Tre storie spezzate

Pasquale Vitagliano

Carlo Michelstaedter, Guido Pasolini e Giaime Pintor,
tre storie “spezzate” di un’altra Italia.

In attesa che arrivi un’Italia migliore, l’occasione di vivere in un’altra Italia l’abbiamo avuta. E persa. Nel paese delle due chiese opposte, quella cattolica e quella rossa, non sarebbe stato male offrire un viatico per una terza frontiera, non bigotta, ma neppure dogmatica. La via della libertà, ha scritto Savinio, è quella di offrire sempre tre possibilità.
Queste tre ipotesi, l’Italia le ha più volte intraviste nel corso del “secolo breve”. Anche se poi la violenza delle semplificazioni, che è sempre binaria, ha abbattuto ogni speranza di alterità irriducibile. Di esempi ne prendiamo proprio tre. Non casuali e neppure banali. Bensì emblematici di quello che l’Italia sarebbe potuta essere, e non è stata. Non è potuta essere. Carlo Michelstaedter, Guido Pasolini e Giaime Pintor: tre italiani, tre intellettuali fuori dal coro retorico del Novecento, tre giovani vite interrotte troppo presto. Se Quirino Principe definì Ernst Junger “una categoria umana a sé”, come dovrebbe essere per ogni uomo. Questi tre giovani intellettuali non solo hanno rappresentato degli “uomini a sé”, ma anche degli “italiani a sé”.

Carlo Michelstaedter, in perenne conflitto tra “potenza” e “realtà”, esprime un’esistenza biografica e poetica di “disadattamento” dell’ uomo caduto nell’inferno di massa del Novecento. Ma non siamo di fronte all’individuo dell’utilitarismo anglo-sassone – presto ridotto a consumatore meccanico dentro una società in cui individualismo e massificazione vanno a braccetto – ma alla persona dell’umanesimo cristiano o al più all’eroe della tradizione romantica.
Definito il “filosofo della persuasione”, l’indomabile nemico delle illusioni, all’alba di un secolo che ne avrebbe alimentate molte e tragiche, Carlo si oppone senza speranza ad un mondo nuovo che nasce già morto e vi contrappone la vitalità etica del vecchio mondo classico di Socrate e del “conosci te stesso”, della verità contro la “rettorica”.
Il “filosofo ragazzino” è però uomo del suo tempo: goriziano, risente del clima di decadenza della Mitteleuropa triestina, ma per vivere ed operare sceglie la Firenze volitiva e “acerba”. E’ sensibile e malinconico ma possiede un fisico possente e pieno di energia. Già questo preannuncia il corto-circuito che lo porterà giovanissimo alla scelta di togliersi la vita.
Si suicida con un colpo di pistola alla testa una mattina di autunno del 1910, al termine di un’ennesima ma forse futile lite familiare. Ha 23 anni e da poco ha dipinto un quadro che dedica alla madre. Molti lo definiscono un pre-esistenzialista. Ma i suicidi adolescenziali degli anni ’60, “indotti” dall’onda irresistibile della nausea del “male di vivere”, sono ancora molto lontani. Eppure Carlo li aveva già superati, era già andato oltre. Forse troppo. E questo non lo aveva sopportato.

Alba. Il canto del gallo

Salve, o vita! dal cielo illuminato
dai primi raggi del sorgente sole
all’azzurra campagna!

Salve, o vita! potenza misteriosa
fiume selvaggio, poderoso eterno
ragione e forza a tutto l’universo
salve o superba!

Te nel silenzio gravido di suoni
te nel piano profondo o palpitante
cui nuovi germi agitano il seno
te nel canto lontano degli uccelli
nel frusciar delle nascenti piante;
te nell’astro che sorge trionfante
ed in fra muti sconsolati avelli
sento vibrare

E ribollir ti sento nel mio sangue
mentre il sole m’illumina la faccia
e dalle labbra mi prorompe il grido:

viva la vita!

La notte

Tace la notte intorno a me solenne
le ore vanno e sfilan le memorie
siccome un nero e funebre convoglio.

Del cielo nelle oscurità remote
nell’ombra amica che con man soave
le grevi forme della chiesa lambe,
nell’ombra amica che gl’uomini culla
col lento canto della pace eterna
vedo di forme strane scatenarsi
una ridda veloce e affascinante
vedo la mente umana abbacinata
chinar la fronte…

Ma il mio pensiero innalzasi sdegnoso
e squarcia il manto della notte bruna
libero, e vola, –
vola alla luce pura trionfante
vola al sole del vero, dove i forti
stan combattendo l’immortale agone
cinti le terapie d’agili corone,
vola esultante.

Anche Guido Pasolini fu un uomo e un italiano in sé. Viene fucilato a vent’anni il 12 febbrio 1944 nella malga di Porzûs. L’ordine è dato dal comandante Vanni della brigata comunista venuta in conflitto con la Osoppo, composta da soldati dell’ex esercito italiano. Qualche giorno prima dell’esecuzione Guido scrive al fratello Pier Paolo. La lettera venne recapitata dal loro cugino Nico Naldini. La notizia ufficiale della morte di Guido arriva solo nel maggio ’45. Ma la lettera occupa un ruolo centrale nella ricostruzione dell’eccidio, tanto che Pier Paolo Pasolini la esibisce nei processi per la strage di Porzûs che si tennero a Brescia e a Lucca.
Guido aveva aderito al Partito d’Azione e proprio non comprende perché nella “sua” guerra partigiana si debbano prendere ordini dai comandi sloveni. “Non sono per questo né un nemico del proletariato e nemmeno un idealista che succhia il sangue al popolo”, scrive al fratello. E alla madre: “Il mio pensiero ritorna per fissazione a Pier Paolo. Alle volte mi ossessiona l’idea che lui pensi a me con una certa amara ironia: ne rabbrividisco”. “Guido”, ricorda Naldini, “era un vero e proprio eroe, e come tutti gli eroi temeva un’ironia che mai Pier Paolo avrebbe fatto sul fratello”. Dopo la tragedia, Pier Paolo ebbe una crisi esistenziale. Quando nel ’47 si iscrive al Pci, tenderà a rimuovere l’assassinio di Guido. Solo successivamente arriverà a maturare la scelta di una condanna precisa sulle pagine del Mattino del Popolo. “I miei compagni comunisti farebbero bene, io credo, ad accettare la responsabilità, a prepararsi a scontare, dato che questo è l’unico modo per cancellare quella macchia rossa di sangue che è ben visibile sul rosso della loro bandiera”.

La sua militanza non fu mai un’adesione al partito quanto ad una visione filosofica del mondo. Eppure, come traspare da tutte le sue opere, Pier Paolo pratica il marxismo, con la testa rivolta al passato e in quel passato c’è anche il fratello Guido. Come ricorda Enzo Siciliano, “ha continuato a riflettere su quella morte della quale si sentiva in qualche modo responsabile. Scrive Pier Paolo su Vie Nuove nel 1971: “Io sono orgoglioso della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo”. Egli stesso subirà un’esecuzione “morale”, quando nel 1949 la Federazione di Pordenone lo espelle dal partito per indegnità. Nell’immediato dopoguerra, sembra voler veramente seguire le orme del fratello “azionista”, quando aderisce al movimento dell’Autonomia friulana. Ritiene che il “regionalismo”, anziché disgregare l’unità’ nazionale, possa favorire la nascita di un Friuli più maturo. “Erano le idee per le quali è morto Guido, che io considero come gli eroi del Risorgimento, morto per difendere la Patria. Sì, proprio la Patria, senza nessuna retorica”, conclude Nico Naldini.

“Pier Paolo Carissimo, quanto ti scriverò in questa lettera ti stupirà moltissimo:
– Ma io non c’entro!, dirai alla fine facendo uno sconsolato gesto con le mani. Ne sono pienamente d’accordo. Ma (…) siamo convinti che tu, con qualche articolo, ci puoi essere di grande aiuto. A Memicco un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere uomini liberi, e che ragionava come un federale fascista. Dovresti scrivere qualche articolo che fa al caso nostro, non è che noi siamo a corto di argomenti, né tanto meno ci manchino gli scrittori, ma io sono convinto che tu ci puoi essere di molto aiuto, con qualche poesia magari, in italiano e friulano, qualche canzone su arie note, pure in italiano e friulano. Negli articoli cerca appena di sfiorare gli argomenti suaccennati: devi essere un italiano che parla agli italiani. Ti mando una copia del programma del Partito d’Azione al quale ho aderito con entusiasmo. Naturalmente tutta questa tirata ti ha annoiato moltissimo ma è bene che tu sappia com’è la situazione anche perché ho bisogno se non altro dei tuoi consigli. (…) Mi trovo in una situazione penosissima e grave. I garibaldini ci hanno posto l’alternativa di abbandonare la zona o aggregarci alle formazioni filo-slovene. Se non altro almeno scrivi a me qualche riga. Ti bacio con grandissimo affetto.

Guido

P.S. Dì alla mamma che nel caso avesse qualche altra cosa da mandarmi: guanti, calzettoni, naftalina, vi aggiunga un fazzoletto tricolore ed uno verde. (…) Non ho il tempo di rileggere la lettera devo partire per la montagna immediatamente”.

La figura di Guidalberto Pasolini richiama quella di Giaime Pintor, due fratelli illustri, accomunati da un tragico epilogo della loro breve vita. Luigi Pintor ricorda Giaime nel suo Servabo, Memoria di fine secolo. In questo omaggio privato al Novecento, il fondatore de Il Manifesto, rivela il volto inedito di un uomo per il quale la politica è stata un’esperienza etica ed esistenziale, raccontata col linguaggio di una scrittura letteraria di rara qualità. In questa narrazione insieme storica e personale brucia continuamente come una ferita mai ricucita la presenza del fratello. Il senso di smarrimento di identità collettiva che il libro alla fine lascia al lettore, si annoda al dolore della sua perdita. “Luigi Pintor scrive “per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà”.
Ed uno di questi è proprio l’assenza di Giaime Pintor, sia dell’uomo che dell’intellettuale. Al punto che è difficile evitare di identificare il sentimento di rimpianto che attraversa tutto il libro con quello dell’autore di essergli sopravvissuto.
Giaime muore a soli 24 anni sul Volturno, dilaniato da una mina tedesca. Dopo l’8 settembre aveva combattuto per la difesa di Roma contro i tedeschi. Successivamente si unisce ad un gruppo di volontari organizzati dall’esercito inglese con lo scopo di attraversare il fronte meridionale per raggiungere il Lazio. Da documenti riservati si è potuto constatare che Giaime era stato reclutato a Napoli dai servizi inglesi con lo pseudonimo di Stille.
Non è banale dire che la sua vita fu segnata dal motto mazziniano di “pensiero e azione”. Prima dello scoppio della guerra infatti, egli ebbe il tempo di distinguersi quale studioso della letteratura tedesca. Goethe, Nietzsche, Rilke, von Kleist, von Hofmannsthal, furono oggetto di suoi appassionati, approfonditi e inediti studi. Giovanissimo riuscì a segnalarsi come il principale germanista italiano e una delle più importanti promesse della letteratura italiana. Ma senza mai perdere di vista la sua principale matrice culturale, tanto che nel 1942 cura una preziosissima edizione del Saggio sulla rivoluzione di Carlo Pisacane.
Ad aprire il dialogo tra i due fratelli, prima ancora di Servabo, era stata una lettera che Giaime scrive a Luigi qualche giorno di morire a Castelnuovo al Volturno.

“Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina.
(…) Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine.
(…) L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.
(…) Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.
(…) Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l’amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini”.

Ancora oggi l’Italia ha bisogno di questa tensione etica e civile. C’è bisogno di uomini liberi, e di una identità nazionale e popolare nella quale ritrovarsi, oltre gli schieramenti politici del momento. Si sente il bisogno che ci siano – come scrive Guido a Pierpaolo Pasolini – “italiani che parlino ad italiani”.

***

22 pensieri riguardo “Tre storie spezzate”

  1. Il degrado dei tempi è anche la conseguenza della scarsa conoscenza della nostra storia. Grazie quindi a Pasquale per per aver fatto luce su tre vite emblematiche di giovani che hanno sacrificato la loro vita per la nostra “libertà”. Riporto dei versi in dialetto friulano che Pasolini scrisse subito dopo la morte del fratello. Versi di una grande forza grazie anche all’utilizzo del dialetto che lascia fuori quella “retorica” inevitabile dell’italiano; “livertat”, infatti, rende secondo me più viva e tangibile la passione e l’impegno per il cambiamento di cui parla l’articolo.

    La livertat, l’Itaia
    e quissa diu cual distin disperat
    a ti volevin
    dopu tant vivut e patit
    ta quistu silensiu
    Cuant qe i traditours ta li Baitis
    a bagnavin di sanc zenerous la neif,
    “Sçampa – a ti an dita – no sta torna’ lassu'”
    I ti podevis salvati,
    ma tu
    i no ti às lassat bessòi
    i tu cumpains a muri’.
    “Sçampa, torna indavour”
    I te podevis salvati
    ma tu
    i ti soso tornat lassu’,
    çaminant.
    To mari, to pari, to fradi
    lontans
    cun dut il to passat e la to vita infinida,
    in qel di’ a no savevin
    qe alc di pi’ grant di lour
    al ti clamava
    cu’l to cour innosent

    (Corus in morte di Guido, 1945)

    Grazie di cuore a Pasquale e a Francesco, Abele.

  2. Un contributo, questo, robusto alla cura della memoria, per il quale ringrazio l’autore, Pasquale Vitagliano, e Francesco Marotta che lo ospita qui. Qualche decennio fa ho avuto la fortuna di leggere, da giovane studentessa, le parole che Massimo Mila, nella premessa alla sua traduzione della trilogia di Wallenstein di Friedrich Schuller, dedica a Giaime Pintor, alla memoria del quale è del resto dedicata tutta l’introduzione. Non sono parole che si dimenticano: “ciò che di lui rimane stampato, pur costituendo una voce importante nella nuova cultura italiana, non dà la piena misura della sua stupefacente versatilità e maturità di giudizio, quali sono note a chi lo ebbe amico e poté godere della sua incantevole conversazione: una molteplicità d’interessi che si ribellava ai limiti d’ogni specializzazione e che gli permetteva di orientarsi con ugual sicurezza nella politica, nella storia, nella letteratura, nella musica e nelle arti, una signorilità innata del tratto, la vivacità dell’esposizione e la gentilezza dei modi, tutte queste doti facevano di lui un mirabile esempio di educazione – nel più alto senso della parola – ereditata e assorbita attraverso la cultura dell’ambiente familiare e perfezionata con l’opera assidua dell’intelligenza.”

  3. carissimo pasquale leggo cn particolare interesse questo tuo scritto e la memoria mi riporta ad un quarto intellettuale italiano, fuori dal coro delle retoriche, e fuori dalle chiese cattocomuniste sebbene ne fosse affascinato, il compianto prof. renato caccioppoli di napoli, docente di analisi superiore e tra i più insigni matematematici dell’epoca, non sapeva se fare il letterato, il musicista, il rivoluzionario, scelse di svolgere il ruolo di ricercatore e che qualità di ricercatore! ma nelle sue vene scorreva il sangue dei bakunin (era imparentato con nicolaij bakunin tramite la figlia di esso docente di chimica alla università di napoli) e poco sopportava il clima del PCI napoletano in mano a staliniani freddi e distaccati, morì suicida molto giovane, come morirono giovani questi intellettuali da te citati, sarebbe ora di ricominciare da questi insegnamenti per stabilire nuovo umanesimo.. con stima e affetto
    r.m.
    ps: intravedo nel movimento giustizialibertà un possibile sbocco politico intellettuale lungo la scia di questi uomini di cui discutiamo, almeno così percepisco..

  4. Incisivi questi ritratti di fgure di intellettuali in apparenza “minori”, eppure così pregni di idealismo pragmatico, di idee, di disperazione. Forse il loro destino tragico significa che chi possiede la loro sensibilità, in Italia (ma anhe nel mondo), è destinato sempre a soccombere? Non mi pare inoltre casuale il fatto che due su tre appartenesso a una zona d’Italia di confine…

  5. Grazie a tutti per i commenti.
    Il richiamo a determinate “figure” andrebbe letto, secondo me, non solo come pietra di paragone da contrapporre al devastante deserto etico nel quale siamo immersi, ma anche come stimolo alla ricerca e alla valorizzazione di quelle vite presenti, “di confine”, altrettanto sepolte ma allo stesso tempo “esemplari”, capaci di parlare comunque una lingua “altra” rispetto allo status quo.

    fm

  6. Grazie a tutti, e Francesco per primo. Considero uno splendido arricchimento la poesia dialettale di PPPasolini riportata da Abele. Trovo poi risonanza con Roberto: ricordo ancora l’esordio di Martone, “Morte di un matematico napoletano” con uno splendido Carlo Cecchi. Infine, il confine, Giuseppe: siamo tutti uomini di frontiera, perché la “frontiera” è un luogo dell’anima, prima ancora che uno spazio fisico.
    PVita

  7. Bellissimo il ricordo di queste tre figure. Necessario, e complimenti a Pasquale per averle “dissepolte” in questo breve scritto.
    Concordo in pieno con Francesco: riscoprire dei destini esemplari non significa collocarli su qualche piedistallo come “pietre di paragone” ma invitare noi stessi a cogliere, nella vita presente, qui e ora, gli omessi, i diseredati, i “marginali” che continuano a parlarci.

  8. “(…) Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine.
    (…) L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.”

    Parole così vere e attuali da imporre una riflessione sul senso del suffragio universale in una società come la nostra, per lo più, more solito, inconsapevole delle sue scelte politiche, della sua storia, di un mondo alternativo rispetto a quello attuale.
    Giovanni

  9. Una anticipazione che spero interessi: tra non molto metterò on line un saggio particolarissimo sulla figura e l’opera di Michelstaedter.

    fm

  10. Un ringraziamento a Pasquale Vitagliano per questo scritto veramente pregevole e veritiero sia sulla grandezza dei tre giovani intellettuali, sia sulla “fiacchezza” etica degli Italiani in generale, salvo eccezioni.
    Leggerò con molto interesse il saggio su Carlo Michelstaedter promesso da Francesco Marotta.

    Giorgina Busca Gernetti

Rispondi a Giuseppe Barreca Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.