Per una resistenza al non luogo (II)

Pier Franco Uliana

 

Dialogo di una sfinge e di un boscaiolo

“toutes ces cimes chauves qui regardent d’en
haut la Méditerranée ont perdue leur couronne
de culture, de forêts. Et reviendra-t-elle?
Jamais.”

(Jules Michelet, La Bible de l’Humanité, II, 9)

Un poeta boscaiolo del Cansiglio che aveva consumato la sua intera vita di lavoro ad aprirsi una radura nel folto del bosco, a darsi un’idea della luce, della luce pura, non contaminata da penombra alcuna, colto da un’ansia irrisolta di senso, si decise di visitare, come fatica estrema di conoscenza, il luogo che dai cammellieri arabi è detto ‘vuoto’. Giunto al cospetto di un vetusto simulacro, lo riconobbe essere la bestia che fa da tramite e da ostacolo tra il mondo abitato e l’anecumene. Gli parve che nei tratti e nella postura essa richiamasse un leone bocciardato nella figura e dilavato nei contorni dorsali, quello ch’egli si fingeva inciso sui grandi cippi confinari con cui i veneziani avevano conterminato la foresta. Tanto fece con la parola che quella prese a rispondergli.

     S. Da te non un racconto pretendo, che quasi sempre è finzione, fabula ed intreccio scaltramente soppesati, oppure sublimazione di desideri reconditi frustrati, né tanto meno poesia, potrebbe sciogliere il mio cuore di pietra. Da te pretendo un dialogo, il genere che più vicino è alla vita di ogni giorno. Un dialogo sincero e onesto, secondo il costume di certi filosofi delle origini. Anche se tu ritieni di essere giunto piuttosto al termine, all’apocalisse del tuo destino, e non riponi ormai che poca fiducia nel valore della parola. Forse perché in te convissero gli opposti: come boscaiolo aprivi radure di luce nella selva più oscura, come poeta inchiostravi di segni neri la bianca radura del foglio.

     B. Sappi che né i poeti né i boscaioli possono venir meno al patto d’onestà, i primi con gli uomini, i secondi con gli alberi. Selva e foglio non sono che il dritto e il rovescio di ognuno di noi. L’una è lo specchio dell’altro. Tant’è che in entrambi ci si può facilmente smarrire. Ma ritorniamo alla ragione del tuo dire che è pure un sottacere. Tutto è dunque finzione? o quasi sempre?, per riprendere alla lettera il tuo dire sentenzioso. Ho attraversato l’altipiano, le radure più remote, la conca selvosa – non un’ombra che indicasse una direzione, o un sentiero che mi mettesse nel bel mezzo d’una certezza –, ho schivato l’insidia delle foibe, sfiorato gli strapiombi dei dirupi, passato gli sterpeti di mezza costa, e so tutto dello stillicidio di faggeta, non può che acquietarsi nell’acqua di lagune mediterranee. A piedi nudi ho varcato i crinali petrosi, mi sono aperto, la scure in una mano, la brace nell’altra se occorreva, un sentiero nel folto dei triboli… E mi ritrovo nel deserto! Qui, dove degli alberi non c’è neppure un fossile a ricordarli, a calcare una sabbia ustoria, inesprimibile e cieca.

     S. Io sono il geroglifico dell’enigma: se verità vi è, essa non può essere che parziale, ciò che chiamiamo finzione, meglio sarebbe chiamarla menzogna, non è che la sua maschera retorica, che sta al volto come la parte appunto al tutto: ci vuole uno sguardo socchiuso appena per riconoscerla, ma tu vieni da luoghi dove le ombre vanno lunghe e radenti, così ostensive…, non sopporti la luce solstiziale.

     B. Ho piedi gonfi, caviglie graffiate, ginocchi spellati, mani lacere, braccia sfregiate, viso rugoso: un viluppo di segni che nulla dicono se non della sofferenza, un groviglio di tempo e ricordi che rimanda dritto dritto al dolore, questo sì che è vero!, ma sulla bocca porto il sorriso dell’origine, il soffio della prima pronuncia. Se la mia pelle è un labirinto bulinato di scalfitture e suture, è perché cerco di dare senso alla mia nudità, all’inganno anche. La pelle è il racconto di ognuno di noi. È la stessa vita scritta dal bisogno e dalla ricerca di senso, con scrupolo da amanuense o a casaccio, che importa!

     S. Il mondo è un evidente mistero, forse orrore anche, tu che giungi dalle foreste ben lo sai: ma la vita si serve di mascheramenti per giungere sul limitare del vero. Le mie sono parole appunto liminari, le parole che muovono al dialogo per generare un senso anche dal lato del falso. La verità va assunta in modiche dosi. Se altrimenti, sarebbe confusa con una follia tutta selvatica.

     B. L’orizzonte è pieno di segni, non è una semplice linea continua, nessuno l’ha percorso fino alla fine, poiché infiniti sono i suoi varchi. Chi li traccia siamo noi, incisori di fantasie e ubbìe. Presenze reali ma indecifrabili. Noi portiamo incisa sulla pelle la nostra condanna, una rete alfabetica tesa sull’abisso delle cose. Ed è pelle che si confonde con l’orizzonte.

     S. Ricordi dicevi? Non sono che illusioni dietro cui proteggersi dalla malinconia, dalla sensazione del vuoto. O forse l’orrore è lo stesso nulla di cui temi addirittura la pronuncia? Tu, poeta dell’ombra, non accetti che una tale parola esista e sia al tempo stesso priva di senso, vuota, ambigua, senza immagine materiale. Guardando il cielo per la trama dei rami spogli, là nella foresta, non l’hai tu avvertito, l’orrore del nulla? Ricordi quel brivido che correva la pelle? Certo che sì, tanto insensato quanto forte e chiaro.

     B. Le tue parole sono buie come la notte, i tuoi occhi riflettono il peggio della luce, come il foglio il chiarore afasico, per quanto lo segni o disegni, lascia spazi e margini pari a faglie che aprono sull’abisso del silenzio. Vicoli ciechi, senza ombra di dubbio. Ma il tuo non è che un gioco logico, una trappola retorica per trattenermi qui, tra la vertigine del deserto e l’ambiguità del dialogo. E che sai tu di foreste! Quello stesso intrico ligneo, che tanto d’orrore dà in certi inverni siccitosi, muta a primavera in una navata di foglie che sortisce a radure di luce. Ogni albero ha senso se non altro perché si erge al cielo, esige la luce per dispiegare le radici nel buio della terra.

     S. Qui, o altrove, sempre sulla soglia dell’enigma stai, di qua e di là della menzogna e della verità, comunque nell’atopia del dolore. Che tu vorresti volgere in utopia come tutti i viandanti. Esseri inquieti che sanno ben parlare ma non sopportano la realtà del mondo. Che non vogliono intendere ragione, non tollerano cioè che il mondo reciti sempre lo stesso dramma e che sempre diversi siano gli spettatori. Che devono viverlo come stranieri. Tu cerchi di rompere un equilibrio per spostarlo poco oltre l’orizzonte, sei uno sgrammaticato desiderio di vita, forse per rimuovere il pensiero della morte, o la noia. – E poi la radura non è che il limite della foresta. Ti sei fatto viandante per rifuggire l’una e l’altra, perché non sopporti il ciclo delle stagioni, la metamorfosi delle ombre o forse la presenza dell’invisibile; perché foresta e radura ti hanno parlato incessantemente, senza tuttavia tradire i loro segreti. – Bada, io sono il pittogramma, poco importa se di arenaria o henna. Non sono l’enigma: che è solo tuo. I segni sono come le vesti: mostrano del corpo quello che non è.

     B. Ebbene, gli enigmi vanno sciolti. Non c’è segno che non rimandi a un significato, né sogno che non abbia il suo ombelico. Sciogliere le vesti per ascoltare nel grembo caldo dell’amante il corpo suo che diviene, il mio che muta. Leggere in ogni sua ruga il trascorrere del tempo. Nel nodo amoroso ogni senso così sciogliere.

     S. Tutto qui? Non mentire a te stesso! Caduto il contatto, riecco il limite! Non rimane che il ricordo! E il ricordo si adegua alla fuga del tempo. Ritorni alla radura del primo bacio e vi trovi uno spineto. Leggi piuttosto sulla pelle il viluppo di segni che ti esulcera da chissà quando e dimmene il significato.

     B. Forse insinui che un segno sono io senza significato? Che non rimando ad altro? O altro non sono che una corteccia biffata? O che non sono un atto d’amore? Un atto insieme di comprensione e di compassione? Che parlo una lingua che è estranea addirittura a me? Non basta il dolore? E la sua forza tutta non è abbastanza rappresentata da parte mia, dal mio poco di pelle?

     S. A questo sei condannato: risolvere l’enigma e portare segnata sulla pelle la scrittura che lo esige per negazione, per questo percorri le tracce di nomi e figure che sono state, e che non sono quello che sembrano. Spineti che sembrano radure. È il tuo paradosso, ma non è risolvendo gli enigmi che sai per la vita. Quanto a me, sussurrami pure il tuo nome, comune o proprio che sia, mi dispiegherò nel vento come l’uccello nidiace, in un volo senza ritorno.

     B. Non rinnegare la tua condizione terragna. Tieni un corpo di pietra, scapole raschiate e un’indole leonina, fatta sei a vigilare il sonno ipogeo di chi s’illudeva essere il punto di congiunzione col cielo. Se non hai più fede, sii almeno fedele! Tu hai di quel leone che mi fingevo inciso sulla pietra lungo i limitari della grande selva: oggi ha senso solo se ne vigila l’intangibilità. Se venisse meno anche al patto di fedeltà, i faggi sarebbero scempiati, i cespugli di sottobosco scerpati, le vizze scentate…

     S. Prima ancora ch’io fossi posta a presidio del limitare che tu pensi come termine, qui furono oasi e sorgenti, coltivi e palmeti, radure sempreverdi… Sussurrami il tuo nome che mi lascerò allora sorradere dal turbine sabbioso. Che la diaspora sia il tormento del mio corpo, mi sollevi a poco a poco al cielo, a un altrove finalmente d’incoerenza. Qui i venti ora hanno una forza silenziosa e una voce usurante. Così tu abiterai per intero l’enigma. Saprai che è più facile smarrirsi nel deserto che nel foglio. Questo sarà un deserto totale e senza soglie, il cui smeriglio non ammetterà foresta alcuna, neanche di graffi-
ti.

 

______________________________

 

Pier Franco Uliana
Troi đe Tafarièli
Milano, Fondazione Correnti, 2001

 

Par rivar su in zhima pi bonorivo
ò tajà par al valon de Tafarièli,
quel scurton là che ’l fea ncora scur òrbo.
đa i bus vegnéa brumèstega e ’n ođor
đe brustolin e ’n sbatociar đe đènt,
e la bolp la buchéa fa ’n lof… cô
te veđe na ciarèla fata a zhércol,
cantađe a còro, s’ciapađe đe osèi,
pómole đe menèstro e pon pelós,
e ntel mèzh del canp na piova đe frégole
che le slùsega fa fojete đe òro,
un svođo ciaro, un regalo inprevist…
al troi al se fà pì batest, zhènzha stech
de travèrs, pi svelto al pas e le man
a scostar foje đe guazh e la goja đe i òci…
come ’n sluđro ghe casche nte sto ròcol.

Per giungere in cima di buon’ora / ho tagliato per il vallone di Tafarièli, / quella scorciatoia che faceva ancora buio pesto. / Dalle foibe veniva bruma e un odore / di bruciaticcio e uno sbattere di denti, / e la volpe latrava come un lupo… quando / vedo una radura circolare, / canti in coro, stormi d’uccelli, / bacche di sorbo dell’uccellatore e sorbo farinaccio, / e nel mezzo una pioggia di briciole / che luccicano come foglie d’oro, / un vuoto chiaro, un dono imprevisto… / il sentiero si fa più battuto, senza sterpi / di traverso, più rapidi il passo e le mani / a scostare foglie rugiadose e la voglia degli occhi… / come uno spauracchio cado in questo roccolo.

 

Al vènt l’é ’n fià che ’l fà parlar le foje
đe i faghèr che co le rame i ne cuèrzh,
ntra unbrìa e lus le fà đa confin, ntra qua
e n’altro loch solche éle le sà móverse,
a l’é ’l so busnor na đolzha cantađa
đe vita e mòrt, solche sto qua le pol,
ma ’l basta a tégnerne intant che canbion,
a đarghe ređènzhio al tènp, al stes
fià al le fà tàser, se ’l sùfia đesbant,
o cajér, le rèsta parò grande al stes,
par che le é ’l spècio đel no-’l-dura-gnent,
de quel far fùfigne che ’l cređe ’l fior
al sie ’n pur cant zhènzha lamentazhion,
le é pròprio a la jùsta misura, là ndove
la vozhe la tien duro, e ’l silènzhio
no l’é che ’n svelto farse đe fierun.

Il vento è un fiato che fa parlare le foglie / dei faggi che ci sovrastano coi rami, / tra ombra e luce fanno da confine, tra qui / e altrove solo loro sanno muoversi, / è il loro murmure un dolce canto / di vita e morte, solo questo possono, / ma basta a trattenerci mentre mutiamo, / a redimere il tempo, lo stesso / fiato le fa tacere, se soffia inutilmente, / o cadere, pur restano sublimi, / perché sono lo specchio dell’effimero, / di quell’ingannare che crede il fiore / sia un puro canto senza lamento, / sono alla giusta distanza, là dove / la voce resiste, e il silenzio non è / che un rapido sbriciolarsi.

 

Cusì vizhine, e cusìta đestanti,
le pođarìe le đoe man ciorve su
ma nò al cel che l’é ilusion par noi solche,
creature sgionfe đe spàzhio, ve leca
al lat de lus, l’unbrìa la ve confina,
là nte la brùsega a đirne che ’l troi
đel posìbil se pol tentarlo ògne òlta
che al cel al ne scùria đe s’ciantisađe,
oh foje! oh fàje! al vòstro interarse
a ganbalùtole par reghetar
no l’à gnent del dolor, ma tut del nòstro
vìver a stròzh, tant che ne cogne pèrđerse
par cavaston de ciarèle e đe vizhe:
i òci, che i ređus tut a na figura,
đe le stele i à fat quel che no ’l cànbia,
đe voaltre le parone đe la tónbola.

Così vicine, e così distanti, / potrebbero le mani cogliervi / ma non il cielo che è illusione per noi solo, / creature gonfie di spazio, vi lecca / il latte di luce, l’ombra vi limita, / là sulla soglia del rischio a dirci che il sentiero / del possibile si può tentare ogni volta / che il cielo ci frusta coi lampi, / oh foglie! oh faggiòle! il vostro interrarsi / a capriole per germogliare / non ha nulla del dolore, ma tutto del nostro / vivere erratico tanto che dobbiamo perderci / per grovigli di radure e boschi: / gli occhi, che tutto riducono ad immagine, / delle stelle hanno fatto ciò che non muta, / di voi le signore della caduta.

 

Le foje che le càje le é man che le fà
s’ciao par vèrđerne na coa nte le rece,
quela đe ’n rumor che l’é vera vozhe,
man cene cuèrte đe cai, man che fin
đa bòce le à inparà al laoro đe vìver,
la fađiga đe créser, sbaregar
a piena gola luse piova e vènt,
co i òci sènpro in su, tut ntel giro curt
de l’an, le foje che casca le é man
slavrađe đal vènt, scure đe sol,
ciuse nte ’n pugn de gnent, man strache mòrte
đe mostrar e pregar, zhènzha pi ’n fil
đe fià, đe goja o đe recòrđo đe cel,
lìbare đe svenarse, e anca đe svégner,
a grun, nte i canton pi ùmeđi e fređi
par che al subuìr no ’l lo sènte gnesun.

Le foglie che cadono sono mani che dicono / addio per aprire una tana nell’orecchio, / quella del rumore che è vera voce, / mani piccole coperte di calli, mani che fin / da bambine hanno appreso il lavoro di vivere, / la fatica di crescere, gridare / a squarciagola luce pioggia e vento, / ad occhi sempre levati, tutto nel giro breve / dell’anno, le foglie che cadono sono mani / slabbrate dal vento, buie di sole, / chiuse in un pugno di nulla, mani esauste / d’indicare e pregare, senza più un filo / di fiato, né di voglia o di ricordo di cielo, / libere di svenarsi, e anche di svenire, / a cumuli, negli angoli umidi e freddi / perché il fermentare non sia udito da nessuno.

 

E bianca nef végner đo zhènzha vènt,
la te ciapa đe bòt intant che ti
tu camina ntel troi đe foje, đopo
tant de color, rovan come le léngue
đe fiama đel larin, èco la vizha
đeventar tènplo đe l’etarnità,
al sèns so farse ntel sèns de la lus,
ntel silènzhio đel tènp e đe la sòn,
un ciaro đe ciarèla che ’l pol scònder
ògne fantasmo, o na qualche vartora,
no ghe sarà bucar đe lof o cagna,
gnanca na unbrìa a đar na đirezhion,
ma ’n fogo fret a inpenir i đoi òci
đe s’ciantis, e ’l bus che ti tu scanpéa
al se verđarà, come ’l bartoèl sote
i pié đe l’orbì mes a la picađa.

E bianca neve scender senza vento, / ti sorprende mentre / cammini per il sentiero di foglie, dopo / tanto colore, rosso come le lingue / di fiamma del focolare, ecco il bosco / diventare tempio dell’eternità, / il senso suo farsi nel senso della luce, / nel silenzio del tempo e del sonno, / un chiaro di radura che può nascondere / ogni fantasma, o un qualche varco, / non ci sarà latrato di lupo o cagna, / né un’ombra a dare una direzione, / ma un freddo fuoco a riempire gli occhi / di lampi, e la foiba da cui scampavi / si aprirà, come botola sotto / i piedi dell’accecato messo alla forca.

 

Se la inzhènde la vizha! (ma s’cèta l’é la nef
che i đoi òci la inbarluma, almanco rèsta ’n troi,
i stris che i mena indrìo, parò le balegađe
đe chi ’l và a torzhiolon de le òlte le se intórcola,
chi salo ndé le mena!?), epura vae in zherca
đe ròbe che sto vel al scònde, fa na solva
che la è piena đe fan, sfruzhe e sbraghe par ògne
logo, me bastarìe na rađis anca ùgnola,
par sgajar đe ver đescuèrt un s’ciant de sèns, o a farme
inganberar e cajér cusì ntel saconèl,
spere sol che no ’l vegne al sol a farme pèrđer
đrìo a i troi đe Tafarièli, o al barlum de salvezha,
o a ingatiarme col so dogo đe unbrìe, o pèđo,
a far che mi l’intive la ciarèla che gnent
l’à đe novo, gnent altro che na fasa đe cel
e àrboi, ndove i òci i pol véđer ma nò varđar.

Se è amara la selva! (ma sincera è la neve / che abbacina, se non altro vi resta un sentiero, / i segni per ritornare, però le orme / di chi erra a volte si intrecciano, / chissà dove conducono!?), eppure vado cercandovi / le cose che il velo nasconde, come talpa / affamata raspo e squarcio per ogni / dove, mi basterebbe una radice anche singola / per gridare di aver scoperto un poco di senso, o farmi / incespicare e cadere così nella sacca, / spero solo che non venga il sole a farmi perdere / per i sentieri di Tafarièli, o dietro barbagli di salvezza, / o imbrogliarmi col gioco delle ombre, o peggio, / a farmi indovinare la radura che niente ha / di nuovo, nient’altro che una benda di cielo / e alberi, dove gli occhi possono vedere ma non guardare.

 

Còsa élo al sfoi?, na ciarèla đe nef?,
un bianch silènzhio đa maciar, un logo
ndove semenar sal de sèns?, le fàje
che le sarà vizha?, e cô tut l’é sfat
còsa rèstelo?, furse al vènt che a alta
vozhe al dis gnent l’é đe nof sote ’l sol
e ’l crèpa ’l càndol romài ’ncarolì
causa ’n destin pien de peso e đe svođo
o ’l cavaston del cel che ’l se ne ciava
đel piùri stèrp, de sta anda inmiseriđa,
o furse, đopo al sgatiar đe la léngua
e cusìta tant fià a scaldar i pùpoi,
resta ncora ’l sfoi sote ’n pugn de stech
co i nòmi ’nscartozhađi: nte la tresca
đe man al se farà fiòch de bulìfa
come đe nef nte l’alpa zhènzha vènt.

Che cos’è il foglio?, una radura di neve?, / un bianco silenzio da macchiare, un luogo / dove seminare sale di senso?, le faggiòle / che saranno faggeta?, e quando tutto è disfatto / che cosa resta?, forse il vento che ad alta / voce declama niente di nuovo sotto il sole, / e crepa il ramo secco ormai tarlato / da un destino pieno di peso e di vuoto, / o l’intrico d’un cielo indifferente / al lamento sterile, a questo ritmo infreddolito, / o forse, dopo aver dipanato la lingua / e sì tanto fiato a scaldare i polpastrelli, / rimane ancora il foglio sotto un pugno di stipa / con i nomi accartocciati: sulla tresca / di mani diventerà falda di favilla / come di neve in alpe sanza vento.

 

Fame đe lench, e mi te sarò foja,
unbrìa đe istà, cusìn de òtun e stran
sora ’l larin de invèrn, gòja đe vìver
a la vèrta, sarò bulìfa a đarte
l’iđea đel tènp e fumèra a segnarte
un troi ntel cavaston del cel, e zhendre
o segađis (che l’é quel poch che ’l rèsta,
ma quante legne, ti tu ’l sà, ghe vol
par ver l’èra đel cor sènpro ben calda!).
fame đe lench e mi te sarò fior
che ti fa na af tu ’l farà ben frutar,
vizha che la te salva e la te đàna,
e visca che la scùria e la carezha,
e rađis che la se intèra a incelarte,
prinzhìpio e fin, cuna e casa; sarò
quel che tu vol, se tu me fà đe lench.

Fammi di legno, ed io ti sarò foglia, / ombra d’estate, cuscino d’autunno, e strame / sopra il focolare d’inverno, voglia di vivere / a primavera, sarò favilla per darti / l’idea del tempo e denso fumo / per segnarti un sentiero nel viluppo del cielo, e cenere / o segatura (che è quel poco che resta, / ma quanta legna, tu lo sai, ci vuole / per avere la pietra del cuore sempre calda!), / fammi di legno e ti sarò fiore / che tu come ape farai fruttare, / vizza che ti salva e ti danna / e vinco che ti frusta e ti accarezza, / e radice che s’interra per incielarti, / principio e fine, culla e bara; sarò / ciò che vuoi, se mi fai di legno.

 

Son quel che tu à volest, fat de salezh,
un lench da gnent, gnanca bòn a far sàche,
đa sec nte na sfiamađa al se consuma,
come na đìa inmusonađa tu me à
scavezhà, đomà fa na visca, usà
e butà via, ma mi son cascà in pié,
sora la pòzhola, e ò mes rađis cene
cene ma forti e salde, son cresest
e đeventà cusì gròs e grant da èser
na vizha che la sbusa ’l cel e le nèole,
đa méter a posènt s’ciap de perùsole,
cô ’l vènt al busna, le foje le đevènta
sepe, milioni đe sepe, đe léngue
che le leca ’l dolzhor bòn de la vita:
solche lora se sènt come sto đir
spiól al pol deventar vozhe đe pòpol.

Sono ciò che hai voluto, fatto di salice, / un legno da niente, neanche per vinci, / da secco in una fiammata si consuma, / come una dea immusonita mi hai / scapezzato, domato come un vinco, usato / e gettato via, ma io sono caduto in piedi, / sopra la melma, e ho messo radici piccole / piccole ma robuste e salde, sono cresciuto / e diventato così grande e grosso da essere / una vizza che buca il cielo e le nuvole, / da dare rifugio a stormi di cince, / quando il vento stormisce, le foglie diventano / plettri, milioni di plettri, di lingue / che leccano la dolcezza del vivere: / solo allora si sente come questo idioma / ispido può farsi voce di popolo.

 

Ècome càndol, mi che ère mòrveđo
e fòrt, speranzha đe rivar in zhima,
libaro đe busnar ntel mulinèl
de la sboa, o tàser ntel sec de agost,
càndol stòrt e sech, cascà sora i crep,
gnanca na man che la me tire su,
la me đòpere almanco fa ’n bachet
o na scarazha, che la me àse anca
pođà a na jérta, ma che la me cióe
su đa sto loch ùmeđo solch de unbrìa,
quela che la fà mal a chi che ’l canta,
son càndol e spète un che ’l me mete
in fas e i fas in tasa, che ’l se fae
al me đestin: fiama e bulìfa, fun
e zhendre par ùltemo, pitòst che
bandonà al fogarèl fret del marzhir.

Eccomi bronco, io che ero ramo rigoglioso / e robusto, speranza di giungere alla cima, / libero di stormire nel vortice / della bora, o tacere nell’agosto siccitoso, / bronco storto e secco, caduto sui sassi, / non una mano che mi raccolga, / mi adoperi almeno come bastone, / o pertica, che mi lasci anche / appoggiato ad uno stipite, ma mi raccolga / da questo luogo umido solo d’ombra, / quella che fa male a chi canta, / sono bronco, e aspetto uno che mi metta / in fasci e i fasci in catasta, che si compia / il mio destino: favilla e fiamma, fumo / ed infine cenere piuttosto che / abbandonato al focherello freddo del marcire.

 

***

8 pensieri riguardo “Per una resistenza al non luogo (II)”

  1. questa, supremamente, fra tutte:

    Còsa élo al sfoi?, na ciarèla đe nef?,
    un bianch silènzhio đa maciar, un logo
    ndove semenar sal de sèns?, le fàje
    che le sarà vizha?, e cô tut l’é sfat
    còsa rèstelo?, furse al vènt che a alta
    vozhe al dis gnent l’é đe nof sote ’l sol
    e ’l crèpa ’l càndol romài ’ncarolì
    causa ’n destin pien de peso e đe svođo
    o ’l cavaston del cel che ’l se ne ciava
    đel piùri stèrp, de sta anda inmiseriđa,
    o furse, đopo al sgatiar đe la léngua
    e cusìta tant fià a scaldar i pùpoi,
    resta ncora ’l sfoi sote ’n pugn de stech
    co i nòmi ’nscartozhađi: nte la tresca
    đe man al se farà fiòch de bulìfa
    come đe nef nte l’alpa zhènzha vènt.

    ritengo lirico a livelli stratosferici il tema del foglio bianco, da “macchiare”.
    grazie.

  2. “Troi đe tafarièli” è uno dei più bei libri di poesia che abbia mai letto, una miniera inesauribile di stupori. Mi ha letteralmente stregato, l’ho letto e riletto ripetutamente decine di volte negli ultimi mesi.

    Altro che poesia di genere, poesia dialettale, poesia generazionale, poesia per la gente, poesia per lo spirito santo e altre ridicole amenità del cappero…

    fm

  3. Sono lieto che Uliana continui a postare qui quella che anch’io definisco una delle più concrete scritture che vi siano in circolazione. La sua “sapienza”, l’aderenza della sua lingua alle creature boschive, fanno di lui il “Marin” della montagna, secondo me. Anche gli editori – se fossero davvero tali, se ancora ha un senso affrontare questo discorso – dovrebbero accorgersi di ciò.
    Con affetto.
    FF

  4. E’ la prima volta che intervengo su questo blog e lo faccio con piacere per un autore che ho l’onore di conoscere. Non avevo mai avuto modo di leggere i versi di Uliana, se non in alcuni concorsi di poesia, dove ha quasi sempre primeggiato. E’ un vero piacere. Ha una finezza, una delicatezza di descrizione, una immensità di immagini che lascia sbalorditi. Concordo con Franzin, che saluto ( a proposito: mi complimento per le sue ultime pubblicazioni), Uliana è un poeta che gli editori di livello nazionale dovrebbero adottare, come è stato fatto per Cecchinel, Villalta e Capello.
    Un caro saluto.
    Nico Bertoncello

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