Lettere nomadi

Gianluca D’Andrea
Luciano Neri

IL DONO ALTO DELL’APERTURA
Lettere nomadi” di Luciano Neri

“Ma prossima è la morte a una immortale
Vita, chiusa la falsa, apre le porte,
Vita di vita e morte della morte.
Chi gli agi fugge per amar naufragi?
A chi, più del riposo, il viaggio piace
E il lungo errare è più dolce del porto?”

Franco Fortini

 

“ma l’impegno è doppio la fatica è dura il rischio
è alto e nel vissuto vive (e nel vivere vivendo
continua a vivere e a morire) e morendo vive
fa un giro pieno ma senza tempo si fa presente
e con il dono alto di chi ha capito…”

(p. 84)

La nuova raccolta di Luciano Neri, dopo l’esordio visivo in ricognizione di un reale frantumato rappresentato da “dal cuore di Daguerre”, espone la parola poetica ad un tour de force itinerante che, proseguendo sulla scia del libro precedente, trasporta verso la maturazione che una perdita di rotta, ontologica in senso pieno, linguistica in rapporto allo strumento utilizzato, possa condurre ad una inedita definizione del reale stesso.

Le premesse tematiche di tale operazione, sono esplicitate da un denso approfondimento filosofico e da una riflessione costante sul pensiero debole tardonovecentesco e dalla domanda capitale sulla effettiva valenza, vista la scomparsa di paradigmi di riferimento etici, dello strumento verbale all’interno delle mutazioni antropologiche in atto nella contemporaneità.

Nel quadro quasi asfissiante di una quotidianità viziata dalla continua riproducibilità e ripetitività degli eventi, dal luogo-non luogo dei social network, finestre aperte sull’incapacità di contatto e celle di clausura di una vita sociale spinta in direzione di un voyeurismo neutralizzante, al luogo altrettanto asfittico dell’informazione veicolata e per questo trasformata in show di propaganda unidirezionale e inibente qualsiasi dibattito, la lingua poetica tenterebbe di violare, in senso spaesante e in assoluta solitudine, il circolo vizioso della spersonalizzazione attraverso una nuova articolazione della scena relazionale. Alcuni libri significativi in questa direzione sono stati recentemente pubblicati, si pensi a “L’attimo dopo” di Massimo Gezzi o a “Bambino Gesù” di Daniele Mencarelli i quali, con scelte stilistiche diversificate, si affiancano a “Lettere nomadi” nello stabilire nuovi scenari d’azione in cui la poesia riesce a manifestare la sua vitalità e forza di opposizione all’imperante confusione di riferimenti etici e all’annichilimento delle dinamiche di relazione.

Il concetto, o parola chiave, sotto il cui segno queste prove poetiche possono essere accomunate è “apertura”, apertura verso un “altro” che contribuisce a definire l’individuo attraverso l’attivazione di un ascolto dis-tratto nella necessità del viaggio, metafora per una potenzialità di movimento che potrebbe portare all’incontro: “poi venne il moto spostando i corpi / nella brezza e il racconto sulle ossa / galleggianti una presenza oscura, / una parola detta, non detta, l’estremo / dono” (dalla sezione “Ultime notizie”, III, vv. 8-12, p. 12). Ed è la dimensione cinetica, che collegandosi strettamente alla tematica dell’offerta gratuita, del “dono” appunto, ad esibire in tutta la sua valenza la possibilità dell’oscillazione tra partenza e ritorno. Le scelte sintattiche delle prime sezioni manifestano proprio questa tensione oscillatoria in cui i referenti si confondono nella trama dei versi, e soggetti e oggetti si mescolano sulla scena del singolo componimento fino a scomparire rendendo protagonista la stessa scena e quindi il suo movimento: “occhi spostati da sibili / frangivento archi alla foce / delle grotte sul povero / costrutto dei corpi, aria / levitata dalla terra e virtù // di una grazia sconfinata / ma senza gravità la caduta / senza rumore disperso” (“guerra civile”), vv. 11-18, p. 24).

La dispersione, come altro concetto fondante del viaggio, insieme alla possibilità provvisoria dell’orientamento nel contatto, contribuisce a chiarire l’inedita situazione in cui viene a trovarsi la lingua – protagonista del libro, realtà sottesa all’ulteriore metafora del naufrago-viaggiatore, il poeta stesso che metonimicamente è il suo sistema verbale – consistente nel movimento sempre più incalzante e fluttuante tra dispersione e orientamento, appunto. Se viene corso il rischio del salto nel buio del viaggio, questo movimento apre in potenza un campo, uno spazio dalle molteplici possibilità ed evenienze, una nuova costellazione di comunicazioni svincolate dalle identità aprioristicamente definite e perciò refrattarie al dialogo: “lo spazio si nutre più del campo aperto / che al movimento – fugge la chiarezza / benché la memoria sia un sasso” (dalla sezione “Pagine controluce”, p. 28). Ma le stesse potenzialità sono quasi attenuate dal carattere frammentario dei dati raccolti (i testi di “Lettere nomadi”, non dimentichiamolo, sono presentati come schegge di corrispondenza: “uno scarto […] grazie al quale sperare per una destinazione”, p. 97), e forse è proprio questa poetica del “minimo” (lo scarto, il truciolo mi verrebbe da dire), della possibilità nel residuo a trincerare nella speranza, nell’aspirazione assidua, il significato della raccolta. Nel racconto frammentato non sembra essere velata una semplice indecisione tra l’ampio respiro della narrazione in versi e la clausura, comunque vivificante, del sospiro lirico (con tutte le potenzialità che il dialogo lirico può aprire ri-attivando intimamente la dinamica di relazione), piuttosto l’acquisizione di un mestiere che, rimodulando i suoi strumenti, tende a eliminare definitivamente ogni distinzione, ed attivando, anche sul piano stilistico, una possibilità comunicativa tra micro-evento (il singolo componimento) e macro-evento (il viaggio-trama).

L’apertura comunicativa, se si accetta la lettura appena abbozzata di uno stile che tenti un cammino spiazzante all’interno della classificazione dei generi, è il riflesso psicologico di una volontà inoperosa che svuotata dalla necessità della scelta potente diviene scelta della necessità impotente; come dice Agamben: “questa potenza o possibilitazione originaria ha […] costitutivamente la forma di una potenza-di-non, di un’impotenza, in quanto può soltanto a partire da un poter non, da una disattivazione delle singole specifiche possibilità fattizie” (G. Agamben, “L’aperto, l’uomo e l’animale”, Torino 2002, p. 70).

Non potendo fare a meno di disporsi alla sua necessità la lingua appronta il teatro veritiero della sua stessa apertura: la presenza nella concretizzazione della sua assenza sempre falsificabile e per questo modificabile: “scrivendo cambio pelle / rimanendo presente in ogni / momento della vita separabile / in un lampo e lì metto a punto / il necessario per i compagni / destinati al cammino su alture / imprevisti.” (dalla sezione “Sosta ad Exharĭa”, V (“margine per lo scrivente”), vv. 1-7, p. 67). Nella nuova dimensione di necessità impotente all’apertura, la metafora del viaggio acquista e fa acquistare alla poesia nuovi confini e coordinate nella stessa fine della possibilità di orientamento; l’ultima sezione del libro “Fine del ritorno” sembra suggellare, per un attimo breve, una stagione che rimane divaricata sulla propria eternità attraverso le tappe di un cammino mai nato, sull’orlo di un’esistenza che ha da sempre compiuto il passo iniziale in direzione della sua stessa impossibilità, impossibilità, appunto, del ritorno ad un qualsivoglia luogo di partenza: “il confine è quello che non ha nome e dorme in chi lo ha perduto / e vive nell’altro che ha trovato morto appartato e in ogni madre vive / e in ogni uomo secondo distanze lontananze avanti indietro in bagliori / nel bisbiglio di chi si ferma in quell’immagine persa percorrendo pupille / distratte senza carta ma ferisce più lì o se ferisce perdona” (dalla sezione “Fine del ritorno”, III (“a M.”), p. 95.

Sull’espansione del viaggio senza fine di una lingua aperta al suo vagabondaggio, così come sui versi ormai irriconoscibili per dimensioni e sviluppo sintattico, “Lettere nomadi” si chiude, sintomaticamente senza un punto fermo, estendendo a noi lettori l’orizzonte vastissimo e ormai libero della sua instabilità.

(Tratto da Nabanassar del 8 febbraio 2011)

 

 

______________________________

 

Luciano Neri, Lettere nomadi
Postfazione di Tiziano Pacchiarotti
Novi Ligure (AL), puntoacapo Editrice, 2010

 

Testi

 

III

senza timore al disarmato passaggio:
a vederlo il principio di quel giorno
sulle prede ha una forma consumata
al grasso della chiglia, il tempo
un vuoto di bocca, il peso un’ora
incalcolata sul foglio, forse doppia
(di peso e di tempo) nell’acqua.
poi venne il moto spostando i corpi
nella brezza e il racconto sulle ossa
galleggianti, una presenza oscura,
una parola detta, non detta, l’estremo
dono

(p. 12)

 

(nei sotterranei, in circolo)

per rinnovare l’ombra
alla speranza e nell’ombra
un abbraccio forte

diceva che la lingua
ha un corso di tappe
calibrate a caso
e senza direzione certa –

diceva che dirigerla
tra i morti un senso
ha di provocarla
da una riva con un morso –

poi rubava tempo allo spazio
e allo spazio il movimento
di chi gira senza luce
nella mano in un tunnel

(p. 22)

 

(guerra civile)

in un continuo sonagliare
si lavora a un sepolcreto
nel frantumario delle firme
in un reale accomodato
per l’assetata gente… –

un’ombra sopravvenuta
su parole senza ritorno
mescolate ad un viaggio
attraversando parole
confini in quelle vite… –

occhi spostati da sibili
frangivento archi alla foce
delle grotte sul povero
costrutto dei corpi, aria
levitata dalla terra e virtù

di una grazia sconfinata
ma senza gravità la caduta
senza rumore disperso

(p. 23-24)

 

[seconda poesia della sezione “Pagine controluce”]

il vissuto perde la memoria
a contatto con la luce meridiana:
non c’è altra forma né lo stesso
passo uguale che abbia lo stesso
immobile punto

(p. 27)

 

(all’ombra del platano)

usa da anni le stesse parole come corde
separate dalla sua patria e parla dell’amicizia
degli italiani con i tedeschi sull’isola,
lo fa chiudendo gli occhi oppure parlando
a vuoto: per cui la sua memoria viaggia
al passo del suo perdono, un vascello lontano
in quell’arco di tempo senza deposito alcuno,
come se i porti fossero vento e le navi nell’oltranza
di una vita insieme a quei soldati

(p. 45)

 

V
(margine per lo scrivente)

scrivendo cambio pelle
rimanendo presente in ogni
momento della vita separabile
in un lampo e lì metto a punto
il necessario per i compagni
destinati al cammino su alture
imprevisti. ora vengono a dire
che ha buche arrotondate
il cammino da mine inesplose,
pur sembrando un varco stradale
il terreno, passaggio sicuro

(p. 67)

 

[nona poesia della sezione “I”]

Il vaso del presente passato futuro (di una vita) aprirlo quando la sera è lunare]
quando lo schivare mobile della grande folla che si affianca sul porto sul lungomare]
ha dirottato il sonno in alte requie quando la bocca ha consumato il pasto e non aspetta]
che i passi certi sul quotidiano, sul tempo scandito… per cui chi muore ha in serbo]
una parola muta un tavolaccio liscio in modo che lo spiraglio non sia scoperto]
non sia fiaccato non sia irridente a un viso

(p. 79)

 

[terza poesia della sezione “II”]

L’uomo una scrittura che ha vissuto pienamente
può riferirla a un futuro in uno spazio bianco
ma l’impegno è doppio la fatica è dura il rischio
è alto e nel vissuto vive (e nel vivere vivendo
continua a vivere e a morire) e morendo vive
fa un giro pieno ma senza tempo si fa presente
e con il dono alto di chi ha capito come dice A.
nei suoi paesaggi che tiene in vita (a stento)
sebbene morti sepolti senza parole senza pagine

(p. 84)

 

(lettere per lettere)

Ho letto una pagina strappata alla distanza a un sogno senza notte]
e la corrente arriva e la corrente cambia e più leggo più è folgorazione]
ma non proiettile non giro armato per ogni incontro che va vissuto
in un viaggio, senza le armi, come l’incontro atteso… –
ho letto P. e mi rinfranca con una lettera in fondo all’ombra
del desiderio il tempo esiste lo spazio anche e più spazio agisce
più tempo muta come dice A. senza destinazione senza destino

(p. 89)

 

***

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8 pensieri riguardo “Lettere nomadi”

  1. Non ho ancora letto il libro, ma i testi qui presentati avvalorano il tuo giudizio. Concordo anche sulla “recensione”.

    fm

  2. Neppure io ho letto il libro, ma conosco Luciano e la serietà della sua ricerca, e questo “assaggio” è la prova lampante di una ricerca intensa e severa.
    Complimenti.
    m

  3. D’accordo con te, Marco. A me era piaciuto molto anche “Dal cuore di Daguerre”. L’avevo letto senza conoscere nient’altro dell’autore e fidandomi unicamente della “firma” di Mariella Bettarini – un vero marchio di garanzia. Col risultato della scoperta di un poeta di grande spessore.

    fm

  4. “L’uomo una scrittura che ha vissuto pienamente / può riferirla a un futuro in uno spazio bianco”,

    perché colui che dice o scrive o legge,
    un A. o un P. per es.(e il nome proprio, per un attimo fermato da quella da quella iniziale. punto, è già reso indeterminato, mobile, nomade fra altri nomi, fra altre esistenza affini: “non c’è altra forma né lo stesso /passo uguale che abbia lo stesso / immobile punto”), o un uomo x, l’uomo, chiunque e qualunque, che si appella alla lingua e/o vi si affida (“usa da anni le stesse parole come corde /separate dalla sua patria e parla dell’amicizia”)
    dentro la lingua emigra, secondo una dimensione, come scritto nell’ottimo commento introduttivo, « cinetica, che collegandosi strettamente alla tematica dell’offerta gratuita, del “dono” appunto, ad esibire in tutta la sua valenza la possibilità dell’oscillazione tra partenza e ritorno. […]tra dispersione e orientamento, appunto»

    in una dimensione inerziale (uomo lingua in intimo sistema di riferimento) nella quale diventa difficile, se non impossibile (quando la scrittura è stata “vissuta pienamente” è vita -come scrittura non solo accostata -appostata- intima al soggetto uomo), separare la scrittura stessa dall’uomo.

    Così anche laddove quest’intima unione possibile non si realizzasse, rimane cmq
    dentro la frammentarietà di “lettere nomadi”, di quelle «schegge di corrispondenza: “uno scarto […] grazie al quale sperare per una destinazione”, p. 97), e forse è proprio questa poetica del “minimo” (lo scarto, il truciolo mi verrebbe da dire)» del quale dice la presentazione
    la possibilità di scrivere, di scriverle, e “scrivendo cambio pelle /rimanendo presente in ogni / momento della vita separabile”.
    Ecco “rimanendo presente”, anche solo per un attimo, dentro “lo schivare mobile della grande folla”, come punto immobile, mentre tutto è dato come “separabile” (se non intercambiabile).

    Gran bello questo “dono alto”/altro “dell’apertura”!
    Grazie di tutto.
    ciao

  5. scrivendo cambio pelle….
    versi che rimangono(pur restando nomadi) come il titolo vuole indicarci.
    E,oltre tutto, Luciano è un grande viaggiatore.
    Forse, ad ogni viaggio, muta pelle, si spoglia di vecchi versi e si veste di semprenuovi.
    Ma il poeta resta lo stesso, viaggio su viaggio.
    Cercando e vedendo l’aperto come quegli animali rilkiani che hanno sempre l’aperto davanti a sé…
    Bravissimo Luciano,complimenti
    Lucetta

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