Life on the tracks – Prologo

“Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.”

Life on the tracks

A M., guardando
una vecchia foto
ritrovata per caso.

Ho cominciato a comprare qualche disco verso la fine del 1969, ma il primo che ho avuto risale all’anno precedente, un regalo graditissimo da parte della madre di una mia compagna di classe. Si trattava di una raccolta di successi di Billie Holiday, fino ad allora, per me, nient’altro che una voce senza nome e senza volto, un fantasma sonoro che inseguivo, senza sapere bene cosa stessi veramente cercando, già da parecchi mesi.

Era andata così. Finiti gli esami di licenza media, mio padre aveva pensato di regalarmi una radiolina a transistor, molto probabilmente perché, in qualche occasione, dovevo aver espresso il desiderio di averne una. Anni dopo mi avrebbe confessato, molto candidamente, di averla vinta un paio di settimane prima a una pesca di beneficenza, durante l’annuale sagra in onore del santo locale. Sia lode anche al patrono del “natìo borgo selvaggio” allora, visto che io e quell’oggetto, che occupava uno spazio poco più grande del palmo della mia mano, diventammo inseparabili. Con somma felicità, per giunta, anche di una mia vecchia conoscenza, il tabaccaio sotto casa che, oltre a vendermi di nascosto, già da un bel pezzo, sigarette di marche e di qualità improponibili, aveva trovato pure chi, alla luce del sole, gli permetteva ora di svuotare tranquillamente il magazzino, a intervalli settimanali, delle giacenze di pile che vi teneva in deposito.

Inseparabili, dunque. E infatti, me la portavo anche a letto, passandoci assieme parecchie notti insonni, soprattutto dopo aver scoperto che, terminati i programmi di rete, bastava smanettare un po’ sulla manopola ed era possibile talvolta sintonizzarsi con una stazione estera (molto probabilmente, ma non l’ho mai appurato, Radio Capodistria), avvicinando in tal modo musica altrimenti introvabile, quasi inudibile nella programmazione ordinaria italiana. A me quel contatto riusciva sempre più frequentemente, non so per quale miracoloso incrocio di ripetitori, dovuto forse alla posizione favorevole della zona dove mi trovavo ad abitare; e, di conseguenza, sempre più numerose diventavano le ore strappate al sonno. Fu proprio così che, in una sorta di dormiveglia, una notte mi capitò di ascoltare quella dolente melodia, quella voce che mi afferrò dentro le viscere fino a stritolarle e mi costrinse ad alzarmi, a prendere in tutta fretta un foglio e a scrivere gli unici due versi che riuscivo a ricordare e a ricostruire: “Southern trees bear strange fruit, / Blood on the leaves and blood at the root“.

I mesi seguenti li passai a chiedere informazioni a destra e a manca, come un invasato che ha una missione ineludibile da portare a compimento: anche se si stava parlando d’altro, con chiunque mi intrattenessi, inevitabilmente facevo scivolare il discorso verso l’unico argomento che mi interessava davvero indagare. Qualunque persona incontrassi, diventava immediatamente, per me, il depositario inconsapevole di una speranza che si realizza, il possessore della formula che svela l’identità e chiarisce l’arcano. Era come se tutta la mia vita non dipendesse da altro che da quello “strano frutto“, da quel “sangue sulle foglie e alle radici“; era come se quell’albero fossi io e avessi bisogno, per continuare a fiorire, di sapere cosa mi era successo, perché fossi ferito e sanguinassi, di quale materia così vulnerabile fossi veramente composto. Fu una delusione totale ogni volta, un silenzio o un sorriso di commiserazione a ogni domanda, con parecchi inviti a “farmi vedere da uno buono“, che dalle mie parti significa, né più né meno, che sei sulla strada giusta perché ti si svapori il cervello tra i capelli da un momento all’altro. La ripresa autunnale della scuola, invece, in un ambiente completamente diverso, in tutti i sensi, da quello che mi ero appena lasciato alle spalle, mi regalò l’amicizia e la conoscenza (reciprocamente interessata: ma per ben altri motivi) di colei che mi avrebbe aiutato a risolvere il problema, a dare un nome e un volto al mio fantasma. Benché coltivassi nei suoi confronti, fin dal primo momento in cui l’avevo vista, attenzioni di tutt’altro genere (felicemente ricambiate, del resto), non feci mancare nemmeno a lei, ad ogni buon conto, il quesito che come un mantra continuavo a proporre in giro, anche se diventava, tentativo dopo tentativo, sempre meno convinto, sempre più disilluso il tono della richiesta. Grande fu dunque la mia sorpresa nel sentirmi rispondere che, probabilmente, si trattava di una di “quelle robe da neri” che ascoltavano, “da veri malati quali erano”, i suoi genitori. Talmente grande, infatti, che non colsi la nota di disprezzo con cui pronunciava quel “neri“, tanto meno il sordo impatto di quel “malati” seminato con rabbia nell’aria.

E fu così che il mio fantasma si materializzò, inaspettatamente, un tardo pomeriggio autunnale di quell’anno ormai lontano, quando, davanti a una ricca e sostanziosa merenda (un vero e proprio avvenimento inaspettato anche quello, a dire la verità), una signora molto gentile, appassionata di jazz e blues, così come il marito che ne era un vero cultore (musiche che la figlia odiava, invece, con tutto il cuore) non pose fine alla mia estenuante, e fino a quel momento inutile, ricerca. Libri e vocabolari fecero in fretta a sparire dal tavolo, lasciando il posto a una distesa di dischi quali avrei potuto immaginare solo negli scaffali di un negozio specializzato americano o inglese. Nomi che sembravano usciti da un catalogo mitologico completamente ignoto si impadronivano della mia mente e vi si imprimevano come segni di una mappa immaginaria tutta da tracciare: Miles Davis, Charles Mingus, Ray Charles, Robert Johnson, Muddy Waters, Ella Fitzgerald, John Lee Hooker, John Coltrane, Sara Vaughan, Bessie Smith e decine e decine di altri. E sopra tutti lei, Billie, il cui profilo bellissimo, dolce e drammatico come un mistero, scavato come una ferita pronta a riaprirsi al primo respiro, eppure preziosa e amata come un solco vitale, come lo specchio segreto che solo conserva e protegge il nostro volto più vero, campeggiava sulle copertine di svariati album. Ero incantato, letteralmente diviso tra stupore e tremore come davanti a un reliquiario che, nel suo alfabeto ancora intraducibile, nasconde qualcosa dei nostri giorni a venire: sentimenti che non avrei mai avuto la possibilità di condividere con la giovane amica che pure mi aveva regalato, per una incredibile casualità o per destino già scritto, le chiavi di quello scrigno.

Te lo ricordi? Intorno a noi, allora, era in piena esplosione, con tutto il suo immenso carico di gioie, di speranze, di sogni, di lutti e di tragedie, una primavera che ci avrebbe entrambi travolti e inghiottiti – come tanti, come tutti forse: una stagione irripetibile che ci avrebbe condotti verso scelte ed esistenze diametralmente opposte, su sponde completamente differenti, lontanissime; e ci avrebbe resi sempre più distanti, sempre più stranieri e sconosciuti, come ombre che nate da una stessa luce nemmeno sanno più da dove vengono, dove vanno, chi sono, chi o cosa erano appena ieri. E nulla sarebbe stato più come prima, nulla poteva ormai servire a colmare quell’abisso che giorno dopo giorno, inesorabilmente, si dilatava tra di noi e tra i nostri mondi; niente che potesse ridurlo di quel tanto o poco che sarebbe bastato a tendersi ancora la mano, o a cercare di farlo, a riconoscersi dall’odore, a riscoprirsi in una piega dello sguardo. Niente, nemmeno il ricordo dei nostri incontri che si facevano sempre più frequenti, la conoscenza sempre più intima, profonda, totale dei nostri corpi e delle nostre vite, la vita che ci scambiavamo anche solo guardandoci e sfiorandoci tra i banchi, aspettando di rimanere soli, di riversarcela fino all’ultima goccia attraverso le labbra, attraverso la stretta delle nostre carni avvinghiate: quell’universo inesplorato, ad ogni abbraccio sempre un po’ più nostro, che aveva trasformato, in pochi mesi, due adolescenti in due persone adulte.

Ecco, forse avevo da dirti soltanto questo: che io tutti quei ricordi li porto ancora sulla pelle, non li ho mai cancellati, non potrei mai farlo senza rinunciare per sempre anche a me stesso, a questi miei giorni superstiti. E se avrai la possibilità di leggere queste parole, di ascoltare le immagini che in quell’istante ti rimanderanno i tuoi occhi, saprai che è vero, che è proprio così, perché ovunque sei, in ogni momento, non possono che essere anche i tuoi, sono fissati per sempre sul tuo viso, il tuo viso di bambina che riemerge dal passato, dallo spazio inviolato di una busta anonima, senza data e senza luogo, senza mittente e senza destinatario. Saprai anche che ogni volta che riaffiorano, proprio come oggi davanti a questa fotografia quasi sbiadita, segnata dal morso degli anni che ignoriamo l’uno dell’altra, io non faccio che ripetermi questi versi e nel pensiero te li dedico, sperando che la vita ti abbia insegnato a riconoscere il “sangue sulle tue foglie e alle tue radici“, a non averne paura, a parlargli nella stessa lingua che parlavano i nostri corpi perduti. Te li dedico proprio come allora, con amore e dolore: questi versi che non hai mai voluto amare; questo dolore di cui non hai mai voluto varcare la soglia.

Strange fruit

Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Gli alberi al sud danno strani frutti,
sangue sulle foglie e sangue alle radici,
corpi neri dondolati dalla brezza,
strani frutti appesi ai rami dei pioppi.

Scena bucolica del valoroso sud,
occhi sporgenti e bocche contorte,
profumo di magnolie, dolce e fresco,
e l’afrore improvviso di carne che brucia.

Ecco il frutto che i corvi spolpano,
che la pioggia addensa, il vento risucchia,
il sole fa marcire, gli alberi fanno cadere,
ecco uno strano e amaro raccolto.

[Strange fruit fu scritta nel 1939 da Abel Meerpol (con lo pseudonimo di Lewis Allen), un insegnante ebreo del Bronx che diventerà in seguito famoso per aver adottato Robert e Michael, i figli di Ethel e Julius Rosenberg.]

***

20 pensieri riguardo “Life on the tracks – Prologo”

  1. Eh sì, è il tempo – questo- dello sguardo retro/ verso,
    dello sguardo intro/verso allungato sul passato, come
    a trovare i fili di un qualcosa che è qui e che non muore,
    che t’ aiuta – attraverso “quel” passato – a trovare
    una nuova carreggiata su cui riprendere il cammino

    il tempo delle agnizioni appena smosse dalle acque dei ricordi…

    E’ proprio così, caro Francesco, sta accadendo anche a me,
    attraverso lo stimolo dei sensi, perfino della memoria olfattiva
    sentire -qui, ora- il profumo alle violette, il velluto delle labbra
    al primo bacio, il calore d’un ventre, l’ispido d’un tosone adolescente..

    come per caso, basta un niente, lo sguardo che si posa su vecchie foto
    di trentotto e dispari anni fa, navigando nel web incontri i fantasmi
    che in silenzoo hanno nutrito il tuo presente…come per caso…già,
    ma è davvero un caso? Comunque grazie, ho apprezzato.

    Tutti i nomi qui citati mi sono cari, ma proprio tutti – e gli stessi,
    è anche questo un caso?- hanno nutrito anch’essi quei percorsi
    che ora aiutano a rileggermi, a ritrovare la carreggiata.

  2. un tuffo nei miei ricordi
    e c’erano tutti questi nomi
    e un ragazzo che aveva una collezione di 78 e 33 giri, una bellissima collezione andata persa nel baule smarrito su un traghetto che da Tunisi ci riportava a Napoli.
    quel ragazzo era mio marito.
    oggi ascolta ancora quelle musiche, con le cuffie, per una sordità incipiente, e mi fa strano vederlo scomparire e al suo posto apparire quel giovane pieno di allegria, di sogni, di speranze.
    grazie, Francesco, di questo bella rimpatriata del cuore.
    cb

  3. “sperando che la vita ti abbia insegnato a riconoscere il “sangue sulle tue foglie e alle tue radici”, a non averne paura, a parlargli nella stessa lingua che parlavano i nostri corpi. ”
    […]

    un gran bello scritto, Francesco. bello.
    ciao.
    paola

  4. una bellissima rosa, sicuramente oggi amerà quelle radici nutrite di sangue e dolore; perché le cose che a sedici anni appartengono ai tuoi, le rifiuti, a 40/50 le ritrovi, le riscopri come parte della tua tessa carne, una volte che le battaglie generazionali non hanno più significato che quello della memoria da custodire, ricostruire, ripercorrere a marcia indietro, con uno sguardo diverso, morbido, accondiscendete. Mi piace pensare che lei lo stia leggendo questo “racconto”, e mi è piaciuto imbattermi in questo viaggio.

      1. puoi sentirlo. ne sono sicura, certe cose si sentono oltre la spiegazione logica del qui, ora, così e perché. proprio perché fanno parte delle radici come fossero vene e delle vene come fossero radici. il mio abbraccio è pieno di gioia, perché questi “atti” dimostrano un coraggio pieno di umanità e profondità, che meritano il silenzio di un sorriso. una carezza piena di gratitudine. ciao Francesco!
        n

  5. Grazie a tutti per la lettura e la condivisione.

    Sto disperatamente tentando di ricostruire il file originale dell’articolo, che sembra essersi completamente disintegrato quando stamattina ho schiacciato il tasto per la pubblicazione. Sarà un segno anche quello.

    Io so solo che questo post doveva uscire oggi, “assolutamente”. E così è stato. Solo qualche ora dopo il previsto. Ma questo non conta.

    fm

  6. un articolo amaro e staordinario che, nel giorno della memoria, sembra essere tanto efficace per quanto sa prendere le coscienze di persone dotate di sensibilità.. la b. h. ha voce a_retorica che, con grande semplicità (solo apparente, i giri armonici restano complessi), buca tempo e spazio consengandoci un pezzo di storia, nella memoria..

  7. molto commossa, Francesco, superfluo spiegarti il perché.
    Ti ringrazio con tutto il cuore e condivido quanto è inesprimibile del profondo
    lucetta

  8. Non posso che unirmi alle parole di Lucetta, sulla sua scia. Leggerti, leggere il tuo ricordo, ascoltare la voce di Billie.
    “E il resto è silenzio”. Il nostro. Che viene da tutte quelle esperienze nate così, nei libri e nei corpi. Allora.

    marco

  9. Ho letto questa tua cosa stamane, e poi l’ho riletta ed ha continuato ad accompagnarmi. È che a volte si ha proprio il bisogno di qualcosa così, qualcosa che abbia semplicemente un’urgenza di dire e non- guardate qui, guardate la mia medaglia- Il jazz quando mi ha trovata mi ha salvata perché mi ha restituito ciò che era mio anche se non lo sapevo e forse l’avevo dimenticato o, in tanti, mi avevano soltanto lasciato credere che non mi appartenesse, è stato un buon maestro, lo sei anche tu francesco. Il sangue segue strani e misteriosi e silenziosi percorsi.
    grazie
    lisa

    1. Cara Lisa, anche a me il jazz è servito: mi ha fatto capire subito chi ero, chi e cosa sarei stato.

      “Il sangue segue strani e misteriosi e silenziosi percorsi.”

      Grazie.

      fm

  10. Grazie a tutti, è un piacere ancora più grande sapere che a condividere queste righe siete “voi”.

    Riconoscere il sangue sulle proprie foglie e sulle proprie radici è il dovere primario che la vita ci chiede di assolvere. Ogni altra scelta ne è una conseguenza.

    fm

  11. solo due parole, per condividere quello che altri hanno scritto prima di me aggiungendo solo questo:
    probabilmente abbiamo la stessa età e vissuto le stesse storie parallele.
    Una nota in più….se fossi all’altezza di scrivere un post così sostituirei alla bravissima Billy , la mia preferita Nona Simone.
    Un grazie per quello che scrivi
    Falconier

  12. Fausto, va bene lo stesso, ti assicuro che su quel tavolo, e su tutti i tavoli degli anni seguenti, Nina Simone non è mai mancata. Era praticamente, e umanamente, impossibile.

    Ciao.

    fm

    p.s.

    Sei nato qualche mese prima di me.

  13. Il jazz ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Parlo del jazz New Orleans, e quello di Louis Armstrong,di Nina Simone, di Ella Fitzgerald, di altri ancora, e di questa stupenda interprete che è Lady Blues, vale a dire Billie Holiday.
    Il suo canto e la sua voce inconfondibile, sono capaci di creare intense e profonde atmosfere, in cui la mente può perdersi, per trovare approdi impensati!

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