Movimento in quiete

Stefania Roncari

Che la poesia si nutra, oltre che di vita materiale, anche di pensiero e sapienza è un dato quasi ovvio, ma così ovvio non è che questa sia una vera e propria necessità del suo essere poesia: come sostanza di scrittura e di conoscenza. A quale tipo di sapienza poi attinga nel suo farsi, dipende dal poeta e dai suoi paradigmi culturali.

Nel caso di Stefania Roncari la sapienza che informa e conforma il suo pensiero poetico è di tipo esoterico, più precisamente alchemico. Ma ciò non significa che i versi si nutrano di inattualità prescientifiche, piuttosto è nel tono evocativo che si manifesta l’oscurità e “la materia si fa densa”.

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In fuga dal volto

Vincenzo Di Oronzo
Mario Fresa

“E’ una poesia che annuncia e fa risplendere le forme alte dell’archetipo e le infinite direzioni dell’inesplicabile verità che esse mostrano, con l’impiego di una lingua mobile e inquieta, inserita in un fluire magico e trasversale, in cui molto è lasciato, paradossalmente, al non detto, all’appena sussurrato.”

“in fuga dal volto,
il maratoneta si svuota nell’aria”

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Il riparo che non ho

Giovanni Fierro
Francesco Tomada

Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. Continua a leggere Il riparo che non ho

La bestia di Lascaux

René Char
Maurice Blanchot

Ainsi m’apparaît
dans la frise
de Lascaux,
mère
fantastiquement
déguisée,
La Sagesse aux yeux
pleins de larmes.

“Le langage en qui parle l’origine, est essentiellement prophétique. Cela ne signifie pas qu’il dicte les événements futurs, cela veut dire qu’il ne prend pas appui sur quelque chose qui soit déjà, ni sur une vérité en cours, ni sur le seul langage déjà dit ou vérifié. Il annonce, parce qu’il commence. Il indique l’avenir, parce qu’il ne parle pas encore, langage du futur, en cela qu’il est lui-même comme un langage futur, qui toujours se devance, n’ayant son sens et sa légitimité qu’en avant de soi.”

Maurice Blanchot, La Bête de Lascaux

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Dum fervent in memoria amores

MICHELE SOVENTE
(28 marzo 1948 – 25 marzo 2011)

sono andato tante volte
vicino a steccati di ruggine
masticando parole
e quelle finivano per avvolgermi
come un ragno
soprattutto al tramonto
quando la lingua
si fa crudele

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Murales

Marco Saya

Sapientemente ironico e sfuggente, pieno di irresoluti interrogativi, di utopie irraggiungibili, di memorie di una gioia che affranca e che dispera: è questo il regno liquido, felicemente malinconico, entro il quale si muove e si esprime Marco Saya, una voce lontana dalle mode, un poeta che sa trasformare la scrittura in uno strano gioco fitto di un’amarezza repentina e, insieme, di un’inattesa e impreveduta felicità. (Mario Fresa)

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Gadda, Carlo Emilio (IV)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda

Giovanni Campi

04-12-1986

La deformazione del linguaggio, il pastiche, la miscellanea di lingue diverse, dai dialetti alle lingue straniere, tutto ciò affonda le radici in un contesto storico ben definito che è quello cui poi fa capo, e in cui prende forma, la cosí detta ‘linea lombarda (1)’, e quindi, se in Gadda pur trova un luogo genetico ad esso congeniale, evolvendosi in originalità e in personalismi entro cui affiorano radici soggettive, tematiche, fors’anche psicoanalitiche, per i suoi motivi d’ira, per le sue ragioni d’un anarchico rigetto, ebbene, certo non si potrà affermare che tale deformazione l’abbia creata lui, né che l’abbia inventata di sana pianta; è certo, però, ch’egli la usi per coprire il vuoto che sente attorno e dentro di sé. Dunque, per questo motivo, si può dire che Gadda occupa uno spazio nel panorama della ‘linea lombarda’, essendone un tipico rappresentante. Continua a leggere Gadda, Carlo Emilio (IV)

Terra estrema

Mauro Germani

Questi che vanno e vengono
e dicono forse la vita
forse l’enigma
dei loro corpi
oscillanti
in questa fine di cielo
e di terra,
tu che per gioco
ti cerchi
e ti senti fantasma,
vento
che ti cancella
maledetto.

La scelta di un linguaggio spoglio, tessuto di termini semplici, non è scelta minimale. La lingua scarna, lessicalmente monocorde di Germani, è il contrario di una lingua “barocca” che procede per accumulo e analogie. Il poeta vuole consapevolmente elevare il minimo di maschere fra il suo io e quello che esprime: la presenza evidente e perturbante del corpo, dell’altro da sé – il corpo visto come la propria stessa ombra. L’epigrafe celiniana ne è l’indizio evidente: “Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra: decisamente nulla si sa dell’autentica storia degli uomini”.
(Marco Ercolani)

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La drammaturgia inglese del Novecento

Antonio Scavone

La drammaturgia inglese del ’900
(Un approccio)

     La scena teatrale inglese, per tutto il ’900, è stata caratterizzata, e in alcuni momenti storici dominata, da una sorta di doppia chiave di lettura della società britannica. Da una parte troviamo la monarchia, la dinastia Windsor, l’establishment delle corporazioni di affari e, dall’altra, la società civile nel suo insieme, con le sue sollecitazioni di diritto, i suoi bisogni di equità, le sue idee e le sue attese. Anche quando, con libere elezioni, saliva al governo del paese (cioè dell’Inghilterra) il partito laburista – e il quadro politico inevitabilmente cambiava – abbiamo quasi sempre assistito ad una reiterazione molto “english” dello statu quo, ad una continuità economico-finanziaria nella produzione del benessere, alla difesa di privilegi e procedure, alla conservazione dello spirito o dell’unità nazionale, come se – con i laburisti o con i conservatori – le cose non dovessero mai cambiare o non sono di fatto mai cambiate. Continua a leggere La drammaturgia inglese del Novecento

Il gendarme del mondo (II)

Fabio Amato

(da Liberazione
del 19 marzo 2011)

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è pronunciato a favore dell’istituzione della No fly zone sulla Libia e dell’autorizzazione all’uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell’Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell’aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.

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Il gendarme del mondo

Gennaro Carotenuto

Chi avrebbe la legittimità di bombardare Tripoli? Nicolas Sarkozy, che appena poche settimane fa offriva truppe francesi al dittatore tunisino Ben Alì per soffocare (nel sangue) la protesta? Silvio “baciamo le mani” Berlusconi, che fino a ieri proclamava il massacratore di migranti Muammar Gheddafi “campione della libertà”? Non è l’unica domanda da porsi sui fatti libici ma non è una domanda pleonastica. L’Occidente continua ad autolegittimarsi come gendarme del mondo senza averne la dignità, né per il passato né per il presente. Quelle astensioni pesanti, Brasile, India, la stessa Germania, che è di gran lunga il paese occidentale più avanti nel pensare se stesso in un mondo multipolare, oltre a quelle di Cina e Russia, testimoniano il disagio persistente verso paesi che pretendono di essere arbitri in partite dove sono innanzitutto giocatori.

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Stormi di uccelli neri

Antonio Scavone

Stormi di uccelli neri

     Un’affascinante donna dell’alta società di San Francisco, Melania Daniels (l’algida ‘Tippi’ Hedren) sta per entrare in un negozio di animali quando, distratta piacevolmente dal fischio di ammirazione di un ragazzo, scorge nel cielo l’addensarsi insolito e bizzarro di uno stormo di uccelli, che volteggiano come impazienti, infastiditi.
     Da quel negozio uscirà, imprevedibile ma non inaspettato, un pingue e impacciato cliente, trascinato velocemente da una coppia di terrier bianchi.  Quel cliente, inconfondibile, è Alfred Hitchcock, il regista de “Gli uccelli” che Evan Hunter sceneggiò nel ’63 dal romanzo omonimo di Daphne Du Maurier. La storia la conosciamo a menadito, tutti abbiamo visto quel film un’infinità di volte ma per ogni volta, come tutte le grandi storie raccontate al cinema, ci sorprende e ci incatena. Continua a leggere Stormi di uccelli neri

Una poetica dell’attesa (II)

Adriano Marchetti
Simone Weil

Astres en feu peuplant la nuit les cieux lointains, / Astres muets tournant sans voir toujours glacés, / Vous arrachez hors de nos cœurs les jours d’hier, / Vous nous jetez aux lendemains sans notre aveu, / Et nous pleurons et tous nos cris vers vous sont vains. / Puisqu’il le faut, nous vous suivrons, les bras liés, / Les yeux tournés vers votre éclat pur mais amer. / À votre aspect toute douleur importe peu. / Nous nous taisons, nous chancelons sur nos chemins. / Il est là dans le cœur soudain, leur feu divin.

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Una nuova strada è possibile

Fausto Tinelli – Lorenzo Iannucci
(18 marzo 1978 – 18 marzo 2011)

“Il giusto morì
abbandonato
Il ladro e l’assassino
si spartirono
il governo”

(Giulio Stocchi)

La memoria di Fausto e Iaio è memoria antifascista. Ma la memoria di ieri impone di parlare del presente in una città che vede le destre di governo proteggere e sostenere i gruppi neofascisti, erogando loro finanziamenti pubblici per aprire nuove sedi in cui si omaggiano criminali nazisti, che militarizza i territori e vorrebbe chiudere i pochi spazi di socialità ancora esistenti.

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La realtà sofferta del comico

Leopoldo Attolico

“Questo tuo libro è un libro importante. Mi piacerebbe che diventasse un viatico per tutti quelli che pretendono d’essere poeti dimenticandosi che la poesia è un gioco. Mica un gioco da niente! Un gioco di parola, come quello di quel Fiat che giocò a modellare (dal fango, appunto!) una vita di per sé assolutamente ridicola, se non finisse sempre in tragedia. Ridicola perché senza fine, senza scopo, sempre malgiocata. Eppure da quel fango, da quella creta chi voglia – rinunciando tuttavia alle altre voglie strumentali e utilitaristiche – può ricavare appunto il gioco, che è la poesia dell’inutile, ultimo, estremo, (abissale) baluardo dell’indicibile verità.” (Gio Ferri, dalla Postfazione)

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Gadda, Carlo Emilio (III)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda

Giovanni Campi

03-12-1986

La deformazione del linguaggio, quasi caricaturale, e che a volte sfocia decisamente nel grottesco, si muove da una dimensione storica e, diremmo, geografica, affondata lontana nel tempo, addirittura nel medioevo: trattasi sempre e comunque di autori lombardi, per cui, per quel che concerne il motivo geografico è specificamente regionale, cosí che ci si muove dal duecento di Bonvesin de la Riva attraverso autori cinquecenteschi e fino ai grandi lombardi dell’ottocento, escluso naturalmente il Manzoni, il quale abbandona tale specificità per essere accolto nella parlata toscana. Continua a leggere Gadda, Carlo Emilio (III)

Carlo Michelstaedter (II)

Dieter Schlesak

Poeta e suicida.
Carlo Michelstaedter

     Egli si esprime come se si rivolgesse alla posterità, come se fosse già morto. Così desta quell’impressione di distanza; lo stile appare nello stesso tempo preciso e lirico, ed è nello scrivere che egli si è superato, che ha estinto se stesso: nell’arte, e specialmente nella musica; qui si trovano i suoi attimi mistici – una specie di mistica negativa che ricorda esperienze di meditazione ebraiche, cristiane o buddhiste.
E’ la debolezza il punto di partenza di Michelstaedter, non la forza, è la debolezza della coscienza infelice che è stata estromessa dal suo più ampio contesto e che proprio in questo preciso punto in cui si viene a trovare riesce a spezzare la catena delle successioni e dei trascorsi della storia, poiché qui si spezza la difesa protettiva dell’Io animalesco e anche di quello sociale. Continua a leggere Carlo Michelstaedter (II)

Carlo Michelstaedter (I)

Dieter Schlesak

Poeta e suicida.
Carlo Michelstaedter

     Il fascino che avverto in lui è quello di uno sparo la cui eco si spegne sopra un mare smisurato, è questa sua spregiudicatezza per cui «ognuno è il primo e l’ultimo»(1) uomo. Come se non ci fosse stato niente prima di lui. Dimostrare qualcosa, dimostrarlo tramite se stessi e pagarlo con la propria vita, l’impossibile, cioè che l’uomo rappresenta un caso limite, e che la sua esistenza altro non è che una via crucis contro la natura…
Una religione senza dio, l’uomo, un dio al di sopra dell’abisso… pensieri questi che sorgono leggendo gli scritti di Carlo Michelstaedter: un sentimento di confidenza e insieme di paura affiora spontaneo per la sua morte volontaria, una morte che imprime il giovane autore nella nostra memoria, poiché fu scrivendo che egli si preparava a questa fine e fu così che mise in atto quanto aveva pensato e vissuto. E nessuna tranquillità può sopraggiungere, niente può tranquillizzarci se pensiamo a lui. In ciò consiste la sua vendetta permanente nei confronti di quella civiltà a cui tutti apparteniamo e che lo ha ucciso. Continua a leggere Carlo Michelstaedter (I)