Segmenti Quattro

Antonio Scavone

Ho superato la paura della morte quando ho capito che morendo non lascerò niente di me. C’è chi lascia soldi, case, polizze sulla vita, oppure un’eredità spirituale o un ricordo. Per me non è così: né memoria né conforto, né sollievo né opportunità, questo lascerò. Sono arrivato a questa determinazione serenamente e non per quei presagi oscuri che affliggono la vita di chi deve prendere una decisione, trovare una soluzione o avere la forza di far dissolvere amarezze e delusioni.
     Non devo prendere nessuna decisione perché è già stato tutto deciso per quanto riguarda la mia vita e non devo trovare uno sbocco positivo perché non ho altre aspettative se non quelle di vivere come viene: per le amarezze e le delusioni ho già chiuso da tempo il capitolo.
     Questo pensiero è spuntato come un fungo tra le riflessioni lente e ordinate che accompagnano un mestiere solitario com’è quello del sarto. Il taglio, l’imbastitura, il cucito occupano tutto il tempo che ci vuole per confezionare un abito, restringere pantaloni, rammendare uno strappo e anche se la radio è accesa quieta sulle notizie dal mondo o il silenzio di Vico Cinquesanti è uguale a quello della bottega, si lavora senza pensare e non si ha voglia di tornare con la mente agli interminabili giri a vuoto che desideri incoraggiati e poi contraddetti da flebili speranze compiono all’infinito, per infossarti senza scampo in una sciatta malinconia. E quando invece si apre una luce nei pensieri, tutto il buio che ti aveva bloccato fino a quel momento è già scomparso, come se non l’avessi mai sofferto e il sangue riprende a scorrere velocemente per tutto il corpo spazzando via ombre, dubbi, fantasmi e alla fine ti ritrovi con una sensazione di completezza e di appagamento che non ti ha completato e appagato per niente ma ti ha liberato la coscienza con un tocco fluido e scorrevole, come quando il ferro da stiro è ben caldo e scivola leggero sulla stoffa che si spiana senza pieghe al suo passaggio.
     Ho acceso una sigaretta, ho interrotto l’aggiusto ai pantaloni di velluto di Giacomo il vetraio e ho guardato il fumo della sigaretta che saliva placido in volute flessuose per stemperarsi e poi incanalarsi in un filo sottile, diritto, come lo stelo di un fiore. Come fa il fumo, che è nulla, a dare di sé un’immagine così accattivante, quasi dovesse stupire per l’incontro casuale di aria e pulviscolo, di qualcosa che brucia e di qualcosa che si materializza?
     Anche il mio pensiero si è agitato dal nulla e non so perché: forse questa specie di illuminazione doveva presentarsi così: improvvisa, limpida, essenziale. Oppure perché i lavori per le condutture del gas sono stati interrotti e abbiamo tutti riassaporato quella quiete che negli ultimi giorni ci era mancata, sopraffatta dai martelli pneumatici, dalla posa in opera dei tubi, dai colpi ossessivi e monotoni degli scalpellini che rimodellavano i basoli di pietra lavica. Ora è tutto fermo nel Vico Cinquesanti perché, accidentalmente, sono stati scoperti altri resti di un teatro romano, il teatro di Nerone, quello che scende giù per l’Anticaglia da Largo Regina Coeli, gira tutt’intorno, abbraccia la parte alta del quartiere per congiungersi con le chiese di Piazza San Gaetano, che doveva essere secondo gli esperti l’acropoli greca.
     C’è stato infatti un viavai di studiosi di arte e architettura: dapprima i tecnici e gli operai del gas con il chiasso che hanno prodotto le ruspe quando squarciavano la strada come una scatoletta di tonno, poi i professori dei musei che chiedevano a noi delle poche botteghe rimaste nel vicolo – il vetraio, il rilegatore, il falegname – se avessimo mai sentito notizie o racconti del teatro romano che giaceva sotto i nostri piedi. No, nessuno di noi aveva mai avuto questo tipo di informazioni, né si sarebbe sognato di cercarle, sebbene poi, per una questione di familiarità con i luoghi della nostra vita e del nostro lavoro, sapevamo di stare in cima a una città sepolta, ricca di storia e di civiltà ma troppo lontana e antica per destare il nostro interesse.
     Doveva essere grande, però, questo che chiamano il teatro di Nerone: ampio, spazioso, come quello di Pompei che mi fece scoprire mio figlio Patrizio quando gli regalarono due biglietti-omaggio per un concerto all’aperto di un tenore famoso, sei anni fa, o forse più. Ovviamente, di questo teatro di Nerone ritroveranno le scalinate della platea, il recinto delle mura, i varchi d’ingresso ma non potranno far emergere l’intera struttura giacché, per farlo, dovrebbero seppellire la nostra di struttura, la nostra platea di artigiani, le mura dei nostri palazzi, gli accessi alle nostre botteghe.  Dovrebbero farci evacuare, o “delocalizzarci” come dicono loro, cioè farci sparire dalla cronaca e dalla storia, dall’ambiente di vita e dalla vita stessa.
     “Resti inglobati”, così li hanno definiti: saranno cioè lasciati lì dove giacevano da secoli e per altri secoli ne indicheranno il sito archeologico da considerare eccezionale ma impenetrabile perché compreso e compresso nelle varie città che sono state costruite l’una sull’altra nel tempo.
     Spengo la sigaretta e mi guardo intorno, nel solito giro di perlustrazione che compio ogni giorno all’interno del laboratorio: il piccolo armadio dove conservo gli abiti da finire, qualche matassa di stoffa sfogliata sulla cimasa come l’invito di un lenzuolo, la vetrinetta di stampe della Marzotto e della Ermenegildo Zegna, i portaritratti con le fotografie, la squadra di legno appesa a un chiodo, il prezzario della manodopera, un diploma di merito della Confartigianato con un ritaglio di giornale che vent’anni fa parlava dell’apprezzata sartoria di “Crescenzo Aiello & Figlio”, il tavolo da lavoro, le forbici, gli aghi, i rocchetti del cotone, il gesso, il posacenere, la sigaretta spenta e poi io, il figlio di Crescenzo Aiello.
     Di sarti nel quartiere, che abbiano la bottega sulla strada, ne saremo rimasti tre o quattro: ce n’è uno giù per il decumano superiore, a Santa Sofia; un altro in Via Settembrini ma nell’androne di un palazzo e gli ultimi due si trovano in un fondaco di Vico San Paolo e qui, al Vico Cinquesanti. Ci sono altri sarti ma lavorano per i negozi di abbigliamento oppure nei palazzi di Via Duomo, dove hanno casa e bottega e ci sono sarte sparse un po’ dovunque: vecchie pantalonaie che cuciono solo per signore attempate e dalla taglia forte o sarte di scena che hanno abbandonato il teatro e si dedicano ai costumi di carnevale, ad abiti eccentrici, modificati e ricopiati dai modelli dei grandi nomi della moda.
     I pensieri definitivi ti vengono, si dice, quando non hai nulla da fare: forse è vero ma è vero che un po’ tutti noi – Giacomo il vetraio, Umberto il rilegatore, Emanuele il falegname – abbiamo le botteghe quasi sempre vuote e quando il lavoro scarseggia sono scarsi anche i pensieri. Pensieri che, poi, trovano la strada da soli per lusingare o sorprendere, scuotere o addolcire. Pensieri che, in fondo, sono come i reperti del teatro di Nerone: pensieri inglobati che emergono, si manifestano ma non chiedono di essere ulteriormente scandagliati o scoperti, o rivalutati. C’è già tutto, non c’è bisogno d’altro: ecco perché l’ho accolta con tranquillità e distacco l’idea di non lasciare nulla, di non avere nulla che valga la pena di essere lasciato.
     Umberto dice che sono diventato pessimista, anzi addirittura negativo da quando sono rimasto vedovo ed è strano sentirlo dire da un uomo abbandonato dalla moglie dopo due mesi dal matrimonio: “Lucia era una donna ambiziosa, voleva il lusso e non aveva capito che le avrei potuto assicurare solo una vita modesta”, così si giustifica senza rancore Umberto.
     Chi invece non si giustifica e passa da una donna all’altra è Giacomo: quando incassa si dà alla pazza gioia, quando deve stringere la cinghia tiene chiusa anche la zip dei pantaloni. Ci si attacca a tutto, pur di non farsi ingabbiare dalla noia, ma si lascia perdere ogni cosa: si vive sistemando e riordinando le proprie botteghe per le improbabili visite di clienti, ci si affaccia sul vicolo per guardare la gente che passa, scansare un motorino, salutare le vicine di casa che stendono i panni o che tornano dalla spesa, accorgersi che niente succede e tutto si consuma al di là degli orari, degli appuntamenti, delle commissioni da svolgere. Sono giorni infiniti quelli che passiamo nel nostro vicolo: molti sguardi, poche parole, qualche risata e quando si chiudono le botteghe si avrebbe voglia di non tornare a casa perché la vediamo poco casa nostra, la usiamo per cenare e guardare la televisione, cercare di dormire e addormentarsi verso le due di notte, dopo molte sigarette e tanta voglia di aspettare l’indomani.
     – Li hai finiti i miei pantaloni?
     – Non ancora, Giacomo.
     – Non ne hai voglia?
     – Mi è mancato il filo, devo andare a comprarlo.
     Un sarto senza filo non esiste, sarebbe come un pittore senza pennelli, un tenore senza voce o il teatro di Nerone senza Nerone. Ma devo comprarlo sul serio, il filo: qualche anno fa mi sarei biasimato per una mancanza di questo genere, mi sarei giudicato inconcludente, mi sarei sentito perduto ma ora no. Ci sarà senz’altro, da qualche parte, un rocchetto del filo che mi serve ma perché cercarlo? Prima o poi sbucherà fuori, si presenterà da solo come in un prodigio, e tuttavia uscire dalla bottega e comprarne dell’altro non può farmi che bene.
     Chiedo a Giacomo di dare un occhio al laboratorio e lui mi risponde con un’alzata di spalle, deridendo la mia decisione: “Non sbagliare colore” aggiunge, per completare e rendere l’idea che da un po’ di tempo si sta facendo di me, che sono in realtà un po’ svanito e distratto. Gli dico che non sbaglierò il colore del filo e scendo giù a Piazza San Gaetano, tra fiumane di turisti che fanno fotografie un po’ a tutto, sfaccendati ai tavolini dei bar che parlano di affari e controversie, garzoni di farmacia che affiggono i foglietti dei turni di apertura.
     L’aria è tersa, il cielo è azzurro, il clima è gradevole: mio figlio Patrizio ha sempre sostenuto che non lascerò mai Vico Cinquesanti e non solo perché ci sono nato o ci lavoro, ma perché in nessun altro posto mi sentirei a mio agio.  Devo dire che anche questa è diventata col tempo una scusa, un debole pretesto: si perdono i riferimenti giusti, questa è la verità, quelli che ti fanno credere di avere radici, di continuare a crescere su una radice fragile e si perdono anche le motivazioni, le spinte, le finalità che dovrebbero ancora sostenerti. Non cadi, non precipiti ma non sai cosa e perché dovrebbe risollevarti: si vive come nel teatro di Nerone, per uno spettacolo magnifico ma con la platea vuota, con un pubblico assente, attirato da altri piaceri.
     Mi rovisto casualmente nelle tasche e trovo un rocchetto di filo: l’avevo già comprato, ci avevo già pensato ed è del colore che mi serve. Dovrei tornare in bottega e riprendere il lavoro per Giacomo e invece mi fermo a guardare la piazza, le basiliche di San Paolo e di San Lorenzo, la torre che troneggia su San Gregorio Armeno, l’edicola, i bar e le pizzerie che sono spuntate dalla sera alla mattina, il tabaccaio, il panettiere, le botteghe dei pescivendoli incuneate tra i portici di Via Tribunali… Siamo tutti qui, avanti e indietro, fermi o in cammino e occupiamo di volta in volta un posto, un cantone, un angolo come se dovessimo assistere ad eventi spettacolari e non ci accorgiamo di essere noi stessi gli eventi e di spettacolare c’è solo la consuetudine di giornate come questa. Mi sembra di sentirlo, Patrizio: “Lo vedi? Tu vivi un’altra epoca, in un altro tempo. Tu ti sei fermato, papà…”. Sì, può essere, mi sono fermato ma un po’ tutti ci siamo fermati e non sappiamo quale dovrebbe essere l’epoca dei nostri tempi, dei tempi di oggi. Chissà se si ponevano le stesse domande gli spettatori del teatro di Nerone…
     Giacomo mi viene incontro, mi guarda con un sorriso beffardo: si appresta a canzonarmi, anzi dice che sono io a “portarlo in canzone”, cioè a deluderlo e fargli perdere tempo. “No, Giacomo, ecco la spagnoletta!” e gli mostro il rocchetto di filo che avevo in tasca. Giacomo scuote bonariamente la testa e mi invita a prendere un caffè nel locale che una volta era il negozio di tessuti di Basile. Anche questa era un’altra epoca, penso, ma che per ricordarla devi sforzarti e inevitabilmente ti confondi, anzi, a vederlo com’è oggi questo bar, con il bancone rosso, gli specchi, la cassiera in divisa, ti sembra che sia stato sempre così. No, il tempo è sempre lo stesso, non passa, si condensa, si racchiude in se stesso e non fa altro che riproporre l’idea che ce ne facciamo: una continuità inafferrabile e sospesa.
     Torniamo nel vicolo, alle nostre botteghe e troviamo Umberto che sta fumando sull’uscio della sua legatoria, più in là Emanuele il falegname prende accordi con un cliente per rinforzare un armadio.
     – Maestro, allora: questi pantaloni?
     – Eccoli, sono pronti.
     E sono davvero pronti i pantaloni e Giacomo è davvero e allegramente sorpreso: mi chiede quando li avrei aggiustati se sono stato l’intera mattinata a guardare il fumo della sigaretta che saliva placido tra un pensiero e un altro. Non ricordo quando ho terminato o quando ho cominciato questo lavoro per Giacomo: sarà stato ieri o stanotte o all’alba quando sono venuto in bottega per sistemare un po’ di roba, togliere un po’ di polvere, fare un po’ di spazio.  Erano le sei stamattina quando ho aperto il laboratorio e ho guardato la roba, la polvere e lo spazio da riordinare ma ho lasciato che tutto restasse come l’avevo trovato, come lo trovo puntualmente da due mesi a questa parte. Mi sono seduto al mio posto e dovevo sembrare un pastore dei presepi di San Gregorio, una statuina colorata e dal gesto allusivo del sarto che lavora, con una gamba accavallata sull’altra, l’ago in una mano e il filo che pende dalla cruna.
     Entrano in bottega Umberto e poi Emanuele, scambiano occhiate con Giacomo e poi Umberto mi domanda se tutto è a posto. “Certo – dico – tutto è a posto”. “Hai mangiato?” mi chiede Emanuele e gli rispondo con fastidio: “Che c’entra se ho mangiato?!”. Emanuele non replica, spiazzato dal mio fervore che continua con “Tu hai preso le misure dell’armadio?!” e lui dice di sì, per non contraddirmi. E alla fine sono io che li affronto con ruvidezza: “Ma che avete?”.
     Si guardano e mi guardano per farmi capire che sono io, il figlio di Crescenzo Aiello, a dover dire qualcosa, a covare dentro di me e futilmente qualcosa che dovrebbe essere invece confidato, condiviso. Confidare e condividere sono due necessità che non hanno valore quando te le ritrovi solo come ricordi, quando si presentano alla tua coscienza come abitudini del passato e questo i miei amici lo sanno bene ma fanno finta di ignorarlo, per cui evitano di approfondire e, come tutti gli amici fraterni, si preoccupano di farmi stare bene, di distrarmi, di consolarmi con discrezione. E a che serve la discrezione, la riservatezza pietosa, il pudore gentile se l’hai stabilito tu e con indifferenza di restare chiuso e segreto nel tuo silenzio?
     Come se non me le ponessi anch’io quelle calorose sollecitazioni per uscire dalla bottega e andarmene in giro tra i resti inglobati del teatro di Nerone, a scoprire panche di travertino, quelle file di mattoni rossi, sottili e uguali, che delimitano l’anfiteatro sommerso. Forse quei mattoni rossi segnano il perimetro anche del mio laboratorio, passano e si disperdono sotto la soglia dell’uscio e chissà dove vanno a concludere il loro serpeggiante circuito di confine. E tuttavia resto sopra quel confine, risparmiato o escluso, come risparmiato ed escluso non è stato Patrizio, mio figlio soldato, sparito laggiù, in una terra lontana, per una missione di pace, con un ingaggio da ricchi e una fine da poveri.
     Quando lo scongiurai di non offrirsi volontario, che avremmo trovato un altro modo per vivere, mi rispose che quello non era vivere ma solo tirare a campare e non seppi opporgli altre alternative, lasciai che fosse certo della sua decisione, avventata e gloriosa come tutte le illusioni.
     Quando mio padre mi insegnò il mestiere che poi ho fatto per trent’anni mi disse che il sarto doveva essere paziente nell’aspettare i clienti, che il tempo e la solitudine del lavoro erano come i binari del treno, lunghi ma vicini, indispensabili l’uno all’altra. I tempi di Crescenzo Aiello sono stati anche i miei e non saranno quelli di un soldato vittima di un dovere deciso da altri, di una necessità che non è servita a vivere. Anche questo è un momento e anche questo si perderà nel tempo. Un po’ ho parlato e un po’ ho taciuto, era inevitabile.
     Umberto il rilegatore mi dice che quando un libro è finito bisogna chiuderlo, non ti appartiene più perché prima o poi passerà il cliente a ritirarlo e pagherà il conto. Emanuele il falegname mi offre una sigaretta e aspetta fiducioso che io faccia brillare l’accendino ma Giacomo il vetraio blocca la mia mano e con sorriso da ragazzo mi propone di chiudere la bottega e di andarcene tutti in trattoria a Porta San Gennaro.
     – Per oggi non c’è niente da fare. Andiamo?
     Sì, per oggi non c’è niente da fare: a modo nostro siamo esempi di compiutezza, statuine di riserva per altri scenari, anche se di seconda fila. Chiudo la bottega, comprendo quello che i miei amici hanno voluto che capissi e ce ne scendiamo tutti per Vico Cinquesanti, nella quiete di una giornata qualunque, sui resti inglobati di una meraviglia sepolta.

***

6 pensieri riguardo “Segmenti Quattro”

  1. Antonio ho letto di un fiato ma dubito che, per chi non ha dimestichezza con quel topos immaginifico del ventre (puttanesco) di neapolis, possa carpirne la poesia e il colore di situazioni umane e culturali intense e fluttuanti, lì si respira grecia, pensiero greco, cultura greca, umanesimo greco, in luogo in cui la “essenza greca” non è mai venuta meno, forse il limite della tragedia partenopea.. questo sarto e i suoi sodali sembrano provenire dalla acropoli di atene o, meglio, da agorà greca.. scusa ma “mi costringi” a rubarti questo scritto…
    ps: anni fa abitavo a via nilo, tra puttane antiche, ruffiani, artigiani, piccoli commercianti, studenti, professori e umanità varia, ivi compreso un vecchio sacxerdote in quel di san lorenzo perso tra manoscritti e testi da altissimo antiquariato, ma tutti con volti scolpiti dall’essere arcaici..

  2. Pingback: Segmenti Quattro
  3. Caro Roberto, penso che uno dei (moltissimi) pregi di questo racconto sia proprio quello di “restituire” – a tutti – la “poesia di quel topos immaginifico”: un “teatro (in)naturale” dove Antonio mette in scena l’assenza, lasciando affiorare dalle pieghe profonde del nostro essere tutte le voci e i nomi che a quell’assenza vogliamo e sappiamo dare.

    Sul “rubare”, e sul fatto che l’autore “ci costringe” a farlo, sono pienamente d’accordo: penso che con questi quattro “segmenti”, senza per forza richiamare il resto, Antonio ci abbia dato un saggio magistrale di che cos’è “l’arte (dimenticata) del racconto”.

    Grande, grandissima scrittura narrativa.

    fm

  4. Non avere dubbi, Roberto, sulle potenzialità metaforiche e semantiche del topos: saremmo ingenerosi se ci attestassimo su questo circuito chiuso, ti pare? Le storie che abbiamo letto nei romanzi americani o sudamericani sono “talmente” diverse e lontane dalle “nostre”? O quelle dei romanzi ambientati in Piemonte o in Romagna? Certo, tu dirai, ma vuoi mettere la carica incontenibile che il Sud e Napoli soprattutto genera quasi involontariamente?… Ne prendo atto, la rubo perché la rubi tu e la rubi chiunque voglia voglia darsi una risposta di quell’universo imperfetto che è la Neapolis greca, romana, attuale.

    Un abbraccio

    Antonio

    P:S. – Francesco è stato più bravo di me nel dire, ma si sapeva.

  5. amici vi ringrazio molto, avete ben compreso il senso del mio commento sui sensi del narrare per racconti dimenticati.. certo io ho un debole per questo “utero da/di puttana antica” che resta neapolis,,,

  6. Credo che dopo questo quarto “Segmento” l’espressività della scrittura di Scavone non si possa più discutere e muovergli rilievi/riserve .
    E’come la mimica facciale , scopertamente “umana”, laddove pancia e testa esplicitano quell’autenticità che tutti vorremmo avvicinare condividere e promuovere .
    Scavone è la cattiva coscienza di quella pattuglia di scrittorucoli ” alla Tamaro” . Troppo faciile . Ma rende l’idea .

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