L’Uomo di Spade

CIAO, ENRICO.

Enrico Gaibazzi
Chiara Daino

Prefazione

Tutto ciò che vive,
non vive solo
né per sé stesso.

[William Blake]

Poesia è l’Atto. Fin dall’etimo. Franco Loi, non a caso, parte dal greco poiein, fare: «la poesia agisce. Opera in chi la dice e in chi la sente. Perché essa ha la proprietà di sommuovere l’uomo che la pratica. Avete mai ascoltato una musica? Essa muove qualcosa in voi prima ancora di conoscere il significato o averne conoscenza tecnica. Anche la poesia è fatta di suoni. Poiché il linguaggio della poesia non si riduce alla pura significazione, ma è connessione stretta tra suono, sensi, emozioni, pensiero. La parola, costitutivamente fatta di suoni e di silenzi, suscita in noi il movimento».

Perfetta, quindi, la compiuta Poesia, la sinestetica sintesi sintonica di cui il Poeta è tramite, è messaggero. Il mestiere Poeta è/dovrebbe essere mestiere [officio/servigio] anziché lavoro [operar faticando]. Confucio docet: «se ami quello che fai, non sarà mai un lavoro» e per veicolare Poesia, per incarnarsi Poesia, in primis, è sustanziale e sostanziale l’Amore per la Poesia tutta.

Enrico Gaibazzi incarna l’insegnamento del filosofo cinese – insegnando, amando insegnare: esistenza dedita e dedicata all’Arte di educare, all’educere, al condurre fuori dalle tenebre, strappare al buio le coscienze. Dubbio amletico che non si presentò nel suo Essere – un Maestro [somma e summa di tutta la gamma semantica: Maestro in senso letterale, filosofico, sacro, poetico, …]: l’operare di Gaibazzi è «in presa diretta», azione diretta, in concertata comunione con i suoi allievi.
Allievi più che studenti: allievi perché allevati, nutriti e allenati al pensiero e alla riflessione, sostenuti nel crescere, armàti di Poesia e sostenuti con forza nel loro cercare e continuare uno specifico percorso.

«And gladly would he learn and gladly teach» è Chaucer che riassume il quanto mai raro comunicare di Gaibazzi: nella massa, malefica e morticida, dei tanti [troppi!] che si limitano all’informare – creano futuro solo le anime ancelle di uno scambio attivo e reattivo. «Con piacere insegna e con piacere impara»: vasi sanguigni e vasi comunicanti, la formula che creò e ricreò – Enrico – con le sue classi di alunni.

Nel globulare «caratteri» per anni, parallelo allo scintillare e sgusciare adulti consapevoli dall’ostrica ostile di adolescenti complessati – Enrico Gaibazzi forgiò altri «caratteri», secreti e secretati perché [per stessa ammissione dell’Autore] marginali rispetto all’Amore per quei ritratti «shiny shy faces,/them scared to death», per quei tanto presenti «radiosi visi paurosi,/tutti – spaventàti – a morte», per quei suoi figli adottivi e adottati: versi vigorosi rimasero – intimo parto privato.

Pervaso dal più puro pudore, nell’epoca piagata dall’etichetta, nell’era dove «chiunque pubblica», «chiunque è poeta», Enrico Gaibazzi oppose non poca resistenza nell’affidare i suoi scritti alla stampa. L’Opera, tuttavia, da sempre gode e gode da sempre di: vita propria e proprio volere. Nasce così «l’Uomo di Spade», insieme di liriche sorte nelle annottate ore di sonante macchina da scrivere.
Nel trionfo della videoscrittura, la raccolta di fogli giallopergamena, stilati a mano o ritmati dalla Lettera 35 – è, già di per sé, materica Opera di Bellezza per la pupilla avvezza all’anonimo freddo dello schermo.

Piacere dell’occhio, vibrato del timpano: «l’Uomo di Spade» è un dipinto, è un suono – un suono collettivo che batte in levare fin dal titolo e dal Maiuscolo [proprio quel Maiuscolo tanto inviso al contemporaneo appiattire tutti e tutto]: quinario senhalato dalla maiuscola «U» e dalla maiuscola «S», capilettera dell’inglese «US», «NOI». La Poesia di Enrico Gaibazzi è, infatti, una parola plurale, armonia di lingue e di voci; è l’espressione di un molteplice «io»; è la nota che sonda e si snoda nell’analisi dell’abisso, nel rapporto con l’Altro [umano, naturale o divino che si presenti].

La Poetica di Gaibazzi riesce la semplicità non facile di una felice prossemica, abbraccia e àncora repente/rapente il lettore, velando svelando rivelando un concerto di chiavi. Molteplicità dello stratificato interpretativo, plurimo tono, bilingue ventaglio, the power of these s-words: quell’Uomo di Spade è il Padre, è il Chirurgo, è il Poeta Chirurgo – Enrico.

In impeccabile amalgama, sottesi nel testo: Shiva e Icaro, Bene e Campana, The Pogues e Kirsty MacColl, Dylan Thomas e Omar Khayyam, Lawrence misto ai Limerick, Blake e Bashō, Diderot e Shakespeare: «Domani e domani e domani» del componimento conclusivo Fortunale è tradotto Macbeth, Atto Quinto, Scena Quinta e in quel Cinque si torna al quinario del titolo e al 5 simbolo – dell’Uomo e dell’Uomo di Spade. L’Uomo di Leonardo, poi Aert van der Neer, Rembrandt e Van Gogh nel Chiaroscuro che genera l’universo generato per contrasto. Giustapposto. Filo rosso e rosso scarlatto della Lettera che ritorna e che marchia, bussando: «Knock, knock, knock» – e ritorna il dramma scozzese e The Porter è l’Autore/Attore che dialoga con il Morbo/Cancro, vincendo l’oscuro – in virile trionfo.

Di luci. Dopo attuffi nei meandri più neri e più scomodi. Il Poeta Gaibazzi parla, lotta e fuma coi propri fantasmi, eterna viaggi e culture, sceglie l’innocenza come guida [L’aquila e Marta], tramite della tensione che anche quando gioca non scherza.
Nel Beniano: «con il teatro non si scherza. Lo scherzo è dell’adulto e il gioco è infantile. L’onnipotenza infantile gioca, non scherza» e il poeta dall’agile indice anche quando gioca [to play], musica e non scherza. Mai.

Nel «giro di carte» che gioca e si gioca con il Destino, con un altro e un altro tarocco, Enrico Gaibazzi altalena riso amaro e soffice soffrire, nel sapere: «la Coscienza è tutto», preciso quello che è stato è quello che ha donato.
Senza: riserve. Senza: tirarsi indietro.

(Chiara Daino)

Testi

IL VOLO

Il volo del poeta
su ali di fragile carta

s’infrange per lasciarci
il vago tremore d’un verso
strappato a notti di tormenti

nel cielo azzurro dei sogni
nel cielo cupo dei sogni

Amico non tentare la poesia
non tentare d’Icaro
il volo amaro

IN ONORE DI DYLAN THOMAS

Anch’io ero famoso in fortezza
cercavo bossoli e pallottole
per toccare la Storia
e sognare le battaglie
d’Omero e della via Pál.
Com’era bello allora
artigliare le pietre con mani e nude gambe
l’essere tutto scalare l’antico muro
del forte. Il solo luogo
dov’esser potevo ero!
Lì sì, lungi dai
libri aggrovigliati.
E pagine di segni svogliati

CITTÀ TRISTE

Fitta, fredda, fangosa pioggia cade,
la città si tace come sgomenta,
io stanco e senza pace
quasi vagassi nella tormenta.

Nuvole indifferenti volano verso lontane contrade,
solo i cari bambini vanno ridendo nelle tetre strade.

Gli uomini brancolano curvi
tardi di pioggia e di parole.

L’AQUILA DI MARTA

Dialogo con una bambina,
ho scelto lei tra i professori;
meccanici, politici, pescatori e profeti
dell’immensa vita conoscitori!
La bimba rimasta un po’ sola
mi svela della guerra gli orrori;
non è Meccanica, Politica, Pescatore o Profeta
è solo triste e vera, la sua anima sincera.
Ella dice manderà l’aquila
e l’aquila sarà di pace messaggera,
le ricordo la canzone:
and they are fighting, with their bombs
and their tanks and their guns
and they are fighting,
what’s in your head, what’s in your head?
(*)
Mi guarda e dolcemente – annuisce.
Di là: Pescatori, Profeti, Politici e Meccanici
la merda del mondo tutto in tondo,
io per parte mia, accarezzo la bimba

                  e vado via,
                con dolore ed allegria.
(*) E combattono, con le loro bombe e le loro pistole, con le loro forze armate – loro lottano – che cosa ti pesa in cranio che cosa ti pesa in cranio?

NONNA

La nonna già vecchia
mi parlava del secolo andato,
scriveva in gotico ornato
m’insegnava che
una chiave lenisce la puntura dell’ape,
che una massaia fa splendere il sole,
ch’è cosa saggia il primo di maggio
vino e frittelle nel pomeriggio
che un fiore si coglie con delicato rispetto,
che il polpo cuoce in olio senz’acqua,
in San Secondo nella casa avita
una vecchia matrona era regina,
che la poesia dà luce alla vita
mi cantava: «sono andati, fingevo di dormire,
perché volli con te sola restare
».

Ora, Pina, chiamala così
finge di dormire,
il suo posto è stretto al cimitero
sbiadita la foto,
v’è posto a stento per un fiore,
ricordo però il volto sorridente e ironico
di chi conosce la vita e la perdona
ridendo.
Potrei dirti che mi manca,
ma in fondo non è mai andata via

CHIAROSCURO

Aert van der Neer: Fiume in inverno; cielo immenso, uomini come minuscole ombre, fiori di un prato ghiacciato, prospettiva incerta tra azzurro di cielo e fiume

non Bibbia né Santi, ma uomini piccoli – davvero – amati, affaccendati da giochi, lasciano a Dio 2/3 di un cielo di acciaio

Amsterdam, Amsterdam appuntamento irrisolto, con il mio seicento Olandese, blu d’acqua, ghiaccio, rosso di mattoni, oro incantato di Rembrandt, e finalmente, invece della sofferenza di Cristo, una lattaia riscalda gli uomini tutti:
latte, pane, vestita d’ocra, di rosso – e di blu.

Amsterdam, Amsterdam, museo Van Gogh, per dissolvere il seicento nell’orrore del secolo nostro di gesti senza pace, il Pittore cancella grafiche certezze in pennellate furibonde, grasse di colori, il giallo del sole in cerchi, spirali che la realtà dissolve nello spessore a tre dimensioni del sogno torbido di Amleto

Ed io, in questo fecondo disfacimento, sguazzo lieto e disperato, a notte fonda sognando paesaggi e vite non mie, dipinte nel fondo dell’anima di un bicchiere rosso

E lì t’incontro, in attesa, occhi nero di Kajal, a spazzar via come grecale i miei sogni, nel ricordo di un bacio che ancora aleggia sulla labbra mie,
lasciando il sapore amaro dell’irrevocabile

HAIKU

Molto dipende
dai tramonti purpurei,
quelli d’autunno

FORTUNALE

Domani e domani e domani
per un giorno ancora saremo qui a contare.
Senza direzione, via oscura, gli iniziati sanno…
Anche la musica piange, pure perviene ad un canto
virile, quasi un consiglio
.
Il mio essere libero dalle catene
dell’oggi, ieri, domani
è tutto mano, timone, prua.

Così tangibili silos del porto così lontano
l’io, occhi, denti stretti non può entrare
le mura hanno bastioni d’acqua.

La mia essenza imperturbabile dirige verso l’alto mare,
un largo giro per entrare,
ora l’essere è timone, elica,
il battito cupo del motore
tamburo e cuore.

Timone tutto sotto volgo la prua al porto
sopra me i gabbiani signori del vento
mi scortano, ci lasciamo alle spalle
i dubbi di oggi

***

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24 pensieri riguardo “L’Uomo di Spade”

  1. Pingback: L’Uomo di Spade
  2. “Un canto virile, quasi un consiglio”.

    Enrico Gaibazzi parla di questa “essenza imperturbabile”, che va verso l’alto mare. Anche a chi non lo conosce, non resta che ascoltare questo viaggio.

    Mi addolora non essere presente stasera, ma lo sarò, attraverso le parole che sarano dette e quelle che ne nasceranno domani.

    Un maestro è maestro quando diventa allievo.

    Marco

  3. ho letto i presenti testi e la profonda apertura esegetica; questa sera sarò presente per immergermi nella tangibilità dell’ascolto; per re – imparare il significato stesso dell’Ascolto; offrendo in cambio la pienezza dell’ammirato Silenzio

  4. Un saggio che è un atto d’amore di un’allieva allevata. Ti sento in quella parola plurale, e ti vedo brillare nei tramonti purpurei dove fai e farai futuro.

    Grazie,
    Marcella

  5. Pensa ad una spiaggia, d’agosto.
    Centinaia di minuscoli granelli di sabbia, arsi dal calore del sole. Migliaia di granelli che, per effetto della temperatura sempre più elevata, bruciano a tal punto che si allontanano tra loro, millimetro dopo millimetro, nonostante l’apparente vicinanza. I raggi del sole non concedono tregua, e i granelli di sabbia lo sanno perfettamente, anche se non lo accettano. No, loro non lo accettano. Non è nella loro natura, non è nelle loro memorie. Sono talmente abituati a quella temperatura, a quell’ambiente, che per loro sia oramai normalità il bruciare l’uno sempre più lontano dall’altro. Magari non si odiano, ma poco si sopportano, e la temperatura sempre più alta non facilita per niente. I granelli di guardano con sospetto oramai, e diffidano perfino del fratello che hanno al proprio fianco. In tutto questo, il sole non ha colpe, lui che non immagina nemmeno lontanamente quello che stia succedendo in quella spiaggia sperduta.
    E ora: osserva.
    Tutto d’un tratto, cade una goccia. Il cielo si copre, e una leggera pioggia inizia a scrosciare in silenzio, poi sempre più forte, fino a diventare insistente come una domanda alla quale nessuno sappia ancora rispondere. E lì, soltanto allora, succede il miracolo: i granelli di sabbia si raffreddano, si riavvicinano lentamente, e cominciano a compattarsi, fino a formare un’unica massa solida uniforme e unita. Ancora perfettamente distinguibili l’uno dall’altro, ma abbracciati in quel magma primordiale ricreato da un semplicissimo temporale estivo. Da lontano, si intravede appena l’avvicinarsi di un bambino in costume, armato solo di paletta; nella sua testa, l’idea di creare un gigantesco castello entro cui far vivere tutti i suoi sogni ancora in erba. Tutti i suoi desideri inespressi, tutte le sue verità innocenti. Nella sabbia. Con tutti quei granelli di sabbia, uniti in una morsa d’affetto che mai s’era vista prima.
    Guarda che è acqua.
    Ma anche una cosa talmente semplice come l’acqua può compiere un miracolo all’apparenza semplice, ma talmente unico come quello a cui abbiamo assistito il 26 febbraio 2011. L’uomo di spade è “piovuto” dal cielo, e ha unito a sè i presenti che altro non erano se non piccoli granelli di sabbia. Piccoli e fortunati granelli, abbracciati in quell’affetto primordiale e fradicio di una semplice pioggia improvvisa e inaspettata.
    Adesso, credi sia ancora SOLTANTO acqua?

  6. No, Daniele, non era soltanto acqua. A ognuno darle il nome che crede più vicino alle sue labbra, alla sua sete o al suo sentire. L’importante è che, ora, essa un po’ ci appartiene – ci riguarda tutti: vicini e lontani. Per sempre.

    Ti ringrazio.

    fm

  7. Nel grazie Francesco [in primis!].

    Eri con noi e con LUI e LA DIMORA tutta – era con noi e con LUI…
    Ancora stravolta di Luce, tornerò per commentare *come si deve*.
    Nell’ora VI ALLAGO della FORZA FELICE, nella GIOIA di riscoprirsi.
    Chiara, dopo secoli di Dama.
    Dopo secoli: una serata di AMORE e ARTE in ATTO
    [appena la smetto di grondare dai dotti lacrimali – torno]

    Bacio tutti e benedico Enrico

  8. “IL VOLO”

    “Il volo del poeta
    su ali di fragile carta

    s’infrange per lasciarci
    il vago tremore d’un verso
    strappato a notti di tormenti

    nel cielo azzurro dei sogni
    nel cielo cupo dei sogni

    Amico non tentare la poesia
    non tentare d’Icaro
    il volo amaro”

    *

    Un’arte, lo schianto, che non concede repliche, che non concede prove, che non concede… che non cede!

    Un testo, questo, che si vorrebbe proprio ed è, grazie a te, Enrico.
    Un abbraccio.
    Fabio.

    p.s.: mi rammarico di non avere avuto la possibilità di raggiungerti a Savona, ma grazie a Francesco, a Chiara e a Daniele, mi consola sapere di poterti comunque ritrovare sempre anche qua!

  9. Mi chiedi un’autodenuncia Francesco? ^_^
    E sia: ho scritto “un arte” invece di “un’arte”. Il sostantivo *arte*, che in italiano è femminile, in francese – *art* – è invece maschile.
    Da qui il francesismo. eh eh eh
    Ancora mi scuso.

  10. L’avevo capito, Fabio :) – ma guarda che i refusi, quando si scrive nel colonnino di un blog, sono all’ordine del giorno.

    Comunque, rileggi il tuo commento e stupisci alle mie “arti magiche” :-))

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  11. Tutto ciò che vive,
    non vive solo
    né per sé stesso.

    Intramontabile bellezza del libro. Il libro oggetto, breviario dell’animo, confidenza tra autore e lettore. Il libro di Enrico ha colori e immagini che catturano, coma la voce che sabato 26 ci ha sapientemente stregati; ha forma ottimale, adatto alla tasca del viaggiatore come viaggiatore è sempre stato ed è Enrico e come lo è la poesia che dentro questo libro pulsa racchiusa. Meritava la grandiosa celebrazione di sabato, meritava la “fissione” entro quelle pagine che, una volta aperte, liberano la loro purpurea energia e risuonano nella mente con fascino di parole antiche e lontane: “BOM BOM SHIVA BOM BOM!”.
    Così Enrico si condivide con noi, così Chiara condivide il suo padre e maestro con noi. Vedere tutto ciò che è stato quando ancora Chiara ed Enrico ne fantasticavano col sorriso negli occhi è stata impagabile privilegio e splendida lezione.

    Sono accadute cose rare e preziose.

    Un caro saluto a Francesco e alla Dimora tutta.
    Grazie!

  12. che Francesco torni alla poesia, qui, per l’abbraccio e la gratitudine che si sente verso chi ha dedicato la vita all’ascolto, mi fa sentire ancora più profondo il senso di unione che produce la poesia, il bisogno di condivisione.

    ciao enrico.
    un abbraccio a Francesco.
    iole

  13. è stato detto
    mi piace ripeterlo:
    un poeta non muore mai.

    cb

    […]

    o anche, mi permetto

    muore il poeta muoiono tutti
    ma la poesia rimane “merce” inconsumabile.
    (P.P.P.)

    abbraccio stretto, Francesco
    e un saluto ai tuoi ospiti qui.
    paola

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