L’onda sulla pellicola

Lucia Tosi
Michele Lupo

Michele Lupo, L’onda sulla pellicola

“uomo, si fa per dire: la sua evoluzione si era arrestata a uno stadio adolescenziale, primo perché gli faceva comodo, secondo perché non aveva un briciolo di curiosità per ciò che viene dopo e terzo perché questo lo rendeva antipatico a un sacco di gente, e stare sulle palle a tanti subendone la sdegnata disapprovazione era un modo sfizioso per impallinare la noia.” (p. 200)

La quarta di copertina del romanzo d’esordio di Michele Lupo, L’onda sulla pellicola, Besa, 2004 potrebbe agevolmente avvalersi di queste righe, circa sei nell’originale, per illustrare il personaggio di Livio Viola, il protagonista. Detto tra noi: ad un pubblico di lettori non ingenui tale descrizione dovrebbe bastare per indurli a leggere il libro, ma è più probabile che il lettore viziato-smaliziato invece pensi: “L’ennesimo inetto? E che ce ne facciamo?” Ce ne facciamo, e molto. Vorrei intanto chiedere a chi si occupa seriamente di romanzo se può, in tutta coscienza, affermare che la traccia del personaggio malcontento, inadatto a vivere secondo i ritmi e i canoni di una data società, ha mai veramente smesso di agire e fruttificare in certa letteratura successiva a Dostoevskij, Kafka, Musil, Svevo. Ci sarebbero poi Mann, Joyce, di nuovo Svevo, per la figura dell’artista giovane e meno giovane, poi Gadda per l’ironia feroce con cui ogni diversità è percepita e raccontata. In America incontriamo Bellow, Malamud, P. Roth: casualmente tutti ebrei, e tutti alle prese con personaggi dal successo apparente, che però vivacchiano, molto spesso, rimbalzando da un’insoddisfazione all’altra, come saltellano da un letto all’altro. Del romanzo italiano più recente non parlo, perché L’onda non ha con esso nulla a che spartire.
Livio Viola, trentacinquenne dal nome che sembra un giochino di parole (o un nome parlante, se spostiamo sulla i l’accento del cognome: ma avremo modo), insegnante precario al quadrato: perché insegna in due scuole private, un diplomificio grottesco e una scuola confessionale, con velleità cinematografiche che oscillano tra il voler fare l’attore, più che altro per sfangarla, e il sogno di un film (sceneggiatura, regia, tutto), bello, pare di cogliere qua e là, e di gentile aspetto, irresistibile grande seduttore, si muove, nell’arco di circa un anno scolastico, con qualche eccezione, dentro una Roma che ci è data per brandelli e che potrebbe essere qualunque altro luogo al mondo, da casa a scuola e da scuola (scuole) a casa. Sosta talora da un’amica compiacente giusto il tempo di una fellatio. Si porta a letto, e senza tanti preliminari, questa e quella. Vive perennemente impriapito: gli basta una scollatura, uno sfioramento, un odore. Le donne finiscono presto, in sua presenza, giovani e vecchie, fanciulle in fiore e attempate befane, donne mature e navigate, trentenni in caccia dell’eterno principe azzurro, per sognare ad occhi aperti (a gambe aperte) di catturarlo, di tenerlo per sé: se lo strattonano, fanno a gara. Ma Livio è irriducibile: ammalato di dongiovannismo, schizoide, lo definisce la fidanzata psicologa, per niente preoccupato, anzi, fieramente convinto a diffondere il verbo della solitudine: della quale più presto si convinceranno gli umani, meglio sarà, è come un cavallo che non conosceva steccati se non quelli che si imponeva da solo momento per momento (p. 343)
Il teatro (teatrino), contro cui si stagliano le vicende erotiche del protagonista è quello della scuola. In una, studenti per lo più ultraventenni, coatti, dannati e cannati, bighellonano per i corridoi, stanno in classe attaccati al cellulare, sgommano all’uscita sui suv, nell’altra ragazzine perbenino recitano la preghiera prima di iniziare le lezioni, ridacchiano alle trasgressioni del professore, lo credono un po’ matto. Inferno e Paradiso: o due inferni, uno proprio e uno improprio. Teatro, o cornice, però intercambiabili: la rapsodia che caratterizza le azioni-coazioni del protagonista mette sullo stesso piano pubblico e privato, lavoro e vita personale, scuola e sesso. Attraversa questo ritmo di quattro quarti il contrattempo del diario di Giorgio, allievo di Livio e figlio della sua quasi compagna Giulia. Giorgio è sensibile, infelice, vive con il padre anziano, incazzato perenne a prescindere. Interrompono il flusso quasi di coscienza i giochi analettici e prolettici in cui erompe il paesaggio del sud, nel quale Livio si annulla, facendo tacere un poco la mente che di solito gli galoppa a mille.
Giorgio è giovane, Livio gli vuole bene, a modo suo: come è capace di voler bene un narciso. Vede in lui un po’ se stesso: o meglio: quel se stesso che non ha avuto modo di essere. Vi vede la possibile costruzione di un’identità affettiva che egli ha smarrito. Giorgio è adeguatamente sfortunato con le ragazzine, Livio da ragazzo si scopava le ragazze più grandi, girava senza una lira in tasca per mezza Europa, Giorgio è ingabbiato tra una scuola che odia e una casa in cui il padre, piedi puzzolenti e scaracchi nel lavandino, si aggira come un trapassato, inveendogli contro per ogni cosa. Come se il sostare rabbioso nella minorità di Giorgio fosse presagio di voli spiccabili in luoghi e tempi opportuni in futuro, mentre la vita, vissuta troppo avidamente prima, quella vita cui assistiamo a volte quasi dal buco della serratura, altre quasi presi in mezzo, non potesse riservare a Livio nessuna ulteriore piacevole sorpresa.
Livio va tuttavia avanti. E’ un precario, poi un licenziato, uno che, in quanto tale, fa bene al rafforzamento della specie. Non un timore, non un tremore per il futuro. Perché semplicemente il futuro non c’è, almeno per lui. La sua precarietà è perdente e resiliente allo stesso tempo. Incarna il tipo del potenziale suicida, di quelli che se compiono il gesto tutti si meravigliano: ma come? così bello, intelligente, giovane… ma Livio, per cominciare, non è giovane: non è cresciuto, il che è diverso, è infantile e prepotente. E’ molto intelligente, questo sì. Vede attraverso le situazioni, dentro le persone di cui vìola costantemente il territorio, impedendo loro di essere quelle maschere tranquille che sono state fino ad allora. Così il vecchio professore in pensione, convinto irriducibile comunista: meglio: luogocomunista, viene sottoposto al fuoco di fila delle domande senza risposta di Livio. Poiché ne capisce meno della metà, dovrebbe essere lasciato in pace, se non altro per impedirgli di emanare con le risposte la tremenda puzza di aglio che assume come cura antipressoria. Ma Livio non perde occasione: essendo Imperio un bel prototipo di quella sinistra imborghesita e ciabattona, che ha consegnato l’Italia a degli sfacciati che non nascondono minimamente di saper vendere il nulla, la sua rabbia non vede l’ora di esercitarsi ripetutamente, senza freni, senza inibizioni. Livio è un selvaggio e allo stesso tempo un libertino: colto abbastanza, supponente, svelto a dissimulare le sue eventuali ignoranze e a simulare conoscenze che non ha. Ama sentirsi parlare: a volte si esprime come un esteta decadente, altre come un sentenzioso filosofo stoico. E’ il primo a sorprendersi della sua abilità linguistica: se la ride tra sé e sé del colpo che assesta sugli uditori che non possono non odiarlo vieppiù ogni giorno, per quella costante umiliazione cui li sottopone.
Un solo personaggio non si fa impressionare dal professore e, tra i molti che cambiano, non modifica minimamente il suo stile. E’ Malerba (altro nome parlante), la proprietaria del CSM, il diplomificio, avamposto in gonnella (e pelliccia) di certo potere che nel 1995-96 era solo agli esordi. Su di lei Livio non ha nessuna influenza. Potrebbe averla se avesse lo stomaco di superare l’imperativo che si è dato: desiderare (e scopare, possibilmente) tutte le donne attraenti che gli arrivino a tiro. Ma Malerba è vecchia e odiosa: affarista spudorata, paga gli insegnanti diecimila lire l’ora, nessuna copertura per malattia o altro. Si lancia ipocritamente in strenue difese della sua scuola che è pensata, dice lei, per i ragazzi: sembra un bar in piazza, le sue strategie educative sono quelle di un commerciante, per cui il cliente ha sempre ragione; ma ciò non solo costituisce un dettaglio insignificante: la miseria intellettuale, la cialtronaggine sono assunte, anzi, a vessillo di distinzione. E’ evidente che la critica esorbita il personaggino ributtante che è Malerba: in modo profetico (dantescamente profetico: i fatti sono narrati dall’auctor nel 2004 e collocati nel 1996 in cui l’auctor era forse quell’agens) si ritrovano annunciate evoluzioni (piuttosto: involuzioni) del sistema socio-politico italiano che nel 2010-11 hanno ricevuto ulteriori conferme al ribasso. La pervicace fissazione dell’imprenditrice scolastica a voler interpretare Il Principe di Machiavelli riducendolo in pillole scontatissime da distribuire ai suoi clienti (pardon: studenti) è una strizzatina d’occhio eloquente a proposito della sovrapponibilità di Malerba al Presidente delle tre I.
Si percepisce di dantesco un evidente richiamo all’inferno, come anticipato. Livio Viola è però uno che la diritta via non l’ha mai smarrita, dal momento che nulla ha sin lì fatto per starci almeno un po’ o per cercarla. La sua dimensione è quella, più propriamente, dell’antinferno: pur non essendo un vero pusillanime, è attratto da idoli plurimi e disparati. Le donne, il cinema, scrivere: per ciascuno di questi nutre un’ammirazione soverchia, ma per nessuno è disposto a rinunciare alla quiete insofferente del suo vivere. Fantastica incessantemente su battute folgoranti di non si sa però quale film: non lo sa neanche lui; ne ha collezionate circa una dozzina e con quel’abbozzo (aborto) si reca a colloquio con un possibile produttore. Al solito straparla (il passo è esilarante e imbarazzante insieme), non ascolta, mentre il suo interlocutore cerca di dirgli che lui non è quello che Livio crede, il produttore, ma il fratello gemello. Il pensiero corre a Kafka, al Castello: il colloquio tanto agognato qui si risolve in un nulla di fatto perché l’agrimensore K. si addormenta, lì si ribalta nel suo contrario. Livio fallisce perché ha sbagliato persona (come Zeno sbaglia funerale): è lui a parlare a ruota libera, dicendo peraltro un mucchio di sciocchezze, il presunto produttore, al contrario, tace. Un Kafka degradato, senza metafisica, carnevalizzato, reso grottesco.
Livio è un condensato contemporaneo (si vorrebbe poter dire post-moderno: ma si sbaglierebbe strada) di spezzoni di vite di illustri personaggi del Novecento, ma anche ben più lontani. Ha la stoffa del picaro: un picaro dei nostri giorni, che si muove in spazi angusti e soffocanti, per lo più, ma con la stessa leggerezza di chi non ha che velleità, non ha attese e deve sbarcare dannatamente il lunario. Un picaro rinnovato nella curiositas e nell’energia vitalistica da quell’Augie March di Saul Bellow, ma anche un Portnoy (citato, tra l’altro, in un dialogo del romanzo) scontento, ipercritico, idiosincratico, erotomane che vuole e disvuole essere normale.

Il libro di Michele Lupo è passato ingiustamente quasi inosservato. Non conosco le vicende editoriali, se l’autore lo ha presentato a case editrici più grandi prima della piccola Besa, per certo, anche il solo godimento del testo avrebbe dovuto garantirgli una circolazione molto maggiore e meritatissima.
La lingua impiegata dall’autore, riconfermatasi di recente nella raccolta di racconti I fuoriusciti, Stilo, 2010, è proteiforme. Sanguigna, elettrica, sfacciata, colta, espressionistica. Poetica. La lingua ora di un saltimbanco dell’anima, ora di un virtuoso, ora di un consapevole/inconsapevole nipotino dei nipotini di Gadda: ma non di quelli della seconda generazione, dei cannibali, per intenderci, da cui si ribadisce, anzi, una distanza abissale. Un autore che può stare accanto, con gli opportuni adattamenti epocali, come a parenti più prossimi, a Manganelli, a Ceresa, a Ceronetti, ad Arbasino: nei confronti di quest’ultimo si avverte nel libro una sotterranea ammirazione per l’intelligenza acuta, il gusto dissacratorio, la parola colta. Una lingua stratificata, densa, capace di associazioni inusitate e precise, che il lettore consapevole riconosce come irrinunciabili, felicissime, perfette per la cosa rappresentata e per lui, per il suo godimento. In questo senso è possibile invocare, con cautela, la definizione di barocca anche per la lingua di Lupo, perché barocco è il mondo. Lingua e struttura narrativa si soccorrono vicendevolmente: su entrambe vige come un velo una nonchalance, una sprezzatura, una specie di flânerie, che abbandona il campo della fabula, come attratta da un’altra vicenda o il campo di un dato registro, per sondarne un altro. Ma tout se tient: in un modo che i racconti de I fuorisciti hanno confermato, questa apparente distrazione, quest’avidità di sguardo, pari solo alle diverse avidità dei suoi personaggi, è ricondotta ad un ordine: le vicende sono strettamente tenute in pugno, non vengono aperti ingenui rivoli e rivoletti che dilagano, ma canali ingegneristici che conducono le acque del racconto, tra salti, deviazioni, chiuse, ritorni, ad un unico grande fiume.
Certo coraggio intellettuale può non essere piaciuto a chi si aggira nei corridoi, o nei meandri, delle majors. Lo sguardo beffardo, chirurgico, acido con cui Lupo indaga e mai assolve il mondo circostante, di chi sta di sghimbescio alle cose, non paga. Dopo aver cannibalizzato il mondo, e dunque digerito, è ora di estrometterlo sottoforma di cacatine esistenziali: non troppo puzzolenti, per favore. Da circa un decennio, con rare eccezioni, il panorama letterario sforna dei piagnistei irricevibili. Senza contare la letteratura di consumo, ché di quella non fa conto parlare, che grandi case tranquillamente mettono in circolo, ove si narra di amori sotto terra o sopra il cielo e di colpi di spazzola, per palati deboli che non sapranno mai cosa sia un vero libertino dei nostri giorni. (Lucia Tosi)

Michele Lupo, L’onda sulla pellicola
Lecce, Editrice Besa, “Lune nuove”, 2004

     E poi fu il giorno dell’esordio in classe al Sacro Cuore.
Livio vi era arrivato in quel vago stato di ebbrezza che può talvolta governare la mente di chi ha passato una notte senza dormire. Aveva fatto le quattro del mattino con un paio di ragazzi del serale. Come al solito, col pretesto del decadentismo si era poi finiti col cinema e la vita privata di ognuno. Il resto del tempo, fino alle sette e mezza, quando uscì di casa, lo passò contemplandoli mentre dormivano sdraiati sul divano per immaginare quello che di loro non gli avevano detto e poteva aggiungere lui anche inventando ma senza per questo falsificarne la storia, a partire dalla cadenza dei loro silenzi. Li cronometrava, perché una fantasia senza rigore è più un errore di percezione che un lampo di poesia.
– ‘Giornooo – disse, e si alzarono tutte in piedi. Dalle ampie vetrate precipitavano valanghe di luce. – Sedute, sedute, non sono il papa – sorrise, del tutto dimentico di quelle manifestazioni museali con cui gli studenti rendevano omaggio all’ autorità degli insegnanti. Dio, tutte femmine erano. Si guardarono fra loro e alcune ricambiarono il sorriso, forse solo per educazione. Livio si sedette. Poche quelle carine. Dando un’ occhiata sommaria all’aula restò stecchito da una cotenna di iena, con testa, stesa su una parete, “ricordo di un viaggio in Africa di suor Argìa”, dissero le ragazze. Non riuscì a tenersi e domandò se lo trovavano ‘carino’. Boh, non ci avevano mai pensato, era sempre stato lì.
In fondo, che cosa si aspettava? Non c’era nessuno cui avesse avuto il coraggio di dirglielo, che era andato a lavorare dalle suore. Solo con Fausto evitò di nasconderlo. Di Fausto non doveva vergognarsi. Non poteva che chiamarsi così, uno che dopo secoli amava e scopava sua moglie. Carla faceva la bibliotecaria ed era proprietaria di una casa regalatale dal padre (che si era messo l’animo in pace, e anzi, riguardo alla figlia, aveva preso a considerare Fausto un fattore di stabilità). E curava bibliografie per riviste femministe. Con quattro milioni al mese e un’ abitazione propria campavano con approssimativa decenza. Fausto era fortunato perché Carla ancora glielo faceva drizzare. E senza particolari accorgimenti tecnici, ci teneva a dirlo, fruste, guêpière o chiodi infilati nelle orecchie.  Livio gli doveva tre milioni e mezzo da due anni. A proposito del Sacro Cuore, la sera prima Fausto gli aveva raccomandato di non fare stronzate. Fausto gli andava sul cazzo certe volte. Inutile adesso domandarsi che ci faceva lì – Giulia a parte.
Iniziò a muoversi fra i banchi piluccando nomi cognomi e informazioni sullo stato delle cose, programma autori letture, insomma una rapida ricognizione a ritroso su quanto svolto dall’insegnante andata in maternità.
– Professore, non abbiamo fatto la preghiera! – lo interruppe una ragazza da un banco vicino alla finestra. E lui che aveva sempre pensato che fossero gli alunni più recalcitranti a mettersi vicino alle finestre.
– Come? Perché voi… Be’, sì, certo, la preghiera.
– Prima di iniziare.
– Capisco. Tutte le mattine?
– Tutte le mattine – dissero in coro. – Ordini di Suor Argìa.
– Le regole sono regole – disse lui.
– Mica valgono a seconda.
– Appunto. E… che preghiera pensate di…
– Faccia lei.
– Fa…ccio io?… – balbettò, mentre cercava di prendere l’aria più seria possibile e pensò Krishna non me ne ricordo una… L’ Ave Maria, come faceva l’Ave Maria… Sua madre da bambino… No, quello era il Padre Nostro, forse qualche frammento del Padre Nostro, forse quello riusciva a metterlo insieme… Si vergognò come un cane. Di sé con se stesso.
– Il padre nostro, prof?
– Sì sì, va benissimo. Il padre nostro è perfetto, – disse così, è perfetto. Stava ancora come in trance e loro avevano già fatto il segno della croce. Tracciò una specie di veronica velocissima fra petto e fronte che la sua faccia cadaverica alla bisogna sperava rendesse credibile. Una ragazza al primo banco principiò a recitare ad alta voce e le altre seguirono appresso… Che sei nei cieli, e anche lui, dietro la cattedra, santificato il tuo nome, muoveva le labbra attento a non cacciarsi subito nei guai, e poi… come in cielo così in terra, ricordato al punto giusto, e fece sentire anche la sua, di voce, dacci oggi il nostro pane quotidiano, sì certo, è carina questa qui, come ha detto che si chiama, Laura? hai dei bei capelli, lo sai Laura, lo sai?… e non ci indurre in tentazione… e uno sguardo anche un po’ maliziosetto… dal male.
Amen.

***

     – E il film?
Una parola. Scene, personaggi, dialoghi. Come no. Magari inquadrature, campi, esterni. Perché non essendo propriamente niente, Livio avrebbe voluto essere tutto. Fare tutto – anche perché era difficile che qualcun altro volesse stare dietro al suo nulla. Storia, regia, interpretazione. Cala cala, piccolo. Non sai distinguere un teleobiettivo da uno sturalavandino. Perché, Pasolini sapeva il cinema? No, che non lo sapeva. All’inizio, almeno. Fellini dice peste e corna. Però ci aveva l’occhio, lui. E tu, tu ce l’hai l’occhio? Io, io ci ho la testa un po’ confusa. Giulia in primo piano e il figlio sullo sfondo. Che non schioda, cazzo. Non schioda.
Nonostante Livio sapesse (e molto bene: perché se era fortunato con le donne era solo per l’irresistibile ma fortuito rapporto di forme che si creava fra il taglio dei suoi occhi a mandorla e il volo insolente del suo labbro superiore: nella versione dell’ infermiera professionale Roberta Tisbrino quello che piaceva in lui era una specie di espressione perennemente schifata), nonostante dunque fosse chiaro che nella seduzione di uno sguardo o di una fisionomia non si acquattasse altro che quell’anomalia della natura per cui esso è avulso da tesori nascosti più di quanto ne componga la cifra, fu con Giulia che cominciò a guardarsi con gli occhi di un altro: gli sembrò che non potendo sperare in quelli risolutivi di dio, fossero gli unici possibili. Ora, a parte lo specchio delle sue brame che erano diventate le sue di lui e il sentore sinistro di una sfiga ogni qualvolta si frantumava, quegli occhi facevano un male cane. Come fossero piombati nell’incavatura delle sue ubbie (quelle sugli altri che lo amano lo soffocano e pretendono non si sa che, e sono il suo vero scacco, ciò che sospetta ha mancato da sempre). Come se le avessero sollecitate a uno sguardo continuo, intollerabile. Con Giulia si trovava di fronte a un’impasse: disintegrare la tirannia dell’io e consentire agli altri di essere ciò che erano significava subire quella di chi pretendeva che lui non fosse quello che era sempre stato: in nome dell’amore! Anche se sapeva che stava perdendo la testa per lei, che l’aveva già persa, non voleva diventare il suo fidanzato. Non voleva diventare il fidanzato di nessuno. Una sera si sparò tre seghe una dietro l’altra, così da svuotarsi di qualsiasi desiderio, soprattutto di quello di diventare il fidanzato di Giulia Armena. Quella volta funzionò, dormì a lungo. Ne aveva bisogno. Perché gli aveva messo una strana inquietudine addosso, quella donna. Giulia fu la prima e l’unica a intaccare la plausibilità dei suoi soliloqui, quel modo di parlare di chi sta sempre sul palco e fa della lingua un esercizio estetico, più che altro. Gli sottraeva terreno, lo scaraventava in un niente che lui rischiava di riempire con quel senso di colpa che permette poi agli altri di condannarci. Lo spaventava quella sua capacità di leggergli dentro pensieri o stati d’animo e di smontargli il giocattolo delle invenzioni piazzate a casaccio giorno per giorno e poi erette a sistema di tanto in tanto solo per darsi un tono che non fosse quello del monaco metropolitano che poi si fa cogliere giocoforza nella castagna del più scontato edonismo. Un maligno dio interstellare aveva inviato quella donna sulla terra per fargli toc toc sul petto e sentirne l’eco del vuoto; del nulla. Era questo l’amore, una mazzata.
– Però hai una faccia! – disse Fausto prima di andarsene. – Sembra la mappa di uno scontro, di una battaglia.
– Buonanotte.
Andiamo! era un attore, lui! Un autore, Krishna. Tirati su! Aveva appena rubato in una libreria il manuale di Reisz e Millar, La tecnica del montaggio cinematografico (stava buttato per terra, aspettava solo che qualcuno lo portasse via). E allora impara qualcosa, Krishna. Lavora.
Sì…
 Certo…
Lavora…
Gli piaceva troppo la sua fica, ecco il punto. Ne sentiva la rimembranza odorosa così a lungo che poi, all’inizio, si lasciò incantare anche dalle sue parole, come se piovessero da un pulpito celestiale, anche se non scevre di qual ispido tedio in quell’esposizione accentratrice del dolore che rende certe persone affascinanti perché insopportabili.  Non l’avrebbe mai sospettata in lui la scia di algolagnìa che gli solcò le vene di quell inverno troppo lungo – non sospettava che ne avrebbe sentito la necessità. Il sublime della passione sembrava destinato a impregnarsi dell’ uggia della compunzione. Constatava come un giorno o l’altro qualcosa potesse fottere il disincanto degli scettici più incalliti, o faciloni, un colpo secco che incrinava il piano d’appoggio di chi si era ormai parato il culo da ogni sorpresa sprangando la vita con il nichilismo blindato dell’indifferenza postmoderna. Certo, non ignorava il fatto che buttarla sull’epocale è la frescaccia disonesta con cui le persone colte si levano dall’impaccio di rispondere in prima persona delle loro azioni per di più facendo anche bella figura in società – ma non disdegnava un po’ di routine, ogni tanto: una débâcle intermittente da insonnia, qualcosa come una viltà del corpo, quella sfinitezza che rende un esemplare umano peggiore di come potrebbe essere. O anche questo era un esito dell’amore?

***

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20 pensieri su “L’onda sulla pellicola”

  1. Trovarsi a casa in una recensione
    e, insieme, intraprendere il viaggio-sfida
    alla “conferma al ribasso” dei tempi.
    Lo sguardo indietro è squarcio sul presente,
    vario declina l’idioma il complesso.

  2. Una gran bella lettura, quella di Lucy, che oltretutto lascia tra le righe precise riflessioni sui rapporti “scrittura-editoria” che andrebbero approfondite.

    fm

  3. Grazie a te, Michele.
    Aspetto di avere il libro e di leggerlo (come anche “I fuoriusciti”) , ma tutto quello che di tuo ho letto in rete finora mi conferma nel giudizio che Lucia esprime convintamente nei tuoi confronti.

    Felice di averti qui.

    fm

  4. molto bella questa presentazione di Lucia Tosi, che non elude la domanda “che ne facciamo di un altro inetto?”, anzi la precorre e la percorre,
    come testimoniato inoltre da Livio

    “Livio va tuttavia avanti. E’ un precario, poi un licenziato, uno che, in quanto tale, fa bene al rafforzamento della specie. Non un timore, non un tremore per il futuro. Perché semplicemente il futuro non c’è, almeno per lui. La sua precarietà è perdente e resiliente allo stesso tempo”

    Se tieni poi conto che rafforzamento della specie, in un lapsus di lettura l’ho letto come raffazzonamento della specie :)

    Interessata anche a quellr “riflessioni sui rapporti “scrittura-editoria” delle quali dice Francesco.

    mi si rinnova l’interesse suscitato dalla tua analisi su “i Fuoriusciti” letta tempo fa

    Grazie a tutti, perciò
    ciao!

  5. Magnifica recensione, Lucy! Fai venire voglia di correre a leggere il libro, cosa che spero di fare quanto prima. Grazie a te e a Francesco, e complimenti a Michele.

  6. grazie a tutti gli intervenuti, grazie a francesco per tutto questo spazio dedicato ad una recensione tale solo di nome: il maestro delle recensioni è proprio michele: brevi e intense! ma il romanzo di lupo meriterebbe addirittura ulteriori approfondimenti, che una presentazione di 3000 battute non avrebbe mai potuto rendere. sono sicura che con la lettura troverete le ragioni della ricchezza e della bellezza che ci ho visto.

    lu

  7. Lucy, mi raccomando, continua a scrivere le tue “non-recensioni”, sono le mie preferite :)

    Per quanto riguarda le “ragioni” di cui parli a proposito della scrittura di Michele, credo di averle intraviste anch’io già nel poco di lui che ho fin qui letto.

    Ciao, grazie.

    fm

  8. Le nonrecensioni di Lucia sono utilissime per incuriosire il lettore. Per il fatto che amo la sua scrittura, e poi per quanto ne presenta di quella di Michele, mi propongo di leggerlo al più presto.
    “buttarla sull’epocale è la frescaccia disonesta con cui le persone colte si levano dall’impaccio di rispondere in prima persona delle loro azioni ”
    Estrapolo, affascinata.
    Cari saluti a tutti
    uno speciale a Francesco.
    cb

  9. che bello, cristina: hai letto! mi sento un po’ in colpa per i tuoi occhi belli, ma sono sicura che il tuo cuore ci ha guadagnato. hai colto quella “sententia” di lupo: ci si potrebbe fare una bella riflessione, che dico: un simposio di studi tipo “la responsabilità dei colti di fronte alla miseria dei tempi”, a fare il paio con la riflessione sul rapporto “scrittura-editoria” come evidenziato da francesco, che poi sono due aspetti correlati. se ne vedrebbero delle belle, anzi no: delle brutte.
    grazie a te, e di nuovo a francesco.

  10. Ho letto il libro di Michele Lupo a suo tempo, mi fece un grande effetto la felicità della scrittura e la brillantezza stilistica di ogni frase. Ricordo anche certe trovate geniali nei dialoghi, per non parlare del racconto puntuale del mondo scolastico nell’ambito delle private, degli esamifici. Forse l’insistenza sul motivo erotico è eccessiva ma penso sia un grande libro, meno male che ora insieme ai racconti Fuoriusciti da poco in libreria qualcuno se ne accorge. Grazie a Tosi

  11. il giudizio di paolo mi pare calzante assai, compreso quello sul motivo erotico, che a me, cresciuta in buona parte dalle suore (è per quello che sono pestifera), per un certo tratto ha creato qualche imbarazzo! però poi ho realizzato che c’era una disperazione nel fondo, vitalismo e disperazione che andavano a braccetto, e un certo coraggio a riportare le paturnie intellettuali alla carne, ad un certo sguardo maschile che ho scoperto vivendo che è e resta diverso da quello femminile. il coraggio di realizzare un personaggio quasi “assatanato” che non fosse il solito fascistello: ovvero l’ardire di dichiarare che a letto l’int-el-letto c’entra poco. meglio che chiudo, che è l’8 marzo e ‘sta festa “alla” donna già mi sta facendo un po’ girare…

    pasquale vitagliano: grazie! è un onore.

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