Una poetica dell’attesa (I)

Adriano Marchetti
Simone Weil

Astres en feu peuplant la nuit les cieux lointains, / Astres muets tournant sans voir toujours glacés, / Vous arrachez hors de nos cœurs les jours d’hier, / Vous nous jetez aux lendemains sans notre aveu, / Et nous pleurons et tous nos cris vers vous sont vains. / Puisqu’il le faut, nous vous suivrons, les bras liés, / Les yeux tournés vers votre éclat pur mais amer. / À votre aspect toute douleur importe peu. / Nous nous taisons, nous chancelons sur nos chemins. / Il est là dans le cœur soudain, leur feu divin.

Adriano Marchetti
SIMONE WEIL
Poetica attenta

Con una scelta di testi
Napoli, Liguori Editore, 2010

Introduzione

     L’opera di Simone Weil è come un diamante dalle molteplici sfaccettature che ri riflettono le une nelle altre; difficilmente può essere accostata da un punto di vista preferenziale senza affievolire la forza luminosa del suo insieme: in quella luce, giunta al suo zenit, si compie l’incontro con la «notte oscura» e contemporaneamente con la miseria della condizione umana. Questo volume, attraverso una scelta ragionata di testi in ordine cronologico, vuole semplicemente essere un’offerta di riflessi della vasta costellazione che forma l’insieme degli scritti della pensatrice francese.
    Nonostante la prima impressione di comunicazione diretta dovuta ai timbri di una ricerca appassionata di purezza e sincerità, Simone Weil è una scrittrice difficile; la sua prosa tende a rendere massimamente intensa ed essenziale ogni parola, in una forma di artistica semplicità; il suo messaggio esigente ed austero non lusinga le tendenze. Affrontare la sua opera dai punti prospettici specifici della filosofia, della letteratura, della politica, della religione significa non riconoscere pienamente il suo tentativo di comporre un’armonia fra i vari piani, basata sui contrasti e sulle dissonanze.
     Professoressa e studiosa di filosofia, Simone Weil proietta la speculazione oltre i limiti di un qualsivoglia sistema e sempre è mossa da un’urgenza inevitabile di verifica nella prassi, sul terreno della vita comune; impegna le sue energie intellettuali e fisiche nella causa degli oppressi e degli sconfitti poiché la giustizia è l’«eterna fuggiasca» dal campo dei vincitori; dolorosamente sensibile al bisogno di verità e trasparenza si pone nella condizione di rifiutare l’istanza che legittima un qualsiasi potere, assumendo il rischio di essere una irriducibile oppositrice. Se aspirasse a una ricompensa o cedesse a una forza aggregante non si sentirebbe libera, nel significato che qualifica il soggetto etico, responsabile di sé. È sola, attenta nella duplice decifrazione che richiede la comprensione della pesanteur, la forza inesorabile che grava sul mondo, ma anche la necessità che ne assicura l’ordine. La matrice della sua ispirazione politica è l’antitotalitarismo: antifascista, ma anche anti-modernista contro il progressismo laico e quello cattolico permeato di bergsonismo; anti-marxista, rifiuta tuttavia la facile via della democrazia del benessere. La sua severa diagnosi è una sintesi singolare della grande crisi tra il 1929 e il 1940 e non è captabile ideologicamente, né s’impone dal suo interno in quanto è dissociata da ogni concetto di forza, anche retorica. Oltre alla passione politica e speculativa, Simone Weil vive non meno intensamente una segreta e profonda vocazione per la poesia anche se ci lascia soltanto una manciata di componimenti e un testo teatrale, Venise sauvée, tentativo veramente singolare di resuscitare il genere della tragedia greca.
     Nel rifiuto in via preliminare di ogni pregiudizio ideologico, rimane ancorata al rigore di un pensiero fedele alla necessità del vero poiché le idee sono vere soltanto se esprimono il mondo reale. Si tratta di un continuo esercizio dell’attenzione. All’irrazionalismo estetico dell’Occidente contrappone una dimensione sacra della conoscenza, una sapienza illuminata e ‘religiosa’, non confondibile con nessuna specifica confessione, ma anzi ad essa sempre originariamente antecedente. La cultura contemporanea, distratta dagli infiniti rimandi dei significati, porta in sé una possibilità minacciante, la hubris, la dismisura, e non è più in grado di leggere la realtà come luogo e tempo di mediazione tra l’esistente e l’essere. Esperienza e riflessione hanno il presupposto fondante dell’apertura massima in cui la critica risulta integrale e qualificata conformemente alla pensosità – non sovrapponibile a pura epistemologia – e al sostanziale modo di essere di chi la pratica.
     La realtà è la necessità, il dominio della forza che occorre attraversare e patire nella consapevolezza che il sollevamento ad una realtà altra non è pronunciabile, né realizzabile attraverso la dialettica storica; esso può essere fabbricato soltanto dal sogno e dall’immaginazione poiché il Bene non è del mondo. Non possiamo pensare il Bene, che è desiderato da ogni essere umano, senza degradarlo alla realtà che ne reca solo i segni e i simboli. La vita umana sembra destinata a svolgersi fra il sogno, stato violento determinato dalla forza, e la pura attenzione, virtù negativa capace di un istante raro che svela e scioglie quel sogno. Come è possibile contemplare il mondo nella sua infinita lontananza dal Bene, amare il Bene e pensare che non esiste? La menzogna è al mondo, intorno a noi e dentro di noi.  Nel suo interrogarsi Simone Weil incarna la coscienza alienata del mondo contemporaneo, sradicata, nell’assenza del sacro e frammentata nell’infinità ermeneutica della cultura. La dismisura ha, forse irreversibilmente, sostituito i valori di proporzione, armonia, limite, che fanno da sfondo a una concezione apollinea della civiltà e che Simone Weil tenta di attualizzare attingendo alle fonti della sapienza antica. I Greci avevano un senso esacerbato della sofferenza ed erano capaci di serena contemplazione della necessità; seppero misteriosamente far convergere in quel miracolo dell’arte che fu la tragedia attica, l’esperienza originaria del dolore e la contemplazione del mondo.
     Alla Grecia, Simone Weil pensa come alla «giovinezza dell’umanità», a una permanente ispirazione fondata su delle opposizioni: alla miseria dell’uomo esperibile nella sua finitezza radicale corrisponde l’idea di questo mondo come patria possibile grazie all’intelligibilità. In tale ispirazione tragedia e contemplazione realizzano la loro unione, ma non la loro sintesi. Il dolore è manifestazione aberrante di negazione della vita e possibile apertura verso la profondità abissale del vivere. Il genio greco attraverso l’interpretazione del rapsodo epico aveva spinto lo sguardo nell’intimo della contraddizione dell’essere: da tale orribile visione veniva sciolta l’illusione necessaria all’azione. La pensosità di Simone Weil è ancorata anch’essa all’«attesa», cioè al metodo che apprende a concepire chiaramente i «problemi insolubili nella loro insolubilità». L’attesa è anche esitazione di fronte alla facile alternativa della fuga o dell’assalto, è una pausa critica che getta un ponte tra l’essere e il nulla e mantiene la questione aperta. La fermezza nell’attenzione riconduce il pensiero alla sua materia generativa, al terreno che ha abbandonato, ma a cui deve sempre ritornare: il reale. La storia effettiva non è mai stata estranea alla formazione di un pensiero, ma forse è una caratteristica peculiare del XX secolo che le maggiori correnti filosofiche s’immergano nell’avvenimento. La conoscenza di Simone Weil affonda le sue radici nella sofferenza della guerra, è scienza della sventura volta a distruggere il sogno ad occhi aperti della forza, quella stessa forza che nutre l’idea di grandezza delle dittature contemporanee, il sogno nazista in cui è inesorabilmente precipitata l’Europa. Davanti al male se si cede alla tentazione di combatterlo con forze finite, si è destinati a soccombere ad esso. Gli orrori della guerra vengono interpretati attraverso la poesia omerica che allena lo spirito a fissare la realtà nel rifiuto di false compensazioni e speranze; è una saggezza che si qualifica come richiamo alla sventura dell’esistenza per riattingere alle verità sovrannaturali e contemplare il mondo nel suo aspetto innocente. Il sacro è letto come linfa di ogni cultura; determinandosi come attesa e interrogazione, solleva il soggetto all’orizzonte che lo fonda, dove ogni risposta provvisoria si dissolve nel vortice di un domandare più originario. Non inclini a un pensiero nichilista, le riflessioni culminano con la determinazione dei «bisogni dell’anima» che, senza tradursi in slanci di nostalgie utopiche o idealizzazioni, corrispondono a desiderio di trascendenza, a desiderio senza oggetto e senza rappresentazione, spoglio e segnato dalla separazione.
     Simone Weil, consapevole di trovarsi in un punto altamente critico del tempo, annota: «Non potresti desiderare di essere nata in un’epoca migliore di questa, dove si è perduto tutto» (Cahiers I, p. 73). Questa consapevolezza di privazione intona un momento aurorale dell’interpretazione del mondo contemporaneo. La sua opera esprime il nucleo di una rottura, di una disgregazione e insieme il punto di ricongiungimento dei valori originari di diverse tradizioni culturali. Gravita intorno al mondo greco e in esso cerca la sorgente delle sue convinzioni, tuttavia una certa tensione spirituale non può essere interpretata al di fuori dell’universo ebraico. Un’educazione familiare assolutamente agnostica e la ben nota e odiosa critica che Simone Weil, interpretando alla lettera l’Antico Testamento, muove contro Israele non sono sufficienti ad occultare o rendere insignificanti le sue origini e alcuni motivi profondi della sua personalità. Tali motivi sono forse in prossimità di quella corrente mistica ebraica, sotterranea, ma viva in tutte le epoche e distinguibile dall’ebraismo ufficiale-rabbinico, che attraversa l’ispirazione di Luria, di Spinoza e giunge fino a Rosenzweig, Jabès e Lévinas. Radici ebraiche sono riconoscibili nel tenace richiamo alla concretezza e alla tradizione, nelle figure permanenti della sua meditazione e nel modo di essere a cui queste rimandano: l’amore della patria, sentito autentico in esilio; l’essere refrattari al richiamo collettivo e insieme non rinunciare alla lotta per la causa sociale; l’aspirazione all’impersonale come a una sorta di spogliazione e insieme la rivendicazione di una irrinunciabile probità intellettuale che mantenga integra la libertà di acconsentire al sacrificio di sé, alla incondizionata accettazione della sventura.
     Alla cultura sradicata e sradicante che provoca le opportunità della ‘distrazione’, lo status inconsapevole di coloro che la subiscono, Simone Weil contrappone l’attenzione, rinunciando all’immaginazione «compensativa e fabbricatrice» dell’«io». La sua critica si differenzia da quelle che, restando ancorate al loro apparato linguistico, si presentano fondate sugli accertamenti di un dire gnoseologico; essa consiste piuttosto nell’essersi scoperta parola inferiore e infinitamente inadeguata, per cedere ad un’altra parola: la parola dell’attesa, dell’attenzione, dell’ascolto.  La sua scrittura è un esercizio che incalza la parola fino alla nitidezza delle sue sorgenti più remote. Non si può leggerla se non rileggendola, se non cercando di scomporre e ricomporre le tracce di una esigua teoria di parole antinomiche che toccano le corde essenziali dell’anima: forza, necessità, giustizia, bene, bellezza, limite, sventura, frammenti che la cultura contemporanea ha svuotato dei loro profondi significati e attraverso i quali Simone Weil interroga i grandi testi sanscriti, la mitologia antica, i Presocratici, Platone, i vangeli, il folklore nordico, per farli convergere e convertirli alla medesima rivelazione sulla contraddizione essenziale della condizione umana: «di fatto l’uomo è sottomesso alla forza, ma desidera la giustizia» (Oppression et Liberté, p. 209).
     Si tratta di una scrittura tesa ad identificare il divenire dell’intelligenza attraverso l’armonia stridente prodotta dalle diverse corde e dai segni delle culture; le parole inducono a sentire con l’orecchio interno il silenzio del margine:  «Scrivere – come tradurre – negativo – scartare quelle parole che velano il modello, la cosa muta che deve essere espressa» (Cahiers I, p. 138). La forma e la sintassi sono impiegate, con l’attenzione alle etimologie, ad esprimere la densità e a riprodurre le risonanze dell’articolazione arcaica, a scuotere e attualizzare il dire custodito nei testi. Simone Weil tenta di escludere l’univocità e la linearità della scrittura che si dissemina in un intreccio di segmenti scolpiti, esatti, aventi una loro forza interna. Trae vigore dal suo pensiero libero e intuitivo attraverso l’essenza di un linguaggio concreto e profondo; la forza dell’espressione nitida si accompagna al tratto tendenzialmente impersonale e immutabile – segno della sparizione e dispersione del soggetto.
     Priva di appartenenza, perennemente aperta, indecifrabile come finzione, la scrittura si offre sia nel suo versante invisibile, ma inverante in quanto strumento di lettura e di trasposizione del reale, sia nella sua fisicità in quanto le parole stesse materializzano il rapporto del loro trascrittore col mondo e il rapporto tra le cose. Essa ha valore di urgente e rigoroso esercizio fisico di un pensiero speculativo; è luce che germina dal fondo della separazione, dall’opacità e contemporaneamente è la forma tangibile dell’ostacolo il cui attraversamento è condizione di ogni errare e imbattersi nelle contraddizioni «chiare» e «inevitabili»: contro di esse occorre che l’intelligenza discorsiva s’infranga e si esaurisca.
     Coloro che si accostano alla sua opera vi cercano talvolta il senso di una dimensione razionale in rapporto alla straordinaria probità intellettuale e alla rigorosa capacità di analisi; talvolta si limitano a leggervi i segni di una dimensione metafisica o mistica, che non trascenda l’esperienza. Letture separate di questo tipo sono in ogni caso riduttive. Il loro unico interesse sta nel fatto che ci indicano in quante direzioni si estendano gli influssi di un pensiero che, per la sua ricca complessità, attrae e insieme elude il nostro desiderio di comprendere.

***

6 pensieri riguardo “Una poetica dell’attesa (I)”

  1. Illuminanti e raffinate le parole di Marchetti nel suo saggio. S.Weil è stata una donna di grande forza intellettuale, spirituale, assoluta nella sua ricerca del bene, della verità, della libertà, una vera rivoluzionaria. Mi ha colpito il seguente passaggio:Scrivere – come tradurre – negativo – scartare quelle parole che velano il modello, la cosa muta che deve essere espressa» (Cahiers I, p. 138).Come se S.Weil cercasse sempre nella scrittura, un lembo di vita vera, la forza semplice e immediata che sostiene il mondo e le cose senza mediazioni o mistificazioni. Una donna di grande forza spirituale e libertà interiore coerente fino all’ultimo.
    Grazie per il post.
    Saluti
    SR

  2. Cara Stefania, tra qualche giorno uscirà un altro saggio di Marchetti sui “Cahiers”, con una scelta di testi dalla stessa opera.

    Grazie della lettura e dell’attenzione.

    fm

  3. Ottima introduzione. Mi ha aiutato a capire l’intervento di Massimo Borghesi in “DAVAR 05” (pag 31 -Diabasis-) che pone in contrasto un’affermazione di Von Balthasar con un’altra di Simone Weil -“Il Vangelo è l’ultima meravigliosa espressione del genio greco”- in
    L’Iliade poema della forza (“Ma lo spirito che si è trasmesso dall’Iliade al vangelo, passando peri pensatori e i poeti tragici, non ha valicatoi confinidella civiltà greca; e, da quando si distrusse la grecia, non ne restano che riflessi” – op. cit., pp.42-43).

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