Inciampi e marcapiano

Anna Maria Curci

Lo sguardo di Antigone

Spesso in meriggi pallidi e furenti / assisto muta a sagre di officianti / e colgo prede magre trasudanti / di vaghi vuoti dileggianti commenti. / E volgo altrove lo sguardo che si pente / all’acqua al fango e persino al cielo, / non a squarciar, ma a sollevare il velo / per un istante effimero e insistente.

 

Anna Maria Curci, Inciampi e marcapiano
(inedito, 2011)

 

            Inciampi

 

Abbìnati ai tempi

“Abbìnati ai tempi” sento dire
alla giovane sfinge interpellata,
arbitro unico di (f)utile eleganza,
più Petronio pensoso che Medusa placata.

E l’ingenua richiesta si tramuta
in interrogativo esistenziale.
Il responso imperioso urge e sommerge
lo scatto pronto dell’eterno inattuale.

Poi, l’arco acuto dello sguardo torna
a tradire l’apparente sussiego.
“Posso citarti?”. Scroscia la risata
d’ambo le parti. No, non ci sarà diniego.

 

Candore casuale

A tutto avrei pensato,
là, nel sole,
ma non al tuo sorriso imbarazzato.

Andavo saltellando
pasti e fole
con l’animo grembiule immacolato

non per prova di forza
o merito speciale:
sopraggiunto era il tedio a fare il male.

È ora che tu cresca,
mi dicesti,
e lesto un nome a caso m’affibbiasti.

Tentai di ribellarmi,
e con scarto
di sillaba esclamai: qui tutto lice!

 

Grumo

Aggrumati, ti prego,
disse
e tacque.

Per quella sola volta
mi rappresi.
Fu fatale.

 

Incanto

Hai fatto l’inventario? – farfugliavi.
Tiravi calci al tuo sonno furioso.

Al tatto ho conosciuto nella tasca
l’ostia di calcinaccio e la punessa.

Ho appeso l’una al risveglio pietoso,
calcando l’altra. Le ho messe all’incanto.

 

Narrenfreiheit*

Ormai soltanto questa m’è rimasta:
la libertà del folle, del giullare.
Col cranio raso o le trecce da rasta
non può, non sa far altro che cantare.

Non già come un ascetico usignolo,
ché tira giù e scanzona quel bisogno
cui poi non sa che opporre, da pignolo,
stracci scagliati dell’antico sogno.

(* In tedesco il termine indica la libertà di dire o fare ciò che salta in mente. Si tratta della libertà concessa a chi non gode di grande considerazione. Narr era il buffone di corte.)

 

Notazione, forse natazione

Il gioco forsennato benedice,
lo sporgersi dal sé e al sé il rientro;
nuoto sincronizzato pure apprezza
che di stilemi ha coraggio e contezza.

Incide la parola, taglia, esplora,
ad altre si congiunge spudorata.
È sensata? È sensuale e non s’arresta
il moto natatorio che la spinge.

Pare ai vuoti che aneli a farsi sfinge
la dissennata, folle, la sublime.
Scarnifica sé ed altri e si rimpingua
di fantasmi fumanti di immersioni

 

            Imbatti

 

Uno: Talia

Il primo incontro fu Talia, la sarta.
Cuciva maschere e costumi
per guitti veri e pei professionisti.
Grigio di vento e pioggia

era il mattino di Pasqua;
nel caglio dell’alba custodiva
un involto da asporto e procedeva
sicura e spedita, senza intoppi.

Mi stupii di vederla fuori dall’antro
ove tagliaccostava pezze di tela ruvida,
pelle d’uovo e taffetà, talvolta shantung.
All’occhio esterrefatto replicò quieta:.

«Da terza grazia mi hanno declassata, faccio
il lavoro sporco, dicono, ma d’oggi dono in
contrabbando tele tutte di un pezzo a chi
l’uniforme abbandona di stolido torpore».

 

Due: Retroguardia

Retroguardia conobbi, fu il secondo.
Con la sinistra il dito sulle labbra e
con la destra il gesto di seguirlo.
Non parlava. Alle pareti erano

scacciapensieri in varie fogge,
non dondolavano lievi senza vento.
Raggiunto il fondo, un riflesso ci accolse,
come un baluginio timido e tondo.

Pesci eran rossi con contorno
di ninfee, ne divinava Retroguardia
guizzi e giravolte. «Mi hanno tolto il lavoro»,
infine disse, «capisco molto però guardando loro».

 

Tre: Malina

La terza fu la volta di Malina.
Nelle cocche portava del grembiule
una scorta di ortiche, unico scampo
suo alla torre di fame settennale.

Sul dorso aveva appesa una lanterna.
«Faccio luce, esordì, a chi ha per bussola
il sembiante eppur pretende di distinguere
il vero. Anche l’amato volli aiutare e ancor

s’avverte il tocco a vuoto degli indizi sparsi
mai raccolti. Muto l’accento a volte, mi trasformo
in pedone, nascondo la lanterna sotto il manto,
dalla scacchiera ammicco placida in incognito.

 

Quattro: Aritessa
Se perdo il filo, implora e non seguirmi.
Le parole eran queste della quarta,
Aritessa il suo nome, lieve il gesto
di invito a tralasciar la vana impresa.

A stuzzicar la gratuità cocciuta
s’aggiunse lampo d’iridi irridenti,
contraddetto beffardo e temerario
d’ogni sopore comodo e pasciuto.

 

            (Due dediche)

 

La soglia dell’alba

        A Cristina Bove, con affetto

Tra il simulacro, il sogno
ed il vagheggiamento
ti insinui e soffi
sussurrando.

Suggerisci un profilo,
nel latte incerto
della luce che avanza
fai balenare un guizzo.

Seguo docile
quel che mi vai
dettando,

oppure mi ribello
e provo sulla soglia
un triplo salto.

 

Antingranaggio

        A Nadia Agustoni con gratitudine

Sul banco di foschia
che stria la luce
recuperi i brandelli
e li rammendi a sogni;
di strade li rimpolpi
che hai percorso
senza scuotere polvere
o riscuotere balzelli.

Occhi callosi e mani dritte,
la schiena che si oppone
a cantilene, la favella che abiura,
perché sa, viti e bulloni.
A ritroso canti antico futuro
e il ricordo intrecci nella tela
che il sentore serba
dell’acuto silenzio.

 

***

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11 pensieri riguardo “Inciampi e marcapiano”

  1. Anna Maria è un’ottima poetessa, oltre che traduttrice e saggista.
    Queste poesie e tante altre che ho potute leggere sono indicative della sua grande creatività poetica.
    La sua generosità, lampante in queste dediche, e il suo rimare con padronanza della metrica, perfino nel commentare, me la fanno apprezzare e amare particolarmente.
    Sono felicissima di vederla qui, ospite di Francesco, che ringrazio ancora per tutte le opportunità che offre a chi legge e a chi scrive.
    Grazie di tutto, cara Anna Maria e, ancora una volta, per la bellissima dedica.

  2. annamaria è puro piacere, nonchalance poetica, pensosità velata.
    dominatrice del ritmo, pensa in versi, esprime il suo amore e i suoi crucci in versi e ne fa dono instancabile. a volte gioca con me e io con lei, ci passiamo la palla, la corda, le biglie. non bambole nel suo (nel mio) sentire poetico. sorella.

  3. Per me Anna Maria è Mahtowin, l’Orsa, “colei che mi ha insegnato tanto” e Hunka Icamani, la “sorella per scelta” che con le sue parole mi cammina al fianco. Leggere i suoi versi qui non è solo bello, è una soddisfazione del cuore.

  4. Wunderschön, von Schmerz durchzogene Weisheit, die direkt ins Herz trifft. Ewiges, das der Nachwelt nicht wird verlorengehen, da die Ehrlichkeit der Einsamkeit die Hand reicht.
    Angela

  5. Nelle parole di Donatella e Angela, anche loro ‘sorelle per scelta’ trovo, accanto al grande affetto per il quale non sarò mai abbastanza grata, due aspetti condivisi ‘da sempre’: il percorso di ricerca inteso come cammino di curiosa esplorazione che non disdegna il divertissement (altrove, come nei due componimenti “Mètaconiugo” forse più evidente) e la cognizione del dolore.

  6. I “meriggi pallidi” dell’esergo mi hanno un po’ scobussolato , poi però mi sono dovuto ricredere : tutto, in questi versi, si nega alla poesia “di genere” declinando ( praticando ) quell’igiene del linguaggio in cui Pound riconosceva il fine ultimo della poesia : la coloritura ghiotta ma avara del verso ottenuta per sottrazione : una scultura di Giacometti .
    Quindi auguri e in gamba .
    L.

  7. Grembiule immacolato, da solo, val bene un baciamano.
    Oh, sì, Anna Maria, nel “Grumo” hai addensando le mie ed altrui attese, emozionate sorprese.
    Affabulatrice, lesta eppure lieve con il tuo pudico incedere, vedi?, esigi una parola che non sia meno che tentativo di poesia.
    Tu capace di meravigliarmi ancora suonando strumenti a corda dei più ricercati..
    Grazie anche a Francesco, garbatissimo e gentile padrone di questo spazio.

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