L’albero perfetto

Silvia Comoglio

… rúbami del tempo
– il témpo della muta,
il girare
– déntro al mio silenzio –
del buio
all’infinito,
perché sia io
l’arcano álbero
che migra,
l’occhio esatto
passato
– dalla stanza …

 

Silvia Comoglio, Bubo Bubo
Prefazione di Marco Furia
Forlì, Editrice L’Arcolaio, “Il Laboratorio”, 2010

 

II.
L’ALBERO PERFETTO
(Presto, Adagio, Presto)

 

PROLOGO

 

                       decifrarti
                       è l’amoroso álbero perfetto,
                       l’abisso – etérno –  nel suo fondo

 

PRESTO

 

I.I

                       … a sogno  – illúmini discinto
                       il tá-volo che regge  – lo spazio delle parti ―
                       la dóppia eterna stanza a
                       retí-coli  di fiato  più  rí-pidi di mondo …

 

*

vedere Te  – è baia eterna
che ténde il suo mattino  – tra tempo
e-ancora-tempo, a luce fredda
che mácula la notte, che má-
cula  – la pietra: è volo basso, básso
e mugolante, óltre  – questo corpo
che soffia a puro nome  dópo
mezzanotte, all’án-golo del bosco

[ ]

 

I.II

                       “ghiaccio  – lucente e già concluso –
                       è l’álbero perenne, saldo
                       e immaginario:→  bouquet-di-labbra
                       sull’orlo  – dell’ultima notizia, di quanto
                       a térra  già  si offre   puro,
                       in catalessi

                       —

 

*

perenne, l’álbero è perenne,  se saldo
e immaginario, scala disarmata
fino al primo fango, arcuato “e custodito!
déntro questo fronte  – a ócchio silenzioso, sémplice figura
di un urtare, urtare-a-caso,  del véntre
cóntro la sua terra, a pura tosse  – appéna –
immaginata,  incisa  – óltre la montagna, in piante
álte e indefinite, affacciate  – tutte –  in controcielo
sénza  – giuro –  mai finire

[ ]

 

I.III

           … lo specchio lasciate appena sciolto
           ai márgini dei piedi, come orma  sémplice di rami …

 

l’altura  – è il píccolo mio dio
appena catturato, l’evidente
scorza della sera: → porpora che vaga
in sogno duraturo, in stessa strada a luce
al límite del prato: mari e tetti
congiunti tra le piante, in  – coá-guli di case
per cénto  terre sparse, e drítte, drítte
ad  á-nime  fiorite [ ]

[ ]

 

ADAGIO

 

II.I

                       [ chiese sera la barca che non porta
                       gli álberi del sogno
                       óltre questo mondo. chiese tempo
                       per ardere per spazi, fúlgere a riflesso
                       di grávidi e stregati  – órdini di sguardi:
                       per coniare  – Della luna!  il giallo immaginato,
                       il rogo  – del fiato –  nella bocca —

                       —

 

*

le núbi, si míschiano le nubi
nel nome che diventa
úmida cintura, vícolo che lega
etérno il ramo al bosco, la caccia
ignota di confine, dal tuo corpo
nel giorno imbavagliata: le nubi
attecchite tra le ciglia, “perpetue
– in stormo –  srotolate —

 

II.II

           → quíndi   fu  fárvi   – tútto un cerchio sacro
           e dárvi  – un ángolo di bacio : un lómbo  : un filo d’acqua,
           il suono che spalanca il soffio di una stanza [ ]

[ ]

 

DIS-LOCATO in réfolo di sogno
plúrimo di vita, foste órdine posposto
al fiore  – aperto a meraviglia, márgine che venne
a pianta spaventosa, a sémpre che già scosta
corólle  e ómbre  – e quésta  nuda porta: il modo esatto
di sórgere sugl’occhi  – di luce uguale a buio,
a órbita di fiato di  lunghi rematori
misurati   in cristalli   – di singulti ―

_______

 

II.III
 
                       … smarrì la voce  – cóntro
                       del tetto  la durezza, cóntro  – del nome –
                       la luce   – di passaggio …

 

“Arrì!” arrì negli echi a términe di boschi,
síbilo-che-guarda l’arco già scoperto
dell’última bufera, “l’álba
che oscilla di traghetto  sedéndosi leggera
su immote  – le téste  e le ginocchia, l’álbero-lanterna
spogliato  – di notte –  per amore ―

______

 

II.IV

                       … mi soffi  – come avessi –
                       tutto un fango  – sulla brina, cóme
                       se ti fossi  – la nótte –  di púbblica fatica …

 

La sponda-notte
è gioco  già cosparso  – di ciglia
e di memoria: pioggia,  pioggia maestosa!,
a ómbra  – e violacciocca!, fúlmine che dice
le tende sbattute a caso, l’ingánno
dell’álbero a radura  – nel canto –
estivo di rumore: → il lábile ridire,
talvolta, nella luce, gli improvvisi
á-liti di pietra, núdi  – e cigolanti ―
gli improvvisi   immaginarsi
matrici della trama, le térre  – elétte –
a ócchi   – di cicala —

 

II.V

           [ → silén-ziami così, tessendo  – iridescente!
           l’último mio cerchio, l’último tastare
           il tinnio   – enórme –  della casa → quésta sola ortica
           a immensa   grazia   sulla strada ―

           ________

 

→ “e tu ―
cucivi-soffi   in terre
di ombre successive ―
máschere ferite
nel cieco ancora affaccio
di móndo  – ereditato
álbe prive di rumore
sul ghiaccio che dilata
in ál-beri-farfalla
i sogni di radice, le stille
úmide a tumulto di ógni
guado oscuro ―

 

II.VI

           [ :→ come se ti fossi  – corso di silenzio,
           cifra   – che già passa –  a réfolo sull’acqua,
           tra la stirpe   – dal vento –  frantumata
           :→ come se ti fossi  – primo giorno
           di un tempo martellato, aurora  – che odora sghemba –
           di stella   – e di peccato —

           —

 

*

due archi fanno storia
di luna   – già consueta: étere che tocca
– fibrosi –  témpi di silenzi: gli élmi
ritratti alle pareti, in diagrammi
testa-altezza  ―

_________

 

PRESTO

 

 

           [ quale piuma, allora,  aggiún-gere feconda,
           quale  – nel vento –  trapiantare, attorno
           all’aria di radice, al quadrante  – dell’ombra –
           incisa a fuga?

 

III.I

Il singhiozzo  – era regno –
appena pronunciato, l’amore mio
fatto di percorsa  – luce –  sulla lingua:
solco  – a stupore delirante –
del volto che non cambia
aderendo  – al sogno-all’acqua, all’ora sazia
dell’ál-bero  di strada —

 

III.II

:→ il mio regno è ráffica che svelle
nomi appena stati sópra  – questa mano ―
è flébile e scolpita creta di figura,
ómbra di perfetto  – témpo già taciuto
nel giorno che si spense
déntro il suo brillio —

 

III.III

                       … e dal fiore  – cávami la bocca,
                       arrotante  – di preghiera …

 

:→ “duri  – i sestanti –  a luogo inesistente,
l’alba dispiegata  – a boccio –  sulla lingua,
→ l’istante dell’ética che muta cúbiti di sogni
in inciampi  – moltéplici –  di mondi —

 

III.IV

           … ogni stanza  – è intera terra, chiasso lungo
           – córto –  di sapienza …

 

*

Lo-spándersi-del-mondo
nel punto  a fianco immaginato
è tempo  – che síbila nel tempo, ál-bero a fessura
di un’orbita che tende
cóllere di luce, e éliche di abissi
immóbili sui fronti: mandrágore-di-inverni
baciati senza suono, incisi
in stupendo speculare  – amore delirante,
in stupenda  – speculare –  térra delirante  [ ]

[ ]

 

EPILOGO

 

                       … di fatto   è sprofondata
                       la curva della sabbia  – in squame dolorose,
                       nel canto  – tuffato nelle acque –  lucénti
                       della baia …

 

IV.I

           … táce  – a pelo d’acqua! –  la mímesi che sono,
           divenendo  – puro elogio –  di un témpo  a paradiso …

 

*

[ → astrazione  – eterna  – del témpo sulla bocca
è il dire che récita profondo
dettagli mai percorsi: legami sghembi di ponti contro fronti
tra il fico e questa vite  – rimasta a pura scala,
a chiamare  ómbre  in superficie

_______

 

IV.II

           … dal fondo  di terre afose   cosa hai visto
           si è fatto   da lì  a casa  fiuto fino fino :  léssico stupendo
           scolpito in pure stanze di muro   – granulose …

 

*

piaceva tonda,  l’éco, a Vostra Altezza,
l’umana gioia  del vento all’infinito ―
casa  – del terríbile restare
all’apice sospesi, gorgheggiando
últime perfette  – últime visioni —

 

IV.III

DI TRAVERSO  ― l’acérba
porta alla tua porta. La nótte  – del tutto –  impantanata,
la nótte del tutto  – in-piena-notte –  del tútto sbalordita ―

______________

 

IV.IV

Come testa l’alba custodire,
come terra   – sempre  aggrovigliata
a cesellate  – ómbre –  di figure,
nel cui tempo, da tempo travestiti,
potémmo  – ripotremo –  passare
del tutto   – impronunciati, a cuori lunghi
contro  forze di fatica ―

____________

 

***

15 pensieri su “L’albero perfetto”

  1. Credo che la potenza della poesia di Silvia Comoglio stia soprattutto nel suo lasciar fiorire incessantemente prospettive, fonemi, squarci, legami, detti e non detti che sembrano palesarsi all’improvviso come se null’altro aspettassero se non di essere pronunciati proprio in quel modo, con quelle scelte linguistiche e con quelle sintassi.

    C’è un dialogo segreto che viene a nascere tra Silvia Comoglio e lettore, ed è come se Silvia lasciasse sempre al lettore l’ultima parola.

    E’, quello di Silvia, anche un laboratorio permanente di innovazione dei ruoli. Nella lettura di questi versi, poeta e lettore si inseguono senza sapere chi prima e chi dopo, chi come e chi dove, chi quando e chi perché.

    Una poesia splendida, di condivisione e di integrazione, mai a senso unico e mai invadente.

  2. molto intrigante nella sua complessità nella presenza ossessiva e funzionale dell’accentuazione sillabica che ne fa una singolare partitura “per voce”
    Complimenti da chi ama particolarmente la musica e il valore e la variabilità del suono in poesia ecc ecc.
    Grazie e buon proseguimento nella ricerca
    lucetta

  3. Per me è, in assoluto, una delle più salde e suggestive scritture poetiche di ricerca presenti oggi in Italia. Il libro è splendido – una partitura di estrema e rigorosa fascinazione formale: all’interno di un percorso originale e riconoscibilissimo fin dalla prima opera pubblicata. (cfr. ad esempio qui)

    fm

  4. Grazie, Francesco, innanzitutto per ospitarmi nel tuo blog, e poi per quanto dici di Bubo bubo e per aver ricordato Ervinca, la mia prima opera pubblicata. E grazie a Roberto, Marco e Lucetta per essere intervenuti.
    Grazie per essere scesi in profondità in Bubo bubo, in sillabe e parole che perdono la loro dimensione e sostanza – il loro significato anche – per fiorire in un mondo altro, sospeso nel suono e nel canto. Ogni parola è al contempo cosmo e microcosmo, e mettersi in suo ascolto è accogliere nuove nascite, scoprire equilibri che si costruiscono e decostruiscono in una ricerca continua di altezze e profondità nuove. Per questo penso occorra essere disponibili a seguire ogni suono o vagito, a scavare la parola e accettare che la parola ci scavi perché possano delinearsi nuove forme di vita, e quindi nuovi e altri battiti di spazio e di tempo.
    Bubo bubo, è vero, è una partitura, o almeno vorrebbe esserlo, e mi piacerebbe che il lettore potesse “eseguirlo”, vivendone segni e sillabe, percependone ritmo e musicalità, facendoli propri. Che si delineasse insomma un dialogo tra me che scrivo e il lettore, perché questo è bello, che chi scrive e chi legge creino insieme.

  5. Silvia, ho una curiosità. Non so se è soltanto una mia “impressione”, ma credo di notare, in modo particolare in “Ephemera” (che tra l’altro contiene dei “paesaggi verbali” strepitosi) una sorta di “svolta del/nel respiro”, come l’indicazione, in nuce, di un possibile percorso tutto ancora da tracciare. Mi spiego: in tutti gli altri testi, compresi quelli dei libri precedenti, è sempre il poeta a dettare il ritmo dell’esecuzione della “partitura”, pur rimanendo fedele all’alfabeto sonoro che le parole, di per sé, contengono e “sembrano” dettare; nella sezione citata, invece, si allenta la “presa” e la parola è calata in momenti di auto-dizione liberatoria, con esiti felicemente imprevedibili che costringono il “direttore” a farsi in disparte, a porsi in ascolto, a cogliere-leggere “dissonanze” fuori controllo. E così l’ “assai lento” mi sembra riguardare più una modalità di attenzione del soggetto (che stavolta è semplice osservatore) che non il “flusso sonoro” che procede dettando(si) le cadenze.

    Quant’-era-giorno l’albero che afferra
    i piedi di montagna, e il flusso
    del volto a consolarsi
    in lucente cristallo di farfalla,
    “e in ária – e pescecane!
    vívi – a sera – a sortilegio, a smarrito
    lémbo di presenza —

  6. Hai ragione Francesco. C’è un momento – arriva un momento – in cui ci sono figure sonore e verbali che, lo si coglie, autonomamente vogliono tracciarsi e rintracciarsi, e così i piani dell’ ascolto e del dire vengono a delinearsi in modo diverso. La lingua si manifesta con potenzialità prima sconosciute e il rapporto con lei cambia. La forza e il prodigio della parola devono essere lasciati liberi di rivelarsi. Occorre imparare a respirarli, coglierne il ritmo e l’intonazione osservando con umiltà, cercando anche di capire fin dove l’effetto di quella forza e di quel prodigio può arrivare ed essere portato. Una modalità di attenzione e concentrazione nuova per il soggetto, e anche, certo, un’opportunità di crescita e di individuazione di nuovi percorsi. Chissà, magari anche un capovolgimento. Sai, ciò che importa è essere disponibili. Disponibili ad accogliere e anche a farsi da parte perché la parola possa esprimersi ed essere espressa, per quanto possibile, nella sua pienezza e totalità.

  7. Una musica in lingua e scrittura, la poesia di Silvia, talmente viva nel suo movimento di ritmi e sensi, da poter essere, in questa voce, solo la parola che è e, io credo, deve essere: per la molteplicità necessaria che
    rende il suo “dire” uno scavo fonico, corporeo ed esistenziale.
    Veramente un bel libro.
    Un saluto a tutti.
    Giorgio Bonacini

  8. Leggo con estremo piacere i commenti degli amici qui intervenuti. Un grazie veramente sentito al caro amico Francesco, che da sempre cura una cernita attentissima gli autori di cui qui si parla. Alcuni giorni fa ho tentato una lunga lettura a voce alta (male registrata su apparecchio digitale) ed è stato, per me, uno scoprire le note limpidissime di questa partitura musicale. Silvia vive la sua scrittura: è straordinaria!
    Gianfranco

  9. Grazie Giorgio e Gian Franco per quanto dite della mia scrittura e ricerca poetica. E grazie a te, Francesco, per il link di Jukumu Letu. Grazie.

  10. l’Autrice sembra aver voluto segnare una partitura musicale piuttosto che un testo poetico, e la poesia in divenire musica o musica in divenire colore? se vuole la dott.ssa comoglio può aderire a ex libris, sarei lieto si delineare un foglio trasposto da partitura-poesia in (appunto) foglio colorato, eterno ciclico dello IDEARE..

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