Per una resistenza al non luogo (I)

Pier Franco Uliana

Rimappatura mentale del luogo-Cansiglio per una resistenza al non luogo, ovvero considerazione glocale sul bosco.

Non è un caso che la selva oscura sia stata assunta da Dante come allegoria del peccato. Nell’immaginario occidentale, fin dalle origini, il bosco (la hyle-sylva greco-latina) equivale all’indifferenziato, al caos primordiale, all’ambivalenza che fa coincidere i contrari; è la natura stessa che dispiega nella metamorfosi la sua possanza, dove sono assenti la luce del lógos e il rigore morale. Il bosco è il nonluogo-luogo (della materia, nell’accezione etimologica): nonluogo in quanto l’uomo non lo riconosce come dimora, non lo abita per coniugarvi l’identità e la relazione, è sradicato, senza orizzonte, non agisce simbolicamente, nessun segno lo lega al passato, o fa presagire il futuro; luogo pur tuttavia, perché il bosco non è spazio geometrico, ma luogo appunto dell’origine: da esso l’uomo proviene (nella Bibbia ad Adamo è assegnata la dimora edenica, l’evoluzionismo sostiene che l’homo sapiens discende dalla scimmia arboricola) e con esso è costretto a relazionarsi, seppur secondo una logica oppositiva (o come liberazione dallo stato di natura o come perdita). Al bosco viene contrapposta la radura che, in quanto spazio della deforestazione e della luce, si configura in luogo eminentemente antropologico, cioè in città (nel senso di civitas). Pur tuttavia la città riproduce l’assetto labirintico del bosco e come il bosco costringe l’uomo ad un destino d’erranza. Non solo, il bosco respinto ai margini della coscienza, se non rimosso, costituisce paradossalmente il suo più prezioso giacimento simbolico (per Baudelaire, il poeta che per primo intuì la frattura esistenziale causata dalla metropoli moderna e il nonsenso della folla, l’uomo “passa attraverso foreste di simboli”). La via d’uscita per l’uomo medievale non è che un sentiero sotterraneo, radicale quanto l’interiorità della fede, per ascendere all’altra parte, a quell’Altrove che è radura di luce, altrimenti detta la Città celeste. Per l’uomo contemporaneo, completamente laicizzato, dominato dalla tecnica e globalizzato dal mercato, non c’è più alcun sentiero da aprire nell’incoerente disciplina lignea, bensì un progressivo e sistematico allargamento, hic et nunc, in senso orizzontale e in ogni direzione: è la deforestazione totale, il cui scopo è l’istituzione di una radura mondiale degli scambi dove il centro è ovunque e infinitamente distante dal limitare che è orizzonte di senso. La radura ha senso infatti se è nel e per il bosco; la città se si confronta con la natura; il linguaggio se trova un limite nell’indicibilità delle cose. Qualora tutto diventasse radura, città e linguaggio, è perché stiamo già varcando il confine del deserto: che non è la fine della natura, bensì, nella migliore delle ipotesi, della civiltà dell’uomo in senso vichiano, nella peggiore, della specie umana stessa. Fino a prima dell’avvento della globalizzazione, e della rete informatica che funziona da acceleratore temporale in direzione del presente diffuso e schiacciato, laddove si deforestava si impiantava per lo meno l’albero genealogico le cui radici erano la tradizione, il costituirsi di gruppi ceti e classi, quantunque in competizione e in contrasto, e la memoria (attraverso i monumenti, i palazzi, le piazze ecc.) se non altro dei luoghi di valenza sociale e di comune appartenenza. Oggi la deforestazione, nel contempo reale e simbolica, non è altro che uno dei risvolti, forse il più radicale, di quel complesso processo epocale di deterritorializzazione (non è un caso che sia vocabolo impoetico, calcato sul più bieco gergo di certa burocrazia sociologica), che significa soprattutto desocializzazione e derealizzazione (de- è prefisso latino per indicare separazione, privazione, allontanamento; -zione è suffisso per formare sostantivi generalmente astratti): i luoghi vengono sempre più ridotti, marginalizzati, sottratti e infine perduti, mentre si dilatano in maniera pervasiva i nonluoghi: ipermercati, club vacanze, stazioni, discoteche, autogrill, self-services ecc. Il paesaggio, rurale e urbano, che permetteva una lettura storica del luogo, subisce un processo irreversibile di spogliazione estetico-culturale e di rapida omologazione: un nonluogo (che, si badi bene, è l’opposto speculare del nonluogo primordiale), finalmente serializzato, è quanto di più funzionale al mercato, al culto edonistico del feticcio-merce, all’incontro di individui simili ma soli; esso è un crocevia di itinerari individuali, di consumatori che mordono e fuggono (anche da se stessi). Una siffatta radura senza bosco è il nonluogo per eccellenza d’oggi e in quanto tale essa è il contrario dell’utopia: semplicemente esiste senza accogliere alcuna società organica in uno spazio eminentemente antropologico. Infatti c’è una relazione inscindibile tra luogo ed esperienza culturale. Se quest’ultima è decontestualizzata dal luogo diventa un’ombra di se stessa. Di qui lo spaesamento e lo smarrimento di identità che sono povertà e solitudine, e che si manifestano soprattutto nello sradicamento di specificità culturali e linguistiche. Di qui il ripetersi del destino di erranza, ma su scala planetaria: sempre più si morirà soli e in luoghi diversi (“esotici”) da quelli dove si è nati o si è vissuta l’infanzia. Il cimitero che era il luogo dove attecchiva l’albero genealogico, sarà la discarica dell’oblio. È quanto sta avvenendo in nuce in Florida: le segreterie degli ospizi dorati di Miami comunicano la morte dei padri via e-mail ai figli dispersi per il mondo, e questi, uomini d’affari che sanno che il tempo è denaro, danno compunte disposizioni sul funerale via e-mail e partecipano alla sepoltura virtualmente. La complementarità bosco-radura nel Cansiglio, relitto e reliquia della grande selva illirica, almeno fino a qualche anno fa aveva trovato, grazie anche ad una serie di fortuite coincidenze storiche, un equilibrio tale che poteva essere assunto a modello di luogo (dove avere esperienza concreta, quasi unica in Italia, dell’interrelazione fra bosco e radura) proprio perché contemperava territorio, ambiente, habitat e spazi con storia, memoria, lingua, cultura e colture. Una tradizione statuale da secoli addomesticava il bosco salvaguardandone la specificità (il demanio era nel contempo risorsa e riserva); una millenaria stratificazione mitologica, che affonda le sue radici nel venetico e di cui il dialetto garantiva la trasmissione alle nuove generazioni, vivificava l’immaginario collettivo e alimentava la sorgente simbolica della memoria (Mazharól, Tafarièli, anguàne sono da intendersi più come genii loci che come retaggio pagano di paure ancestrali); la Piana-radura era il fulcro di un sistema di relazioni fra le genti limitrofe e i cimbri, fra malgari e forestali, fra comuni e Stato, che coinvolgeva la pianura sottostante (oggi mutata in una grande conurbazione) e la stessa città di Venezia; infine un corretto rapporto uomo-natura, ormai collaudato e consolidato (malghe, insediamenti turistici a basso impatto ambientale, oculato imboschimento e altrettanto oculato disboscamento) ne garantiva tenuta e durata. Oggi invece, svuotato quel mondo silvopastorale, assistiamo ad una rapida quanto pericolosa erosione del luogo, nei due sensi. Il bosco ha perso la sua relazione con i luoghi circostanti. Quest’ultimi, le cosiddette “terre alte”, sono addirittura caduti in uno stato di completo abbandono, postòchi (in dialetto questo era vocabolo che un tempo indicava quei prati lasciati incolti, non per rifiuto ma per costrizione, la quale poteva essere dovuta a controversie ereditarie o ad eventi bellici ecc.), di fatto inselvatichiti, degradati a boscaglia e a viluppo di rovi, ricaduti e decaduti, e perché no?, scaduti, a nonluogo primordiale, dunque inospitale (una damnatio memoriae che addirittura cancella non solo ogni traccia antropica, ma pure la stessa toponomastica). Del bosco si ripropone una lettura magica e fiabesca, una mistica dell’incanto e dell’arcano originario, il cui scopo in realtà è l’adescamento pubblicitario, o è tutt’al più una patetica letteratura tardo-romantica per telespettatori che vogliono credere nelle fictions. Così il Mazharól diventa lo gnomo disneyano o un puffo televisivo; Tafarièli viene ridotto a personificazione di certi demonî di moda cinematografica; le anguàne rivestite da fate o streghe, a seconda dei casi. Non mancano poi i cultori dell’idillio e del locus amœnus, mentre si sa che il bosco per sua natura è tragico. Per non dire del localismo, è forse il più pericoloso perché anacronistico e intriso di nostalgia vernacola, attributo quest’ultimo che non è affatto sinonimo di dialettale, bensì di retrivo. Ma è la Piana-radura quella più a rischio, sta subendo una mutazione a nonluogo nel senso postmoderno, o della globalizzazione: quasi un deserto in certi giorni feriali, affollata all’inverosimile in certe domeniche (come fosse un ipermercato, solo che i tempi di apertura e chiusura vengono scanditi dalle condizioni meteorologiche). Questo è il Cansiglio oggi: la fascia pedemontana che lo separa dalla conurbazione veneta, ormai in uno stato di disperante abbandono (con tutte le conseguenze ambientali del caso), il bosco sfruttato in una logica quotidiana di breve respiro economico e deprivato di ogni risvolto simbolico, la radura trasformata in un territorio da consumare (piste da sci, parcheggi, sentieri, nuovi insediamenti turistici ecc.). La legge bronzea del consumo impone innanzi tutto, qui come in tutti i luoghi esposti alla massificazione turistica, di deterritorializzare, di recidere cioè ogni vincolo con la storia e di cancellare anche gli ultimi segni della memoria, sì che il luogo da familiare diventi anonimo ed estraneo per chi lo abita, e quindi venga rifiutato per un nonluogo qualunque della globalizzazione, che è almeno all’apparenza neutrale ideologicamente ed emozionalmente freddo. E, per converso, (ad esempio un Cansiglio senza più tratti differenziali) sia a sua volta un nonluogo per i forestieri. Incapaci di relazione, e dunque di integrazione, ovunque saremo stranieri in patria: come immigrati che s’incontrano in quegli squallidi nonluoghi che sono le stazioni ferroviarie o certi giardini pubblici ecc., se non altro, questi, sono nonluoghi che non fanno ricordare la condizione di estranei, illusoriamente comunque: non si dimentichi che il potere suadente del nonluogo consiste nello spacciare la sua serialità per ubiquità (il qui può essere l’altrove). Un’ultima considerazione, per quanto amara e sarcastica, sulla paretimologia del toponimo Cansiglio (Campus silens): da campo del silenzio feriale a cancan domenicale, e viceversa. Un Cansiglio da sconsigliare, se non fosse che sono ormai sempre più i singoli, i gruppi culturali e le forze politiche, finanche realtà istituzionali ed economiche, seppur ancora minoritari, che, ponendosi responsabilmente la domanda di quale luogo-Cansiglio consegnare alle future generazioni, già si muovono e si mobilitano alla ricerca di proposte di uno sviluppo ecocompatibile e nel senso della riterritorializzazione (che in questa temperie politica non può costituirsi istituzionalmente che come parco interregionale). Occorre risalire dunque al Cansiglio, a piedi, come lo risalirono il Mazzotti, il Caccianiga, il Marinelli, i malgari, i forestali, le genti dell’Alpago e del Vittoriese…: se ci saremo a camminarlo e a scambiarci il buongiorno senza chiedere misericordia per la solitudine, sarà ancora un luogo che ci educa al bosco e dà senso all’abitare la radura. Ma anche e soprattutto con la mente: il Cansiglio sia filosoficamente il campo del silenzio che sovrasta il verbum omnipotens della città, poeticamente il correlativo oggettivo dell’ingens sylva che sta dentro di noi.

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Pier Franco Uliana
Troi đe Tafarièli
Milano, Fondazione Correnti, 2001

Selva, radura; luoghi fisici, e mentali soprattutto, attraverso cui passa l’uomo dagli occhi occidentali, inconoscibili se non per sentieri che non menano in alcun luogo, i troi đe Tafarièli. Sono segni questi che deviano per sensi oscuri: non un indice che non sia finzione di salvezza; non un’orma che non serbi l’inganno della perdizione; non una meta che non sia un’inversione. La radura è una luce indicibile che interrompe il chiasso dell’ombra? La selva un nido nella cui nodosa disciplina intertestuale è costretta la voce? Tali sono perché li significa il viluppo dei troi, fossero più semplicemente i sentieri per andare a far legna, o quelli della letteratura. Percorrerli dunque, per quanto immaginario sia lo smarrimento.

Testi

Foje che le tàja e s’ciaton de bòna ponta,
par no đir đe stech e crep, o đe i càndoi,
che se cogne pasar: ah! che strisađe
nte l’insònio zhènzha pi òro!, che pòlin
da sufiar fòra!, e i đoi òci inpenazhađi
đe ilusion!, quant élo đa tribular
par le man che le scavezha?, pomèle
cruđe le é le paròle đa schinzhar
contra le ròbe!, no l’é parò chizha
đe vènt la vozh che la busna par rame
e zhiese (élo là che se inbara al sèns?),
la và sènpro pi ndrento par i sfoi
a ciarèla, o i troi đe Tafarièli,
tant che la se pèrzh… Se la se tien ciusa
la vizha!, al pi la te asa qualche frégola
đe fùfigna, o na ferađa ingatiađa.

[Foglie taglienti e stocchi puntuti / (per non dire di sterpi e sassi, o dei bronchi) / attraverso cui bisogna passare: ah! che segni / nel sogno senza più oro!, che pollini / da espirare!, e gli occhi impennacchiati / d’illusione!, (quant’è da tribolare / per le mani che scapezzano?, bacche / acerbe sono le parole da schiacciare / contro le cose!), non è però avara / di vento la voce che stormisce per rame / e siepi (è là che s’infratta il senso?), / s’addentra sempre di più per i fogli / a radura, o per i sentieri di Tafarièli, / tanto da perdersi… Se si tiene chiusa / la vizza!, al più lascia qualche briciola / di frode, o un’usta imbrogliata.]

*

Par la vizha đel sfoi, bar đe spinbianc,
de ociađe đe spin se l’é nòt de luna
(na luna che la fà ucar la loch),
mi ghe vae đrento, ntel gation de stris
de sgraf zhènzha significazhion,
nò ’n rebòt che ’l sie fat par fènta, o ’n sèns
da cior su a man piene, solche paròle
òrbe misiađe a mòti đe silènzhio
(zhèrto par tènp le foje le cascarà,
nò i spin parò, bonbađi đe ’n vero ars);
na vartora comunque val la pena
provar, o ’l vèrs che no ’l mena in gnesun
loch, se la man la đescòsta la franda
đe foje e a l’òcio che ’l vol véđer, na scura
ciarèla la ghe par, đel viđison
no se sènte gnent altro che ’l profun.

[Per la vizza del foglio, cespuglio di prunalbo, / di sguardi spinosi se è notte di luna / (una luna che fa gufare l’allocco), / m’inoltro, nel groviglio di segni / di graffi senza significazione, / non un’eco fatta per fingere, né un senso / da raccogliere a piene mani, solo parole / cieche mescolate a cenni di silenzio / (di certo le foglie cadranno per tempo, / non le spine però, imbibite d’arido vero); / un varco vale comunque la pena / tentare, o il verso che non conduce in alcun / luogo, se la mano scosta la frangia / di foglie e all’occhio che vuole vedere, una buia / radura appare, della vitalba / non si sente nient’altro che il profumo.]

*

Zhiesa đe sìnboi e vita, a bazhilar
đa la rađis ùgnola, cuna e conca,
l’é questo al sèns desgatià a colpi đe òcio
(đato che ’l strasegnar tut al me slava
se đa spèrs vae a stròzh par tàje e tàje
a saver le foje che le se fà fòsil
drento al calcar sbragà e scajà đal tènp),
dòpo la vizha l’é la vozhe, e ’l vènt
che ’l fìs’cia đe goje par ògne loch
da menar via al cavaston de le foje,
ntel solzh stret de la lengua e đel respir
la se fà sepa đe alfabeto spiól,
dolzha paròla đe morosa s’cèta,
puesia co na s’cianta đe silènzhio,
par đarghe ’n sèst a ’l pensier, e na zhìera
a quel che son, e ’n sèns a quel che fon.

[Siepe di simboli e vita, a delirare / dall’unica radice, culla e conca, / questo è il senso sbrogliato a colpi d’occhio / (giacché lo stillicidio mi dilava / se sperso vago per l’intercolunnio / a sapere le foglie farsi fossile / nel calcare sbrecciato e scheggiato dal tempo), / oltre la vizza è la voce, e il vento / che fischia di voglie per ogni dove / da trascinare via il cumulo di foglie, / nel solco angusto della lingua e del respiro / si fa semenza d’ispido alfabeto, / dolce parola d’amante sincera, / poesia con un po’ di silenzio, / per dare un ordine al pensiero, e un aspetto / a ciò che siamo, e un senso a quello che facciamo.]

*

Scrìver nte ’n sfojo par spegazhar ògne àrbol,
(la vizha intiera, in mòđo che no ’l rèste
che ’l silènzhio pì ciuso, o ’l van del vènt)
o bàter un troi nte la nef de marzh,
no ’l canbia pròprio gnent, i pùpoi i brusa
e i òci squasi i se orbis, e tant fanarse
no ’l fà che menarte a stròzh, la ilusion
de intivar na vartora nte la vizha
la pol farte cascar nte ’n forat
bianc, mut de ògne mòt, e là consumarte
nte na fiama stonfa, sote na luse
đe òro che tu cređéa èser salvazhion,
e a gnent al sèrf oltarte indrìo, ti tu
pol incòrđerte che le balegađe
le é riđote a ’n gation che no ’l mena
in gnesun logo, e ’l sol al scalda đà.

[Scrivere in un foglio per cancellare ogni albero, / (la vizza intera, sì che non resti / che il silenzio più chiuso, o la vanità del vento) / o battere un sentiero nella neve di marzo, / non cambia niente, i polpastrelli bruciano e gli occhi quasi s’accecano, e tanta lena affannata / non fa che trascinarti a zonzo, l’illusione / d’indovinare un varco nella vizza / può farti cadere in una forra / bianca, muta d’ogni gesto, e là consumarti / in un fiamma bagnata, sotto una luce / d’oro che credevi essere salvazione, / e a nulla serve voltarti per tornare indietro, ti / puoi accorgere che le orme / sono ridotte ad un viluppo che non porta / in nessun luogo, e il sole scalda già.]

*

Salvazhion par la vizha? par i troi
mi vae in zherca, par nef e fenìscoi,
đrìo la zhea busièra đel braconier,
par ndove la balegađa la mor
al primo ciaro, par bìgoi đe vènt,
par nèole, par strasegne đe piove
agre, par lench duri me incarolise,
par bolenghe al sèns desfoje đel tènp,
par stèrp me fae mufa e fonch, par varđađe
tènte la ciarèla, o casa đe Gretel
(de marzhapan, de frànbole e đe fràgole),
par i crep crese sacranon de bus,
schive vartore đe cel e đestènde
la fùfigna đe lazh e đe tamài,
vae par fil e par segno sgrinfando
đe perđizhion ògne àrbol e troi.

[Salvazione per la vizza? per i sentieri / vado cercando, per neve e muschi, / dietro la traccia ingannevole del bracconiere, / per dove l’orma muore / al primo albore, per refoli di vento, / per nebbie, per stillicidi di piogge / acide, per duri legni m’intarlo, / per galle il senso defolio del tempo, / per sterpi ammuffisco e infunghisco, per sguardi / azzardo la radura, o casa Gretel, / (di marzapane, di lamponi e di fragole), / per le rupi cresco imprecazioni di foiba, / schivo aperture di cielo e disinnesco / l’inganno di lacci e di trappole, / vado per filo e per segno graffiando / di perdizione ogni albero e sentiero.]

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Nota linguistica

Il dialetto qui usato è una delle favelle del Cansiglio, quella del versante trevigiano (cenedese rustico di Fregona), con diffusi inserti alpagoti (bellunese). Il Cansiglio è un vasto altipiano delle Prealpi venetofriulane che ospita una delle più antiche e integre foreste italiane, già “Bosco da reme di San Marco”.
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5 pensieri riguardo “Per una resistenza al non luogo (I)”

  1. Mi scuso ma giungo solo ora per ribadire che Uliana è un poeta con la P maiuscola. Questi testi dobrebbero essere letti nelle scuole.
    Un caro saluto. FF

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