Repertorio delle voci (XV)

Manuel Cohen
Giulia Massini

Giulia Massini.
L’inquietante e oscuro posto
che chiamiamo casa.

Dopo il buon libro d’esordio, Le voci sotto (Pendragon, 2004, Premio Frignano Opera Prima 2005), una perlustrazione nella città degli studi della nostra autrice, una Bologna notturna e universitaria dai tratti velleitari e un po’ balordi di una tribù di ‘sprecati’, tardo-adolescenziale, dinoccolata, annoiata, confusamente in cerca di un chiarimento o specificazione di sé, con un linguaggio che mimava l’argot ed il parlato, Giulia Massini, torna ora con un nuovo incisivo, sorprendente, visionario romanzo, ambientato in una irreale, allucinata, lunatica e fantomatica Feriano, in cui il lettore non mancherà di cogliere i molti tratti di allusività e verosimiglianza con la più reale città di Fabriano, in cui l’autrice è nata, e nel cui contesto di civiltà e ordine ha deciso di ambientare una cupa, sordida, violenta vicenda.

    

Innanzitutto, viene da chiedersi cosa leghi Il posto che chiamiamo casa al precedente, e se sono dunque rintracciabili alcuni tratti ricorrenti di quiddità di stile. Ѐ un fatto che la Massini prediliga le ambientazioni notturne, che si tratti di interni di locali loschi, o di esterni urbanizzati o di paesaggio, sempre più accostabili ai non-luoghi abitati della nostra contemporaneità. Come è un fatto che al centro della sua scrittura ci sia l’inseguimento e la ricerca o il tentativo della individuazione-specificazione dell’identità, o ancora meglio, delle molteplici, liquide e polimorfe identità plurali, colte sia nei movimenti dei singoli personaggi, sia nelle dinamiche di gruppo, o di branco: nei motivi del sesso, del sangue, dello sballo e della violenza, ma anche dell’amicizia, dei rapporti interpersonali e conflittuali, delle relazioni amorose. Altro fatto che lega a un filo di continuità le due prove narrative è nell’assoluto oscuramento dell’autrice, che preferisce dimidiare e dare voce ai vari personaggi, e mai raccontare in prima persona. La cosa acuisce l’attitudine razionale dell’occhio narrativo del racconto, che trova una congrua resa nella propensione alla descrizione asciutta e per tratti incisivi, precipitati in frasi brevi, in cui si privilegia la paratassi e l’economia delle parole del discorso libero diretto, affidandosi a primi piani, zoomate, e repentini passaggi di sequenza, come a brevi ed efficaci inserti descrittivi.

    

Accade ora, a differenza del primo libro, che il lettore si ritrovi precipitato in una atmosfera dark, in un buio pesto che paradossalmente riverbera sull’oscurità remota della coscienza, o di alcune coscienze. Perché se la Feriano-Fabriano stravolta e irriconoscibile assomiglia a un non-luogo vissuto e attraversato (con i molti addentellati di contesto che alludono alla crisi economica in atto, alla chiusura delle fabbriche, o a precise coordinate spazio-temporali: il terremoto del 1997; o elementi del paesaggio: l’area industriale, il fiume Giano, la galleria ferroviaria che immette nella vallata della città di provincia, e molto altro…), la coscienza dei personaggi adunati a raccontare questa vicenda di degrado, sangue, morte e omicidi, è una coscienza che ha a che fare con la sua negazione, una non-coscienza, o con il lato più remoto, più rimosso e misterioso di sé: un inconscio eversivo, inquieto, strano e cupamente inquietante. Proprio l’inquietante o l’hunheimlich freudiano è l’elemento chiave di lettura per cogliere i nessi spiazzanti, destabilizzanti del libro.

    

Un’atmosfera notturna, martellata dalla sonorità sorda della pioggia si configura quale vero refrain, o meglio, la colonna sonora della narrazione e, per inciso, c’è un fil-rouge musicale che lega la storia e le storie attraverso la citazione di vari brani, solisti e band: la cosa, ricorda un po’ il magistero narrativo di Pier Vittorio Tondelli, le sue ‘musiche da viaggio’ tra anni ‘ottanta e ‘novanta. La registrazione del tempo atmosferico, ma anche di un sentimento atmosferico, come nei racconti di Hoffmann, nella pioggia notturna che mima le vicende dei protagonisti e dei personaggi sui generis così odiosi e detestabili, eppure così familiari, di casa, e comprensibili: Alice, Igor, Lara, Matteo, come il ricorso alle datazioni sono le sponde verosimili e accettabili, rassicuranti per una storia dai tratti similmente gotici, ma anche di horror e di giallo, che altro non sono se non forme sinonimiche di un meno corteggiato genere fantastico.

    

Ѐ tuttavia preferibile lasciare alla curiosità dei lettori il piacere di percorrere questo libro e scoprirne la storia e gli intrecci o sviluppi. Quello che si può qui anticipare riguarda proprio l’elemento di novità nel recupero di un genere, il fantastico, poco frequentato dalla narrativa nostrana contemporanea. All’interno della narrazione, che ha numerosi elementi di verosimiglianza, irrompe a un certo punto, scardinandone il meccanismo narrativo naturalistico, all’altezza della seconda parte dei cinque capitoli che compongono il romanzo, serialmente scanditi ciascuno da dieci paragrafi di lunghezza variabile (con un che di affidamento alla numerologia e alla Cabbalà, che si insinua nella struttura del testo) l’imprevisto, l’inatteso e perturbante: un dato irrazionale e inverosimile. La riuscita narrativa del genere fantastico sta nel suscitare nei personaggi del racconto e nel lettore un medesimo sconcerto, la sua regola di base prevede che siano almeno due gli elementi ad esso necessari: la «straordinarietà di un evento impossibile e incredibile da un lato, e la sua verità e verosimiglianza, dall’altro, lo strano e inquietante ed il suo progressivo divenire accettabile dal racconto, e rassicurante per l’eroe, protagonista o personaggio (l’heimlich di Freud)» (Cfr. N. Bonifazi, Teoria del fantastico e il fantastico in Italia: Tarchetti, Pirandello, Buzzati, Longo, Ravenna, 1983).

    

I due piani del racconto fantastico, sono poi la duplicità, il double, del personaggio: inverosimile e verosimile, strano e reale, morto e vivo. Secondo la teoria di Todorov: «L’ambiguità si conserva fino alla fine dell’avventura: realtà o sogno? Verità o illusione?» (Cfr. S. Todorov, La letteratura fantastica, garzanti, Milano, 1977). Ma è la macchina narrativa che decide della realtà dell’impossibile, suggerendo o mostrando il mostro come nel classico racconto di Jacques Cazotte, Le diable amoureaux, che l’evento impossibile non è un sogno o una allucinazione o una fantasia qualunque del personaggio, ma una realtà altra consegnata alla pagina. Realtà di visione, realtà della mente, realtà dell’inconscio: quanto di inevaso e di irredimibile è dunque di casa, ne’ Il posto che chiamiano casa, Giulia Massini sapientemente mette a nudo e lucidamente porta alla luce quel quid di orrendamente umano con cui fare i conti. Il mostro, l’ombra, il Never, che è in ogni storia, in ogni vita, in ogni scrittura. (M. C.)

 

Giulia Massini, Il posto che chiami casa
Prefazione di Manuel Cohen
Ancona, Le affinità elettive, 2010.

 

I
IN NESSUN POSTO
Agosto 2007

    

La ragazza è seduta, il mento piegato, il trucco nero sbavato intorno agli occhi rovesciati verso l’alto. I capelli umidi di sudore coprono parte della sua faccia. Sta guardando un uomo che dopo un lungo silenzio nervoso ora per la prima volta le parla, mentre con le mani è occupato nel suo lavoro. Un’abat-jour fa luce sulle braccia muscolose dell’uomo tatuate di rosso, di blu e di nero. Il caldo è insopportabile nella stanza.
     Nella penombra, i raggi del sole entrano tesi e polverosi dagli interstizi della serranda abbassata. Con il pollice guantato l’uomo si toglie dalla faccia una ciocca di lunghi capelli grigi. Il sudore riga il suo viso, colando tra i baffi allungati verso la punta del mento.
     La ragazza chiude le palpebre. Sono sporche di ombretto nero.
     Le sue mani stanno tremando, mentre spegne una sigaretta aspirata solo per poche boccate, dentro un posacenere sul pavimento. C’è un odore strano lì, tenue e appena percettibile.
     «Ora, signorina, faccio una pulizia e poi lo vesto. Ha già scelto il vestito?».
     «Sì, è quello».
     L’uomo guarda di sfuggita verso la stampella agganciata all’anta dell’armadio.
     Il silenzio ronza.
     La ragazza osserva i movimenti delle braccia dell’uomo, lo scatto dei muscoli che muta l’espressione sul volto blu dell’angelo tatuato, sospeso sopra un sole nero. Dopo guarda le mani, che stanno scendendo delicate a strizzare la spugna nella bacinella, poi passano con lentezza rilasciando morbide goccioline sulla pelle del cadavere, disteso nudo sul letto, tranquillo e immobile, nella sua strana magrezza gonfia, lontana ma non dissimile dal longilineo aspetto che aveva avuto in vita.
     La spugna scivola lungo una brutta abrasione, sorvola una larga macchia scura che emerge dalla trasparenza del torace, scende verso l’inguine rosa intenso, sulle piccole cosce piene di cicatrici, sopra la pelle in orripilazione.
     Pare che soffra il freddo, il cadavere di suo fratello.
     «Cos’è quello?» chiede lei avvicinandosi.
     Guarda il volto intatto e delicato, i capelli ben pettinati che accarezzano il collo esangue, la bocca sottile serrata e violacea.

    

L’uomo s’interrompe e si frappone tra la ragazza e il cadavere.
     «Non può toccarlo. Credo che farebbe meglio ad andarsene, ora».
     Lei scuote la testa e non distoglie lo sguardo dal corpo. Disteso in quel rigore il corpo sembra lungo eppure, nel complesso, ridotto. Sembra che non pesi, che lo si possa sollevare come cartapesta. È strano. Ferito, inerte, orribile. Ma attraente.
     «Scusi, signorina…».
     «Ma cos’è?» e con l’indice mostra all’uomo una ferita dall’aspetto simile a una cicatrice da bruciatura, sulla parte alta del petto, a destra sotto la spalla. Una specie di V.
     Si volta e guarda negli occhi l’uomo alto e muscoloso, poi la curva dei baffi, e dopo il suo petto cosparso di capelli grigi.
     «Mio dio» dice tra i denti. «La sua anima era spaccata».
     La grande mano villosa e fredda si appoggia sulla spalla lucida di sudore della ragazza.
     «Lei pensa che mio fratello si sia ammazzato, non è vero?».
     «No, guardi, io non penso proprio niente».
     «Lei pensa che si sia ammazzato per qualche ragione».
     Un silenzio.
     «Vada via, la prego».
     Una lacrima taglia il viso della ragazza. Poi cade nel vuoto.

    

La sera d’estate era scesa con feroce pesantezza sulle montagne azzurre, ma un vento inusuale aveva cominciato a soffiare, portandosi dietro l’aria di un lontano temporale. Sopra le vette, lente, ora avanzano le nubi. Conducono con sé, a poco a poco, una coltre oscura che scende tra la terra e il cielo, come una rivelazione che si sta preparando.
     Un fulmine brilla tra il banco denso, mentre un treno corre a fondovalle sui binari che tagliano in due una montagna. Tra le pareti rocciose verticali come muri, il treno si addentra con moto nervoso sempre più a fondo nell’oscurità che scende in direzione della città di Feriano.
     Uccelli solitari volano ad ali spiegate sfiorando la corrente di un piccolo fiume che scappa nell’altro senso, tuffandosi in una vegetazione fitta, color verde cupo, che affoga tutta la terra disabitata. Le grida stridono e si perdono nell’aria, mancano pochi minuti all’arrivo in città.
     All’imbocco di una galleria, un ultimo raggio di sole rompe in un tratto le nubi nel cielo, col suo celeste minimo, fermo in quel grigio denso. E poi l’estate è per sempre alle spalle, nel tunnel oscuro dentro il quale si è
infilato con uno sbuffo il treno che corre. Emergendo dal nero, il convoglio rollante sbuca dalla bocca del monte, pendendo di lato, agitando lievemente la coda. Nell’ombra, da lì, finalmente si scorge Feriano, su ogni lato assediata dai balzi della terra che la ospita. Ha l’aspetto di un luogo abitato rimasto isolato nel mezzo di chilometri e chilometri di niente.
     Lo straniero, unico passeggero del treno, viene da molto lontano. Da tempo non si vedono stranieri recarsi a Feriano, nemmeno per lavoro. È un tempo di crisi e la città è ancora più isolata. Quasi nessuno, del resto, compie il viaggio nemmeno nel senso contrario. I treni sono di solito così deserti che il controllore, scorgendo lo straniero, gli rivolge uno sguardo stupito. Attraversando la carrozza lo osserva, poi si volta indietro sospettoso dalla cabina di comando del treno.
     Abbandonata su un sedile c’è una copia dell’«Osservante» che risale a qualche giorno prima. In apertura, evidenziato in tondo con una traccia rossa c’è un articolo di particolare interesse per lo straniero.

    

Gli indicatori economici, quest’anno, nell’intero paese e nel mondo occidentale, sono in vorticoso decremento. Abbiamo assistito al fallimento delle maggiori aziende in tutti i settori strategici dell’economia. Abbiamo visto ripercuotersi il disastro con proporzioni inquietanti su tutta la catena di fornitura, vera spina dorsale di questo Paese. E la disoccupazione ha raggiunto dimensioni sconcertanti. È forse alle porte una nuova grande depressione? La corruzione dei fautori del liberismo sfrenato ci sta forse trascinando con sé verso la catastrofe? Probabilmente è così, altrove, tutt’intorno e vicino a noi. Rammaricati per questo disastro, e preoccupati, noi cittadini di Feriano siamo orgogliosi però d’appartenere ad una piccola ma solida realtà economica, che nel disastro globale invece miracolosamente registra – pensate! – addirittura un incremento della produttività e con essa del benessere, dell’occupazione e perfino della crescita edilizia. La lunga esperienza ci dice che niente di veramente sorprendente sta accadendo alla città. Siamo abituati al successo maturato negli anni dall’etica, dalla capacità e dalla moralità dei nostri grandi e piccoli imprenditori, notoriamente sostenitori dei sani principi cristiani, fautori del rispetto dei singoli interessi e della libertà personale. I nostri cittadini sono grandi lavoratori e pii osservanti. Ci sembra di poter dichiarare che queste sono le nostre misure di contenimento per la crisi che minaccia il Paese.

    

In calce, c’è una frase in inglese di uno studioso americano, tratta da un saggio economico su Feriano. La frase dice:

 

Eyes of factories look at you, well-being all around you is breathing inside beautiful houses. Under a wonderful moon that shines like a spotlight, you can hear some kind of silent joy acting in the middle of nowhere.

    

Il treno è al capolinea e rallenta la corsa, lo straniero arrotola il giornale, lo infila sottobraccio. Afferra la valigia e si sposta verso l’uscita. Nota all’estremità opposta della carrozza la figura lontana del controllore che lo osserva ancora.  I freni fischiano. Con un soffio la porta si apre e lo straniero in pantaloni neri e camicia bianca a maniche corte scende dal treno, mentre lo sbuffo del diesel lo investe col suo vapore nero. Impercettibili, i volti nella penombra sotto la pensilina si voltano a guardarlo.

    

Un tassista sta leggendo seduto al volante. Lo straniero lo chiama, ma l’uomo non risponde. Lui si accosta, cercandolo dietro il vetro. La cupola di nubi cariche si riflette sul finestrino come una montagna dai picchi accidentati apparsa d’un tratto nel cielo di Feriano. Al bussare delle nocche, finalmente, sotto il cappello del tassista esce una nuvola di fumo, poi due occhi torvi.
     «Libero?» chiede lo straniero.
     «Prego» risponde l’uomo, con voce nasale e apparentemente canzonatoria.
     Con movimento lento, svogliato, la macchina si mette in moto verso quel denso annuvolamento. Tutte le altre automobili si stanno muovendo in circolo, sul piazzale davanti alla stazione, e il taxi s’infila nella coda. Così si avvia verso gli agglomerati di condomini d’aspetto grigio, schierati sul viale, recentemente ristrutturati. Il traffico si addensa ai semafori. Nessuno, nota lo straniero, cammina a piedi sulle strade. Le utilitarie pulsano le hit del momento, una dueposti romba intrappolata nella fila.
     Al termine del rettilineo il taxi imbocca una salita e si dirige verso una collina dove il traffico scompare completamente. Per tutto questo tempo, gli occhi del tassista scrutano lo straniero dallo specchietto retrovisore. In cima alla collina c’è un silenzio assoluto. La macchina si arresta nel mezzo di un elegante
quartiere residenziale, sormontato da un grosso edificio rosso sangue, l’albergo.
     Dietro, un fitto bosco buio è leggermente smosso da un vento fresco.
     Lo straniero scende, è fermo davanti alla scritta blu che dice «Albergo».
     Squarcia il silenzio la voce di un uccello nero che passa in volo sopra di loro. Il tassista riceve una banconota, abbassa la testa in segno di saluto. Anche mentre se ne va, gli occhi rimangono fissi su di lui, riflessi nello specchietto retrovisore.
     A quel punto un improvviso movimento attira lo sguardo dello straniero.
     Una folla in nero sta uscendo da una villetta bifamiliare, sulla strada deserta.
     Ecco la prima scena di vita.
     Il gruppo di persone è rivolto ora verso la porta aperta. Subito dopo, dall’apertura buia, escono un uomo e una donna che si tengono l’un l’altra sottobraccio e avanzano con passo incerto lungo gli scalini. Le loro facce sono rosse e tese, si direbbero quasi buffe, se non fossero espressioni di dolore.
     Esce una bara dietro di loro, in spalla a quattro grandi uomini muscolosi.
     Il mogano laccato riflette la luce livida.
     Lo straniero stringe le dita fino a conficcarsi le unghie nel palmo.
     Viene infine dietro la bara una ragazza, scendendo dalla soglia. Lo straniero la guarda.
     Per notti e notti, poi, avrebbe sognato di lei.
     I lunghi capelli castani cadono sulle spalle incurvate verso il petto, uno sguardo fisso biancheggia dal trucco sbavato. Poi inizia a correre sulle facce dei presenti, spaventato, infine va con la bara.

    

La ragazza non pare andare a un funerale, sembra invece una sposa, con la sua bellezza elegante e il suo protagonismo volontario. Ma l’ansia gioiosa che hanno le spose in lei si è mutata in un’orrenda calma, come se fosse consapevole che non c’è vitalità da ricompensare nell’uomo che l’aspetta alla cerimonia.
     Poi il funerale si fa lontano.
     Lo straniero è ancora fermo davanti alla villetta sprangata e abbandonata.
     Ora la osserva. L’aveva vista solo in fotografia. Si rende conto che il suo aspetto ha qualcosa di anormale.
     Una siepe corre perpendicolare alla facciata dividendo in due la proprietà.
     Dalla parte da cui il funerale è uscito la villa è bianca e pulita. Nel giardino ordinato le pallide ortensie lussureggianti circondano i coni delle tuie nane potate dal giardiniere. Dall’altra parte, però, un’erba folta e malvagia ha divorato il prato e gran parte della facciata. Il vetro rotto è stato rattoppato con del nastro isolante. Alle finestre sono tirate delle pesanti tende nere. La porta graffiata sovrasta gradini sbrecciati coperti di polvere e di sudiciume. La casa sembrerebbe disabitata, non fosse per un nero comignolo fumante.
     Di nuovo il silenzio della collina. E la pungente sensazione di essere osservato.
     Un uomo alto con la pancia gonfia è in piedi sulla soglia dell’albergo dietro di lui.
     «Buonasera» dice lui col suo accento straniero.
     «È morto un ragazzo» esordisce l’uomo. Lo straniero si morde le labbra per dissimulare. «S’è sfasciato con la moto contro la macchina di uno che conosceva bene».
     «È orribile» dice lo straniero.
     Il suo tono è piatto e non tradisce emozione.
     Il silenzio del bosco. L’uomo alla porta lo guarda fissamente.
     «Ha bisogno di una camera?».
     Lo straniero annuisce e poi lo segue dentro l’albergo. Lungo un tappeto rosso i due procedono fino a una porta bianca. La stanza è particolarmente buia e la carta da parati è scura. Lo straniero chiude la porta ringraziando, poi si accascia sul letto, stravolto.
     Dentro la villetta dirimpetto all’albergo, nella parte curata e pulita da cui è uscito il funerale, al piano di sopra c’è una stanza vuota, con un armadio, un letto, una libreria, nemmeno l’ombra di uno specchio. La finestra è aperta, le tende smosse dal vento. Sulla scrivania c’è un quaderno aperto sull’ultimo foglio scritto.

 

***

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