Il mare dove non c’è

Ingeborg Bachmann
Anna Maria Curci

Foto, interviste, filmati, registrazioni mi hanno fatto conoscere il suo volto, i suoi gesti, la sua voce. La lunga frequentazione con i suoi testi mi fa tuttavia prediligere l’immagine con la quale l’ha rievocata, nel 1986, nel suo romanzo Estinzione, Thomas Bernhard. Ingeborg Bachmann è lì Maria, “la mia prima poetessa” (così la chiama l’io narrante), che appare all’improvviso nella valle di una località dell’Italia settentrionale “con il suo folle completo, giacca e pantaloni”. Sembra che venga direttamente, o stia per recarsi, a una serata di gala al Teatro dell’Opera. Viene da Parigi, Maria, non da Roma, dove all’epoca abita. Così, per me, Ingeborg Bachmann è Maria, nella sua mise per l’Opera, felicemente fuori luogo per una escursione in montagna, con i pantaloni neri di velluto stretti sotto il ginocchio, con la giacca di velluto color rosso cardinale e il colletto turchese.

Testi

(Traduzioni e note a cura di Anna Maria Curci)

Il mare dove non c’è? Un’esplorazione, questa, che si addentra nel regno dell’utopia. Lì, insieme allo scanzonato Tucholsky che vagheggiava il mare a Berlino incontriamo Franz Werfel, Ingeborg Bachmann, Franz Fühmann e Volker Braun che prendono le mosse dal Racconto d’inverno di Shakespeare. Una Boemia bagnata dal mare domina nei versi di Ingeborg Bachmann, che li scrive a Roma nel 1964. A quell’epoca risalgono anche le sue traduzioni dei versi di Ungaretti. Dai ricordi di Inge von Weidenbaum riporto questa annotazione:
“Molto è stato detto della voce di Ingeborg. Che parlava a voce bassa, che parlava in modo esitante e stentato. Che non aveva idea di cosa fosse la recitazione, anche le Lezioni di Francoforte le aveva lette quasi sussurrando. Io l’ho sentita leggere insieme al poeta Giuseppe Ungaretti, noto per aver saputo abbinare all’arte della parola l’arte della musica.
In effetti, la sua voce risuonava come un’onda possente che egli faceva rotolare nella parola “il ma-re, il ma-re”. E Ingeborg, che leggeva le sue poesie da lei tradotte, a un tratto abbandonò il suo contegno e anche la sua voce si fece sonora e profonda. Noi dicemmo allora che Ungaretti aveva compiuto in lei un miracolo di gemellaggio vocale. Cosa che successe ancora una volta durante una delle sue letture di “La Boemia sta sul mare”.

Böhmen liegt am Meer

Sind hierorts Häuser grün, tret ich noch in ein Haus.
Sind hier die Brücken heil, geh ich auf gutem Grund.
Ist Liebesmüh in alle Zeit verloren, verlier ich sie hier gern.

Bin ich’s nicht, ist es einer, der ist so gut wie ich.

Grenzt hier ein Wort an mich, so laß ich’s grenzen.
Liegt Böhmen noch am Meer, glaub ich den Meeren wieder.
Und glaub ich noch ans Meer, so hoffe ich auf Land.

Bin ich’s, so ist’s ein jeder, der ist soviel wie ich.
Ich will nichts mehr für mich. Ich will zugrunde gehn.

Zugrund – das heißt zum Meer, dort find ich Böhmen wieder.
Zugrund gerichtet, wach ich ruhig auf.
Von Grund auf weiß ich jetzt, und ich bin unverloren.

Kommt her, ihr Böhmen alle, Seefahrer, Hafenhuren und Schiffe
unverankert. Wollt ihr nicht böhmisch sein, Illyrer, Veroneser,
und Venezianer alle. Spielt die Komödien, die lachen machen

Und die zum Weinen sind. Und irrt euch hundertmal,
wie ich mich irrte und Proben nie bestand,
doch hab ich sie bestanden, ein um das andre Mal.

Wie Böhmen sie bestand und eines schönen Tags
ans Meer begnadigt wurde und jetzt am Wasser liegt.

Ich grenz noch an ein Wort und an ein andres Land,
ich grenz, wie wenig auch an alles immer mehr,

ein Böhme, ein Vagant, der nichts hat, den nichts hält,

begabt nur noch, vom Meer, das strittig ist, Land meiner Wahl zu sehen.]

La Boemia è sul mare

Se le case qui son verdi, entro ancora in una casa
Se qui i ponti sono intatti, io cammino su un buon fondo,
Se le pene d’amore sempre sono perdute, qui le perdo volentieri.

Se non sono io, è un altro, che vale quanto me.

Se una parola confina con me, la lascio fare.
Se la Boemia è ancora sul mare, torno a credere ai mari.
E se credo ancora al mare, allora spero nella terraferma.

Se sono io, allora è ognuno, che è tanto quanto me.
Non voglio più niente per me. Voglio andare a fondo.

A fondo – cioè al mare, là ritrovo la Boemia.
A fondo, in rovina, mi sveglio quieta.
Fino in fondo ora so, e non son persa.

Venite qui, boemi tutti, naviganti, puttane del porto e navi
non ancorate. Se non volete essere boemi, allora illiri, veronesi,
e veneziani tutti. Recitate le commedie, che fanno ridere

e che sono da piangere. E sbagliate cento volte,
come sbaglio io che non ho mai superato prove,
eppur le ho superate, una dopo l’altra.

Come la Boemia le ha superate e un bel giorno
ebbe la grazia di trovarsi sul mare e ora è sull’acqua.

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.]

***

Anrufung des Großen Bären

Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.

Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.

Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.

‘s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradies stürzen.

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, vieni giù, notte arruffata,
animale dal pelo di nubi con gli occhi antichi,
occhi di stelle,
dal groviglio luccicanti irrompono
le tue zampe con gli artigli,
artigli di stelle,
vigili le greggi custodiamo,
ma preda siamo del tuo incanto, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi e dei tuoi denti
aguzzi, che a metà scopri,
vecchia Orsa.

Una pigna: il vostro mondo.
Voi: le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine,
gli soffio sopra, gli guardo in bocca
e l’afferro con le zampe.

Abbiate timore oppure non ne abbiate!
Versate l’obolo nel bussolotto
e date al cieco una buona parola,
perché tenga l’Orsa ben stretta al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe darsi che quest’Orsa
si liberi dal guinzaglio, non minacci più
e dia la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti; a quelle grosse, alate,
che precipitano dal Paradiso.

***

Nebelland

Im Winter ist meine Geliebte
unter den Tieren des Waldes.
Daß ich vor Morgen zurückmuß,
weiß die Füchsin und lacht.
Wie die Wolken erzittern! Und mir
auf den Schneekragen fällt
eine Lage von brüchigem Eis.

Im Winter ist meine Geliebte
ein Baum unter Bäumen und lädt
die glückverlassenen Krähen
ein in ihr schönes Geäst. Sie weiß,
daß der Wind, wenn es dämmert,
ihr starres, mit Reif besetztes
Abendkleid hebt und mich heimjagt.

Im Winter ist meine Geliebte
unter den Fischen und stumm.
Hörig den Wassern, die der Strich
ihrer Flossen von innen bewegt,
steh ich am Ufer und seh,
bis mich Schollen vertreiben,
wie sie taucht und sich wendet.

Und wieder vom Jagdruf des Vogels
getroffen, der seine Schwingen
über mir steift, stürz ich
auf offenem Feld: sie entfiedert
die Hühner und wirft mir ein weißes
Schlüsselbein zu. Ich nehm’s um den Hals
und geh fort durch den bitteren Flaum.

Treulos ist meine Geliebte,
ich weiß, sie schwebt manchmal
auf hohen Schuh’n nach der Stadt,
sie küßt in den Bars mit dem Strohhalm
die Gläser tief auf den Mund,
und es kommen ihr Worte für alle.
Doch diese Sprache verstehe ich nicht.

Nebelland hab ich gesehen,
Nebelherz hab ich gegessen.

Paese di nebbia

D’inverno la mia amata
è tra gli animali del bosco.
Ch’io debba tornare prima che si faccia giorno
sa la volpe e ride.
Come tremano le nuvole! E sul
bavero di neve uno strato
mi cade di ghiaccio incrinato.

D’inverno la mia amata
è un albero tra gli alberi e invita
le cornacchie tapine
tra i suoi bei rami. Sa
che il vento all’alba
solleva il suo abito da sera
rigido, ricoperto di brina
e mi ricaccia a casa.

D’inverno la mia amata
è tra i pesci ed è muta.
Succube delle acque, mosse
da dentro dalla carezza delle sue pinne,
sto in piedi sulla riva, e vedo
com’ella si tuffa e vira,
finché lastre di ghiaccio non mi scacciano.

E di nuovo bersaglio del grido di caccia
dell’uccello che su di me spiega
rigide le ali, mi abbatto
in aperta radura: lei spenna
i polli e mi getta una bianca
clavicola. La metto intorno al collo
e vado via in mezzo al vortice amaro delle piume.

Infedele è la mia amata,
lo so, talvolta si reca in città
sospesa su tacchi alti,
nei bar, con la cannuccia,
ai bicchieri dà un bacio profondo,
e ha parole per tutti,
ma questa lingua io non comprendo.

Di nebbia un paese ho veduto
Di nebbia un cuore ho mangiato.

***

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22 pensieri riguardo “Il mare dove non c’è”

  1. Mi fermo all’ascolto di “Invocazione all’Orsa Maggiore” e seguo i versi tentando di non perdere di vista i grafemi legati ai fonemi..
    Cammino irto di curiosità quanto di inciampi per me.
    Un lingua misteriosa con una sua spiccata, e aspra a tratti,s onorità che mi piacerebbe indagare, ma non possiedo i mezzi.

  2. Il fuoco freddo delle stelle raggiunse IB, dopo un’esistenza di spinte determinate, in vita e in scrittura, dentro quel letto diventando improvvisamente caldo, bollente…

  3. In una lettera a Ingeborg Bachmann, datata 2 agosto 1968, l’amico compositore Hans Werner Henze scrive:

    [ … ] Spero che tu riesca a lavorare, che tu superi le remore. Sarebbe molto importante che uscisse ora un tuo lavoro in grado di aiutare tutti, come La Boemia è sul mare, capace di dare coraggio e chiarezza e solidarietà, se tu li hai. Penso che siano finiti i tempi del tentennamento. L’artista non è più astuto del mondo –
    e l’artista non è niente, se non aiuta gli altri che sono più oppressi di lui. Almeno l’artista ha una voce, cosa che gli altri non hanno, neanche i teorici. [ … ]

    da: Ingeborg Bachmann /Hans Werner Henze, Briefe einer Freundschaft. Herausgegeben von Hans Höller. Mit einem Vorwort von Hans Werner Henze, Piper, München 2004: 278-279
    (traduzione di Anna Maria Curci)

  4. belle traduzioni, anna maria! grazie per il conforto umano e sapienziale che danno, in ispecie ad un’invidiosissima ignorante della lingua tedesca e perché dicono cose che quell’ignara ha necessità di sentire.
    grazie una volta di più per il pensiero dell’amico h.w. henze rivolto a ingeborg, che ci ricorda il compito numero uno dell’artista: dare voce a chi non ne ha. e trovare o ri-trovare la voce laddove s’è persa, in nome dell’impegno che ci si assume di fronte all’umanità.
    so che non è alla moda perorare la causa del dar voce a chi non ne ha, mentre lo è, da qualche anno, quasi un ventennio a dire il vero, difendere l’idea che prima di tutto bisogna “scrivere bene”, delle “buone opere”, dei “buoni romanzi”, della “buona poesia”. ma in che cosa consista questo buono, non è dato sapere.
    attira, al contrario, una terribile voglia di silenzio, di naufragio.
    mi dispiace davvero di non avere conoscenze in grado di permettermi di percepire il livello del significante.

  5. Se una parola confina con me, la lascio fare.
    Se la Boemia è ancora sul mare, torno a credere ai mari.
    E se credo ancora al mare, allora spero nella terraferma.

    Mi associo ai complimenti per queste tue splendide traduzioni, Anna Maria, e ti ringrazio.

    Un caro saluto e un abbraccio a Francesco.
    Stefania

  6. Un grazie caloroso a Francesco e a tutti voi. Dalle vostre osservazioni nuovo slancio si è aggiunto al ricercare. Altre lettere di H.W.Wenze a I.B. sono ulteriore sollecitazione a cimentarsi con altri versi. Un caro saluto

  7. Sono nato e vivo a Ischia. Provo grande interesse per la figura e l’opera di Ingeborg Bachmann . Da quello che ho capito, leggendo la traduzione italiana dell’epistolario Bachmann-Henze (“Lettere da un’amicizia”, a cura di Hans Holler, traduzione dal tedesco di Francesco Maione, EDT, Torino 2008, pp. 312, euro 29,00) la parte della lettera citata fu scritta direttamente in italiano ed è: “… Spero che riesci a lavorare, che vinci gli ostacoli. Sarebbe molto importante che ora venisse fuori un lavoro tuo che aiuti tutti, come Boehmen am Meer, che dia coraggio e chiarimento e solidarietà se c’è l’hai. Credo che i tempi dell’esitazione sono passati. L’artista non è più furbo del mondo – e l’artista non è niente se non aiuta agli altri che sono più oppressi di lui ancora. L’artista ha la voce, almeno, il che non hanno gli altri, nemmeno i teoretici”. (a pag. 186)
    “La Boemia è sul mare” (prima traduzione italiana di Nello Saito, in “Nuovi Argomenti”, n. 38-39, 1974 e poi anche di Anita Raja, in Luigi Reitani (a cura di), “La lirica di Ingeborg Bachmann. Interpretazioni”, Cosmopoli, Bologna 1966, pp. 238 e successivamente in “Ingeborg Bachmann, “Verrà un giorno. Conversazioni romane”, A cura di Judith Kasper, traduzione di Francesco Maione, Marietti 1820, Genova-Milano 2009, pp. 106, euro 18,00. Quest’ultimo libretto è la sceneggiatura del film “Ingeborg Bachmann in Italia”, di Gerda Haller, che era possibile visionare su “youtube” ancora nella scorsa estate. Successivamente è stato rimosso.
    Mi sono cari tutti gli studiosi, gli esegeti, i semplici lettori (come me) che si occupano di Ingeborg Bachmann.

  8. Sono grata a Giorgio Di Costanzo per aver riportato il passaggio della lettera che H. W. Henze scrisse in italiano e che inviò a Ingeborg Bachmann dagli Stati Uniti (il viaggio di Henze negli Stati Uniti durò da metà giugno a metà agosto 1968; la località dalla quale H.W.H. scrive non è precisata nella lettera, che nell’edizione curata da Höller porta il numero 181, è a pag. 278-279 nella traduzione in tedesco e a pagina 396-397 nell’italiano di Henze).

  9. Grazie a tutti per i commenti, a Giorgio anche per la preziosa nota.

    E grazie ad Anna Maria, le cui traduzioni reggono alla grande il confronto con tutto quanto è già reperibile in materia.

    fm

  10. perdonate se cambio momentaneamente direzione, come poetessa recupererò una mia atavica ignoranza; ma sto leggendo un suo libro proprio in questi giorni “Il trentesimo anno” scoprendo una prosatrice assolutamente straordinaria.

  11. Cara Anna Maria,
    rinnovo con grande entusiasmo i miei complimenti anche per questa opera di traduzione! Hai una grande sensibilità quando trasmetti le parole di Bachmann nella tua lingua!

    Christine

  12. Una voce che non potevo perdere e un’analisi che mi aiuta ad ampliare una vista sempre corta che abbisogna di focalizzazioni da altri centri visivi. Ringrazio Anna Maria per questo suo offrire voce a voce che non si può perdere. ferni

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