Gadda, Carlo Emilio (III)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda

Giovanni Campi

03-12-1986

La deformazione del linguaggio, quasi caricaturale, e che a volte sfocia decisamente nel grottesco, si muove da una dimensione storica e, diremmo, geografica, affondata lontana nel tempo, addirittura nel medioevo: trattasi sempre e comunque di autori lombardi, per cui, per quel che concerne il motivo geografico è specificamente regionale, cosí che ci si muove dal duecento di Bonvesin de la Riva attraverso autori cinquecenteschi e fino ai grandi lombardi dell’ottocento, escluso naturalmente il Manzoni, il quale abbandona tale specificità per essere accolto nella parlata toscana.
Comunque, tale tema del grottesco, scatenatosi dall’ira, affiora già, lo si è detto, nel Giornale di guerra e prigionia, e rappresenta, in qualche modo, la distonia tra il sogno del mondo che potrebbe essere e la realtà che invece cosí non è, essendo, più tosto, sí vuota, sí insignificante, sí deludente; rappresenta, dunque, l’alterazione del tono dovuto alla frantumazione, nella realtà, dei bisogni, dei sogni, finanche dei miti che uno spirito giovanile a cui non fa eccezione il Gadda sempre sembra creare e a cui fermamente, risolutamente crede; rappresenta, per ciò ancora, le frustrazioni davanti al sogno corroso, roso, corrotto: rappresenta, insomma, l’antagonismo, mai sopito, mai attenuato, tra l’io sognato e l’io reale, tra l’io mitico e l’io pubblico. Tutto ciò è molto presente, e a volte anche pateticamente presente, nel Giornale.
È come se egli analizzasse anche pedantemente, anche meticolosamente, l’inadattabilità sua al mondo: nel mondo, i suoi sogni vengono inevitabilmente corrosi; è come se facesse una autoanalisi, scandagliasse le regioni di sé, e del suo profondo, e le ragioni di ciò che avrebbe potuto essere e che invece non è; è come se penetrasse le regioni di sé per trovare le ragioni del sé. C’è, per esempio, un passo in cui la scaturigine perviene dall’impossibilità d’essere – lui – un buon comandante, un passo significativo per la mancanza d’orizzonte pubblico di questi scritti, per l’assoluto contenuto diaristico, per lo specchio di sé, e per sé; sebbene sia da aggiungere pure che qui, in tale passo, è assemblato ciò che diverrà tema anche dei suoi scritti di saggistica, di narrativa, cioè il tema dell’altro da sé: l’analisi spietata di questo antagonista, che trova la sua incarnazione nel narciso, nell’uomo perfetto, compiuto, nell’uomo senza pensiero, nell’uomo tutto esibizione di sé, nel protuberante, nell’uomo le cui asseverazioni sono sempre tonde, esatte, nell’uomo privo dell’abito critico, quest’ultima essendo viceversa la sua massima aspirazione e cioè d’essere sommamente scientifico, di dare, di fornire quei messaggi scientifici per cui il mondo del ‘900 debba essere il mondo della ricerca critica e non certo quello della totalità. E questa sua analisi contiene già in sé i germi del futuro antimussolinismo, tema precipuo di “Eros e Priapo” (1), che – si badi bene – non è, comunque, antifascismo, ché è anzi da dire com’egli, e cosí come lui anche altri e tanti intellettuali del tempo, tra cui lo stesso Pirandello, com’egli, si diceva, sia attratto, e di più sedotto, da quel sentore, o sentimento, di innovazione, di rifondazione, di rinnovamento proprio, e ad esso caro, del fascismo. E dunque, questa contrapposizione tra sé e l’altro da sé di già è totalmente pensata. In questo passo v’è anche quel passaggio, tipico in Gadda, che conduce dalla psicologia personale alla storia sociale, dalle incapacità a lui propriamente inerenti alle onnipervasive capacità dell’altro da sé, dal soggettivo all’oggettivo, dal soggetto all’oggetto: s’intenda, con ciò, che egli non è in pace con sé, sí avvenendo, per dirla in termini freudiani, il tipico slittamento tra ego (privato) e superego (pubblico). Ecco ché egli vuole affermare quei diritti del popolo tali da renderlo – il popolo – privo di dominj imperiali; occorre, per questo, abolire le virtù civili, e attuare le virtù militari. Ed è qui che cade in quel gorgo di irrazionalità in cui cadranno tant’altri intellettuali, favorevoli come lui all’intervento militare. Il mondo intiero viene a manifestarsi in quella dicotomia tra l’io personale e la società tutta, in quella contraddizione tra ego e superego. Egli si muove quindi dalla constatazione della sua incapacità ad essere un bravo comandante (“io credo non lo sarò mai”, le sue parole), ad essere cioè colui il quale dovrebbe provvedere a bisogni anche di tipo elementare, forse banali.
Nell’appendice al Giornale del settembre ’19, “Vita notata”(1), emerge, invece, quell’inquietante sentimento di vuoto che affonda le sue radici nella famiglia, sentimento che viene ramificato, e cosí esteso, a tutte le città, e all’Italia intiera: quel sentimento di vuoto che rappresenta tutte le frustrazioni, tutte le vanificazioni in cui il fascismo prenderà piede, e non solo piede, ma anche corpo, in tanti altri intellettuali. Riaffiora, ancora una volta, il mito tedesco, il forte sentimento di stima nei confronti della patria tedesca. Egli, pur essendo reduce da una guerra che è andata vinta, confessa i suoi estremi, dolorosi, angosciosi presentimenti nel futuro che gli si destina innanzi; e, in ciò, dà un’immagine potenzialmente eroica, romanticamente eroica di sé contro la società tutta.
Gadda, in altri scritti, immagina la storia come un fiume le cui acque tutto portano via, e il brutto e il bello, la cui energia trascina con sé tutto; ma, talvolta, egli sente come, quest’ago della storia, da fiume si faccia lago e immediatamente palude, in cui tutto ristagna, in cui tutto sembra, ed è, fermo; e quando ciò avviene, ecco venir fuori, prepotenti, arroganti, fastidiosi, i mostri, e cioè tutte le forze del disordine, del caos; e tali forze mostruose da lui vengono incarnate anche nel movimento operajo e ciò non deve far meraviglia piú di tanto, giacché egli è pur sempre un borghese, figlio d’una borghesia sia lombarda sia industriale, egli è pur sempre chiuso in sé e dunque la strada che emette rumori (2) non può ch’essere intesa e vista come l’insidia della follia che attenta alla ragione. Egli non può provare che una fortissima delusione per il mondo che va crescendo, portando con sé il caos; cosí come la Madre, a lui nemica, pure porta il disordine nella vita familiare con l’amore che l’avvicina al fratello piú che a sé.
Longone è quella frazione in cui è insediata la villa di Brianza, quella villa che diventerà un elemento ossessivo, essendo essa il gorgo che assorbe, e ingloba, e annulla, tutto il potenziale della famiglia. La famiglia, come la vecchia società borghese, naturalmente sacrificherebbe qualsiasi cosa per salvaguardare l’aspetto esteriore, per salvare il mito di classe; la Madre s’identifica con la casa, la villa, si fa violenza, ma sopporta la violenza purché sopravviva la facciata; la madre, volendo salvare questo mondo d’ordini, di riti, non s’accorge di essere insidiata dalla società, e anche dal male del figlio. E uno di questi segnali della malattia del Gadda, di questo male che attenta alla sua anima, è il sentimento della privazione, è il sentire sempre che un qualcosa sia nemico, ostinatamente ostile all’ordine morale, all’ordine interiore, all’anima, e che questo qualcosa venga poi a generare un falso ordine interiore, una falsa moralità. E tutta questa sintomatologia dei mali che infestano il mondo non può che essere incarnata nella Madre, sebbene insieme al male sia incarnato, in essa, anche l’amore, e altrettanto naturalmente. E allora, questa difficoltà psicologica dell’origine, questo sentimento misto d’amore & odio, quest’assoluta frigidità e delle forme e delle cose che sempre s’inframmettono, tutto ciò mette in moto, tutto ciò serve a formulare quella particolare teoria del mondo secondo cui non v’è posto per la solarità intesa come mondo illuminato, giojoso, ridente, organizzato, esatto, per cui tutto deve venir letto in una chiave non totalizzante.
Il suo tipo di analisi è quello d’un qualsiasi uomo costretto a dire contemporaneamente amore & odio; e questo, non solo inteso riferito alla Madre, ma un po’ per qualsiasi altra cosa, per esempio per la Germania, di cui ama certamente l’efficienza, la specializzazione della tecnica, ma di cui odia contemporaneamente quel qualcosa che dalla Germania stessa proviene e che può atterrire, che minaccia e insidia. Dietro questo perenne, perpetuale andirivieni di contrasti c’è una filosofia postottocentesca che tiene appunto conto di queste contraddizioni, di queste dicotomie, e si presenta ed evolve come una dialettica tra il polo positivo e quello negativo, che si presenta, dunque, in tutta la sua complessità, in tutta la sua totalità. Ed appunto da dentro tale involucro di antinomie emergerà la formalizzazione della filosofia novecentesca, che è una filosofia della crisi. Secondo Musil esiste l’impossibilità di definire compiutamente i fenomeni tutti nella scienza. Questa filosofia della crisi consiste nell’idea che non è possibile una analisi che attenda ad una conclusione, questa filosofia della crisi consiste nel concetto che non è plausibile un’analisi che giunga ad un risultato: è altresì impossibile un indizio che dìa poi una risposta univoca, cosí come è impossibile un evento che abbia motivazioni univoche, che sia per ciò unicamente motivato, causato, in quanto le cose, tutte le cose, nascono attraverso una serie, un coagulo di concause (3) e non da un’unica causa prima. Cosí anche l’assassinio, motivo, come si vedrà, del Pasticciaccio, non è più visto come univoco motivo, ma come una storia collettiva.
Tutte le cose, quindi, si presentano nel loro aspetto di lacerazione, laceranti in quanto devono avere, sempre e comunque, risposte complesse, e in quanto che univocamente non hanno mai risposte. Già Longone è, in un certo qual modo, l’ossessione tipica gaddiana, sebbene ancora segmentata, frammentata; la sua ossessione contro le cose è quella forza scatenante che lo mette contro tutti i sentimenti mancati, e inconsumabili.
Si vuole quindi indagare sulla ferita originaria che tormenta il Nostro, sulla ferita di cui non si vedono, però, contorni, né ragioni. Ma questa indagine non vuole essere psicologica, né medica, tutt’altro. Questo perché Gadda riesce a produrre in sé quei particolari, adatti, adattabili anticorpi, quelle croste che non sono normali, banali croste, quelle tumefazioni che diventano pezzi di letteratura.
La Cognizione del dolore è appunto il dolore che s’è ricomposto, che non si ritrae, che non viene meno, che ancora gli instà e lo tormenta: occorre dunque riconoscerlo volta per volta, ché dietro alle croste, dietro alla tumefazione c’è ancora la ferita, aperta, lacerante, sanguisuga, che si manifesta certo con l’odio viscerale, radicale, profondo, vero, inverso le cose; c’è ancora la ferita che si manifesta certo con un mancato abbraccio della madre, la qual cosa lo tormenta in egual, se non maggiore, misura; c’è ancora la ferita che si manifesta, quindi, con il suo bisogno, mai appagato, mai esaudito, d’affetto; c’è ancora la ferita, infine, che si manifesta però anche con la nostalgia, e anche questo è certo, con la nostalgia nei confronti del passato, nei confronti della vita, nei confronti dell’amore:

“tutto, tutto sto cinema, nel mio cuore disumano si trasfigurò in desiderio, diventò viva e profonda poesia, inguaribile amore”.
(Giornale di guerra e di prigionia)
.

Se il tutto nasce dall’odio, dalla rabbia, dalla furia, è certo che poi questo stesso tutto viene ad inglobarsi nella fascinazione, nella storia tutta, e quindi anche in sentimenti pacati.

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Note

(1) “Il folle narcissico è incapace di analisi psicologiche, non arriva mai a conoscere gli altri: né i suoi, né i nemici, né gli alleati. Perché? Perché in lui tutto viene relato alla erezione perpetua e alla prurigine erubescente dell’Io-minchia invaghito, affocato, affogato di sé medesimo.”

(2) A tal proposito, leggasi una pagina paradigmatica de “La Madonna dei Filosofi”, dove non solo i rumori ma anche i suoni e le voci procuravano fastidi e torture:

“Ma certo erano le fisime della nevrastenia. Tutto era per lui ombra o tortura. Il grammofono ‘gli demoliva i nervi’; il mandolino gli strappava concitate apostrofi contro ‘la civiltà Mediterranea’ e, subito dopo, la veemente e circostanziata asserzione della preminenza morale della razza eschimese, che non lo suona; il piano degli steps e delle barcarole… era un serrar di mascella che una stretta uguale non la producono gli strícnidi e il tètano; i cani, quando abbaiano a ogni piú futile caso, li avrebbe remunerati versando loro con un imbuto del burro fritto e ben rosolato nelle orecchie: e ai loro padroni nell’umbilico; mentre invece la cattiva sintassi e l’enfasi spropositata di alcuni concittadini gli eran cagione d’oscuramenti, di vertigine e d’agorafobia; e le prodezze de’ nuovi architetti gli davano il giallo dell’itterizia. Certi imparaticci poi, recitati a gran voce dai concionanti droghieri, improvvisatisi economisti della nuova Europa , gli parevano indegni d’un venditore ambulante.”

(3) “Roma e Napoli, che già avevo visto nel 1917, mi rimasero stavolta unite nella memoria a un’impressione di caldo orribile, di vuoto, di tedio, e al senso del mio malessere fisico: (spossatezza, nausea.) Tornai a Longone come morto: senza piú voglia di nulla. Con la Mamma fui cattivo e prevedo che sarò sempre, perché troppe divergenze abbiamo su tutto: e perché vedo ch’ella non ama Clara, il che, del resto, è cosa vecchia. Anche della famiglia che un tempo adoravo sono stufo: sento che i piú cari legami si dissolvono, che il maledetto destino vuol divellermi dalle pure origini della mia anima e privarmi delle mie forze piú pure, per fare di me un uomo comune, volgare, tozzo, bestiale, borghese, traditore di sé stesso, italiano, ‘adatto all’ambiente’. Tutto ha congiurato contro la mia grandezza, e prima d’ogni cosa il mio animo, debole, docile, facile ad esser preso dalle ragioni altrui; poiché in tutti, anche nei miserabili, v’è un po’ di ragione, o almeno la logica della realtà. Se la realtà avesse avuto minor forza sopra di me, oppure se la realtà fosse di quelle che consentono la grandezza, (Roma, Germania), io sarei un uomo che vale qualcosa. Ma la realtà di questi anni, salvo alcune fiamme generose e fugaci, è merdona: e in essa mi sento immedesimare ed annegare.
Io, con le mie qualità, dovevo nascere cocciuto come un mulo, come sono un po’ tutti in famiglia: avrei fatto fortuna. Invece nacqui con tendenze piagnucolose-erotiche-sentimentali-entusiaste degli altri, rara bestia nel gregge: e queste sono la mia rovina.
Sto trasformandomi? Non credo. Quando imparerò il disprezzo degli altri? Quando avrò per me quella meravigliosa forza d’istinto che consiste nel sentire, dell’uomo che ci sta presso, la rivalità, non l’affinità? Io sento la simpatia e l’affinità, guardo con occhio amico ogni porco che passa. Non ho l’istinto dell’odio, che in me ha forme e origini soltanto cerebrali.
Sarei nato alla vita collettiva: a una vita collettiva di miei pari, intendo dire di persone che avessero il mio animo: e ne ho incontrate, sopra tutto fra gli umili. Ma la gran maggioranza ha tinte spirituali, tonalità di carattere troppo diverse dalla mia, e troppo uniformi ad altro tipo: sicché ci troviamo pochi contro molti compatti.
Vorrei vedere le cose della mia famiglia andar bene: la regola perfetta: le spese inutili evitate: ecc.; e mi logoro stupidamente l’anima perché la Mamma non fa quello che vorrei. (E perché, dico io, vuol piú bene ai muri di Longone, alle seggiole di Milano, che a me, che a Clara malata). Mi struggo per le spese, perché quest’inverno si soffrirà la fame, perché il medico ha ordinato per Clara il soggiorno in Riviera e, facendo cosí, non si potrà. Ma tanto e tanto è inutile affliggersi: qualche santo soccorrerà. Vada la barca dove vuole, non me ne importa piú nulla! Io non sono piú un uomo.
Litigai con la Mamma anche per le lettere di Enrico, per le sue memorie, che io vorrei elencare, notare, raccogliere i unico luogo: e le chiesi anche le sue; quelle che Enrico scrisse a lei: (quanto mi ama e quanta fiducia ha in me!) Mi disse delle parole senza senso, come il solito, e basta.
Enrico è il mio compagno ancora nei momenti di raccoglimento, nell’atroce solitudine, nel vuoto perenne che mi circonda. La tristezza e il dolore feroce mi seguono mentre m’addormento e mi sveglio, mente penso alla sua tomba deserta e lontana, agli anni lontani, alla vita lontana. Questo tutto che mi circonda è una inutile e stupida sopravvivenza.

Milano, Via Simpliciano 2; 10 settembre 1919. Ore 10.”

(3) Su la causa, le cause e le concause si leggano queste pagine di Raffaele Donnarumma:

http://www.gadda.ed.ac.uk
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5 pensieri riguardo “Gadda, Carlo Emilio (III)”

  1. pagine straordinarie sul dolore, e poi quella citazione che riguarda il cinema, favolosa… Qui critico e scrittore si compenetrano (fatto salvo che Gadda non è nell’empireo dei miei amori, come tutti i barocchi della lingua…)

    grazie, m

  2. Il critico letterario, al pari dello scrittore, dev’essere ispirato, deve cioè poterci dimostrare con lo strumento tecnico dell’analisi filologica e con la pregnanza di un’insospettabile vocazione letteraria quanto c’è da approfondire e riconoscere in uno scrittore. Il critico, in altre parole o in felicissimi contesti, è l’alter ego dell’autore che esanima e svela, di quell’autore criptico che, pur eccitando il lettore, sfugge diabolicamente a qualsiasi classificazione di genere, svìando e cristallizzando simpatie troppo precipitose o antipatie troppo supponenti.

    Giancarlo Mazzacurati, da docente e da critico, delineò nelle sue lezioni e nei suoi scritti il percorso che “generalmente” vibra e sopravvive sotto traccia tra autori apparentemente diversi tra loro (per lo stile, l’epoca vissuta) e configurò un’ideale mappa del tesoro nella quale cercare e interpretare i segni enigmatici di una prossimità d’intenti e una robustezza di stile che spesso sopravanza e qualifica quegli intenti. Gli studi di Mazzacurati – come queste lezioni su Gadda – circoscrivono l’attenzione del filologo come quella del lettore, dello studente o del futuro professore, sulle strutture portanti dell’innovazione letteraria. Se è vero che si scrive riscrivendo sempre gli autori che ci hanno preceduti (o surclassati), è altrettanto vero che si diventa scrittori o lettori quando ci si ritrova nella perfetta padronanza dei moduli e delle formule di scrittura/lettura. Riusciamo così – noi lettori – a captare e intendere una scrittura perché ci sentiamo proiettati da un autore ad altri autori, da un luogo (topos) a un altro, da un’atmosfera (incanto, turbamento) ad un’altra.

    Le lezioni di Mazzacurati su Gadda hanno fatto scoprire a chi le ha seguìte la geometria e l’alchimia dei riferimenti, il valore e il senso di un’operazione sicuramente semantica (la transcodificazione dei modelli) e, tuttavia, semplicemente letteraria. Nel macrocosmo gaddiano troviamo anche quello che non ci aspettiamo: alla ridondanza barocca comunque elegante e controllata fa da riscontro una percezione della realtà esemplarmente fenomenica, al linguaggio alto e filosofico (se non epistemologico) corrisponde una lingua fresca e duttile, popolare e dialettale.
    Mazzacurati disegnò questa mappa del tesoro dagli scrittori accademici italiani del ’5-’700 agli scrittori inafferrabili e immaginifici del ’700 inglese (Laurence Sterne) e i punti di raccordo o le linee di connessione impalpabilmente emersero tra autori così distanti tra di loro. Il linguaggio da alto e filosofico diventa per una sapiente manipolazione grottesco o comico e la narrazione della realtà si fa sempre più complessa e godibile.

    Carlo Emilio Gadda spezza la frase, la reinventa e la dilata. Qualche commento fa, Manuel Cohen faceva giustamente notare come gli scrittori contemporanei si attardino e si attestino speciosamente nella triade elementare soggetto-predicato-complemento. Proviamo a trovare un soggetto o un predicato o un complemento nelle frasi di Gadda: ci sono, certo, e sono ben visibili ma quanti sono? Innumerevoli, complementari, centrifughi. Questo vigile slabbramento o questa consapevole tracimazione del tessuto narrativo rispecchia la lacerazione dell’io gaddiano, come avvertiva Mazzacurati (soprattutto ne “La cognizione del dolore”): un io sempre proteso a nascondersi e a manifestarsi poi con accenti di strazio e straniamento, un io-narrante che scopre agli occhi del lettore l’officina del racconto.

    L’uso o, meglio, l’invenzione di una lingua letteraria, fatta di gerghi o tecnicismi, trova la massima espressione nel “Pasticciaccio”: avete mai avuto difficoltà a leggerlo? Sicuramente ma forse non ci è mai pesato. Quella sorta di stravolgimento lessicale (che Gadda giudicava e salvava quasi come un necessario imbarbarimento) ci bloccava ma non ci faceva interrompere la lettura, come càpita di solito con le canzoni straniere: non intendiamo le parole ma la musica ci fa ritenere che deve trattarsi di un testo arduo da tradurre ma facile da assimilare. La scrittura di Gadda è funambolica, quieta, iperborea, andante: quello che viene definito “barocco” in Gadda è lontano e diverso dallo stile arcaicizzante degli scrittori demodé.

    Per Gadda, nel “Pasticciaccio” siamo semplicemente “taliani”, come dice Ingravallo, molisano trapiantato a Roma e si parla con quella cadenza – plebea e borghese – che i “taliani” di sempre e da sempre adoperano.

    Forse Giancarlo Mazzacurati non ebbe il tempo e la disposizione – per la sua fine prematura – di avere sotto gli occhi il romanzo dell’argentino Enrique M. Butti (“Indí”), che in italiano venne tradotto nel’94 da Angelo Morino e proposto come “Pasticciaccio argentino”. In quel romanzo Butti adombrava il personaggio di Gadda, l’ingegnere italiano che visse e lavorò per due anni in Argentina. Tutto il romanzo di Butti è un omaggio e un viaggio impossibile sulle tracce di Gadda e del suo romanzo più famoso. Non possiamo immaginare come Mazzacurati avrebbe interpretato quel romanzo riscritto alla maniera di Gadda, forse l’avrebbe giudicato come un’esercitazione letteraria di uno studente maniacale, di un feticista letterario, eppure, nondimeno, come un approccio devoto e incompiuto al Don Gonzalo Pirobutirro che molti di noi abbiamo sognato di essere, nella cognizione delle nostre avventure.

    Antonio

    P.S. – Devo necessariamente scusarmi per la lunghezza eccessiva di questo commento. Grazie.

  3. Grazie, Antonio, un commento da incorniciare: Mazzacurati e Gadda ricondotti, rispettivamente, alla fonte della specifica lezione critica e della originale ricerca letteraria.

    fm

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