La restituzione della realtà

Giuliano Mesa

Nell’opera di Mesa il segno è un metaforico bisturi, strumento di incisione con il quale procedere al sezionamento della “salma” del presente, e, contemporaneamente, una corda vocale, tramite la quale portare a vibrare il lamento luttuoso del proprio tempo. Un movimento a spirale lacera e allaccia, aggancia e smarrisce, all’interno di un ideale nastro di Möbius, il “dopo” che lega ogni parola alla successiva. In Mesa lo spasmo della “creatura”, così come nelle opere di Büchner, Artaud, Vallejo, Beckett e Celan, rappresenta il nucleo di una poetica in cui il movimento della voce del testo e la scrittura dell’umano vengono sviluppati all’interno di stridenti fughe e serie musicali.

La lingua impasta e reimpasta il proprio “dire conclusivo”, partorisce e divora una fine mai definitiva, contrapponendo ad essa segni in bilico fra cancellazione e creazione. Portando con sé la lacerazione di ogni appagamento, che marca l’ansia, l’affanno che pesa su ciascuna parola, i segni nell’opera di Mesa si legano fra loro producendo nodi, viluppi di senso, trasformando la pagina in un tessuto cutaneo che la tensione ritmica attraversa in modo fisico, producendo crampi, fitte, ferite e fremiti continui di una lingua in bilico fra collasso e liberazione. I testi vengono rinserrati in gabbie, reticoli all’interno di uno spazio in cui l’arte è arte del digiuno, e la scrittura è portata ad alimentarsi delle proprie perdite, delle proprie vertiginose trenodie. Seguendo il dire di questo poeta ci imbattiamo continuamente in imperativi come “vedi”, “guarda”, “senti”, “ascolta”: si tratta di invocazioni al lettore e al testo stesso per orientarsi nel reale, per richiamare l’arte alla necessità di percepire il “fuori da sé”. (Alessandro Baldacci)

 

Giuliano Mesa, Poesie 1973-2008
Prefazione di Alessanro Baldacci
Roma, La camera verde, Collana “Metra”, 2010

Il volume contiene:

Schedario (1973-1977)
Poesie per un romanzo d’avventura (1978-1985)
I loro scritti (1985-1995)
Da recitare nei giorni di festa (1996)
Quattro quaderni (1995-1998)
chissà (1999)
Tiresia (2000-2001)
nun (2002-2008)

 

Testi

 

Da: I loro scritti

I.
Venti descrizioni semplici

 

1

le carte racchiuse in plichi, non riconsumate,
fossero rotoli neri e colla rappresa in rivoli,
sui segni neri e guscî salmastri,
polpe con odori e croste, fossero fogli legnosi,
ruvidi, non i segni infiniti, non consumati,
rimanendo dischiusi con lucori e tonfi,
le prossime luci chiare, e poi scure,
veglie, lunghe veglie immobili,
lunghi mattini, ancora molti, muti –

 

2

sepolti in cumuli, gli annali dei raccolti
e delle crescite, del fitto fare e trattenere,
crampo, singulto, impronte che sommergono impronte,
i movimenti in direzione dei rifugi,
l’alluce di croste, il tabacco, gli abiti,
carte e conchiglie, per ogni segno
un luogo, come tracciato nella neve,
rosso sul bianco, senza buio,
senza fumi di braci a distanza,
inghiottite molte ombre, oscillanti,
nel lato visibile dell’orizzonte –

 

3

appartenere, nella scaglia rugosa, la cornea lucida,
la custodia solida dei guanti, e dei bottoni, a voi,
mirabili in miriadi, passeggianti narici e lozioni,
noi frequenti, sollevando sugli zigomi le nocche,
ardori opportuni, tutti i loro esseri intenti,
al giuoco all’addiaccio, del remunerare, rendere,
schiusa, occorrente, la porzione di alito, da te a te,
l’attracco al mulino, alle crusche, lo scambio annoso,
fragoroso, fra noi, il torrido contatto,
fruscianti via, per fatiche e sollievi, lo scambio
benefico, aizzante, via, in pasto e sorriso –

 

4

e lingue e sete in poco pensiero, trecce d’agrumi, sollievi,
non pensare ai nidi rugginosi, le biancane,
dentro c’è la parete destinata ai sobbalzi,
piccole paure, piccole caute ciglia,
trafelato è il poco desiderio di accudire, dicendo,
sono tornati madidi per la cottura, sotto i gelsi,
e accasciati, adesso, immaginando il grasso proverbiale,
e l’olio, sotto le griglie, colato,
un suolo abitato, le passioni –

 

5

loro immolano a vanvera, testimoni, aggressioni,
racchiusi in cute sierosa, laccata,
sono molte parole, indimenticate, sono solerti
e fanno ressa, porgono sorbetti e cuscini,
volere acque dopo gli insulti, sistemi di rimedi,
preferire è il desiderio, i modi più pacati,
trascorrere, nei giorni, comprensivi –

 

6

è denso il bianco e il rosso in rivoli,
l’aria incessante al di sopra, in grani di rame,
il nido è acquattato e sibilante,
l’altra linea di fari e colline, addentro,
non addentrati nel lamento vorticoso,
strepiti e sterpi nei dintorni, profusione di nomi,
rimasti ciechi nel lembo della stagione temperata,
seppellendo, cuocendo vini, raschiano tessuti,
il bagliore e la notte, difesi, tacciono –

 

7

negli spazî, vuoti, ogni corpo trova un passaggio,
sei nidi nel dolmen di Rigou,
tramite un ciclo di astuzie, di attese,
ogni corpo trova un assedio,
nel margine per coltivare, per crescere,
tutto sedimentato, nelle tecniche di memoria,
le fasi della lingua e della luna,
il trepidante, radunato nei passaggi di maree,
ferite lente, riposi, riserve di cibo –

 

Da: chissà

1.

ne andranno gocce, anche, lungo i muri,
screpolati, stinti, così come dev’essere.
muffe su macchie, ruggini su steli di ferro,
pistilli, foglie color pastello vere e cancerose.
così come dev’essere. dita rugose sopra,
dita impoltigliate e fatte lisce,
anche già pronte all’uso, a soffregare,
a sdilinquire, in tutta fretta a chiudere,
morse, tagliole, facendo tacche, anche,
per memoria. ne andranno gocce,
giù lungo qualcosa, e su può darsi,
e forse chissà dove, se càpita che soffi il vento.

 

2.

capiscono che cosa, le bacche, le galle,
copiate su di un trespolo, che fa recinto,
crepitando, crosta cocciuta che si forma,
che fa bagliore, bruca l’ossigeno.
sarà come dev’essere, umida o secca,
secondo che sia giorno, caldo,
o la notte piovosa, fino all’alba.
anche la siccità, il monsone.
così come dev’essere,
il posto dove si posa, quella stanca,
guancia, la nuca, tempia,
crinale tra la pelle che residua,
crosta, così come sarà.

 

3.

l’onda che arriva sempre,
la sabbia non asciuga mai.
così dev’essere. ciottolo, alga.
mosche sul muco, verde,
di un altro cane morto.
coda che ha tra le gambe, stanca,
arsa dal sole, e il sale,
a fare l’ombra all’uovo di un crostaceo.
tutto come dev’essere, nell’ordine,
ogni volta che l’onda sparge l’acqua,
sempre, finché dall’alba il sole
batterà sui ciottoli, da farli caldi,
i calli, di un piede dopo l’altro,
la polpa prosciugata delle dita,
la sacca, la risacca, il vento,
il dove, il dove mai sarà.

 

4.

lontana luce. schiuma, una bava di nube,
come ogni altra, ovunque.
voci che sbavano nonnulla,
con bel fragore, bella presenza degli spiriti.
come ogni altra, sempre.
vento anche oggi, che soffia e sbuffa.
la mano che trattiene la coperta,
un panno lenci, lercio, un nylon,
non ha motivo di esitare.
solleva, andandosene via,
come ogni altra volta.
sotto non c’è mistero,
non c’è che il misero detrito,
come sempre, di una poltiglia di neuroni,
con anche delle tracce di collirio,
di bistro, di bisturi sul collo.
finisce qui, sempre così,
battendo bene il tempo

 

5.

andrà a finire. e se non ora,
o quando, sarà come se fosse,
dentro un pensiero, trito,
che si sgranocchia la sua noce.
l’improvviso schiarirsi,
o lo snodarsi, o altro che già c’è.
finirà che se ne andranno tutti,
i giunchi sferzati dalla bora,
le folaghe smarrite, i rantoli,
quelli dei ratti che fanno tana tra i rottami,
sgranocchiano croccanti cartilagini.
andrà a finire anche così,
o anche chissà come,
anche come se fosse chissà che

 

6.

avvolgere, detergere. farlo per farlo ancora.
per ogni tratto di tregua, ritrarlo.
si dice così, le ombre. a lume.
di naso, di candela, sfumandone i contorni,
con dei ritocchi d’ambra, dei ritagli,
da crogiolare, dopo che sia fatto,
così come si dice che sia meglio,
procedere per rime d’accatto,
tutte sbagliate, che così si impara.
e se si dice è vero. ciò che si dice è vero.

 

7.

chissà dove, arriverà del vento,
con una pioggia fitta, le folate.
anche, per fare prima, scrosci,
fole di meraviglia, come a vigilia,
a fare impacchi, bende, beveroni.
nessuna banda a fare chiasso, o sì,
anche, facendo prima, due tamburi,
due chiostre di denti che scongiurano,
quattro mani che fanno giochi d’ombra,
così, per divertire. chissà dove,
nitrire, frinire, facendo in fretta,
nutrire un’altra fine che si stanca.
fa, chissà dove, molto caldo.
fanno dei fuochi, altrove, per scaldarsi.
due o tre sospiri, forse, non di più.

 

Da: nun

Nigredo, 1, 2

1

rotaia divelta, rugginosa,
un rachide ricurvo,
sotto la nuca, un rotolo di cenci, bisunto –

facendo permuta, di cocci, di stracci,
acrìbie nel tenere a mente,
tenere mente composta, ricomposta,
compresa traccia, ancora,
di volere –

[ perché non luce, non più luce,
perché ritorni, rapida luce ancora,
che ritorna –

[ non sarà sera,
o sorte di riavere,
luogo, tempo,
prendere tempo ancora –

[ passa, parola,
passa tempo –
stato, non più che stato,
allora, qui –
tagliato via da nulla ]

 

2

sì, come attraverso, andando,
dare per dare, perdere, tra le perdute,
vite che dando vanno, prendi,
prendi misura, metro,
di linfa e lava, oro e nichelio,
niente per niente, andando verso, via –

cedere, dopo non più incessante,
come per scuotere, scuoiare,
o come per scucire, per scurire –

portano parti altrove, di che cosa, di ossa,
lembi di laceri, fragori, piccoli, di lembi colorati,
parti che stavano su parti, che stanno, ancora,
ritti, o piagati, o proni, a prendere per fame,
andirivieni, stagliando l’ombra, al sole,
su muri, pareti, su misture d’asfalto,
asbesto, bitume, tagliati via, da parte a parte,
scagliati, triturati, non ricomposti più –

no, se non s’avventa, afferra, sgrava,
nulla raccoglie, non cose su cose che vorrebbe,
ora, di questo giorno, adesso,
finché c’è brama, chiome, cotenne,
palpiti da spegnere, chiodi da battere –

ciò che s’aduna, danno,
liquami, linfomi,
dando attraverso, e dentro,
e invece fuori esplode,
e se divampa, se divora,
non trascorrono anni a digrignare,
a spremere, a spellare,
spendere per fauci e feci,
per adunare pochi cenci,
pasti come pastoie, lacci lerci,
legàti dentro da ciance rintronanti –

parola palpebra che chiude,
l’occhio, la fame occhiuta,
unghiuta, per nulla,
per la crapula sordida
che creperà di cancri,
scaltri, scoli di trippe livide,
scuoiando ogni cinghiale,
e lepri, lemuri, murene –

consuma, in furia,
per tornare dove,
vuoto di forma informe,
bruscolo, biascico,
granuli di polveri,
a sfregarsi, a stordirsi,
consuma cute, cote,
lìpidi, cisti, fibromi,
consuma via, e via,
chiudi il tuo tempo vano,
invano, così come dev’essere –

cloache dei pasciuti,
arringatoi dei checrèpino,
con crepacuore, solo, del perdere quota,
quote, rinomanza di lustralingua,
nel fulgore della mattanza,
loro sono i nocenti,
ingollanti,
quelli che smerciano –

protesi cigolanti, cinghie,
legàti nel legame, légati, legàtevi,
fitti e trafitti, tanto da non sentire,
più, né tanfi né cancrene,
né ossa o fèrule, làmine, lamiere,
tra boli e spermi, muchi,
mani giunte, a ingiungere che ancora,
ancora, potere ancora
affamare, divorare –

 

***

9 pensieri su “La restituzione della realtà”

  1. un poeta fondamentale. un grazie per la pubblicazione di questo libro. ripeto, poeta importantissimo che mi sembra poco ‘citato’ tra i vari poeti nostrani.

    un abbraccio

  2. anch’io dico GRAZIE – dei testi e dell’averli messi qui. non sono più adatto a parlare di Giuliano, perché l’ho deluso. lo saluto da qui, per non disturbarlo. ma qui non sono in campo uomini: queste sono poesie. ora, Alessandro dice bene: Giuliano non è molto citato nell’aiuola. è molto semplice: è un uomo senza ambizioni e solitario. non è né un “animale sociale” né “animale che ride” (uso espressioni di Aristotele, apposta): tutte cose che non attirano (e questa è una cosa che fa paura: il tuo nome dipende dal tuo carattere, anzi dalla tua socializzazione. ma qui è in gioco un poeta, e non può finire così) (e quello che dico per Giuliano vale anche per Francesco: né più né meno. la fama e la purezza non vanno d’accordo) – massimo

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