Gadda, Carlo Emilio (I)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda

[Inizia con questo articolo la pubblicazione delle lezioni che Giancarlo Mazzacurati dedicò a Carlo Emilio Gadda nell’anno accademico 1986-87 presso l’Università degli studi “Federico II” di Napoli. Il lavoro, curato da Giovanni Campi, non solo ci restituisce, insieme all’indubbio valore scientifico e testimoniale, tutto il fascino intellettuale di un percorso analitico ed ermeneutico che attraversa l’intera opera di uno dei giganti del Novecento letterario italiano, ma rappresenta, contemporaneamente, un atto di omaggio alla memoria di un grande docente e studioso, un vero indimenticabile maestro per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di frequentarlo, di ascoltarlo. (fm)]

Gadda, Carlo Emilio

(I)

27-11- 1986

Il Nostro nasce a Milano nel 1893.
Possiede una personalità scontrosa, schiva, quasi rigida, che si rispecchia, in un certo qual modo, anche nella struttura fisica: sebbene alto, è come ripiegato su di sé, dunque profondamente malinconico. Questo sentimento di sconfitta, che gli grava sulle spalle, fa il pajo, però, con un fervore di tipo borghese, – di quella borghesia industriale, e non certo agricola, che inocula ai figli il linguaggio della tecnica, e dunque dell’esattezza, che trasmette altresì l’educazione all’assenza, all’astinenza, al silenzio. Questa borghesia, repressiva e repressa, produce la mitologia del completamento; cioè, questa società, lombarda e borghese, a differenza di quella meridionale esclusivamente rivolta e tesa alla crisi, mette in moto la riorganizzazione di quei meccanismi, sia politici sia economici sia letterarj, tesi al superamento della crisi: essa possiede ancora lo spazio del completamento per la riabilitazione della sconfitta. E questa riabilitazione passa, innanzi tutto, attraverso un’esperienza di tipo bellico: si vuole il recupero di tutti i territorj italiani per l’Italia, ciò inteso come la ripresa di possibilità di dominio che si prefiggeva la purificazione. Ma non solo il recupero dei territorj era la meta, anche il recupero delle lingue italiane; e ancora, non soltanto ciò, ma anche il recupero della padronanza della tecnica, il quale ultimo recupero veniva inteso come la possibilità di rivolgersi, compiutamente, concretamente, senza pudori o remore, a quei paesi europei che della tecnica s’erano già da tempo impadroniti.
Nel “Giornale di guerra e prigionia”, il Gadda compie una meticolosa, continua, analitica descrizione delle tecniche appunto usate, dei mezzi, delle trincee, insomma di tutti i fattori materiali; e questa descrizione vien compiuta mediante l’esattezza, figlia della natura borghese, ma l’esattezza è ossessionata, esasperata, disperatamente esatta, in modo tale da qualificare compiutamente il carattere dell’uomo. A questo proposito è curioso, ma anche emblematico, ricordare come anche Musil compia le stesse operazioni diaristiche del Nostro, per cui vien da dire che la ossessione, vera ossessione, sia il principio dell’esattezza, il che comporta asserire anche come questa – loro – sia sì un’attitudine scientifica, ma anche un’attitudine etica. L’esattezza intesa in tal guisa assume le proporzioni e la figura d’un vero e proprio fantasma, d’uno spettro, o incubo, che viene stravolto, poi, dai fantasmi contrarj, nemici ad esso, e cioè il fantasma della retorica, quello delle parole vuote e quello infine di tutte le emozioni poco o nulla significative. Egli intramezza ai varj passi, alle varie note, delle formule logaritmiche, dei sistemi d’irredimibile e appunto ossessiva precisione, in cui è scatenata quella tensione autoironica, e al contempo autodistruttiva, che è l’altra componente, e altrettanto peculiare, di Gadda.
Nelle pagine del 02-09-1915, s’intravede come le letture del Gadda non siano né possano essere diverse da quelle classiche, di modo ch’egli abbia una formazione culturale meramente classica, oltreché, forse, qualche romanzaccio ottocentesco. Già in queste pagine, comunque, sebbene tutto il Giornale non sia stato concepito come futuro libretto destinato alla lettura, ma come un diario, di già qui, si diceva, emergono i suoi tipici fermenti, e cioè l’autoironia, già ipotizzabile come autodistruzione futura, i motti dialettali, nel caso in questione toscani. E a proposito di questo linguaggio, è da dire come esso sia la immascheratura della lingua lombarda; appunto egli, attraverso quest’uso di motti toscani, e attraverso l’esercizio retorico che ricalca ritmi sintattici di tipo toscano cinquecentesco, maschera la sua lingua. Per esempio, “scioccolone”(1) non è un contrafforte meramente descrittivo, ma significa sempre qualcosa d’altro. Si ritrovano, naturalmente, i soliti indizj gaddiani, e quindi la precisione, l’esattezza, che sono però miscelati nel suo tipico, deformato linguaggio, – nel suo linguaggio informe, usato per giocare quella partita di confronto con le cose, con le cose che significano comunque un che: – non esiste nulla, in Gadda, che non sia sempre un segno di un che di significativo, che non sia metafora per un altro, o uguale, che. Già s’intravede, pure, il sospetto che la scienza, oramai, non basti più. Le cose sono lì proprio per essere decifrate; non bisogna, perciò, contentarsi ch’esse restino lì; bisogna, dunque, scavarle e interrogarle: solo un ulteriore viaggio nel caos può, forse, introdurre al significato. Ed ancora, occorre dire come in queste pagine diaristiche, come, per ciò, in questo esercizio totalmente, esclusivamente suo, esista il tipico gioco delle parole e sulle parole, e come esista, altresì, lo specchio, che certo ancora non è quello del pubblico, ma, più tosto, lo specchio interiore, lo specchio del sé. Nella descrizione del castello(2), sempre in quelle pagine, si può notare come venga spezzato l’idillio descrittivo, per un tono aggressivo, popolare, conflittuale, e come scatti, dunque, la tragedia, e la commedia insieme, delle cose, come scatti, per ciò, questa visione obliqua delle cose.

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Note

(1) “Hodie quel vecchio Gaddus e Duca di Sant’Aquila arrancò du’ ore per via sulle spallacce del monte Faetto, uno scioccolone verde per castani, prati, e conifere, come dicono i botanici, e io lo dico perché guerciamente non distinsi se larici o se abeti vedessi.”
(Giornale di guerra e di prigionia, 2 settembre 1915)

(2) “Sulla piú dolce e bassa delle propaggini sue si ammucchiano le grigie case di pietrame, e in mezzo è il castello mal ridipinto con la torre ancor selvaggia, non guasta da cache di pittori a méstoli. Nel detto castello è il trattore con vino; formaggi; e costole di manzo, ch’era stanco d’imbizzirsi al novilunio: e le sue corna mulesche finirono male, di quest’asino, come quelle di molti manzi ribaldi.”
(Ivi)
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11 pensieri riguardo “Gadda, Carlo Emilio (I)”

  1. francesco: per mail ti invio l’ex libris realizzato per c.e. gadda.. nel merito che dire? un docente universitario di livello talmente alto che ogni università avrebbe voluto quale Maestro! non ho frequentato quella facoltà di lettere (frequentavo architettura sempre a napoli) ma tutti ne parlavano con rispetto e ammirazione..

  2. Più tardi verrà fuori anche la seconda “lezione”, così il quadro della “ricognizione” inizierà ad assumere la sua precisa fisionomia. Inserirò anche l’ex libris che mi ha mandato Roberto – che ringrazio.

    Natàlia, si tratta di uno studioso (e di un uomo) al quale in molti dobbiamo tantissimo, e che ricordiamo con un sentimento molto molto vicino a quello che indichiamo con la parola “amore”.

    Ciao, grazie.

    fm

  3. ecco, era proprio questo il timore, la paura e, in un climax né discenditivo né salitivo sibbene zigzagante, la fobia – la quale ultima il nomenomencolante mio sta lí a testimoniare in una sorta di pseudomitobiografia, – era proprio la fobia a dirmi sciente scientista e/o omaggiante alla figura del Mazzacurati che mi bloccava a farne una presentazione quale che fosse, e questo per la mia ruinosa propensione ad andar piú tosto per frane di tane e per fosse che non per indagini di scienza scientifica e scientifica poliscienziesca. Le indagini che muovo, o forse è meglio dire: le indagini da cui son mosso sono come quelle di Kafka e del suo cane d’un lato e della sua scimmia dall’altro: nel canide caso mi è “stat[a] negat[a] a priori la possibilità di mettere la zampa sul primo scalino della scienza”, cosa che ha “il suo fondamento nella mia incapacità”; e nel caso scimmiesco, di chi specula per copiæ, di chi copia per speculi, appunto questa mia incapacità a relazionarsi con gli “illustri accademici” mi negò altresí la possibilità di farne dono ad essi, come già dicevoti, caro Francesco, allorquando vennero ospitati nella tua splendida dimora i miei ænigmatici speculetti, quei sonettaccj da nulla che pure, ancora non so perché, vennero selezionati al premio della “d’if edizioni” intitolato alla memoria appunto del Mazzacurati nonché a quella del Russo. Riassumo per imi capi la storiella: stante la mia incapacità filologa, che tra l’altro si evincerà mano mano nel leggere questo malloppone d’appunti, avevo deciso di porlo in mani, che nel caso in questione erano quelle della Caridei, di Alfano e di Frasca, in mani certo piú degne di estrapolare, dai farnetichj che mi contraddistinguono e da tutti gli errori di cui sono sempre ingombro, la voce, a noi tutti quanto cara mai diremmo abbastanza, del “Maestro”, e se non la voce quanto meno una eco di suoni frammista alle mie dissone dissonanze, in cotal modo da rendere, quest’operazione, consona alle aspettative d’ogni suo discepolo e d’ogni lettore appassionato del gaddus; e invece, e invece non avevo fatto i conti con l’altra mia incapacità, ben piú grave forse, da rendermi quasi un caso pathologico assai, che era, ed è, quella rappresentante la mia fobia ad alcun ché. Non ho alcuna necessità ad “inserire alcun ché nel reale” in quanto già mi si presenta come deformato, e io, questo “lurido pronome”, come informe, come mostro assonnato & sonnambulo della ragione. Però, ad avversare tutte queste mie avversioni & avversità, intervenisti tu, al quale ho voluto dedicare il malloppone, e la tua cura per ogni cosa & persona: questa sí, la cura tua, che può ben dirsi tale, non la mia, che è solo, per le irragionevoli ragioni d’incapacità addotte qui su, una men che curatela, e quanto corrotta tutti avran modo di provare.

  4. Io lo trovo un lavoro splendido, teq, però non ti fidare tanto di me: essendo una creatura del “sottobosco” da più di trent’anni, da quando mandai a cagare una grande editrice per la quale sbaverebbero tutti gli “alberi d’alto fusto” di oggi, molto probabilmente ci vedo “poco” e “male”…

    Io la voce autentica del “maestro” nelle tue pagine l’ho ritrovata. Intatta. Comprese le sfumature. Comprese quelle (quasi) impercettibili pause che non erano artifici, ma un invito, “gentile” e “fermo”, a riannodare i fili del pensiero. Sempre.

    Grazie di tutto.

    fm

  5. A proposito dei tuoi sonettaccj: tra qualche giorno pubblico una specie di resoconto del blog, scoprirai che non tutti sono d’accordo con la tua auto-analisi. E lo credo bene…

    fm

  6. non posso che essere felice di questa pubblicazione, che mi consentirà di rivedere passo passo, dalla visuale di mazzacurati, il genio di gadda che non è solo linguistico, vale a dire confinabile nel mero esercizio linguistico, ma che tuttavia mette in primo piano la lingua, le lingue, in tutto il loro potenziale distruttivo e costruttivo, demistificatorio e mistificatorio.
    una “grammatica” viva, che, a conoscerla tutta, ti preserva dai molti mali di questi tempi turpi.
    grazie!

  7. Fortunatamente ancora c’è qualcuno che ci ricorda i grandi della letteratura, in un’epoca in cui tutto passa veloce e l’arte sembra passare come un lampo nel tritacarne televivisivo. Una lettura che dovrebbe interessare tutti. Complimenti

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