Note di lettura (II) – Marguerite Yourcenar

Antonio Scavone

Il blu di Marguerite Yourcenar

     Marguerite Yourcenar cominciò a scrivere Conte bleu verso il 1930 e lo lasciò incompiuto per anni fino a farlo diventare inedito: bisognerà aspettare il 1993 – sei anni dopo la morte della scrittrice – per vederlo stampato da Gallimard insieme ad altri due racconti e, per l’edizione italiana, nella breve raccolta della Bompiani “Racconto azzurro e altre novelle”, nella traduzione di Francesco Saba Sardi e con una prefazione di Josyane Savigneau.
     Di che parla “Racconto azzurro”? Com’è nello stile della Yourcenar, questo racconto – abbandonato e poi resuscitato, semplice, intricato e irreale – parla essenzialmente di un colore, del blu appunto: del blu che appartiene alla natura (il mare, il cielo) e del blu che permea di sé anche ciò che è innaturale aspettarsi dal colore blu: le lacrime o i capelli dei personaggi, la frutta e gli ortaggi, i sentimenti o le emozioni.
     Nel primo approccio di lettura si percepisce che “qualcosa non va”, che la scrittrice ci sta sviando, ci induce in errore o tentazione: siamo tentati, infatti, di classificare il racconto come una sovrapposizione fantasmatica della realtà, come un artificio letterario di cui però non cogliamo il fine o il mistero. Tuttavia il racconto scivola compatibile nella sua fresca fluidità, la storia è attendibile anche se non stimola un’immediata empatia e i personaggi ci intrigano per una loro astrusa ma inquietante attrazione.
     La vicenda narrata è quasi elementare: un gruppo di mercanti (un olandese, un castigliano, un italiano, un irlandese e un greco) sbarca da una nave su un’isola desolata e forse stregata per entrare nel “Palazzo delle donne” e rubare un tesoro, il tesoro degli “zaffiri blu”. Ma questa è solo la traccia del percorso narrativo, è solo il plot peraltro esile e favolistico sul quale la scrittrice, più che seguire gli eventi dei suoi personaggi (le peripezie o le ragioni stesse del furto), ne tronca e anticipa gli esiti infausti o imprevisti, a tal punto da farci ritenere di essere anche noi vittime di un abuso di scrittura, di un surplus creativo, come se la vera storia fosse un’altra, insondabile.
     Così i mercanti, spinti dal desiderio degli zaffri, arrivano dopo lo sbarco al Palazzo delle donne e, tra varie tonalità di blu sparse un po’ dovunque come pelle di ogni cosa, incontrano un negro che si lamenta di essere stato respinto dalle Dame perché “non abbastanza scuro”. Il firmamento è ovviamente celeste ma come la coda scagliosa di una sirena, gli odori sono azzurri, le dita monche del mercante italiano sono doverosamente blu: si resta incatenati a questa opulenza di un solo colore che omogenizza, per così dire, storia e personaggi, circostanze e colpi di scena.
     Eppure questo blu non diventa ossessivo, c’è come un amalgama tra ciò che “realmente” succede e come viene raccontato, in quello spazio di illusione o di ovvietà che la scrittrice assegna, di volta in volta, ai dettagli colorati nelle tracce del racconto che riteniamo siano o debbano essere fondanti. Niente di tutto questo: è una suggestione. Le tracce del racconto sono, dovremmo dire, conseguenziali ma il rapporto di causa-effetto è dovuto al blu, a questa intrusione ficcante e necessaria nella struttura del racconto, nelle trame del racconto. Le trame, infatti, sono molteplici e tutte, più o meno, sospese e arbitrarie, riconoscibili e ineffabili.
     Facciamo fatica a raccapezzarci negli innumerevoli sotto-eventi che il racconto dipana: c’è una folla di personaggi minori, di animali (la tartaruga famelica, il cane rognoso), di oggetti che entrano nella storia per disorientarci ma ormai, sedotti da questa strana fabula, aspettiamo che sia il colore blu a tirarci fuori dallo sconcerto, a connotare fatti e persone, a rendere plausibile qualcosa che ci era sembrato un bizzarro e spropositato divertissement della scrittrice.
     La schiava che porta la ciotola del ghiaccio ai mercanti ha i capelli neroblu, la bocca è una lividura blu, la veste che indossa è color lavanda ma forse questa schiava è solo un fantasma, non ha ombra, è sordomuta sebbene poi risponda a gesti alle domande dei mercanti. Potremmo dire allora che Yourcenar scrisse e descrisse questo racconto come se fosse stato un quadro o una visione per dar sfogo ad una sua personalissima esigenza: quella di contemplare cose e uomini, sentimenti e desideri, attraverso la lente fredda e irresistibile di un blu che assorbe e proietta la magìa levantina di uno sguardo estatico.
     L’avidità dei mercanti alla ricerca spasmodica degli zaffiri è ottusa e persecutoria, nociva e fatale per gli stessi protagonisti in una girandola funebre di spoliazione. Pèrdono dita, questi mercanti, si amputano le gambe per bloccare la cancrena, sono attaccati da corsari, pestati a sangue, assassinati. Il blu si dirada e ci ritroviamo a scoprire nel racconto il mondo reale sia pure sfalsato in un’assurda scansione temporale, in una percezione iper-reale dell’oggettività. C’è Venezia, Smirne, la Turchia, Dublino, Ragusa, le isole, l’odissea tutta orientale di viaggi per mare, di pescatori che vogliono arricchirsi, di uomini che non colgono l’azzurrità placida e trasognata che li circonda perché plagiati e sopraffatti dal nero delle violenze, dalle tenebre dell’abiezione.
     Alla fine i mercanti riescono a impadronirsi degli zaffiri, a sequestrare la schiava sordomuta che pure li aveva aiutati, a schiavizzarla ancora di più per sacrificarla non s’intuisce a quale altra e più degradante umiliazione. Gli zaffiri, però, si rivelano funesti, svelando ulteriori scenari di sciagure e presenze inafferrabili.
     In questo mondo capovolto si fa più preciso l’intento babelico di questo racconto: tutto è consolidato in un ammasso di immagini e citazioni (dalle monete d’oro con l’effigie del Prete Gianni alle lacrime della sordomuta che diventano acque marine), di azioni cruente e di eventi prodigiosi che si condensano uno sull’altro senza dare respiro a ipotesi o pensieri. In “Racconto azzurro” nessuno esercita la facoltà mentale del pensiero perché il pensiero è bandìto, scavalcato dall’arbitrio, dalle efferatezze e dall’incomunicabilità. Tutti i personaggi sono dominati dalla smania ingiustificata e incomprensibile di ordire macchinazioni o enigmi, di suscitare malinconie o stupore. E neppure la scrittrice “pensa”, neppure l’io-narrante impersonale della Yourcenar si interroga o interroga i suoi lettori sulle aspettative dei mercanti nel cercare gli zaffiri o su quegli eventi reali o fantasiosi che li hanno visti soccombere.  L’attenzione della scrittrice è tutta rivolta alla frammentazione simbolica e visionaria di una natura sorgiva, di uomini violenti che accettano di punirsi per consegnarsi ad una morte si direbbe platonica, di donne che vivono derelitte e oltraggiate mostrando la loro apatica disillusione, la loro fervida pietà.
     L’ultimo superstite di questa breve saga tragica – tra la farsa lugubre e il dramma metaforico dello smarrimento esistenziale – troverà conforto, questo mercante irlandese, in una giovane mendicante, povera e sudicia, che sembra averlo aspettato per riscaldarlo. Il mercante vorrebbe donarle l’unico oggetto prezioso che gli è rimasto, una biglia di vetro blu, ma putroppo ha perso anche quella. La giovane mendicante lo rinfranca, non ha bisogno di doni o regali: lascia che il mercante posi il capo sulle sue ginocchia coperte di stracci rassicurandolo con lo sguardo di un solo occhio, di un “occhio miracolosamente azzurro”.
     È un racconto, questo “Racconto azzurro”, che lascia perplessi e ammaliati: ci fa conoscere – se non l’avessimo già letta nelle Memorie di Adriano o Quoi? L’Éternité – una scrittrice che “gioca” tra il reale e l’immaginario, tra ciò che esiste per noi e ciò che esiste al di là di noi, in una struttura narrativa andante, con contrappunti e pause che confondono e riportano il lettore al cospetto dell’indicibile e dell’inspiegabile, nella grande epifania di un tran-tran magico, di un’esorbitante, caotica e controversa routine letteraria e antropologica. E ci resta il blu, questo colore primigenio delle cose e delle persone, del mondo verosimile e di quello inverosimile: un colore che ci lusinga e ci stimola ma che, nella nostra personale cromografia, riteniamo debba essere sempre e solo sinonimo e marchio di benessere e di felicità.
     Marguerite Yourcenar ribalta questa nostra prospettiva e ci conduce lungo i sentieri innominabili del caos che vogliamo evitare, inventandoci una storia impossibile tra i colori che non riusciamo a percepire, tra i colori che reggono le nostre infantili simpatie. L’azzurro del racconto, a ben guardare, è il colore che, tra i tanti, naturali o personali, veri o falsi, accompagna dissolvendola la nostra visione manichea del mondo, una visione fatta di limiti e limitazioni.
     Yourcenar ci sovviene col puntiglio di una narrazione dispettosa e provocatoria, ci pone al cospetto dell’Orizzonte e dell’Oriente, ci scopre e ci sconfessa ma non possiamo fare a meno di sentirci parte, con timidezza, del colore blu che inebria e trasforma, che stravolge e ricompatta la più debole delle nostre fantasie, la più sobria delle nostre crudeltà. E non possiamo fare a meno di sentirci partecipi di questa estradizione impietosa e senza appello che lo stile magmatico di questa labirintica scrittrice commina alla nostra vita incolore.

***

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8 pensieri riguardo “Note di lettura (II) – Marguerite Yourcenar”

  1. bellissima intrigante lettura di narrazione (breve) nei dintorni di un colore c he uso con passione, non ho letto il racconto ma provvederò e di ciò ringrazio il dott. A. Scavone che conferma essere intellettuale sagace e intelligente..
    r.m.

  2. La Yourcenar ha la potenza di una scrittura “colta” senza essere saccente. Le sue opere considerate maggiori sono capolavori assoluti, e ben tradotti bisogna aggiungere. L’apice lo raggiunge e mio avviso con Memorie di Adriano, ma segnalo sicuramente anche racconto azzurro e lo splendido Alexis.

  3. Mi chiedo se il romanzo di Gerard Roero de Cortanze “Indigo”, tradotto come (e secondo me malamente) “Il colore della paura” (Garzanti), sia stato in qualche modo ispirato da questa lettura.
    In ogni caso bella recensione, cercherò il testo che non conosco. Grazie, roberta.

  4. E’ stata blu anche la presentazione del racconto, dice Cristina Bove: propendo ovviamente per il verso benevolo del commento. In ogni caso va detto che Marguerite Yourcenar – come poche altre grandi scrittrici – ha sempre distinto la realtà di ciò che si vede e si sente e la realtà di ciò che si vede e si sente nella scrittura, cioè quel settore o porzione di realtà che non ha fondamento oggettivo ma che, prodigiosamente, “oggettivizza” idee e sentimenti, allusioni e fantasmi. Tutti i grandi scrittori, tutte le grandi scrittrici lo fanno, si dirà… già, ma come? Prendendo a prestito ua realtà qualsiasi, sovraccaricandola di suggestioni esplosive o snaturando la realtà nelle sue componenti individuali, antropologiche, emotive, enfatizzanti?

    E’ il colore “blu” che ha oggettivato, resi possibili o credibili ituazioni impervie, personaggi negativi, sentimenti controversi e con il colore blu tutto ridiventa plausibile e andante tra misteri e crudeltà, come se facesse parte di un altro mondo reale, quello dell’intercapedine onirica o malinconica che agita tutti noi, quando scriviamo o quando leggiamo “azzurramente”.

    E’ probabile che il romanzo “Indigo” abbia qualche filiazione o debito con “Racconto azzurro”: la prossimità coloristica è decisiva (indaco) ma probabilmente Roero di Cortanze è più attirato da sollecitazioni intellettuali.

    Un caro saluto

    Antonio

  5. Sulla copertin del libro è chiaramente riprodotta una foto.
    L’immagine a destra è un dipinto. Non so chi sia l’autore/autrice, ma cliccandovi si accede al sito da cui è tratta, dove è possibile trovare qualche indicazione in merito.

    fm

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