Gadda, Carlo Emilio (II)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda

Giovanni Campi

“La seconda ragione della mia indolenza e prostrazione è un’antica, intrinseca qualità del mio spirito, per cui il pasticcio e il disordine mi annientano. Io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine.”

02-12-1986

Negli scritti gaddiani è implausibile ricercare un inizio e una fine, in quanto non ci sono; c’è invece una mappa, un coacervo d’ipotesi, che rifluisce, miscelato o travasato del tutto, dal diario all’articolo di critica letteraria, dall’abbozzo di romanzo al pezzo di saggistica, dall’articolo giornalistico (che purtuttavia non è mai il semplice articolo, e quotidiano, ma rientra tra l’elzeviro e lo scritto breve di prosa) alle traduzioni; finanche nelle traduzioni c’è posto difatti per il tessuto gaddiano, forse solo un embrione, ma inopinabilmente suo: come se la sua fosse una struttura embricale, nel senso della contiguità, dell’inerenza tra tutti gli scritti, della continuità, quasi della sovrapposizione. Tutto ciò almeno fino agli anni ’30, finché, cioè, egli giunga, se mai vi sia giunto, al romanzo. L’ipotesi che egli non sia mai giunto al romanzo, sebbene “La cognizione” e il “Pasticciaccio” vengano annoverati, e giustamente, tra i più importanti e belli di tutta la letteratura italiana novecentesca, quest’ipotesi, si diceva, si basa sul fatto che i suoi non siano, né possano essere, considerati nell’accezione stretta del romanzo: certamente non il romanzo classico, ma neppure quello moderno. Gadda lo concepisce – il romanzo – come ampliamento, distruzione e nuovo compilamento dello stesso testo. Ecco il perché le case abbiano stampato, di tanto in tanto, nuove edizioni, corrette, rivedute, (ravvedute), addirittura con aggiunte di capitoli intieri. Egli aggiunge continuamente, ma anche, a volte, taglia e sottrae, dunque estende, amplifica secondo il concetto della concrezione e cioè appunto, d’una continua addizione, dell’accrescimento per aggiunta o giustapposizione, della “saldatura d’un elemento morfologico estraneo in una nuova unità lessicale”, dell’agglutinazione. E se il romanzo ottocentesco e di seguito anche quello del 900 tradizionalmente e fedelmente legato ad esso, dunque, se questo tipo di romanzo è rigorosamente “a struttura chiusa”, cioè inscritto in una storia ben definita, delimitata da un capo all’altro e per ciò così come iniziata anche conclusa, ebbene, esso romanzo non fa certo per il Nostro, giacché per Gadda il romanzo non può concludere alcun ché, mai, e dunque non può nemmeno concludersi, ed è per questo che il suo, se proprio dovesse definirsi tale, è un romanzo “a struttura aperta”.
In questa e in altre cose, vi sono una serie d’affinità impressionanti con Musil: appunto codesto sperimentalismo, questo concepimento dell’apertura di fronte alla chiusura, e poi anche il grande amore dell’esattezza, della precisione, della meccanica (si pensi, per esempio, come uno scritto del Gadda abbia appunto per titolo “La meccanica”), e dall’altra parte il concepire il presente come caos: dunque, se da una parte l’esattezza incarna una tensione, un sogno, un’utopia addirittura, dall’altra parte il caos esprime una tensione ancora, ma anche una certezza, una realtà, la realtà del presente. Ma, attenzione, questo romanzo a struttura aperta rappresenta, per Gadda, una sorta di fantasma, cioè lo spettro che il romanzo non si farà mai. Ecco perché, se appunto possono essere considerati – i suoi – romanzi, esiste questo enorme periodo d’incubazione (attorno ai 20 anni), in cui avvengono una serie di interventi su di essi.
Comunque, ciò che interessa non è certo l’operazione medica sui suoi testi, non è l’anamnesi, non è, cioè, la ricerca dell’embrione del male, ma solo un processo di ricerca di esperienze; non è utile conoscere se inizialmente egli già voglia dire ciò che poi dirà alla conclusione, come se fosse poi importante la storia e non la genesi; e dunque non importa l’embrione, non importa l’uovo, ma più tosto il contesto in cui vien mossa, e si muove da sé, l’ossessione del romanzo, lo spettro di cui si diceva, il fantasma.
Nelle pagine del 09-09-1915 del Giornale di guerra e di prigionia appajono proposizioni paradossali del tipo “[…] studiare il tedesco […]”(1), strana per lui che combatte in guerra contro i tedeschi, ma che trova un’esplicazione più avanti, nel corso delle pagine, di alcuni mesi, cioè nel fatto com’egli abbia un’enorme stima nei confronti del popolo germanico, soprattutto per la conoscenza della tecnica, perché comunque un buon tecnico deve sapere cosa sia la tecnica. Solitamente, l’interpretazione letteraria è di tipo majeutico, procede, per ciò, per piccole tracce e miniati segni; ecco perché occorre procedere con cautela. “[…] Da tempo minimo […]”: altra espressione apparentemente paradossale, per uno come lui che ancora è, in quegli anni, un ingegnere, per chi come lui ha compiuto studj relativi alle discipline tecniche più che studj umanistici: questa espressione è dunque posta come il contraltare di ciò ch’egli ancora è, come la sua brama di realizzarsi ancor prima dell’aver vissuto, come il suo desiderio di sognare altri lavori, altri impegni, altri ingegni.
Comunque è da dire com’egli pensi in termini ottocenteschi il romanzo, né potrebbe altrimenti: si vedano, ad esemplamento di ciò, l’espressioni “[…] per la trama e lo sviluppo ideologico […]”(1), essendo trama e sviluppo ideologico appunto tipici esempj del romanzo classico – la storia d’una società tutta in cui i personaggj sono affatto immersi: potrebbero quasi essere una regola per adempiere al romanzo. – Queste espressioni, peraltro, avrebbero potuto trovare fiato nelle bocche di un Verga, di uno Zola. E se questo assemplo è una ragione tutta interna, che giustifica già da sé, c’è un’altra ragione, questa volta esterna: e cioè che lui, ingegnere che ha studiato al Politecnico, non può che aver letto le cose alte, ma anche le cose ovvie, ovvie nel senso che al di fuori di quelle nient’altro. Ha dunque letto Verga, Flaubert, e Zola, il quale, nonostante l’antitecità con il Nostro, ama profondamente, ciò per l’amore che legava amendue alla esattezza; e certo ancora non ha potuto leggere Proust, il quale non venne pubblicato se non dopo molti anni la sua morte avvenuta nel ’22; e certo non ha potuto leggere Pirandello che andava sperimentando, proprio in quegli anni, la conclusione inconclusa, la nonconclusione, sebbene la parola fine, sebbene il retrocopertina; e ancora non ha letto le sperimentazioni degli scritti senza l’ossessione della trama, senza questo fantasma del chiuso, senza questa claustrofobia di scrittura, di situazioni, sebbene queste sperimentazioni appunto in quegli anni già trovino spazio, già insomma siano. Dunque egli pensa, quando “rimugina… il romanzo”(1), ai Promessi Sposi, ai Malavoglia, a Tolstoj, tutt’al più a Dostoevskij: questo è il suo patrimonio letterario, o propriamente di lettura, e questo sarà per lungo tempo il suo patrimonio, e non solo patrimonio, ma anche modello e sogno.
Altra espressione apparentemente paradossale è quella che appunto segue, e cioè quella della “scarsa eccitabilità emotiva”(1) per cui egli non può adempiere al romanzo; e questo è curioso, nonché strano: come appunto venga associato il concetto di “eccitabilità” dell’emozione a quello del romanzo, cosa che dovrebbe avvenire, e solitamente avveniva, soltanto per la poesia. Non ci doveva essere la correlazione stretta, personale, tra romanziere e romanzo, quanto quella del poeta con la poesia, ciò per la fulminazione d’una metafora pregnante, per l’illuminazione improvvisa e precipua, per il colpo di genio, che sono strettamente inerenti al poeta, appunto, e non al romanziere, al meno in quegli anni: è per ciò una strana cosa, questa, anche pensando come il Gadda fosse ancora un ragazzo, e di più ingenuo. Sebbene strana, è anche una cosa, un fatto, di molto significativo, estremamente significativo dal punto di vista strettamente personale: è appunto l’eccitazione emotiva che lo mette di fronte al mondo, che lo pone di fronte, di contro ai fatti e alle cose del mondo. In questa espressione è racchiusa la testimonianza di come appunto l’emozione, quale che essa sia (il più delle volte la rabbia), sia la molla, lo scatto, il tic, che permette al Gadda di poter pensare scrivendo, di poter scrivere innanzi tutto. Questa scarsa reattività emotiva eccola apparire all’in circa dieci mesi dopo, nelle pagine del 26-07-1916 (2), laddove il Nostro se la prende con la burocrazia, muove la penna contro di essa, gli si muove la penna. Altamente significativo è il passo in cui in tre parole usa tre lingue, quali l’italiano, l’inglese ed il tedesco – “ministero of Krieg”(2), cioè il ‘ministero della guerra’: s’intravede di già com’egli giochi con le lingue, e come questo gioco non gli venga che dalla rabbia, dall’aggressività, che appunto gli deformerà il linguaggio; è dunque la rabbia che lo possiede e governa, e che gli deforma il linguaggio. E appunto subito dopo c’è lo scoppio, quell’esplosione in qualche modo annunciata e preannunciata dal ‘ministero della guerra’. La rabbia mette in moto un processo di sfogo che si coagula nel testo come classificazione del caos, con elementi formali, quasi vi sia una compiacenza manieristica che voglia far odiare, che voglia far provare tale forte risentimento inverso le cose. La ferita, che gli brucia e lo tormenta, si manifesta in questa sua incontinenza, nell’odio suo viscerale, profondo, per tutto il diritto negato, per tutto il bisogno negato. Qui appare la nomenclatura della rabbia: nemiche del panorama del mondo, le cose, appunto, sono l’epicentro della rabbia, dell’odio, ed infatti, nel nostro passo, si vede scomparire dietro ad esse cose lo stesso ufficiale. Dunque, come se non le persone fossero causa della burocrazia, o incarnazione d’essa, ma le cose.
Il Gadda venne anche descritto scrittore barocco, egli è invece semplicemente realista, in quanto è il mondo ad essere tale, e cioè barocco, e caotico, e complesso; per parlare, per scrivere, occorre tale forma barocca, tale forma informe.
C’è il limite estremo della furia gaddiana, dell’odio portato all’estreme conseguenze: ma questa è appunto la condizione sine qua non per la creazione verbale, per la sua specifica concrezione linguistica, per l’invenzione. Ed anche i suoi termini così volgari discendono da tali forti emozioni di rabbia: i termini inventati per l’occasione, come una sorta di combinazione, di struttura comprensoria di più termini dispregiativi. Qui è la deformazione che si concretizza contro un impegno che non c’è. Dunque il Gadda non fa parte della schiera di coloro che scrivono il romanzo classicamente inteso in quanto per questo occorrerebbe un ordine ben preciso, una regolamentazione ch’egli certo non possiede. Lui possiede, anzi, come una sorta di proliferazione, egli ha il genio della creazione che gli proviene dall’emozione: ha, dunque, una sorta di tensione di tipo morale.

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Note

(1) “Desidererei dedicare qualche ora all’attività intellettuale, ma non ho libri, non ho nulla; vorrei studiare il tedesco*. Anche mi venne l’idea di principiare la trama e lo sviluppo ideologico di un romanzo che rúmino da tempo, ma la mancanza di ore libere, e soprattutto la scarsa eccitabilità emotiva del mio spirito in questi giorni, mi consiglia a rimandare.”
(Giornale di guerra e di prigionia, 9 settembre 1915)

(2) in realtà sono le pagine del 24 luglio 1916:
“Passando ad altro argomento, ricevetti dal mio amico Besozzi l’assicurazione che né al Comando Supremo (in una prima lettera) né al Ministero of Krieg (in una cartolina ricevuta ora) esiste né esiste mai alcuna pratica, relativa al passaggio di complemento del sottotenente di M.T. Carlo Emilio Gadda. Questo mi fa impazzire dalla rabbia, poiché la persecuzione che la burocrazia (personificata dal disordine e dall’insufficienza mentale di tutti i miei compatrioti) esercita su me, mi atterrisce. […] Che porca rabbia, che porchi italiani. Quand’è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all’ultimo romanzo, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? Quando, quando? Quand’è che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di abbruttire il mondo col disordine e con la prolissità dei loro atti sconclusionati, proverà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore, sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? […] Porci ruffiani, capaci solo di essere servi, e servi infedeli e servi venduti, andate al diavolo tutti. […] il disordine c’è: quello c’è, sempre, dovunque, presso tutti: oh! se c’è, e quale orrendo, logorante, disordine! Esso è il mare di Sargassi per la nostra nave.”

*sul desiderio di ‘studiare il tedesco’ cfr anche le pagine del 21 luglio 1916, ed anche qui, subito dopo accenna ad un romanzo da farsi:
“Continuano lievi crisi d’animo, alternate di noia e di paralisi: la cui ragione determinante è l’ozio assoluto, nei riguardi militari, che prostra il corpo e lo spirito. Aggrappati al pendio, in tane semisotterranee, i miei soldati passano il loro tempo sul suolo, come porci in letargo: dimagrano per questa via orizzontale e si infiacchiscono. Io cerco di leggere, di scrivere: di muovermi, facendo dei passeggini di ricognizione; ma sono pur sempre legato al mio buco, pieno di roba in cui l’ordine è quasi impossibile, e sgocciolante nelle giornate di pioggia. Sicché questa casa non mi serve neppure come riparo contro l’acqua. La seconda ragione della mia indolenza e prostrazione è un’antica, intrinseca qualità del mio spirito, per cui il pasticcio e il disordine mi annientano. Io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine. Ho qui tanta roba da vivere come un signore: macchina fotografica, liquori, oggetti da toilette, biancheria: e non mi lavo mai neppure le mani e non bevo neppure un sorso di grappa per non scomporre la disposizione della catinella di gomma e degli altri oggetti disposti sul fondo d’una cassa di legno, da birra. Le sgocciolature di stanotte nell’interno del mio baracchino mi hanno demolito quel residuo di forza volitiva che mi rimaneva. Io che mi sono immerso con gioia nelle bufere di neve dell’Adamello, perché esse bufere erano nell’ordine naturale delle cose, e io in loro ero al mio posto, io sonno atterrito al pensiero che il soffitto del mio abituro sgocciola sulle mie gambe: perché quella porca ruffiana acqua lí è fuor di luogo, non dovrebbe esserci: perché lo scopo del baracchino è appunto quello di ripararmi dalle fucilate e dalla pioggia. Sicché, per non morire nevrastenico, mi do all’apatia. Tuttavia, non ostante questo spegnimento delle mie velleità d’azione nella santa guerra, e questa paralisi, cerco di far qualche cosa. Vorrei studiare il tedesco: ma da Torino ho mandato a casa i libri: appena potrò ne comprerò a Vicenza. Mi metto ora ad abbozzare una specie di romanzo, dove vorrei fermare alcune visioni antiche del mio animo: ma non ne farò nulla. Scrivo lettere e bestemmio le mosche, altra fra le piú puttane troie scrofe merdone porche ladre e boje forme del creato.
Quale impressione, quanto dolore e orrore la fine del povero Battisti!

C E G. 21-7-1916.”

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(Ex libris di Roberto Matarazzo
per il “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda)

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14 pensieri riguardo “Gadda, Carlo Emilio (II)”

  1. Non è solo meritevole l’iniziativa di Francesco (non si aspettava certo questo post per attestarlo) sulle lezioni di Mazzacurati su Gadda: è qualcosa in più per chi ama la letteratura, per chi tenta di farla, per chi la studia e la divulga. Gli scrittori, di solito, sono sempre eccezionali quando reggono e risolvono il confronto con la realtà e la narrazione della realtà, o quando sono “come” Gadda: i critici, invece, a volte lasciano a desiderare perché si impantanano (e alcuni si infangano) nella celebrazione di se stessi e delle loro tesi aprioristiche. Quando, invece, si ha l’opportunità di seguire (e attraverso di loro capire) un critico come Mazzacurati l’amore per la letteratura diventa un esercizio o un mestiere di vivere. Carlo Emilio Gadda ci ha insegnato cosa “non” scrivere e Giancarlo Mazzacurati cosa “non” fraintendere.

    Per alcuni sarà poco o datato, per altri e per fortuna no.

    Grazie, Francesco.

    Antonio

    1. Dott. Schiavone Lei scrive: “…Carlo Emilio Gadda ci ha insegnato cosa “non” scrivere e Giancarlo Mazzacurati cosa “non” fraintendere. …” e farei mia questa Sua precisazione magari proiettandola verso ulteriori orizzonti del fare culturalmente onesto, non Le pare?

  2. un sentito grazie a francesco marotta e a giovanni campi: essermi ritrovato, così, tra e. gadda e g. mazzacurati, mi fa sentire bene perchè respirare cultura e intelligenza non fa fare soldi (e chi se ne frega!) ma, appunto, fa stare alla grande e, personalmente, tanto mi basta! oggi è il mio compleanno e questo è un ottimo dono…

  3. @ Roberto

    Sì, caro Roberto, mi pare e come! Continuo a darti, impudentemente, del “tu” e vengo onorato con il “Lei” – un veniale errore di battitura (Schiavone al posto di Scavone) non lede nessuna confidenza.

    Gli orizzonti del fare culturalmente onesto devono solo essere inaugurati di continuo.

    Ti faccio gli auguri per il tuo compleanno!

    Antonio

    1. carissimo antonio ti do del tu e volentieri… mi spiace per il cognome errato ma ho amica con tale cognome e forse tratto in inganno da ciò e… poi l’età!!! davvero complimenti per capacità scritturale e di contenuti, teniamoci in contatto..

  4. mettere in circolazione queste lezioni è una grande occasione per pensare, per ripensare, e per godere di quella diversità e al tempo stesso prossimità rispetto alla vita che è il proprio (mi pare) della letteratura.
    mi chiedo se non sia possibile “postare”, come mi pare si dica, le registrazioni di quelle lezioni: forse suonerà un po’ spettrale, ma forse sarà anche un’emozione non feticistica per chi non ha mai avuto modo di seguire le lezioni di Mazzacurati.
    (una piccola indicazione: nella trascrizione è saltato fuori, per errore, “ministero off Krieg” anziché “ministero of Krieg”, come correttamente indicato in nota: siccome si tratta dello stare dentro o fuori della guerra, forse è opportuno porre rimedio)
    Giancarlo Alfano

    1. grazie per l’indicazione, sebbene abbia una predilezione per i refusi in genere, tanto da non correggerli quasi mai, ed anzi

      mi fa piacere che sia venuto a farci una visita, visto che, come dicevo altrove, avrei desiderato che queste ritrascrizioni d’appunti dalle lezioni del mazzacurati le giungessero in qualche modo

      per quel che riguarda la proposta di inserire anche le ‘registrazioni’, immaginando che lei sia in possesso di esse, ne sarei oltremodo felice, così da colmare tutti i miei vuoti e da svuotare tutti i miei troppopieni, e restituire alla ‘sua voce’ la giustezza dovuta, ma da teqnofobico qual sono non saprei esservi d’ajuto

      un caro saluto a lei e a tutti

      gc

  5. Grazie per gli interventi. Antonio inquadra perfettamente non solo il senso dell’operazione ma la valenza più piena della “lezione” di Mazzacurati.

    Per la richiesta di Giancarlo Alfano, aspettiamo di sapere cosa ne pensa Giovanni Campi. Mi sembra una gran bella idea, ma io non saprei proprio come realizzarla tecnicamente.

    fm

  6. può darsi che io ricordi male ma mi sembra che nell’anno accademico 1986/87 la parte monografica fosse Pirandello, nel 1987/88 Gadda. Comunque, in ogni caso, grazie perchè anche io, ogni tanto, riprendo in mano quegli appunti con il desiderio di riorganizzarli ma mai sarei riuscita a riportarli in modo tanto preciso. Grazie infinite

    1. sono fuori casa, fuori studio, fuori di me, quindi

      ma davvero le sarei infinitamente grato se riuscisse a farne, in ispecie delle ultime lezioni, questa riorganizzazione che ci dice: difatti, quel che m’ha sempre frenato a completare la raccolta, al di là dell’inconcludenza mia personale, ed oltre al mio essere accidioso, è proprio tale mancanza: nel caso in cui dovesse farlo, e volesse anche ajutarmi, il mio indirizzo è teqnofobico@libero.it

      grazie a lei, nel caso, ma pure senza

      gc

  7. prima o poi sistemerò gli appunti (anche altri di un seminario dal titolo “I modelli e le città dei rinascimenti italiani” che lui tenne presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici), e le manderò tutto per posta elettronica. Non mi manca il materiale ma il tempo.
    Non si aspetti, però, la sua esatta ricostruzione delle lezioni, ero alquanto sintetica.
    Un cordiale saluto

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