La Biblioteca di RebStein (XVI)

La Biblioteca di RebStein
XVI. Marzo 2011

etretatlibraryyq7

Giovanni Campi

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Luna Muta Altera (2011)
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24 pensieri riguardo “La Biblioteca di RebStein (XVI)”

  1. Un vaniloqujo scaltro, ecco, diciamolo, scaltro e schivo nel troppo rumore, quasi indecifrabile, o comunque a dirti che sei immaturo, troppo immaturo per capire, e che ogni sapienza, ogni ipotesi d’interpretazione, ogni spiegare persino, è tempo perso: e allora si lascia l’inaccessibile senso e si sosta presso gl’ingegni sonori: è divertente, anche se viene affanno (“oh quanto affanno”). Allora queste lune – di deserto? – son lì a dirti che sei, ecco, molto semplicemente ti dicono che sei:

    inesperto alla poesia.

    Applaudi, amandone il valore “altro”, malgrado il sapore aspro di questo vaniloqujo scaltro.

    NeGa

    1. “immedicat[o] affann[o]”, sì, nega,
      e assolutamente inesperto alla poesia, certo, mai detto il contrario, anzi, e alcuni amici lo sanno, mai mi son detto tale, ché la poesia è appunto altro da questi miei sonettaccj, e il poeta è altro da me, che non cerco applausi, però, che cerco solo l’aspro e il chioccio, per acchiocciolarmi definitivamente

      un caro saluto

  2. io credo che davanti al genio non si sapia che dire. troppe chiavi di lettura, spaventano, rischiano di sfogliare il nero che ci abita. e la luna, la luna…
    io con Giovanni non so proprio che fare, o meglio, che dire.
    ammiro.
    n.

  3. volevo aggiungere solo una cosa. questo tipo di “turbamento”, Francesco, lo provo davanti a due poeti tuoi ospiti, che leggo, ammiro, nel suono e nel senso, sapendo di coglierne solo un millessimo. i due poeti sono appunto Giovanni e Davide Ramanzini. Due tecnici, seppur con le dovute differenze, due perfezionisti del suono e della melodia, ma non solo, c’è una profondità e un tale bagablio di riferimenti e rimandi nelle loro opere, che annienta.
    spero di non avervi annoiato. ci tenevo a dirlo.
    n. (notte Fra’)

  4. Non sarà sfuggita, immagino, la (vertiginosa) latenza/valenza “teatrale” del testo – laddove il punto di osservazione si focalizza non sulla figura agente ma sul suono che, nel suo rincorrersi, inventa lacerti metamorfici di figure-vocali-per-lo-sguardo.

    A Davide Ramanzini (@ Natalia) aggiungerei anche la ricerca di Marco Palasciano: tre prospettive diverse, dissonanti, scaturite da uno stesso “fuoco”.

    Grazie a tutti per gli interventi.

    fm

  5. e difatti, una volta esaurita la prima edizione di Ulteriora Mirari, pensavo di proporre a Marco, Giovanni e un terzo in via di definizione, per la prima uscita dei “Tripodi”, un libercolo a 6 mani….
    ogni promessa è un debito :-)

  6. Ah pperò!!! :))))) mosso dalle mie solite fatue disperazioni stavo giusto per buttarmi dalla finestra del VII piano ma, letti i vostri amorosi e stimosi commenti e approfondita gugolando la tripodità, mi ringalluzzo e solarizzo, recedendo dal crudo davanzale, e pospongo l’autoannientamento a data da destinfatalarsi. Bacio arcuato le vostre sante mani.

  7. Caro Marco, la verità è, come ben spesso succede, molto più banale di quello che si può pensare. Si dà il caso, infatti, che mi trovassi a passare dalle parti del VII piano e, vìstoti già quasi tutto sporgiùto dalla finestra in-verso il vuoto, mi son detto che, in qualche modo, dovevo pur intervenire, non solo per scongiurare il tuo insano gesto ma anche il mio rimorso futuro. Ergo, la tua presenza tra i citàti dèbbasi unicamente a codesta fortuita combinazione di e-venti :)

    fm

  8. Teq, penso siano veramente tanti i poeti “veri” che vorrebbero avere la tua capacità di scrivere “sonettaccj” del genere…

    fm

    p.s.

    Però, proprio perché “poeti veri”, non te lo confesseranno mai.

  9. Condivido il pensiero di Natàlia Castaldi. La novità spaventa, sempre.
    E questi saranno pure “sonettacci” ma a me sembrano originali, incalzanti, quasi smaniosi nella loro irrequietezza, nonostante ad una prima lettura possano apparire ostici e di difficile interpretazione. Occorrono senza dubbio più chiavi di lettura, individuabili con vocabolario alla mano, tra le righe e gli spazi che intercorrono tra parola e parola.
    Una scrittura che è soprattutto ricerca di un linguaggio complesso e che vedo vicina al nostro tempo, così emotivamente esasperato e nevrotico, eppure così straordinariamente ricca di riferimenti classici.
    L’uomo si muove tra dissonanze jazzistiche, come un automa ma ha comunque una sua volontà, di emergere e di imporsi, quantomeno all’attenzione dei suoi simili.
    Lo stesso sottotitolo di “controcanti” e più avanti di “sequenze” rimanda a un lessico musicale ricercato, come per ogni linguaggio specialistico, di cui si deve possedere la chiave di lettura altrimenti se ne resta tagliati fuori. Ho notato poi l’utilizzo di neologismi che sembrano improvvisati ma che tali non sono, di crasi, di latinismi, un recupero di grafie antiche di certa letteratura addirittura trecentesca, elisioni, troncamenti, abbreviazioni ormai caduti in disuso, etc.
    Una cosa è certa. In ogni verso ritrovo la lezione di Dante, lo stesso parlare aspro, chioccio appunto, tipico di quando nel suo linguaggio voleva “esser aspro” e colpire qualcuno dei suoi contemporanei, lo stesso linguaggio polisemico di quando voleva parlare per allusioni, addirittura certe figure retoriche inconsuete.
    Complimenti Teq.
    Io sono per le poesie semplici e descrittive, di facile consumo forse ma di immediata comprensione e trasmissione di idee e sentimenti.
    Riconosco però e apprezzo l’incredibile maestria di questo modo di verseggiare e la cura tenace che c’è dietro la sua criptica apparenza.

  10. dove si capisce che la poesia è linguaggio, materia fonica che poi coinvolge la vita, la trasfigura in suono e musica (come ha notato Francesco), e in tal modo la salva (o dostoevskijanamente la rovescia).
    grazie
    fabrizio

  11. Teq é uno dei poeti (si può dire “poeti” qui?) che io seguo con devozione e a prescindere, perchè condivido pienamente la sua idea di poesia come gioco (“bisogna essere giocali” diceva il mio amico poeta Pier Franco Uliana). La complicazione del testo (complicata azione) é quasi sempre una conseguenza della serietà del gioco. Non importa che l’oggetto sia la Luna. Ma vogliamo mettere la bellezza e la fattura del dito e della mano che la descrive?

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