle immagini e del lessico è funzionale alla visione del movimento che la “parlata naturale” produce.

    fm

  8. Con grande gioia raccolgo queste profonde e per me lusinghiere considerazioni. Tutto quello che mi circonda è, al momento, un’ ombra assente. Vivo la luce di questra finestra.
    Un grazie di cuore e una stretta di mano a tutti Voi.
    Monti Marino

  9. Resto molto colpito dalla calma e dalla freschezza del dettato, che mi fa entrare molto bene in quel mondo sconosciuto che è la poesia dialettale.
    Grazie.
    Marco

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