La realtà sofferta del comico

Leopoldo Attolico

“Questo tuo libro è un libro importante. Mi piacerebbe che diventasse un viatico per tutti quelli che pretendono d’essere poeti dimenticandosi che la poesia è un gioco. Mica un gioco da niente! Un gioco di parola, come quello di quel Fiat che giocò a modellare (dal fango, appunto!) una vita di per sé assolutamente ridicola, se non finisse sempre in tragedia. Ridicola perché senza fine, senza scopo, sempre malgiocata. Eppure da quel fango, da quella creta chi voglia – rinunciando tuttavia alle altre voglie strumentali e utilitaristiche – può ricavare appunto il gioco, che è la poesia dell’inutile, ultimo, estremo, (abissale) baluardo dell’indicibile verità.” (Gio Ferri, dalla Postfazione)

 

Leopoldo Attolico, La realtà sofferta del comico
Prefazione di Giorgio Patrizi
Postfazione di Giò Ferri
Cagliari, Aìsara, 2009

 

Dilettuosamente

Bella pretesa una poesia senza errori
una poesia perfetta.
Non è così che si fa
– quando è proprio la lieve imperfezione
che cresce su se stessa
a fare dell’ape e delle sue cellette
l’unica chance d’amore sufficiente
il redde rationem che ti salva dalla tangente (…)

 

Grande statista

Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica

 

Precariato e produzione di reddito

Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene:
il mio fondoschiena vale più di due lauree

 

Crisi di coppia a Canale Cinque

Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla Brava Presentatrice (!)
e il tubo catodico è il garante

Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione!

(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)

 

Il massimo della vita

A gran velocità si arriva in cielo
con gran sconquasso per la fibrillazione.
La Prima Comunione è assicurata
magari riciclata
pur sempre repertorio intatto e contundente

Come un guanto indossato e non più tolto
il Sogno riorganizza il suo reame
pensile di giardino esclusivo e intransigente:
non tollera magheggi o dictat che adombrino consegne;
solo quelle ritmate dallo share
del gossip targato Mediaset

 

*

 

Poeta, dove vai?
Come un asse da stiro
non sai mai dove metterti
dove ti metti impicci
nei secoli dei secoli
la tua ubicazione domestica
è una ipotesi che non si addomestica mai
è un vitalizio di precarietà
un destino di provvisorietà
di inadeguatezza nomade, zingaresca
quando infesti casa con i tuoi foglietti
con i tuoi libretti
con la tua poetry à porter
e nel turbine collezioni rimbrotti
mugugni, qualche volta anatemi
quando va bene teoremi di fulgidi sfottò…

Ma i tuoi angiomi cartacei immedicabili
marcano il territorio e non ne vogliono sapere.
Sono squilli teneri di neve
in un falò

 

*

 

Il rosario delle vecchiette

Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco DADA di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste

 

Vandalismi ed elegia

Di questo itinerario son rimaste
le randellate di Pulcinella a Pantalone
le panchine basse del Pincio
le gambe delle mamme
le sagrestie scombussolate del pudore
e, a sera, lo zero della luna
per sigillo.
E’ rimasta una cifra sospesa a metà strada
tra la piccola preistoria personale
e un tamburo di latta a ribadire
sprazzi di grazia antica
dipinta dal suo suono

Più in là
soltanto la Prima Comunione ha salvato la faccia
ha un colore intatto dalla sua
e resiste ad oltranza;
come quei mezzi busti un po’ fantasmi
tra siepi di mortella spelacchiata
che per aver troppo annusato la gioia
l’hanno pagata cara
e son rimasti senza naso
stupiti anzichenò
nel verde di una favola

 

Sublimazione

Dopo il botto
non irritiamoci
siamo cortesi
restiamo calmi:
c’è la constatazione amichevole
d’incidente automobilistico,
malincomica prassi che inaugura un’aria nuova
di liberazione
un’epopea di intenti!

Per lo scontro all’arma bianca
sublimato dal flaneur precompilato
pas de peur!:
stami e pistilli in comunione
stanno a sangue e arena
come metti una sera a cena
sta a un amplesso di radiatori volti verso il sole!
Non c’è problema!

 

Diciamoci la verità

Se passando di qui vi imbatteste
in cifre capovolte
in vigili urbani che procedon contromano
in curve di mare blu concupite dalle ruspe
e vedeste il cielo delirare incanutire
o imbottirsi di cotone emostatico
non cadete in deliquio:
aggettivate il tutto con l’enfasi del caso
corroborate esecrazione e smoccolate
col piglio che ci vuole
ma poi prendete il cuore per il bavero
fategli un liscio e busso
e aprite il rubinetto alla requisitoria:
non è forse lui il responsabile?
Non ha memoria il suo disimpegno
di sognatore stordito
o quantomeno così spesso irretito
da quel suo cielo che non è mai finito
che è sempre dipinto di fresco?

 

Luna romanista

Un poco paranoico
ma molto poetico
il reiterarsi
del suo appartarsi
con i grilli
e con i versi di Aldo Palazzeschi…

Nondimeno
per vivere alla massima espressione
il suo bollente idillio con la Coppa dei Campioni
si accompagnava sempre con un mini televisore
per non perdersi la Roma
e l’adrenalina dei turni eliminatori

In paese
la comare più avvertita
aveva subito stabilito
trattarsi
di cultura elettrodomestica della vita

 

La visita ad Emilio Villa

A quasi novant’anni
li (di)mostra tutti
nove decine circa di cardi luccicanti
cordiali e colloquiali
a spasso nel soggiorno

In questo golfo di viavai intermittente
lui dice di averne perso un poco il conto
e quindi l’inventario è un beneficio
da ascrivere comunque all’ospite indulgente
(che oblige la noblesse e fa lo sconto)

Finisce che te li regala ad uno ad uno
con quel suo stile inavvertito
da murmure interdentale,
chiosandone i pudori
ma appena per un po’,
birbante poi nel farli scomparire
come quei fiori gelosi
che la moviola ripropone
in un abbraccio tenero di petali
dopo che il sole li ha aperti

 

______________________________
Nota biobibliografica

Leopoldo Attolico vive e opera a Roma, dove è nato nel 1946. Dalla seconda metà degli anni Ottanta si occupa principalmente di poesia performativa e delle sue modalità espressive, foniche, giocose, ironicheautoironiche e antistress.
Ha pubblicato, a partire dal 1987, cinque titoli di poesia e quattro plaquettes in edizioni d’arte. Suoi testi e interventi critico-teorici sono apparsi nelle principali riviste letterarie italiane. Numerose le partecipazioni a letture pubbliche nei licei e nelle università e le presenze in reading e festival nazionali ed internazionali. Una scelta dei suoi testi è stata pubblicata nel 2004 presso Chelsea, New York, per la traduzione di Emanuel di Pasquale. E’ stato tra i redattori di “Poiesis” e lo è attualmente di “Capoverso”.
Gestisce il sito web www.attolico.it/
______________________________

 

***

29 pensieri riguardo “La realtà sofferta del comico”

  1. Concordo sulla parte della postfazione in cui si celebra il “gioco” della poesia. Mai parole furono usate meglio per questi versi, che ad un lettore distratto potrebbero essere scambiati per “leggeri” ma invece nascondono un profondo senso di inquietitudine del poeta, che scava le varie incombenze del tempo moderno. Complimenti

  2. La realtà sofferta del comico coincide con la sua ubicazione non addomesticabile, con il “destino di provvisorietà di inadeguatezza nomade” con cui convive: un antidoto per la “cultura elettrodemestica della vita”. E comunque il poeta è un “omino innocuo”: dopo il botto “c’è la constatazione amichevole
    d’incidente automobilistico,
    malincomica prassi che inaugura un’aria nuova
    di liberazione
    un’epopea di intenti!”.
    Lo sguardo si acciglia davanti a nani e ballerine, ai quali preferisce indubbiamente il dadaismo delle vecchiette.

    Piglio satirico e gioco verbale non fine a se stesso per questi versi impegnati che fanno appello all’ottimismo della volontà, non negando il pessimismo ella ragione.
    Complimenti Leopoldo.

  3. Ho sempre ritenuto Attolico un poeta molto “serio”, parlasse di realtà o persone. Perché la sua poesia, che conosco da molto tempo, non lascia tranquillo chi la legge, non scherza mai (sembra), va in fondo alle cose e a volte con un sentimento toccante fino alla tristezza, in certe poesie d’amore. Prendendo il mondo con la pinza dei suoi occhi, molto spesso ci da squarci di sorriso, di attenzione quotidiana puntigliosa, ma sempre con quella forza elegante che io chiamo “serietà”.

    cristina annino.

  4. Il poeta “come un’asse da stiro”,.. sublime!,
    davvero un “viatico” “per tutti quelli che” (come indicato nella postfazione di Giò Ferri)

    così come è impossibile nn farsi conquistare dalla fulminante (e profonda) definizione “cultura elettrodomestica della vita”.

    E sì , la poesia di Leopoldo Attolico val bene “l’impulso al gioco” del quale parla Schiller.

    un caro saluto a tutti.

  5. [Parlando arbitrariament di sostanza]

    Leggendo i versi di Leopoldo Attolico mi è sembrato naturale inventare e adoperare una formula critica per connotare la sua “poesia” e non le sue poesie. Per la struttura compositiva dei versi, per gli intenti così palesi da risultare d’acchito sincronici con la realtà storica, direi che la poesia di Leopoldo Attolico potrebbe definirsi “generazionale”. Una definizione da sola non basta: può soprendere, attirare qualche flebile consenso ma stranamente non definisce abbastanza se non viene ulteriormente definita, argomentata e completata da un’attenzione inevitabilmente filologica.

    Perché “generazionale”, allora? Perché è una poesia che sembra scritta ieri o stamattina, è una poesia che attinge la sua affidabilità e la sua credibilità testuale ad una sorgiva e complementare coessenza con tutto ciò che è cronaca, riflessione, elaborazione semantica del mondo che circonda Attolico quando il poeta decide di trasferire in sequenze ritmiche lo stato delle cose che percepisce. La sua poesia non è un canto, non è ripiegamento elegiaco o funesto, non è neppure una dichiarazione di assoluto o di assoluti, come càpita spesso con i poeti che tirano a filosofare. La sua poesia è “generazionale” perché genera e ri-genera il percorso accidentato della sua e di altre generazioni coetanee, è svuotamento e riempimento di qualcosa che sappiamo bene come sentire e abbiamo difficoltà ad esprimere. Il suo è uno sguardo in linea e in orario con gli avvenimenti (epocali o quotidiani) che non riguardano le trasformazioni oggettive che hanno condizionato fatti o eventi, cose o convenzioni. Le trasformazioni – pur oggettive – sono quelle che hanno manomesso o reindirizzato le proprie, individuali e quindi storiche circostanze di vita, di una vita che non si esaurisce in un privato fin troppo conclamato, di una vita che vive di se stessa nel tempo, per i mutamenti accettati o rifiutati, per il modo di porsi nei confronti di un se stesso che fluttua instabile e paradossalmente sicuro nella decifrazione del suo essere in questo mondo, così com’è.

    La poesia “generazionale”, poi, se vogliamo, ha avuto antenati riconosciuti, è stata tipica dei poeti romani, inpliciti o espliciti che fossero, cauti o ribelli (da Penna a Bellezza, a Paris) ma con Attolico si avverte una lucidità diversa, che ottimizza il tempo dell’osservazione realistica, che stipula col tempo corrente una corsa parallela, una parallela dis/integrazione.

    È una poesia che ha il ritmo e il timbro della poesia “detta” (reading poetry), di una poesia che vuole essere ancora più presente, una poesia dovremmo dire “in diretta”. Tutte le poesie sono scritte per essere dette, si sa, e nessuno le “dice” meglio dei poeti che le hanno scritte ma, nel caso di Attolico, la sua poesia mostra e pretende una sonorità da ritrovo, da incontro, perché, solo se citata e re-citata, raggiungerà i suoi intenti di severità, di accortezza.

    C’è sfida, sollecitazione nella sua poesia ma c’è anche un superstite pudore, contrappuntato da una leggera perfidia fatta di rigore: scremando la sua generazione da velleità e frasi fatte, Attolico indica tra le righe – nella ferina semplicità dei versi – il difficile recupero del proprio tempo e quindi anche del nostro, senza riserve o remore.

    Antonio

  6. Grazie a tutti per gli interventi, e a Leopoldo per i testi.

    Credo che capiti raramente, a un poeta, di imbattersi in una recensione o in commento curati come quelli che, grazie a lettori particolarmente “attenti”, è possibile leggere qui in taluni thread.

    Un saluto a tutti.

    fm

  7. La mia gratitudine – sentita – a quanti sono passati di qui , gratificando questo benedetto ego che – una volta tanto per impulso anticatacombale – ha organizzato con lo stoico Marotta una sorta di pic nic , sperando ( non disperando ) che le quattro cose preparate non devastassero le papille gustative propiziando il fuggi fuggi generale . . .
    Questa vostra compagnia mi da molta serenità , perché se è vero che ognuno scrive per se stesso , “per liberarsi di un peso e passare al seguente”( Sereni ) , è anche vero che la solidarietà e l’empatia si coniugano con l’intelligenza e l’apertura intellettuale decisive per farci esistere ( e resistere ) da uomini vivi , sempre in progress , sempre problematicamente/profiquamente a confronto con la nostra “verità”.
    Un forte abbraccio a tutti
    leopoldo

  8. la solidarietà e l’empatia si coniugano con l’intelligenza e l’apertura intellettuale decisive per farci esistere ( e resistere ) da uomini vivi

    Grazie anche per questo.

    fm

  9. anche Dante (e Leopardi) erano- grazie al cielo – molto “generazionali” ; il problema è che l’egemonia petrarchesca continua a confinare la linea “comica”, o “bassa”, della poesia italiana in un limbo marginale a favore di una tonalità elegiaca, e spesso fintamente dolente, che, mutatis mutandis, caratterizza ancora molta produzione che si vorrebbe di neo-avanguardia contemporanea, un abbraccio a Leopoldo e a FM, Viola

  10. credo che la linea alta tenda a dominare sulla linea comica ovunque, in quanto – se bachtin ha ragione – il basso, senza arrivare al basso-corporeo, ha sempre carattere di sovversione, è un po’ anarchico, tende alla libertà anche formale e perciò tende ad essere negletto, quando non perseguitato. oggi credo che la venatura dall’irridente all’ ironica sia assolutamente seria e abbia, avendoli peraltro sempre avuti, per quanto vari, dei connotati formali e comunicativi riconoscibili, stilizzati, di assoluto rispetto. con la poesia “comica” non si scherza: va valorizzata da fattori formali e di lessico forse più della poesia lirica. si deve distinguere e difendere.
    tuttavia credo che, come dice francesco, la poesia più semplicemente “è”. non ci sono forse più generi tradizionali e dai confini netti: ma quando se ne parla, abbiamo bisogno di quelle categorie per spiegarci e prendere coscienza di alcuni aspetti che ci hanno colpito ad un livello emotivo, pre-razionale e purtuttavia razionale.
    con molta più perfidia pestiferina tutta mia mi trovo d’accordo con viola su certa neo-neo-neoavanguardia cui talora, cominciando da noi stessi lettori, per pigrizia e pavore, si permette di sbrodolare certe litanie che c’è da appendersi alla prima trave disponibile. se un poeta tendente all’ironico sbaglia anche di poco il risultato scadente si vede subito: perché vige l’idea che non si tratti di vera poesia e non viene perdonato niente, perché siamo, senza saperlo, intimamente crociani. anzi, “sono”, i più, crociani attardati benché inconsapevoli.

  11. Prendo nota con grande piacere di quello che scrivete e sono sostanzialmente d’accordo con quanto emerge. Aggiungerei che, a prescindere dall’antichissima tradizione che ha alle spalle, registri e stilemi compresi, una poesia come quella di Leopoldo è di difficilissima “fattura”; la materia, pur immediatamente riconoscibile e apparentemente riportabile con facilità a coordinate comuni, è oltremodo sfuggente – se non capita nelle mani “giuste”: mani capaci di inventare e modellare “forme” (lo “specifico” della poesia). Il “cultum” che una tale scrittura richiama, è tutto riferibile all’ “inter-esse” in cui l’oggetto si declina – così come il “gioco” è la realizzazione sempre in atto di ciò che il “serio” contiene ab origine.

    Questa, per me, è una poesia “coltissima” (perché “inter-essente”) – e viceversa. In questo rapporto, vedo bandita la “casualità” a tutto vantaggio di una εἰρωνεία di stampo socratico, eticamente demistificante e con finalità conoscitive che sono (per il discorso delle “forme” di cui sopra) ipso facto estetiche.

    fm

  12. Dovrò assolutamente leggerlo.
    Conosco la poesia di Leopoldo Attolico da quando frequentavo il Club dei poeti e ne ho sempre ammirato l’ironia e il gioco arguto.
    Mi unisco ai commenti che mi precedono perché rispecchiano anche tutta la mia stima per la sua opera poetica.
    cb

  13. Se mi imbattessi in un evento fuori misura, di quelli che ti stordiscono per tre giorni, di quelli che non puoi toglierti dalla testa e dai tuoi pensieri disordinati, di quelli che ti fanno perder tempo a perder tempo, imbastendo ipotesi impossibili di domani diversi che poi succedono a modo loro senza che tu li possa predire… insomma, se mi imbattessi in una di quelle quisquilie quotidiane che rimbombano in testa per mesi, beh, allora direi: “Attolico, tu lo sapevi, per questo ci hai riso sopra prima che capitasse a me. Sei un furfante!”, e in una sferzata di Attolicesimo, ci riderei sopra!
    Grazie al cielo, un certo tipo di poesia esiste! I poeti leccati, quelli che trovi nelle emailcatenadisantantonioconvirusannesso, imparino da questo sano punto di partenza! Attolicare ora, attolicare presto, prima che il delirio delle onnipresenti rubacuori ci addormenti per sempre….

  14. La poesia di Attolico è speciale. E’ speciale perchè di una specie rara, che ha a che fare con l’ironia e l’intelligenza. L’intelligenza dell’ironia, l’ironia intelligente. Educato a non prendere troppo sul serio le vicende della vita minuta, il dettato di Leopoldo risulta tuttavia serissimo, come qui anche i commentatori hanno auto modo di rilevare: una operazione di grande serietà. E anche di professionalità assoluta: gli strumenti del mestiere affilatissimi sono lame, di sarcasmo, di ironia, di parodia, dissacrante esilarante commedia umana. Si è più facilmente propensi a giustificare o ‘riconoscere’ come autentico un atteggiamento serioso e impostato (magari con la mano sotto il mento, fotografati con alle spalle i ‘gioielli di famiglia’ delle lettere o la libreria, gli occhi al cielo o fissi nel vuoto) mentre si tende a dare poco credito o valore a chi fa dell’ironia giocosa una chiave di lettura. Si può commetere un torto nel non riconoscere pari dignità a chi fa poesia con diverse attitudini. credo che un dono di Attolico sia anche nella chiarezza dela sua scrittura: la parola è limpida, diretta, chiara ed essenziale. E anche questo, forse, a qualcuno parrà ancora più strano. Il libro poi è particolarmente riuscito, per alcune scelte stilistiche e per il ritmo dei testi. Ma credo che ne riparleremo nella Dimora. Un saluto a tutti.

  15. Leopoldo Attolico è un grande, per me, in assoluto; dopo la scomparsa del suo mentore, altro grandissimo, non abbastanza ricordato, Vito Riviello, dovremmo guardare proprio alla suo poesia come ad un esempio raro di sagacia, leggerezza, rigore, onestà intellettuale, indipendenza e coraggio di valore inestimabile, da rileggere, studiare, approfondire, diffondere sostenere in ogni modo, con ogni mezzo, come un nostro patrimonio da tutelare. Grazie.
    Un caro saluto a tutti.
    francesco

  16. Rileggo con grande piacere queste poesie. Non saprei aggiungere molto ai condivisibilissimi commenti che mi precedono.
    Riflessione divertita e amara sulla contemporaneità, abbondanza di citazioni (anche, e soprattutto, di poeti) perché la realtà in cui siamo è ciò che abbiamo letto e vissuto, non un iperuranio di elementi assoluti e sbandierati da molti neo-orfismi che mi pare di vedere in giro.
    L’intelligenza epigrammatica colpisce giusto, e dà anche perle di densa sentenziosità, come “non si può continuare a infiorare di addendi la morale”. C’è una convivenza riuscita di ricercatezza e arguzia linguistica e immediatezza d’impatto. E poi, l’importanza e preponderanza della matrice comica di questa poesia non deve far dimenticare la capacità di creare sfondi di grande suggestione e moderno simbolismo, come in “Vandalismi ed elegia”.

  17. Molti molti complimenti.
    Una poesia rigorosa ma lieve con una forza morale che solo i grandi”comici”(e cioè tragici) possiedono. E un raffinato gioco di fioretto che infilza sapientemente e ironicamente il tessuto della lingua e la fa deflagrare…
    Grazie Francesco,come sempre ti sono debitrice di conoscenza.
    lucetta

  18. Mai titolo fu più azzeccato di questo per tratteggiare il carattere della poesia di Leopoldo Attolico. Ai componimenti per palati fini ed ermeneutici si alternano brani più diretti e sanguigni, che senz’altro preferisco per la loro forza nel denunciare (spesso sberleffare con fragore) questi nostri tempi amari. E Leopoldo scalcia, non risparmia gli schiaffi morali, neppure le carezze all’occorrenza.
    La sua “malincomica” vena è sempre arguta.
    Fabio Carapezza

  19. Mai ho letto versi tanto amari e malinconici divertendomi un mondo.
    Le barzellette o storielle che ogni tanto circolano in rete mi hanno sempre indispettito: possibile che ci sia tanta gente che sciupa il suo tempo pensando di far riflettere con quell’umorismo gratuito?
    Qui siamo di fronte ad un poeta che soffre: questo è il punto. I suoi versi si fanno tragedia. Ma allora perché divertono? Perché la vera comicità è quella che scopre dolorosamente gli intrecci della commedia umana. La vera comicità è come una scarica elettrica che ti sorprende e ti scuote.
    Vorrei essere anch’io capace di “attolicare” e, perciò, caro Leopoldo, invidio molto i tuoi “squilli teneri di neve” nel “falò” (immagine stupenda!).
    Un abbraccio, Alfredo Tamisari

  20. Ho conosciuto le poesie di Leopoldo Attolico in un sito letterario, uno di quei luoghi in cui io e molti altri presunti poeti versano i loro prodotti in cerca di un commento, forse di un incoraggiamento, comunque in cerca di un confronto con altri di pari interessi e preparazione. Mi sono accorto subito di avere a che fare con un Poeta vero, di quelli con la P maiuscola appunto e penso di averglielo detto dal primo momento. Mi è capitato di incontrare virtualmente altri autori di valore, di riconoscerli dalla loro scrittura e anche da un dato inconfondibile. Tutti indistintamente coloro che avevano un sicuro valore pubblicavano con il loro nome e cognome vero, senza nascondersi dietro dei nick che rappresentassero una rete di salvataggio in caso di insuccesso.
    Leggo ancora Attolico in altri luoghi di prestigio; in un volumetto colto ed elitario come I Fiori del Male di Antonio Coppola e anche qui ho modo di apprezzare la sua scrittura raffinatissima. Colpisce prima di tutto la penetrante ironia e ancora di più quello che è uno dei segni apparenti più sinceri e apprezzabili di intelligenza che è l’autoironia.
    La poesia di Attolico non è però solo questo, è poesia vera e nobilissima per un linguaggio preciso, colto, fatto di vocaboli scelti con cura estrema.
    Poesia a volte con i toni solo apparentemente prosastici per la facilità e la limpidezza del linguaggio ma a un esame più attento, poesia di rango per musicalità e sapiente costruzione del verso. Costruzione che non ha mai la schematicità di certa poesia velleitaria ma la finezza e la musicalità che viene da un lavorio accurato e da riletture numerose e critiche.
    La perfezione del costrutto si evidenzierebbe forse a una lettura a voce alta ma è questa una lettura che non posso fare e allora colgo le stesse caratteristiche in una lettura a mezza voce come è quella che riservo alle cose che io stesso scrivo.
    Non è una poesia facile a volte anche perchè l’ironia e l’autoironia sono non plateali ma sottili e allusive ma noi distinguiamo i poeti veri proprio dall’autocontrollo rispetto a tutto quello che sarebbe solo cedimento alla ricerca dell’appauso. Ci piace di più l’adesione sorridente e la complicità silenziosa.

  21. Uno dei più godibili tra i poeti contemporanei. La leggerezza dell’intelligenza, la “canzonettatura” che amavo tanto in Rimbaud e che si riscontra raramente tra i poeti. Un occhio attento, dalle angolature insolite, che non risparmia nessuno, nemmeno se stesso.

  22. *Poeta, dove vai?* …
    fantastica!
    ma anche il rosario delle vecchiette non scherza…
    concordo con i commenti adulatori,
    assorbe, questo tipo di poesia
    e soprattutto mi piace quella frase a uso incipit che mette in guardia
    dilettuosamente …:-)

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