Segmenti Due

Antonio Scavone

     Prima o poi le donne sono tutte inaffidabili: vengono meno nelle cuciture, come si dice. Anche gli uomini lasciano il tempo che trovano ma, almeno, almeno quelli come me, non fanno promesse e non creano illusioni. Una scopata è una scopata, che altro? Lo so, sembra la classica tirata, cinica e astiosa, degli uomini senz’anima ma è solo un modo di dire o di pensare: a tutto serve l’anima – ammesso che abbia qualche rilevanza – fuorché al corpo.
     Se mi porto a letto una donna, non è per salvare l’anima – né la sua né la mia – ma semplicemente per passare con lei un’eccitante notte di sesso, sperimentare un altro tipo di femmina, godere in un modo sempre diverso e originale, sempreché le donne trovino in me quello che cercano e di solito, immancabilmente, lo trovano.
     La verità è che non tutte le donne sanno di essere femmine, come non tutti gli uomini sanno di essere maschi: non sono teorie, sono dati di fatto. Quelli come me vengono definiti “erotomani”: luoghi comuni, opinioni. I giochini erotici non mi hanno mai interessato, sono buoni per quelli che hanno il sesso in testa, io ce l’ho al posto giusto: quando serve, si manifesta e concludo, tutto qui.
     Faccio un lavoro che mi consente molta libertà e una disponibilità favorevole: sono impiegato di banca, di quelli che stanno allo sportello, di quelli che non faranno mai carriera ma a me la carriera – questa carriera – non mi stimola più di tanto. Dopo un matrimonio che durò appena due anni e con una bambina che vive con la madre, sono tornato a vivere da solo: mi cucino da solo, mi lavo i panni, faccio la spesa, pago le bollette, partecipo alle assemblee condominiali senza mai intervenire, trattengo rapporti di cordialità con la gente del mio palazzo, del quartiere, del bar che frequento. Non ho amici, di quelli fedeli e consolidati, ho delle conoscenze ma non racconto in giro i fatti miei che riguardano, poi, esclusivamente le donne che incontro.
     In banca ho avuto rapporti con tutte le impiegate del primo piano: potevo usare quell’espressione che viene adoperata in casi del genere – “Mi sono fatto tutte le impiegate del primo piano” – ma non mi piace cadere nella dicerìa da corridoio, non mi piace affossarmi in quella vanagloria che gli sciupafemmine divulgano a stantìa memoria di se stessi. Non mi riguarda e non mi solletica questo primato: è tutto molto semplice e naturale, come ho detto: vedo una donna, osservo come si muove, capisco che cosa vuole ed entro in contatto con i suoi desideri. Anch’io provo soddisfazione, è ovvio, ma una donna goduta si dimentica presto, rispetto a una donna da godere. Non ho un’agendina di indirizzi, né un diario di conquiste o una graduatoria da Guinness della passera: tutto accade nella più basilare naturalezza.
     Ho avuto donne di tutti i tipi, di tutte le età, di tutte le taglie: sono stato con le ossute che non mangiano mai, con le grasse che mangiano sempre, con le complicate che a letto sono dispersive, con le semplici che sono insaziabili, con le cosiddette normali che vogliono provare tutto ma pretendono di essere sopraffatte perché solo così, con la violenza, si sentono appagate e giustificate, giustificate forse da qualche squilibrio ormonale che neppure sanno di avere. Come faccio ad avere tante donne? Guardatevi in giro, mettete a fuoco il vostro obiettivo e vi accorgerete che sono le donne a pretendere, sono loro che fanno il primo passo e gli uomini – non tutti, beninteso – si adeguano: c’è chi ci casca una volta, chi dieci volte, chi lascia perdere e poi c’è chi non porta il conto, come me.
     Se ho qualcosa di particolare che attira irresistibilmente le donne? Ho una presenza gradevole, uno sguardo sornione, un atteggiamento da uomo maturo che rassicura e il resto lo fa il letto: a letto o si è o è meglio parlare dell’universo, del destino, dell’infelicità. Il fatto è che le donne partono con l’idea di volere un partner cortese e amorevole ma poi fanno marcia indietro ed esigono che tutta quella cortesia ed amorevolezza si trasformino rapidamente nella soddisfazione del proprio piacere: già, del proprio piacere, non del piacere della coppia d’amanti. È una questione vecchia come il mondo: si cerca quello che non si ha e non si apprezza quello che rimane, si sogna e ci si dispera per non aver voluto a tempo e a luogo ciò che realmente si desiderava: troppo farraginoso, non fa per me.
     Ho sempre cercato donne e le ho sempre trovate. Bisogna ispirare qualcosa di indefinito, alle donne, e nello stesso tempo evocare qualcosa di ben preciso: io ispiro ed evoco quello che le donne – tutte le donne – bramano di avere in una sola persona: il marito, l’amante, il compagno, l’amico, il cavalier servente, il bambolotto da maltrattare. È evidente che glielo faccio solo credere e per farglielo credere, alle donne, bisogna avere una qualità, come dire?, nascosta. Come con Delia, questa distinta signora di quarant’anni che è entrata in questo momento in banca e si dirige verso il mio sportello, accompagnata dalla figlia, Sonia, una ragazza di diciassette anni, bella e appetibile come la madre. Abbiamo una storia che dura da nove mesi, lo spazio di una gravidanza, ma che per me era finita già dopo tre settimane. Delia, però, non vuole rendersene conto ed è convinta di persuadermi con l’arte della pazienza e della dedizione, le armi giuste a suo parere per accattivare un uomo. È una presunzione, è tutto campato in aria, senza alcun fondamento nella realtà.
     Una relazione non può essere che occasionale, non può sfidare il tempo e non può pretendere di essere definitiva e risolutiva. E poi la parola “storia“ è impropria, ormai la usano tutti ma la usano impropriamente: questi rapporti non sono storie, sono episodi, frammenti di qualcosa che nasce solo per compiersi, non per diventare qualcos’altro ma a questo le donne non ci sono ancora arrivate e, nella fantasticheria, credono di aver trovato la svolta della loro esistenza. Si lusingano.
     Delia è separata dal marito, un avvocato famoso in città, lavora alla Regione ed è una donna che ha avuto tutto dalla vita, tranne quello che cercava. Ha i capelli di un corvino lucente, le labbra di un rosso fiammeggiante, l’incarnato scuro mediterraneo con gli occhi vividi e puntati come pugnali di luce, il corpo flessuoso e caldo, le mani sempre pronte a ghermire, trattenere, imporsi: ha un che di selvaggio che indubbiamente attira.
     Non mi sorprende però che sia venuta in banca: è una perfettina, dominata dalla smania di essere imprescindibile e di indirizzare al proprio interesse chi le sta intorno, ma con me perde tempo e rispetto. Sicuramente mi chiederà perché non mi faccio vedere tutte le sere, perché qualche volta non la porto al cinema, perché non la porto a cena fuori: si è innamorata, cioè si è innamorata di essersi innamorata e, quando succede questo, inevitabilmente le donne cominciano a diventare ossessive, non lasciano scampo: quella selvaggità istintiva, che poteva passare per una dote di freschezza, si trasforma invece in sfiducia, calcolo, perfidia e non c’è verso di farglielo capire: devono scendere tutta la scalinata che porta all’inferno per consumare il rimorso o il rancore, devono provare quell’odio irrefrenabile che le fa sentire sicure e decise per assolversi poi da mancanze, errori, peccati. Sarà per l’educazione ricevuta o per le sconfitte vissute, ma sta di fatto che le donne, quando s’innamorano, proprio non ce la fanno ad evitare le complicazioni che proprio l’amore dovrebbe far evitare. Sicché o sono astratte e non colgono la realtà oppure sono romantiche e si rifugiano in una realtà che non esiste, per cui alla fine sono schiave di se stesse, del loro sistema di vita che non è per niente sistematico e molto spesso non è neppure vitale. Perché sarà venuta con la figlia, poi?
     Tutti si girano a guardarla, non passa inosservata, e tutti si chiedono perché stia aspettando che l’accesso al mio sportello si liberi e le consenta di farsi avanti: gli altri impiegati, senza clienti, la invitano con garbo e sollecitudine ma lei deve conferire con me, deve parlarmi e non riesco a capire cosa si possa mai dire di privato o di confidenziale in un luogo pubblico come una banca. Alla fine le faccio cenno di avvicinarsi e stavolta sono io a dover aspettare che il suo passo, le sue gambe, il suo corpo, i suoi occhi l’abbiano portata davanti ai miei, con uno sguardo fermo e tetro, con quei pugnali di luce che non brillano ma fissano immobili qualcosa che non sanno ancora come afferrare.
     Delia fa scivolare un biglietto ripiegato sotto la fessura passacarte e mi dà il tempo di prenderlo, aprirlo e leggerlo: c’è scritto “Sonia è incinta”. Devo leggerlo più volte, come se fosse di una lingua straniera, incomprensibile, ma non ne ricavo nulla e non mi viene nulla da dire: alzo lo sguardo ai suoi occhi che sono ancora lì bloccati sui miei e giro a vuoto con i pensieri, non mi pongo domande e non so francamente cosa potrei dire, come potrei consolarla, se è questo che è venuta a chiedermi. Esco dalla navata degli sportelli, la raggiungo nel salone centrale e sto per parlare, per iniziare un discorso qualsiasi ma lei è più svelta di me: ha tirato fuori dalla borsa un coltello a serramanico, lo ha sfogliato come un libro e me l’ha conficcato profondamente nel ventre ritirandolo poi con lentezza, dopo averlo fatto ruotare, come per slargare il buco che mi aveva procurato. Ho sentito la lama che mi squarciava le budella, il sangue che prorompeva a fiotti dalla ferita, il corpo che non aveva più le gambe per reggersi, le braccia che non trovavano appoggi, gli occhi che si annebbiavano, le parole che restavano senza voce. Pensare di morire ed esserne sicuri sono due cose ben diverse: non serve il pensiero in un caso come questo perché la prima cosa che perdi è proprio il pensiero. Sono piombato a terra e sono svenuto.
     Quando mi hanno portato in ospedale mi hanno sistemato su una barella nel corridoio perché in corsia non c’era posto, ma non dovevo andare in corsia, non ancora: dovevo essere trasferito immediatamente in sala operatoria e sono stato trasferito tra rumori di carrelli, voci di infermieri, urla di dolore di persone che si lamentavano. Non volevo rendermi conto di quello che succedeva attorno a me, devo essere sincero: tutto mi è parso irreale e assurdo, come se non mi fosse appartenuto. L’unica sensazione che ho provato e che ho riconosciuto come mia è stata quella del sangue che scappava da tutte le parti, dell’addome che si afflosciava da una parte e si irrigidiva da un’altra, della mente che stava sospesa, aspettando che tutto finisse ma a quel punto, stremato, sono svenuto di nuovo e il chirurgo ha dovuto faticare parecchio perché non tutto finisse come si temeva.
     Quando mi riprendo mi ritrovo in una stanza con altri tre degenti, ho difficoltà a percepire colori e suoni, ho difficoltà a respirare: mi sento pervaso da un fluido che mi scorre nelle vene e nel resto del corpo come un tronco portato alla deriva da un fiume che rovescia a scatti la sua forza, trascinandomi ad intervalli, bloccandosi poi in pause che sembrano interminabili. Ma insomma che cosa mi è successo?
     Ho un tubo nel naso che scende lungo la trachea, un catetere che dovrebbe farmi urinare, un paio di sensori sul torace collegati ad una macchina con lettere verdi da videogioco, la flebo sulla mano destra che mi instilla a gocce la nuova linfa che deve reggermi e un altro tubo di drenaggio che mi sbuca grossomodo dalla ferita: che cosa mi è successo? Non posso parlare anche perché non voglio parlare, non saprei che dire, non ho nulla da dire se non rispondere a questa domanda che mi rivolgo a ondate, come il flusso che mi rianima e mi abbandona con dei ritmi che si interrompono all’improvviso. E non voglio neanche ricordare com’è successo quello che mi è successo: dove mi trovavo, cosa stavo facendo, cosa stavo pensando. So benissimo che ero in banca, dietro lo sportello, poi nel salone centrale e poi i muscoli che venivano perforati, le carni che si aprivano al passaggio straziante di una lama che sapeva dove conficcarsi e cosa recidere. Stavano per ammazzarmi.
     – E allora, Cazzoduro, come ti senti ora?
     D’un tratto scorgo davanti a me delle ombre che mi guardano e sorridono per farmi coraggio: quel nomignolo che hanno usato, e che ricordo di non aver mai sentito, è stato forgiato per l’occasione, un’invenzione del momento, forse per stimolare la mia vanità, per rimettere sui binari consuetudinari il treno della mia esistenza, deragliato per un incidente inaspettato eppure prevedibile. Ma che vado pensando, che sto dicendo?
     – C’è mancato poco, t’hanno dovuto ricucire tutto l’apparato: ti è andata bene.
     Ora li riconosco: sono i miei colleghi di banca, sono venuti a trovarmi in ospedale, a portare la loro solidarietà di maschi integri a me che devo essere stato presentato come un maschio inerte. Sono ancora annebbiato, ancora confuso, ancora debole: non riesco a percepire la differenza tra integrità e… e che cosa? So di poter respirare più agevolmente, di potermi muovere senza sforzo tra i tubi che sono ancora collegati al mio corpo ma non riesco a formulare idee e pensieri su quello che è successo o su quello che potrebbe ancora succedere. I colleghi mi hanno donato una scatola di cioccolatini e una di preservativi: dicono che mi faranno bene quando riprenderò le mie forze o se queste forze dovessero risultare improprie e inadeguate e ne ridono convinti, con soddisfazione, come se si fossero tolti un peso, vendicandosi a buon mercato della fama di seduttore che accompagna un invidiato collega di lavoro.
     Non dico nulla, non accenno a una smorfia di sorriso, li guardo come si guarda il muro bianco davanti a te in una stanza bianca d’ospedale. Arriva un altro uomo: è il direttore dell’agenzia: mi saluta incrociando e agitando le mani in segno di vittoria, poi vengono altri due uomini in divisa che confabulano col medico di guardia e mi fissano cercando di capire dal mio sguardo un po’ smorto se sia o no il caso di rivolgermi qualche domanda. Mi rendo conto che nel corridoio dev’esserci un piantone che mi sorveglia e che dovrà proteggermi ma non arrivo a capire da che cosa dovrò essere protetto. Poi, finalmente, arriva l’infermiere per il cambio della terapia e se ne vanno tutti, a gruppi, salutandomi con discrezione, con superbia, con distacco, perché sembra che il mio posto per i mesi avvenire non potrà essere che questo, in questa corsia di ospedale.
     L’infermiere mi chiede come mi sento e gli dico semplicemente che non lo so come mi sento ma che vorrei sentirmi in qualche modo, poi sono io a domandargli degli altri visitatori della giornata e anche lui, semplicemente, mi dice:  “Quelli che ha visto”.
     È inutile girarci attorno, devo ricordare quello che è successo e rappresentarmelo nella sua reale versione: Delia è venuta in banca, ha sospettato che avessi messo gli occhi sulla figlia Sonia, che l’avessi sedotta e inseminata, decidendo di punirmi e menomarmi. Mi ha pugnalato, mi ha accoltellato sicura di avermi depotenziato per sempre: quello che è strano ora, in questo momento, è che proprio non ce la faccio a pensare a me stesso e alla mia vita come se fossero ancora insieme: che sia davvero deragliato il mio treno?
     Arrivano i portantini con le pietanze della cena nelle vaschette di alluminio: gli altri degenti si risollevano sui letti, prendono i tovaglioli che si sono portati da casa e cominciano a mangiare, pensando, conversando, annuendo. A me non è ancora consentito di cenare, ci pensa la flebo a sostenermi e quindi è come se fossi già sazio. Mi giro a guardare lo schermo del cellulare: è nero, è spento, nessuna chiamata, nessun messaggio. Mi giro a guardare i miei compagni di stanza ma non hanno voglia di ricambiare neanche un’occhiata, mangiano in silenzio, masticando a piccoli bocconi come per prolungare e rendere naturale un gesto quotidiano in un luogo che quotidiano non è. Vorrei poter dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma più che la forza sento che mi manca la convinzione di poter essere credibile e di essere accettato semplicemente come il quarto malato di questa corsia d’ospedale. Posso pensare, questo sì, questo mi riesce meglio perché non devo articolare frasi e suoni ma solo accostare immagini ad altre immagini, emozioni che ti sconcertano a quelle sensazioni che ti fanno smarrire perché credi che non ti spettino, quando ti riscopri inutilmente lucido nella confusione che segue puntuale alla sorpresa, come quando inizi un puzzle e non sai da dove cominciare e cosa scegliere tra le mille tessere che hai sotto gli occhi.
     Pensare, certo, ma il pensiero non ti ritorna, non ti riempie: si forma, si condensa e si dilata ma non lascia tracce del suo passaggio, non rafforza un’idea che ti sembra illuminante ma neppure la indebolisce, ti sta vicino ma non ti aiuta.  Devo comunque sforzarmi di pensare e di prendere il meglio di quello che mi passa per la mente: riordinarlo e considerarlo, come si fa con le carte che disponi per un solitario quando senti di averlo risolto, di aver imbroccato la strada giusta per finirlo. Mi perdo in vaghezze e non posso evitarlo, come non posso evitare di controllare il cellulare che rimane inattivo, come non posso evitare di osservare i miei compagni di stanza che accartocciano le vaschette ormai vuote della cena e si preparano a dormire, o ad affrontare la notte che verrà.
     Le mie vaghezze mi dicono che a un uomo come me non doveva capitare quello che mi è successo, ma mi dicono pure che, se mi è successo, dovrò fare in modo di tirarmene fuori e tuttavia non so come e quando.
     Ritornano i portantini, ritirano le vivande e le vaschette raggrinzite, spengono la luce centrale e si levano di torno farfugliando un “Buonanotte” generico, senza intenzione… E allora qual era l’intenzione di Delia? Farmi pagare quale colpa? Non sono stato io a mettere incinta la figlia ma probabilmente, anzi sicuramente, ero io il soggetto più comodo per far scatenare la sua collera. Stava per ammazzarmi, Delia, forse ci riuscirà, ma cosa ne ricaverebbe e cosa ne ha ricavato da quella lama che mi ha conficcato nel ventre? No, Delia ha voluto punirmi perché l’avevo abbandonata, perché si era innamorata di un uomo che abitualmente non si innamora delle donne che si porta a letto: servendosi dell’artificioso pretesto della gravidanza di Sonia voleva rivalersi sulla mia arida disponibilità di amante.
     Come faccio a tirarmi fuori da una macchinazione, da un gesto eccessivo e da un’ossessione che non ho mai alimentato, sebbene abbia sempre fatto capire il mio atteggiamento? Non me ne tiro fuori e per quanto possa essere stato chiaro nel mio rapporto con lei, resta il fatto che Delia voleva darmi una lezione anche se, per raggiungere l’obiettivo e farmi ravvedere, non ha pensato che stava per uccidermi ma se era questo il suo scopo non mi resta altro che guarire, salvarmi: tanto, prima o poi, ci riproverà.
     Qualcuno mi chiede come mi sento: è il mio vicino di letto: si è appoggiato su un gomito come su un davanzale di finestra e mi guarda con sufficienza, come se non gli importasse nulla di quello che gli risponderò. Me la cavo con un “Meglio” ma lui non ci crede e attende qualcos’altro da me: qualcos’altro da me lo aspetto anch’io.
     – È stata sua moglie a ferirla?
     – Non è mia moglie.
     – La sua compagna?
     – No…
     – Comunque una donna e le donne lo fanno, altroché se lo fanno! Ma devono essere messe in condizione per farlo.
     Non mi va di rispondere al mio vicino di letto, a quest’uomo grande e grosso, dai baffi folti e grigi, gli occhi scuri incastonati in un volto bruno e senza illusioni. Non mi va di replicare a questa saggezza da infermi, a questo dispettoso sussiego di censore che conosce i fatti della vita. Non mi ci ritrovo in questa che sembra una conclusione ovvia e scontata e che per me, invece, è solo una fatalità inaccettabile. So come mi ha giudicato, il mio vicino di letto: un fatuo dongiovanni, uno sciatto narciso, una declinante metafora dell’uomo che non sono mai stato. So che mi giudicherei anch’io allo stesso modo ma è fin troppo facile valutarmi così: mancano i riscontri, gli obiettivi che mi ponevo o quelli che non mi sono mai posto, manca il passato che stenta a riemergere, mancano le figure del mio mondo fatto di donne prese e lasciate, di persone che si sono occupate di me solo per quello che sapevo fare. Non ho voglia di parlare con quest’uomo, né a lui né ad altri mi verrà la voglia di raccontare quello che è successo, è tutto troppo piccolo, elementare, banale. Dovrei dire, o potrei dire che tutto poteva essere prevedibile ma cosa ci guadagnerei a vuotare il sacco, a vuotare un sacco che è sempre stato pieno di nulla?
     Passerà anche questa, questo mi dico: anche questa sarà un’avventura delle tante, più sciagurata e incerta di tante altre che ho vissuto. Il mio vicino coglie il senso delle mie peregrinazioni e non le condivide, mi osserva come l’avversario a poker che non cade nel tranello del tuo bluff, lasciandoti smarrire nelle fiacche illusioni del tuo ingannevole gioco al rilancio. Sto per parlargli, per dirgli che passerà anche questa, che in fondo vivo tra figure relegate nel passato e senza sbocchi nel futuro: la mia ex-moglie, la mia ex-figlia, le mie ex-amanti. Mi giro dalla sua parte ma mi sento pervadere da quel fiume che ricomincia a caracollare vorticoso dentro di me, sto per venire meno, un’altra emorragia comincia a scompormi, a spezzettare ogni altra reazione: mi dibatto come posso, avverto un sudore freddo che scompiglia ciò che non sembra più il mio corpo. L’uomo dal volto bruno si allerta, pigia sul bottone dell’allarme e cerca di farmi riprendere ma non mi riprendo, non so come riprendermi. Arrivano l’infermiere e il medico di guardia: non hanno bisogno di consultarsi, trascinano il letto fuori della stanza e chiamano il personale del blocco operatorio.
     Scorgo i volti lividi del piantone che doveva proteggermi, dei malati che girano per il corridoio perché non hanno sonno, della guardia giurata che sollecita l’intervento dei chirurghi, degli anestesisti. Tutti mi guardano con apprensione e senza speranza: parlano ma non capisco quello che dicono, avverto solo il cigolìo delle ruote del letto, il tremolìo delle flebo che oscillano, lo sfregolìo del pavimento di gomma che geme sotto i passi veloci di medici e infermieri nella fretta dell’emergenza.
     Scorgo il volto impassibile del mio vicino di letto: mi accompagna con lo sguardo fin dove può, finché scompaio oltre la porta della sala chirurgica, nel buio che ottenebra la luce intorno a me.
     Passerà anche questa, è solo un istante, un breve intervallo. E passerà anche il fatto che nessuna delle mie donne è venuta a trovarmi e nessuno mi troverà più, come una volta, quand’ero in vita.

Annunci

10 pensieri riguardo “Segmenti Due”

  1. Pingback: Segmenti Due
  2. Leopoldo, ti consiglio di leggere anche il primo “segmento” e quelli che seguiranno: siamo di fronte a uno dei pochissimi grandi scrittori di racconti che abbiamo in Italia. Il resto sono scuole di scrittura per gonzi e scrittorucoli improvvisati che hanno bisogno di un editor che gli insegni anche la grammatica e la sintassi…

    A presto.

    fm

  3. Forse incautamente – e sicuramente senza volerlo – Leopoldo Attolico ha messo un piede in fallo sul terreno minato della letterarietà: il suo accenno al paradosso “anti-letterario”, infatti, costringe tutti noi (scrittori e/o lettori) a un duplice sacrificio, a una pericolosa opzione: o far saltare tutte le mine anti-uomo (che sarebbero quelle anti-letteratura) che quel campo nasconde o saltellare da una zolla a un’altra (da una teoria a un’altra) nella speranza di non restare colpiti e di non far disperdere criticamente i temi estetici che casualmente abbiamo fatto emergere. Voglio dire, noiosamente, che i temi che Leopoldo scuote sono i “nervi scoperti” della letterarietà, anche se possono sembrare deflagranti, destrutturanti e quindi anti-letterari. Questi nervi scoperti (forze, risorse, progetti della letteratura) si fondano, grossomodo, sulle categorie introdotte dai formalisti russi (Propp, Sklovskij) e che, per semplificazione, abbiamo imparato a identificare (vedi Cesare Segre) in discorso/intreccio/fabula/modello narrativo. Lo scrittore – che lo voglia o no, che ne sia o no cosciente – adopera organicamente queste strutture del senso e del significato, talvolta accorpandole, tal’altra distinguendone il tessuto dall’ordito, il progetto dalla rappresentazione testuale.

    Semplificando – con brutalità ancora più penosa – lo scrittore organizza (o mette capo a) queste funzioni secondo la sua particolare “indole” letteraria (il livello narrazionale del narratore) oppure – ma non è la stessa cosa – secondo il suo modello scritturale-letterario. A volte è il secondo a prevalere (con la prima o la terza persona che raccontano) configurando quella densità che i nervi scoperti promuovono incessantemente, altre volte è il livello narrazionale del narratore a far affiorare, addirittura sublimare il discorso totalizzante del racconto verso gli esiti dell’intreccio e della fabula. Lo scrittore, cioè, si ritrova – consapevole o no – a dover gestire ciò che ha scritto, ciò che va scrivendo: non basta più una freschezza o una fluidità compositiva: lo scrittore si complica e deve complicarsi la sua vita di autore perché, altrimenti, non c’è letteratura, sic et simpliciter. Quest’onere di “gestione estetica dei nervi scoperti” e quindi della propria letterarietà porterà inevitabilmente lo scrittore sui campi minati di cui si diceva, sulle sabbie mobili della capacità inventiva/progettuale, nel pozzo senza fondo della disgregazione o della tentazione a disgregare se stessi e i suoi testi. Si brancola nel buio, allora, tra gli elementi bassi o infimi che possono essere tanto quelli di un naturalismo di ritorno, tanto quelli di un descrittivismo d’ambiente o di uno psicologismo di moda.

    Questo racconto – “Segmenti Due” – non è un harakiri del suo autore, non è “anti-letterario” per vezzo o per creare stupore: semmai ha la pretesa di voler essere ancor più letterario perché ha la pretesa di operare sotto traccia sulle funzioni primordiali dello scrivere. La segmentazione – di cui ne è prova e sfida il titolo – è la “semplce” e “consueta” sperimentazione che ogni scrittore compie sui suoi materiali, sulla sua personale abilità narrativa, su una sua strutturale ideologia linguistica. Non sempre è compatibile con la consuetudini letterarie del momento storico ma, come dice Segre, “è possibile”.

    La segmentazione di “Segmenti Due” – come per “Segmenti Uno” – è la più piccola particella – un DNA ridotto ma non ulteriormente riducibile – dell'”insieme” germinativo del testo narrativo: è, insieme, una particella del tempo narrato e del tempo usato per narrare, di un personaggio che si nasconde a se stesso, dell’intreccio che diventa fabula, del dscorso progettuale che si propone come discorso dal tratto breve (sopra o sotto-segmentale).

    Se il segmento in questione neghi scampi o speranze…. è facile rispondere: la letteratura procura pericoli e rimedi da sempre e i lettori avvertono l’insidia di un inganno come intuiscono l’esito propizio di una fuga o di una liberazione (a volte catartica). Lo scrittore – che svolge e riavvolge la maglia più piccola del DNA narrativo – non si preoccupa di camminare su un campo minato né di trovare scampo.

    Un caro saluto

    Antonio

    P.S. – Mi associo all’avvertenza di Francesco: la lettura dei “Segmenti” nel suo insieme darà respiro e profondità a questa “paradossale” avventura.

  4. Nel mio precedente commento individuavo nell’antiletterarietà , e quindi nel rifiuto di un qualsiasi “canone” , l’aspetto più vistoso – e pregevole – del lavoro di Scavone ; intendendo per “letterario”tutto ciò che si rifà ( o che è riconducibile ) alla grande Tradizione , così come in poesia la si designa facendo riferimento alla lirica petrarchesca , all’orfismo di Campana o allo scetticismo/nichilismo di Montale .
    Si dice – vulgata frequente – che uno scrittore “fa molta letteratura”: esattamente quello che non accade con Scavone , guidato da un comandamento che affida alle parole una forza rappresentativa che non si preoccupa di “piacere”, di puntare all’indefettibile “bella pagina” ostaggio di sudditanze filiazioni e canti di sirena “tradizionali”; nella consapevolezza ( credo ) di viaggiare in campo aperto , dove ancora molto o forse tutto è ancora semanticamente / strutturalmente possibile ; in forza di un “istinto” di scrittura che vuole obbedire soltanto a se stesso e al cuore della lingua , coerente con le modalità – appunto antiletterarie – che sa esperire .
    Forse ho radicalizzato ( o banalizzato ) con la valenza attribuita al termine ” antiletterario” , ma sinceramente è quello che penso del lavoro di Scavone .

    Un saluto , con rinnovata stima
    L.

  5. L’importante è capirsi e intendersi: a volte (ma io dico sempre) tocca alla letteratura far realizzare questo comune intendimento, questa comune consapevolezza più della stessa critica e la critica, poi, quando viene accuratamente esercitata da chi “fa” letteratura è senz’altro più esposta e più pregnante. Il discorso sul “canone letterario” dovrà essere fatto qui alla Dimora e qualcuno, prima o poi, dovrà occuparsene. Aspetteremo.

    Ancora saluti e con la stessa stima

    Antonio

  6. mi sono lasciata sulla tastiera una emme, chiedo venia e attendo il sequel… ciao Francesco e complimenti ad Antonio per la densa scrittura…

  7. Non è un “sequel”, cara Raffaella, ma un altro segmento di questa “linea di scavo” all’interno delle ragioni della scrittura e del farsi del testo narrativo.

    Conosco Antonio da decenni e ho letto praticamente tutto quello che ha scritto, a partire dalla sua ragguardevole produzione teatrale; eppure ti assicuro che, al di là della conoscenza e della stima (per me è un grandissimo scrittore – e non è che ce ne siano molti in giro in questo paese) è capace di “stupirmi” ogni volta che leggo qualcosa di nuovo: “Segmenti Tre” (e, su tutt’altro piano, per quanto attiene alla “materia”, anche il “Quattro”) è un “miracolo” di bellezza e di stile unico, irripetibile. Cesella un ritratto di donna “comune” (cioè: il ritratto più vero di ogni donna) che non dimenticherete mai più.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.