Diana e Atteone

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L’Uomo di Spade

CIAO, ENRICO.

Enrico Gaibazzi
Chiara Daino

Prefazione

Tutto ciò che vive,
non vive solo
né per sé stesso.

[William Blake]

Poesia è l’Atto. Fin dall’etimo. Franco Loi, non a caso, parte dal greco poiein, fare: «la poesia agisce. Opera in chi la dice e in chi la sente. Perché essa ha la proprietà di sommuovere l’uomo che la pratica. Avete mai ascoltato una musica? Essa muove qualcosa in voi prima ancora di conoscere il significato o averne conoscenza tecnica. Anche la poesia è fatta di suoni. Poiché il linguaggio della poesia non si riduce alla pura significazione, ma è connessione stretta tra suono, sensi, emozioni, pensiero. La parola, costitutivamente fatta di suoni e di silenzi, suscita in noi il movimento».

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A Paola Febbraro

Massimo Sannelli
Paola Febbraro

“Cercavo una scrittura universale più che una lingua: una scrittura capace di essere letta e compresa da tutti senza bisogno che per questo si dovesse ‘saper leggere’ ma semplicemente ‘guardare’ le parole sulla pagina.” (Paola Febbraro)

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Il fiore del deserto

“ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato, dal
le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle…”

Sono ospite di Enrico Cerquiglini, nella terra fraterna e accogliente della Ginestra, il fiore del deserto. Il mio grazie si accompagna a un invito rivolto ai lettori della Dimora a visitare lo spazio che Enrico ha creato e gestisce insieme a Nazzareno Stazi, con il contributo di validissimi collaboratori per le varie sezioni in cui si articola. Cliccando sull’immagine in alto, infatti, si accede direttamente alla home page, dalla quale è poi possibile navigare tra i vari blog che compongono e danno fisionomia al sito, un vero e proprio ritratto a tutto tondo del padrone di casa: le ragioni della poesia e dell’arte mai disgiunte da uno sguardo vigile, attento, critico e militante sulle tante derive del presente.
Buona crescita, odorata ginestra che tuoi cespi solitari intorno spargi.

Inciampi e marcapiano

Anna Maria Curci

Lo sguardo di Antigone

Spesso in meriggi pallidi e furenti / assisto muta a sagre di officianti / e colgo prede magre trasudanti / di vaghi vuoti dileggianti commenti. / E volgo altrove lo sguardo che si pente / all’acqua al fango e persino al cielo, / non a squarciar, ma a sollevare il velo / per un istante effimero e insistente.

 

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Segmenti Tre

Antonio Scavone

Gli ho fatto due figli, la coppia, una femmina e un maschio, ormai grandicelli, poi lui s’è preso la scuffia per la segretaria dell’amministrazione, una sciacquetta senz’arte né parte, mi ha lasciata, se n’è andato, mi passa quattrocento euro al mese, è tornato dalla madre, vecchia signora delle camelie ricca sfondata, lo vedo solo alla fine del mese quando mi dà i soldi per le necessità dei ragazzi. Continua a leggere Segmenti Tre

La musa che resta

Lorenzo Pittaluga

Arsura delle mani
piombando sul mentre
dell’ascolto e mura
la musa che resta.

 

La musa che resta
Quartine 1992-1993
(Cura e trascrizione di Marco Ercolani)

Io

A pezzi, muoversi in ricerca
dell’increato: visione attorta
al riccio dell’insaputo: quale
profezia oltre il trucco?

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La svastica verde

Walter Peruzzi
Gianluca Paciucci

Tutti ne parlano, ma pochi hanno il coraggio di metterla in discussione. È il perno politico delle alleanze parlamentari italiane e lo spauracchio dei politici nostrani, tutti intenti a corteggiarla e a vezzeggiarla. Senza la Lega non si governa. Ma cos’è veramente la Lega? A questa domanda intende rispondere SVASTICA VERDE. Il lato oscuro del Va’ pensiero leghista, di Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci, pubblicato in questi giorni dagli Editori Riuniti. Si tratta di una minuziosa e ruvida antologia del meglio del peggio leghista: notizie inedite, fatti poco noti, testimonianze d’eccezione, l’eversione, la xenofobia, il razzismo; ma anche la corruzione, i rapporti inconfessabili con le banche, le spartizioni di poltrone, i crac finanziari. Un libro che sbugiarda il modo con cui troppo spesso si “abbellisce” e si presenta all’opinione pubblica il fenomeno Lega: una vera e propria casta del settentrione, un gruppo di potere forse anche peggiore di quello romano, un partito che aspira a imporre un nuovo totalitarismo contando anche, come altri totalitarismi, sulle “indulgenze” delle forze democratiche e sulle simpatie del Vaticano. Ne pubblichiamo l’introduzione.

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L’ombra che scrive il mare

Juan Gelman
Alessandro Ghignoli

 

il tuo piede
calpesta la notte/lieve/
apre la pioggia/
apre il giorno/

la morte niente sa di te/
il tuo piede ha erba sotto
e un’ombra che scrive
il mare/

 

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L’Épreuve / La Prova

Max Loreau
Adriano Marchetti

Max Loreau, L’Épreuve / La Prova
Prefazione e traduzione di Adriano Marchetti
Con testo a fronte e acqueforti di Giampiero Guerri
Rimini, Panozzo Editore, 2010
(Ed. orig., L’Épreuve, Montpellier, Fata Morgana, 1989)

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Il mare dove non c’è

Ingeborg Bachmann
Anna Maria Curci

Foto, interviste, filmati, registrazioni mi hanno fatto conoscere il suo volto, i suoi gesti, la sua voce. La lunga frequentazione con i suoi testi mi fa tuttavia prediligere l’immagine con la quale l’ha rievocata, nel 1986, nel suo romanzo Estinzione, Thomas Bernhard. Ingeborg Bachmann è lì Maria, “la mia prima poetessa” (così la chiama l’io narrante), che appare all’improvviso nella valle di una località dell’Italia settentrionale “con il suo folle completo, giacca e pantaloni”. Sembra che venga direttamente, o stia per recarsi, a una serata di gala al Teatro dell’Opera. Viene da Parigi, Maria, non da Roma, dove all’epoca abita. Così, per me, Ingeborg Bachmann è Maria, nella sua mise per l’Opera, felicemente fuori luogo per una escursione in montagna, con i pantaloni neri di velluto stretti sotto il ginocchio, con la giacca di velluto color rosso cardinale e il colletto turchese.

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Mastica e Sputa

Chiara Daino

Una bocca che si offre, dal palato ai denti, dalle labbra alla faringe, come macchina da guerra. Risonante cassa, macchina di risonanza. Nella pronunzia frontale. Rullo compressore del verbo, e parole a rincorrersi nel peso ferreo d’una velocità multiversa (lingua che scorre a multiple velocità salendo la corrente delle salive i suoi sali secreti); ingranaggio di sillabe in furia in espulsivo moto della deglutizione. È questa la fortezza verbale (irta purezza virale) di Daino, il velluto rovente ruvido di Daino, poesia armata contro se stessa (contro contro ogni inganno che il decoro della parola è in grado di operare) – anti/poesia in purezza strappata coi denti brano a brano, a bruciare il suo tempo: e centimetro su centimetro a conquistare spazi, a saturare ogni spazio, costi quel che costi, in cumuli d’anniluce. E se il costo è monta di marea se è il magma che travolge il discorso (fattosi carico del coacervo dei discorsi) nel diramarsi metastatico dei sensi del Senso, se è ribollìo se è lava che trascina le ispide arborescenze dal dire disseminate lungo i pendìi, se (per horror vacui, per angoscia del pieno) è danza inconcludibile sull’inabissamento, allora significa che qui è l’unico costo possibile. Forse, addirittura: che è il costo necessario.

(Tommaso Ottonieri, dalla Prefazione)

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I colori delle luci

Paul Signac

[N. d. T.] Passi scelti da Extraits du Journal inédit de Paul Signac, I, 1894-1895, in «Gazette des Beaux-Arts», 36, 1949, pp. 97-128. La presente traduzione è già stata pubblicata in «Arca», 6, 2000, pp. 113-122. [Giuseppe Zuccarino]
Bisognerebbe, credo, porre con leggerezza, di primo acchito, ogni tocco, così che il contorno di ognuno di essi non sia mai nitido ma irradiato, sfumato, diviso. Nelle mie tele ci sono delle parti trattate in questo modo che risultano soddisfacenti fin dal primo momento, mentre altre parti, troppo lavorate, non danno alcun risultato.

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