Carlo Michelstaedter (II)

Dieter Schlesak

Poeta e suicida.
Carlo Michelstaedter

     Egli si esprime come se si rivolgesse alla posterità, come se fosse già morto. Così desta quell’impressione di distanza; lo stile appare nello stesso tempo preciso e lirico, ed è nello scrivere che egli si è superato, che ha estinto se stesso: nell’arte, e specialmente nella musica; qui si trovano i suoi attimi mistici – una specie di mistica negativa che ricorda esperienze di meditazione ebraiche, cristiane o buddhiste.
E’ la debolezza il punto di partenza di Michelstaedter, non la forza, è la debolezza della coscienza infelice che è stata estromessa dal suo più ampio contesto e che proprio in questo preciso punto in cui si viene a trovare riesce a spezzare la catena delle successioni e dei trascorsi della storia, poiché qui si spezza la difesa protettiva dell’Io animalesco e anche di quello sociale. La formazione di questi pensieri avviene dentro la schiuma delle quotidianità, una schiuma in cui questo sognatore dell’assoluto inizia quasi a soffocare. Egli sente la necessità di un nuovo inizio, infantile ma radicato nella realtà, come di una forma più elevata di giocare agli indiani; uno degli amici, Rico Mreule, nel novembre del 1909 si imbarca per l’Argentina, per diventare un «cow-boy nelle pampas»(27), Carlo vorrebbe accompagnarlo Trieste, tanta è l’ammirazione per Mreule, l’eroe capace di disfare la rete dell’abitudine per emigrare verso uno spazio aperto, pieno di rischi, come verso una bella morte. Carlo al contrario se ne stava là, seduto agiatamente al camino – dipendente e ancora in casa dei genitori – mentre si stava preparando una carriera, e abbozzando i suoi pensieri si chiedeva se in tutto ciò, nella consapevolezza dell’assoluto, non vi era abbastanza di assurdo, e perché volere risolvere tutto – e soltanto grazie ai teoremi della scienza… una causa ridicola e irrisoria!
Ma egli si dimostra incapace di superare in prima persona la peste che sa diagnosticare e che analizza, proprio come è solito fare per i sentimentalismi della famiglia.
Si accorge come tutto ciò che attorno a lui prende il nome di «sostegno», «sicurezza», «futuro» sia fasullo; ma come fare a intraprendere l’impossibile, come spezzare il vincolo? E pensare che, facendosi vietare dal padre una relazione d’amore, aveva anche fatto il tentativo di adattarsi per non compromettere la sua carriera. Tanto tempo prima. E ancora prima dell’amore per Argia. Ma in lui la vergogna per questo tradimento di sé doveva bruciare ancora. A quel periodo infatti risale un disegno del padre ritratto come una sfinge orribile.
Durante i prolungati soggiorni goriziani, come nelle vacanze, tutto diviene facile spunto per litigare. E anche nelle cose più piccole della vita quotidiana non c’è una volta che Carlo abbia la meglio. La conseguenza sono attacchi di ira, rimorsi, e il ronzio maligno di un tempo che di colpo si ferma – come se fermandosi fosse privato delle relazioni consuete. Così dopo lo strano episodio accaduto con un piccolo cane. Carlo, con la sorella Paula, era solo nella casa di Piazza Grande, quando la piccola bestia, affamata, infreddolita e sudicia, aveva graffiato alla porta e Carlo, nell’atto commovente del darle da mangiare e del pulirla, per metà giocando, e per metà sul serio (ma, senza ammetterlo, più sul serio che per scherzo) intendeva mettere in atto la sua più profonda convinzione dell’amor francescano verso la creatura, tanto che aveva sciacquato e insaponato la bestia nella vasca da bagno del padrone di casa comportandosi in un modo totalmente ingenuo e sventato, ma pieno di gioia per la gratitudine dell’animale. Poi, al rientro a casa dei genitori si assistette invece a una dimostrazione di potere, e il cane venne scacciato brutalmente nella notte a suon di calci. Ci fu un gran subbuglio, rimproveri, lacrime, ira, esagerati rispetto al pretesto originario relativamente minimo, ma sufficienti per dare vita a sentimenti accumulati in precedenza e alla loro messa in scena. E Carlo allora, come tante volte prima, corse fuori nella notte per passare il tempo fino al mattino lungo il fiume; amareggiato, ma anche pieno di vergogna; completamente distrutto, strattonato in quel campo malato e ronzante di un inferno sentimentale fatto di odio per gli altri e odio per sé, messo in discussione come figlio e come uomo, e preso in giro nelle sue convinzioni più profonde che costituivano la sua vita reale. Da qui, in certe agitazioni della sua fierezza potrà avere pensato anche, per mezzo di uno sparo, di imporre la propria libertà alla natura e alla fatalità sociale!

     Ebbene, questi momenti infernali di distruzione del proprio ego, quel folle ronzio della «pausa», corrispondono stranamente alle esperienze positive in cui l’iterazione si interrompe, il silenzio della persona che raggiunge l’estremo dolore, come, in modo forse patetico, accenna scrivendo alla sorella, e senz’altro con il riferimento all’estinzione dell’Io nel silenzio: «Quando sto zitto cioè quando mi dimentico e non lavoro con la testa, mi sento suonar dentro a piena orchestra, e mi metterei a piangere o a urlare come un dannato… se lo potessi»(28).
E all’amico Chiavacci scrive spaventato che in tali momenti non sente davvero più nulla, quasi come se fosse lui stesso un punto lucente sul mare che si scioglie. Non è neppure capace, ormai, di provare l’amore, e il mondo gli sembra andare dissolvendosi. E’ questo ronzio, questo ticchettio della vacuità e dell’assenza che avvicina Michelstaedter alla nostra odierna condizione astorica in cui il crollo dei vecchi meccanismi menzogneri conduce verso una tabula rasa, in direzione di un punto zero.
Una teologia negativa, o una dialettica negativa, che ad un tratto si deve trasformare nel dolore di «questo: Muori e divieni»(29) caratteristico del commiato premeditato. Già allora si poteva intuire che le fondamenta del mondo dovevano essere cambiate, e oggi ne siamo certi… anzi, al riguardo l’eterno fondamento, come avvertito da uno scrittore del tempo, è quello di costruirsi un mondo completamente nuovo. Così Michelstaedter, dotato fin da ragazzo anche di una vena matematica, e che si era iscritto al primo anno di studi nella facoltà di matematica dell’Università di Vienna, nel tentativo di rendere questa situazione di limite in segni matematici individua quello stesso valore di un limite minimo vicino allo zero, detto anche Delta t, che già Friedrich Hölderlin aveva accolto nella sua concezione del tragico, poiché ciò che è «originario» sarebbe «spontaneo», soltanto quando «il segno di per sé viene definito irrilevante = 0», in modo che l’eroe (il segno), in quanto vittima, appaia vicino alla morte.

     Per Michelstaedter proprio chi non si aspetta né nome, né gloria, né ricompensa è «la persona della conoscenza assoluta»(30); quasi un santo dunque. Egli scrive: «Nel caso di limite la costante è una linea infinita, non più una superficie (essendo un lato ridotto a zero, l’altro all’infinito): l’uomo giusto non vive più; non si continua ma si sazia nel presente»(31). Ciò ricorda l’immagine che Pascal ha fornito dell’uomo come via di mezzo tra i due abissi del niente e dell’infinito. Oppure l’uomo di Nietzsche, – un niente tra due punti interrogativi. Ma Michelstaedter va oltre, in lui la sapienza antica, soprattutto il buddhismo e alcuni tratti del pensiero biblibo, convergono con la teoria moderna della matematica, ovvero l’esattezza si associa all’intuizione. Oggi, nel punto d’arrivo della civiltà, ritroviamo questa stessa sintesi nel romanzo dell’americano Thomas Pynchon «L’Arcobaleno della gravità». Apocalissi significa apertura degli occhi, uno shock che ci aspetta quotidianamente, e significa che, a partire da Auschwitz e Hiroshima, la finitezza della storia ci aspetta con impetuoso rigore. Da parte del giovane pensatore goriziano questa finitezza viene percepita non tanto nella consapevolezza del quadro storico del tempo, ma attraverso un’esperienza personale di sofferenza e d’arte; il tempo bloccato appare come una storia familiare, simil al caso contemporaneo di Franz Kafka a Praga, in cui la vita quotidiana assume un carattere trascendentale, onirico e ossessivo, appare quasi un accadimento infero e metafisico.
Lo studente, nella casa goriziana dei genitori in Piazza Grande si sente come chi, stando a letto, si limita a sognare di alzarsi ma rimane disteso, e come paralizzato; in uno stato di dormiveglia, benché perseguitato da sentimenti di morte e dal rammarico del tempo perduto, in uno stato di scialba semicoscienza. La morte non si presenta come uno shock che risveglia. Essa piuttosto fa tic-tac nella noia e nel tempo sprecato, come se il futuro rappresentasse un dono, e come se quel giocare quotidiano e tanto innocuo con le cose e con gli uomini non fosse in verità che uno Standgericht, un tribunale d’emergenza per ogni attimo, come lo ha chiamato una volta Kafka. La montagna del passato divora il futuro, un futuro che non verrà mai riscattato. Esiste una vita precedente alla morte? «e la morte / morte non è finita, / se più forte / per lei vive la vita. // Ma se vita / sarà la nostra morte, / nella vita / viviam solo la morte»(32).  Così si legge ne Il canto delle crisalidi di Michelstaedter. La catena delle dipendenze, delle necessità, delle paure di solitudine, malattia, pericolo non si lascia spezzare e trasforma chiunque in un misero vigliacco. Già Michelstaedter sapeva che sia la società dedita al denaro e alle attrazioni materiali, sia l’utopia edonista del socialismo operavano con la stessa visione menzognera del futuro! E sapeva che entrambi in fondo non possono fare a meno di richiamarsi all’ego.
Eppure solo qualcuno che sia capace, così scriveva la giovane mente infiammata, di liberarsi da quella maschera dell’Io, e di bruciarla, di uscire da quel bozzolo per emanciparsi dalla condizione delle crisalidi, potrebbe tornare a toccare la ricchezza originaria e la pienezza del mondo che è presente in ogni attimo ma dalla quale solitamente restiamo esclusi. Due anni dopo Rainer Maria Rilke, ospite al Castello di Duino, vicino a Trieste, avrebbe scritto: «…già tenero / il bimbo lo volgiamo indietro, che veda / ciò che ha forma, e non l’aperto, che / nel volto animale è così profondo. Libero da morte»(33).
La logica dell’essere contro la logica dell’avere. «Se Cristo tornasse oggi», scrive Michelstaedter, «non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario d’un’indifferenza inerte e curiosa… – e avrebbe la soddisfazione di esser un bel caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi»(34). Il sistema infatti si mantiene in piedi attraverso la violenza rivolta contro l’uomo e contro la natura. E Michelstaedter è convinto che questa catena di violenze, accettata dallo stato e dalla Legge, possa essere interrotta soltanto attraverso la rinuncia e l’ascesi.
Ogni osservazione che egli fa, ogni inconveniente di cui parla, oggi si sono fatti terribilmente più acuti e più pressanti, come per esempio la dimestichezza spensierata con l’apparente tirannide del denaro, con esigenze sbagliate, oggetti di necessità e consumo, tutti «premi che sono e non sono nelle vie degli uomini»(35) e che trapassano insieme a noi. Le possediamo per qualche anno. E la morte in confronto quanto tempo dura? Ognuno dovrà andarsene nudo come è arrivato. In questo fra gli uomini «ognuno è il primo e l’ultimo, e non trova niente che sia fatto prima di lui, né gli giova confidar che sarà fatto dopo di lui!»(36)
Da metà agosto fino ai primi di settembre del 1910 Michelstaedter interrompe il suo faticoso lavoro di tesi e come ogni anno si reca a Pirano, sul Mare Adriatico con la sorella Paula, con Argia e la sorella di quest’ultima, Fulvia.  «Pirano è una città deliziosa, tutta affollata su una lunga lingua di terra completamente veneta, – e le case hanno i piedi nell’acqua; al principio della punta più in alto la chiesa che domina lontano su tutto il golfo, più in alto le fortificazioni fra il verde degli ulivi. E gli abitanti sono tutti belli, donne uomini, giovani vecchi… Le donne vanno tutte avvolte nel zendál(37) nero come a Venezia…»(38).
Al centro delle sue giornate c’era senz’altro Argia, la «creatura musicale». Molto spesso la contemplava seduta al pianoforte, comunica l’autore in una lettera, colui che proprio dalla musica, come sappiamo, era capace di lasciarsi trasportare in quelle sfere pericolose dell’assoluto. Fu in quello stesso anno, mentre andava alla scoperta dei vangeli, che anche dalla musica si era lasciato condurre in uno spazio interiore in cui sentiva come il suo Io andava spegnendosi, e in cui sperimentava attimi estatici e persino mistici. Argia sedeva dunque al pianoforte «e suona senza interrompersi, il Sestetto di Beethoven, una Barcarola di Mendelssohn – Schumann, Brahms, Liszt – che è un incanto», scrive Carlo: «…è proprio una creatura musicale, quasi selvaggia, sembra infantile ed ha un fondo passionale, che si rivela soltanto in certi scatti subitanei e quando suona – perché suona con tutta l’anima»(39).
Amore, pienezza, energia vitale, quella enérgeia che conduce all’argía, alla pace, alla morte, questa forza che è esuberante e straziante, significava azzardarsi a giocare con il fuoco.
Nei suoi scritti Michelstaedter rappresenta una condizione esistenziale fatta di «esercizi fisici sfrenati»(40) in cui si immagina di attraversare vaste praterie in sella a un cavallo e che lo fa pernottare in tenda per contare le stelle che nella notte si fanno vedere sul limitare nitido dell’orizzonte oppure lo spinge a portare la barca a vela sul mare impetuoso, dove non ci sono più limiti…
E il pericolo si avvicina poiché, nel suo sentire, il porto non è là dove gli uomini costruiscono porti per salvaguardare la propria vita codarda; il porto per colui che seriamente vuole la vita è il mare infuriato. Abitava per conto proprio, in una vecchia e solitaria capanna di pietra sulla spiaggia, nella baia di un vicino paese di pescatori. Da qui osservava la cresta delle onde biancheggiare all’orizzonte marino, ascoltava il fruscio delle acque, si sentiva vicino alla leggerezza della notte, trovava che agli uomini spettasse questo diventar leggeri, e seguiva la vista col pensiero: cercava l’ampiezza della spiaggia, non l’angustia, cercava quella striscia in cui cielo e terra si toccano, entrambi così lontani dagli uomini, si congiungono attraverso quell’elemento unificante, il mare. E lui che non era a casa da nessuna parte sembrava ora, in questo movimento delle onde, avere trovato un suolo stabile. Ma in fondo, nell’occhio nero, persisteva quella forza che tocca da lontano, il dolore. Un’esuberante gioia di vivere dunque – e insieme questo sentimento toccante e doloroso. Argia invece… la pace.
Sulla prima pagina del manoscritto della sua dissertazione, Michelstaedter, quest’uomo malinconico e profondamente triste, ma anche così sportivo, ha lasciato uno schizzo a matita, scarabocchiato nella noia di una pausa dallo studio, che ritrae la lampada fumante sulla sua scrivania, una fiamma che divora se stessa, e sotto, in lettere greche, il misterioso motto: «Io mi spensi per sovrabbondante abbondanza».
Nel suo ultimo autoritratto del maggio 1910 pare avvolto da un’aureola, una parte del viso chiara come il giorno, l’altra parte notte. Le due metà sono divise dalla curva marcata del naso. Su un lato c’è una cavità oculare un po’ disastrata che emana energia e luce, mentre sull’altro lato il volto appare come una maschera segnata da un dolore senza tempo avvolto nell’oscurità. Sotto si legge la frase di Eraclito: «L’uomo nella notte accende una luce a se stesso».

     Il 5 settembre Michelstaedter fece ritorno a Gorizia e ancora una volta iniziò a lavorare freneticamente. Come un dolore lieve che si insinua in ogni dove, la malinconia, il suo vecchio male, lo assalì ancora e insieme la vacuità di cui era sicuro di percepire il ticchettio.
Condusse una vita straziante da eremita, in casa dei genitori, sofferente «in questa sosta forzata»(41), mangiava e dormiva troppo poco, dimagriva, la faccia gli si faceva pallida, soltanto gli occhi conservavano un fuoco straordinario. E la madre, il giorno stesso del suo arrivo gli scrisse una lettera preoccupata. Cinque giorni più tardi egli rispose: «…vi sono ancora oggetto di dolore – e il terreno mi scotta sotto le piante […] mi è amaro ogni boccone che mangio, e pesante l’aria che respiro»(42).
Durante le ultime settimane di vita aveva dipinto il suo quadro più bello, un ritratto alla madre. A lei era molto affezionato. E sembrerebbe che lei si stesse rendendo conto di poter salvare il figlio per la vita del quale fu in preda a giustificate preoccupazioni.
Michelstaedter procedeva nella stesura della sua tesi con sentimenti contraddittori, consapevole di amare soltanto la ricerca e di disprezzare il traguardo esteriore, ovvero il titolo di studio.
Oltretutto fu afflitto particolarmente dal fallimento della relazione sentimentale con Argia Cassini. Per lei scrisse diverse poesie d’amore in cui le riflessioni dell’Io restano sempre disperatamente roteanti sulla propria soggettività e sono prive di aperture. «Xenia» non comprende il suo atteggiamento nei confronti della vita e nemmeno il suo pensiero, incentrato sul concetto di Memento mori. Ma niente sappiamo della tragedia che si dev’essere verificata tra i due. Tutte le lettere che si sono scambiati sono andate perdute durante la guerra. Ciò che resta sono le poesie, e quelle parlano un linguaggio chiaro:
«Io sento me da me fatto diverso, / se pur vicina ti sento lontana / […] / mi guardi e non mi vedi…/ […] / ti sono questo corpo e questi suoni, ti sono un nome, ti son un dei tanti»(43).
Alfine resta privato dell’ultima sua speranza. Neanche l’amore gli si dimostra capace di porre fine alla solitudine, nessuna conoscenza comune è possibile, nessun cielo in terra, nemmeno all’interno di un’unione agognata. Anche Argia calca il suolo dei fatti ordinari, e da essi dipende totalmente.
Per Michelstaedter, il ricercatore ipersensibile della certezza anche in chi gli sta di fronte, questa scissione assume le proporzioni di una catastrofe metafisica:
«…mia tu non fosti il giorno stesso / che ci incontrammo… / […] / mia non saresti più che non sei ora»(44).
Nella sua tesi La persuasione e la rettorica si era sforzato di dare una prova anche teorica di questa scissione che lo addolorava, proprio per arrivare a comprendere le ragioni di una tale disparità incancellabile dall’esistenza. Quel punto infuocato, quella fiamma da cui derivò l’origine della verità non sa interagire con la realtà e come tale non può emettere i propri raggi verso l’esterno. Ma la separazione da esso equivarrebbe a un dolore mortale, e per esso perfino le parti della materia sono costrette ad arrendersi per congiungersi in unioni chimiche; una luce che chiama e promette resurrezione. Così ad esempio nell’acqua si uniscono ossigeno e idrogeno, senza tenere conto del «futuro» o dell’istinto di sopravvivenza, in una specie di simpatia cosmica.

     Allora elementi, animali e piante sarebbero capaci e nello stesso tempo autorizzati a fare giorno per giorno ciò che a noi, gli esseri più sviluppati del pianeta, resta vietato? Divenire veramente, essere ciò che realmente ci spetta, – in quella certezza del destino di cui Socrate o Cristo o Buddha avevano dato l’esempio? Questo si chiede il giovane sognatore dell’assoluto. Quella luce, quell’attimo di pienezza è possibile nel fulgore dell’unione? Sì, lui ci crede – quell’uomo della certezza esiste. Ad esso aspira, ed è per questa utopia che fallisce, che deve fallire. E adesso il fatto di dover ritornare a vivere in casa dei genitori gli crea gravi problemi, là dove contava giusto quel preoccuparsi ingenuo del successo e del benessere, e dove si viveva esattamente quello che Carlo nelle sue caricature combatteva, che con la sua opera sulla persuasione andava investigando in quanto radice di tutti i mali. Ora, come poteva, lui che rifiutava ogni tipo di carriera e che in questa opera era partito dal punto che l’abisso tra uomo e società possa essere colmato, anzi pasticciato, soltanto attraverso la menzogna e lontano dalla verità, come poteva ora costruire quel
«futuro» tanto atteso dai genitori proprio su questa tesi che lo negava esplicitamente. Il «futuro», che anche solo come concetto aveva duramente attaccato quale mezzo per non guardare in faccia alle cose, una fuga vile dalla solennità della morte a cui non voleva affatto sottrarsi, a cui voleva al contrario tenere testa. Tutto ciò non era forse assurdo come assurda era la situazione in cui si ritrovava?! A ciò si aggiungeva poi quel conflitto tra affetto personale, ovvero tra la tenerezza per le persone da cui era circondato, e l’odio nei confronti del loro modo di vivere, nel quale, a suo parere, essi ingenuamente sperperavano giorno dopo giorno della loro vita. E tutti si erano convinti che lui, che riconosceva tutto ciò con la massima chiarezza, fosse affetto da una segreta malattia.
E’ la crisi, l’esacerbata situazione di conflitto di un uomo in cui, in termini psicologici, si ritorna alla tragedia del giovane diplomato di studi liceali, ma si va oltre questo luogo comune, perché qui, a trovarsi stretta in questa morsa, prigioniera delle relative costrizioni, è una mente geniale e infuocata che la riflette attraverso l’inclinazione alla sistematicità che gli è propria.
Così si avvicina quel fatidico 17 ottobre del 1910. Il 13 Michelstaedter fa l’ultimo grande disegno. Dedica alla madre una veduta di Gorizia sovrastata da un manto pesante di nuvole attraversato da una prorompente luce che giunge dalle montagne.
Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre Argia gli suona un’ultima volta la Settima di Beethoven, poi passa il tempo fino all’alba con l’amico Nino Paternolli che gli trascrive in bella copia le ultime pagine della tesi.
Al mattino del 17 ottobre la madre entra nella casa vuota di Piazza Grande, e gli rivolge una serie di rimproveri, rinfacciandogli la sua negligenza e mancanza d’affetto. Ciò lo colpisce, lo ferisce, poiché in quel giorno, il compleanno della madre, il lavoro per lei è compiuto, il grande quadro è ultimato. Cade di nuovo in preda a uno dei suoi attacchi violenti che lo rendono piccolo e finiscono per umiliarlo, palesando ai suoi occhi il divario terribile tra la nobiltà del suo pensiero, della sua volontà, e il suo inconscio, la sua impotenza rispetto a quell’uomo in carne e ossa, determinato da innumerevoli fattori e afflitto da tutte le sue costrizioni. Sua madre ancora una volta lo lascia a se stesso ed egli resta solo nella casa vuota. Carlo è pieno di rimorsi e sensi di colpa, ha l’impressione di non essere affatto all’altezza del suo lavoro, esaurito e afflitto da quelle strane depressioni che il compimento di una grande opera è solito lasciare in ogni scrittore o artista, e che similmente si verificano anche dopo l’amplesso amoroso, o al termine del parto che regala la vita a un bambino. E si sente misero e solo. Davanti a lui soltanto lo scandalo di fronte alla commissione esaminatrice, e quindi anche nei confronti della famiglia e di tutto l’ambiente circostante. «Buio da ogni parte», come aveva scritto alla madre già il 10 settembre, «ma ogni volta tu […] hai detto proprio quella parola […] che doveva darmi nuova forza – così ch’io [ho] potuto ancora tirarmi avanti per i capelli»(45).
Ma questa volta quella parola non fu pronunciata.

     Mi pare di vedere Carlo seduto sulla sua sedia, davanti alla scrivania, il suo viso sottile, gli occhi adombrati, a forma di mandorla, scuri e alquanto inermi, la bocca e il mento morbidi e carnosi, l’espressione spaventata e interrogativa, ma nel complesso mi immagino quest’uomo così giovane in una posizione assai composta. Vedo il contrasto tra il vigore sportivo e quell’aria vulnerabile intorno a bocca, guance e occhi che desta compassione. E poi questa fierezza e questa voglia di vivere intorno al naso e alla fronte. Michelstaedter vuole restare per imporsi, ma è trascinato via, lontano; depressioni profonde lo investono spesso, e anche adesso… dal cassetto trae la rivoltella affadatagli dall’amico emigrato in l’Argentina. E lo sparo parte. Sono le due del pomeriggio del 17 ottobre 1910.
Due giorni dopo, il 19, viene seppellito nel cimitero israelita di Valdirose, a poche centinaia di metri dalla città; a trasportare la bara sono quattro amici. Oggi il cimitero è situato dalla parte slovena, al di là del confine. Carlo riposa accanto al fratello Gino all’ombra di due grandi cipressi.

     Ma quell’apparato menzognero, da lui odiato e sentitamente descritto, che lo aveva ucciso, continuò a imperversare, accrescendosi fino a dar luogo alle più efferate atrocità. Quattro anni dopo la sua morte scoppiò la Grande Guerra, e ventinove anni dopo quel suo gesto ebbe inizio la seconda guerra mondiale. La madre di Carlo, la sorella maggiore Elda e la fidanzata Argia Cassini morirono in una camera a gas nazista. Nel 1943 lui stesso avrebbe avuto cinquantasei anni di età.

     Alla sorella aveva scritto: «…mi metterei a piangere o a urlare come un dannato…»(46).
Ma chi lo avrebbe sentito?

[Tratto da: Dieter Schlesak, Poesia, malattia pericolosa, a cura di Marco Ercolani e Antono Staude, Novi Ligure (AL), Joker Edizioni, I libri dell’Arca, 2008.

Der dichter und Selbstmörder Carlo Michelstaedter (traduzione di Antonio Staude) è stato pubblicato prima come versione per la radio BR/SDR, 6.5.86, e poi in Dieter Schlesak, Zeugen and der Grenze unserer Vorstellung. Studien. Essays. Portraits, IKGS der Universität München, 2005.]

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Note
(27) C. Michelstaedter, Epistolario, cit., p. 263.
(28) C. Michelstaedter, ivi, p. 384.
(29) “… / Dieses: Stirb und werde! /…“, in J. W. Goethe, West-oestlicher Divan, Selige Sehnsucht, v.18; traduzione italiana di Filiberto Borio, in J. W. Goethe, Divano occidentale-orientale, Torino, Boringhieri, 1959, p. 44.
(30) C. Michelstaedter, Persuasione, cit., p. 109.
(31) C. Michelstaedter, ivi, p. 80.
(32) Il canto delle crisalidi, in C. Michelstaedter, Poesie, cit., pp. 54-55.
(33) “… schon das frühe Kind / wenden wir um und zwingens, dass es rückwärts / Gestaltung sehe, nicht das Offne, das / im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod“, in R. M. Rilke, Die Achte Elegie, vv. 6b-9; traduzione italiana di Anna Lucia Giavotto Künkler, in R. M. Rilke, Poesie, II, (1908-1926), Torino, einaudi-Gallimard, 1995, pp. 90-91.
(34) C. Michelstaedter, Persuasione, cit., p. 183.
(35) C. Michelstaedter, ivi, p. 74.
(36) C. Michelstaedter, ivi, p. 73. L’espressione ‘corregge’ il testo dell’Apocalisse di Giovanni, in cui Gesù Cristo si rivolge al veggente con le parole: “Io sono il primo e l’Ultimo” (I, 17; cfr. XXII, 13).
(37) Zendál, dialetto veneziano, come zendado, scialle di seta.
(38) C. Michelstaedter, Epistolario, cit., p.333.
(39) C. Michelstaedter, ivi, p.334.
(40) C. Michelstaedter, ivi, p. 244.
(41) C. Michelstaedter, ivi, p. 450.
(42) Ibidem.
(43) A Senia, V-VI, in C. Michelstaedter, Poesie, cit., pp. 93-94.
(44) A Senia, VII, ivi, p. 95.
(45) C. Michelstaedter, Epistolario, cit., p. 450.
(46) C. Michelstaedter, ivi, p. 384 (cfr. nota 18).
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