Stormi di uccelli neri

Antonio Scavone

Stormi di uccelli neri

     Un’affascinante donna dell’alta società di San Francisco, Melania Daniels (l’algida ‘Tippi’ Hedren) sta per entrare in un negozio di animali quando, distratta piacevolmente dal fischio di ammirazione di un ragazzo, scorge nel cielo l’addensarsi insolito e bizzarro di uno stormo di uccelli, che volteggiano come impazienti, infastiditi.
     Da quel negozio uscirà, imprevedibile ma non inaspettato, un pingue e impacciato cliente, trascinato velocemente da una coppia di terrier bianchi.  Quel cliente, inconfondibile, è Alfred Hitchcock, il regista de “Gli uccelli” che Evan Hunter sceneggiò nel ’63 dal romanzo omonimo di Daphne Du Maurier. La storia la conosciamo a menadito, tutti abbiamo visto quel film un’infinità di volte ma per ogni volta, come tutte le grandi storie raccontate al cinema, ci sorprende e ci incatena.
     È un thriller, certo: acuto, eccentrico e tuttavia lineare, geometrico, come nella migliore tradizione del regista ma non è solo questo. È un bozzetto impietoso della provincia americana, dei suoi princìpi puritani e delle sue paure inconfessate: è una rappresentazione plastica e debordante del rapporto uomini-natura, è l’esplosione melodrammatica di uno dei conflitti più antichi del mondo, quello tra due donne che amano lo stesso uomo, tra l’interdizione ancestrale (madre/figlio) e quella sociale (suocera/nuora) sul doppio filo dell’inibizione e dell’attrazione sessuale tra un uomo e una donna. In più, come se fosse poco, è un film di Alfred Hitchcock.
     Salvatore Lambino, meglio conosciuto col nome di Evan Hunter o con l’altro nome di Ed McBain, scrive questa sceneggiatura privilegiando due assi portanti: quello della tensione narrativa e quello della metafora impenetrabile come solo può esserlo lo stravolgimento visionario e terrificante, palese e segreto di quella “cosa” chiamata realtà.
     La storia comincia con un approccio da commedia sofisticata: l’avvocato Mitch Brenner (Rod Taylor) finge di non riconoscere la chiacchierata Melania Daniels e la scambia per la commessa del negozio di animali: lei, sensibile al gioco delle parti, glielo fa credere e finge anche lei. L’avvocato vorrebbe acquistare i pappagalli detti “Inseparabili” per regalarli alla sorella dodicenne Cathy ma Melania non sa come riconoscere questi “inseparabili”. La duplice finzione ha termine quando Mitch rivela di essere informato sulle stravaganze di Melania Daniels per il bagno forse nuda in una fontana a Roma: Melania, piccata e stizzita, smentisce l’episodio da “dolce vita” ma Mitch non sembra crederle. Non può far altro, Melania, se non legarsela al dito e ordire, a sua volta, un piano o una contromossa per rivalersi sull’ineffabile avvocato. Compra cioè una coppia di “Inseparabili” e glieli lascia davanti alla porta del suo appartamento, con una dispettosa lettera a corredo. Mitch, però, non è a San Francisco, è a Bodega Bay, dove passa abitualmente i week-end. Non si perde d’animo, Melania: monta sulla sua spider, carica la gabbia dei pappagallini e percorre una cinquantina di chilometri per arrivare a Bodega Bay. Qui si informa dove abita Mitch, sa già che non è sposato, che vive con la madre Lydia e la sorella Cathy e, per non farsi scoprire, ricorre a un sotterfugio: affitta una barca e attraversa la baia per arrivare segretamente e via mare a casa dei Brenner, reindirizzare quindi la lettera a Cathy, lasciare la gabbia con gli Inseparabili e gustarsi la scoperta che farà Mitch quando troverà il regalo per la sorella.
     Puntualmente Mitch scopre la gabbia e la manovra di Melania, l’avvista a bordo della barca e raggiunge anch’egli, lungo la strada costiera, il porticciolo di Bodega Bay per attendere il lento ritorno di una soddisfatta Melania. Ma qui comincia un’altra storia: dalla realtà di un sentimentale breve incontro si passa alla realtà dell’imponderabile. Prima di attraccare al molo di Bodega Bay, Melania viene inspiegabilmente aggredita e ferita da un gabbiano.
     Ma per quanto possano essere famelici o crudeli, i gabbiani non attaccano l’uomo, non c’è motivo eppure le aggressioni degli uccelli si ripetono con una frequenza sempre maggiore. Viene ferito a morte un vicino di Lydia, un gabbiano si sfracella nel tentativo di sfondare la porta di Annie Hayworth, la maestra di scuola ed ex-fidanzata di Mitch, che ha accolto in casa Melania per il compleanno di Cathy mentre su nel cielo si radunano silenziosamente, fra gli altri, corvi e cornacchie.
     A poco a poco gli uccelli occupano e terrorizzano la tranquilla località di Bodega Bay: dapprima come stormi di sentinelle, inerti e vigili, e poi come truppe di assalto che obbediscono a un raccapricciante piano strategico per decimare gli abitanti, come una piaga biblica, una catastrofe punitiva.
     Ma cosa c’è da punire e chi dev’essere condannato? E soprattutto chi ha stabilito questa colpa da scontare e chi ha promulgato questa sentenza senza scampo, affidata a dei carnefici insoliti e sanguinari?
     Hunter e Hitchcock non lo dicono, ci lasciano col fiato sospeso: ci hanno ammaliato all’inizio col gioco di seduzione tra Mitch e Melania ma ora spostano la nostra attenzione su altri piani o, forse, sulle pulsioni ataviche della società, presentate sotto forma di reticenze, di inganni, di doppie verità.
     Gli artifici, infatti, ci hanno sorpresi sin da quando la storia è cominciata: i protagonisti si riconoscono ma fingono di non conoscersi (Mitch), fingono di escludersi ma si cercano (Melania), fingono indifferenza e manifestano sospetti (Lydia). Nessuno dice la verità che gli sta a cuore: opportunismi e convenzioni sociali consigliano di usare espedienti, di negare l’evidenza, di negarsi a se stessi. Lydia, la madre di Mitch (l’indimenticabile Jessica Tandy), teme che questo inopportuno accidente degli uccelli sia sciaguratamente propizio per far crescere l’empatia che si è stabilita tra il figlio e Melania e che quest’ultima, in pratica, costringerà Mitch ad abbandonarla. Con la maestra di scuola, con Annie, Lydia l’aveva avuta vinta, era riuscita a far decantare il sentimento e l’attrazione che Mitch provava per Annie ma con Melania, donna dolce ma volitiva, sarà più difficile spuntarla, giacché è stata Melania a irrompere con garbo e risolutezza nel suo intoccabile primato di madre e nella vita di Mitch. L’ansia procurata dagli uccelli non fa altro che aumentare il tormento di Lydia: si vede esclusa ed emarginata nella sua dedizione al figlio, deve solo aspettare gli eventi, deve aspettare che gli uccelli si allontanino, che si allontani la stessa Melania e le sia restituito, in qualunque modo, il ruolo di madre premurosa, di donna che non può chiedere altro al suo desiderio.
     Anche gli uccelli hanno disobbedito al loro imprinting primordiale: non è la lotta per la sopravvivenza che li spinge ad attaccare i bambini alla festa di Cathy o all’uscita dalla scuola: c’è come una mutazione genetica nel loro istinto che li rende innaturali e implacabili. Gli uccelli fanno vittime eccellenti come la maestra Annie (Suzanne Pleshette), soverchiata dai loro micidiali assalti e lasciata indifesa mentre tentava di proteggere i suoi alunni. Gli uccelli si organizzano, si preparano a una guerra senza quartiere e quel che più conta è la rassegnazione che coglie e devitalizza gli abitanti di Bodega Bay.
     Tutti si sentono inermi e predestinati ad una surreale sconfitta e tutto si svolge in questo borgo marinaro, eletto non si sa da chi o cosa a modello negativo di una viziosa fatuità. Neppure in casa, dopo cena, mentre Melania suona al piano e Mitch sparecchia la tavola, si è tranquilli: uno stormo di passeri si intrufola dal camino e distrugge ogni cosa prima di essere respinto dalla faticosa reazione di Mitch. Tuttavia non si può restare asserragliati in casa e anche se Mitch comincia a blindare porte e finestre c’è sempre il pericolo degli spazi aperti, dove gli uccelli da sempre sono padroni incontrastati del cielo. Bisogna uscire di casa, proteggere i bambini che escono da scuola, sfidare queste armate di uccelli di specie diverse che sono motivate da un imperscrutabile progetto di vendetta.
     Sfuggita ad un ulteriore attacco dei gabbiani, Melania si rifugia in una cabina telefonica ma gli uccelli non esitano a spaccare i vetri della cabina e stanno per colpirla di nuovo quando sopraggiunge Mitch e la porta al riparo nel bar.  Sconvolta e scompigliata, Melania telefona al padre, editore di giornali, per raccontargli quello che sta succedendo a Bodega Bay e qui, in questo teatrino improvvisato del bar, come in un mondo parallelo fatto di dispute e tetri presagi, Hitchcok mette in scena la società americana con le sue variegatissime componenti antropologiche. C’è il padrone del bar che non si capacita di come gli uccelli possano far tanto, c’è l’ornitologa Bundy (la severa Ethel Griffies), cariatide dal tratto vagamente lesbico, che non può accettare un’intenzione così efferata da parte degli uccelli e spiega al volgo che l’esigua struttura cerebrale dei volatili non è in grado di preparare attacchi così mirati né che possano consociarsi gabbiani e corvi. C’è ovviamente l’ubriacone di turno che cita, come fanno sempre gli americani, la Bibbia a riprova della meschinità degli uomini e quindi di una punizione divina inesorabile, salvo poi a essere egli stesso contestato e sminuito dalla padrona del bar che gli rinfaccia altri versetti biblici che censurano chi comincia a bere di primo mattino. C’è una madre apprensiva con i figli che implora i presenti di parlare piano o di parlare d’altro per non far spaventare i suoi figli che già hanno intuìto di doversi aspettare malvagità da parte degli uccelli predatori. C’è il marinaio che ammette, con qualche perplessità, che essere sopraffatti dagli uccelli è talvolta possibile, soprattutto quando sono affamati, anche se, aggiunge con timore, una cosa del genere non s’era mai vista a Bodega Bay. C’è infine il rappresentante di commercio che si offre di accompagnare la madre apprensiva, non prima di aver bevuto il suo whisky e aver assaporato il pensiero di fare il viaggio con una donna piacente e senza marito.
     Il mondo, dunque, tutto il mondo è Bodega Bay, esempio minimo e metafora convincente di ciò che può accadere dovunque ma che solo lì, in questo ridente borgo marinaro, acquista il diritto di essere il centro di ogni cosa, l’origine e probabilmente la fine di una inarrestabile volontà superiore, biblica o naturale che sia, vera o presunta.
     Come per Fellini, anche per Hitchcock non conta la realtà per fare un film “realistico”: la realtà dev’essere aumentata di significato, dev’essere manipolata per il senso che deve ispirare, deve essere cioè “rifatta” e non solo per le esigenze produttive del film. Così il mare della baia è disegnato, gli uccelli che attaccano sono sovrapposti sui trasparenti alle scene delle aggressioni, così anche i suoni che accompagnano le incursioni degli uccelli sono ottenuti con commenti di effetto (colpi di batteria, di piatti musicali, di trucchi teatrali) per simulare lo sventagliare delle ali, i versi e le beccate dei volatili.
     È nel bar che Hitchcock allestisce una magistrale scena di suspense: le argomentazioni dei clienti del bar (sugli uccelli, sui castighi divini, sui destini degli uomini) sono servite da antefatto, ci hanno preparato, senza che ce ne accorgessimo, ad un evento necessario e inimmaginabile. È un coup de théâtre lento, centellinato, smontato pezzo per pezzo, fotogramma per fotogramma o, per meglio dire, tavola per tavola con gli schizzi dello script. Hitchcock ci fa entrare nel film, come se fossimo noi spettatori a disegnare lo storyboard, a orchestrare la scansione del racconto. Dal bar, quindi, scorgiamo un benzinaio attaccato da un gabbiano vicino al suo distributore: il benzinaio cade a terra, Mitch si precipita con altri a soccorrerlo e a trascinarlo lontano ma la pompa, senza controllo, sparge tutt’intorno come un serpente il suo liquido infiammabile che raggiunge un tranquillo automobilista nell’atto di accendersi un sigaro. Quelli del bar seguono il rivolo di benzina che scorre minaccioso sotto i piedi dell’automobilista: il volto di Melania viene scomposto in singoli atteggiamenti: la vediamo interdetta, spaventata, allarmata e infine presaga di quello che può succedere a quell’uomo col sigaro acceso. Tutti gridano, si sbracciano per allertare quell’uomo, farlo allontanare dal pericolo ma il distratto automobilista non può cogliere la minaccia che gli altri gli paventano e, quasi meccanicamente, lascia cadere il fiammifero che darà fuoco a lui, alla macchina e alla pompa di benzina.
     L’incendio ammutolisce tutti: dall’alto Hitchcock inquadra la lingua di fuoco, vivida e solenne, che taglia in due quella parte di città mentre, in un silenzio che dovremmo definire gelido, aleggia nel cielo un gabbiano, come un cecchino che spunta dal nulla per verificare l’esito del suo attentato.
     Quest’altra uccisione, più tremenda delle altre, fa scattare malanimo, pregiudizi, ritorsioni. È la madre apprensiva che, in preda ad una crisi, si erge a paladino di una giustizia sommaria e inveisce contro Melania, accusandola di essere la causa e la colpa di tante disgrazie, di essere la responsabile unica della ribellione degli uccelli perché perversa e spregiudicata. L’isterica viene sedata con uno schiaffo da Melania che raggiunge poi Mitch lasciando i clienti del bar nello sgomento.
     Tornano a casa Mitch e Melania: il loro amore si è finalmente manifestato oltre la recita ma è tuttora casto e morigerato. Anche con Lydia c’è stata un’intesa: Melania si è mostrata prodiga e benevola e Lydia ha forse rimosso quel distacco e quell’insofferenza che provava per una donna tanto ricca e tanto anticonformista. Non bastano, però, questi fragili ravvedimenti per compensare la diffidenza e lo sconcerto, la tensione è ancora viva e, dopo tante vittime, accerchiati da questa miriade di uccelli che sembra concedersi una pausa, conviene barricarsi in casa ed aspettare che qualcuno o qualcosa venga a liberarli da questa maledizione naturale.
     In casa la calma è quella di un fortino corazzato eppure vulnerabile perché isolato, reso oltremodo impraticabile per i moltissimi materiali di rinforzo usati da Mitch. La calma viene subito spezzata, l’assalto degli uccelli non si fa attendere: stavolta è frenetico, assordante, incontenibile. Gli uccelli bucano con i becchi le assi di protezione, squarciano la porta d’ingresso con colpi che sembrano inferti da asce acuminate. Mitch deve correre là dove c’è un varco aperto, respingere gli assalitori, sopportare le inevitabili ferite e tappare le falle che si aprono dovunque. Lydia, resa immobile dal terrore, abbraccia la figlia Cathy ma poi scappa dove può per rintanarsi in un angolo che possa darle sicurezza. Melania si rannicchia sulla poltrona, protegge Cathy e forse per la prima volta si mostra sguarnita del suo solito aplomb. Mitch continua a lottare, sempre più ferito ma davvero non sa cosa si possa opporre alla furia di questi uccelli inferociti. È una lotta impari, titanica, forse anche biblica o, come ci lasciano capire Hunter e Hitchcock, strategica.
     La strategia degli uccelli – animali incapaci di offendere – si dimostra irresistibilmente vincente sulla strategia degli uomini – animali pronti a offendere. Gli incubi degli umani – le loro malignità, il loro sussiego, la loro malafede – non si compensano nell’attribuire agli uccelli le proiezioni delle loro malìe. Gli uccelli non rappresentano altro che loro stessi, sicuramente esagerati in questa guerra di sfiancamento ma sicuramente “animaleschi”, casualmente vendicatori, irrealisticamente temerari.
     Mitch, avvocato pragmatico e disincantato, non formula ipotesi su quanto sta accadendo, si preoccupa solo di mettere in salvo Melania e la sua famiglia. Lydia, sia pure rinfrancata dalla disponibilità di Melania, ancora non riesce a essere serena perché vede davanti a sé il disastro e il baratro di una totale spoliazione di beni e di fiducia. Solo Cathy (l’allora giovanissima Veronica Cartwright), pur spaventata dall’evento, trova il tempo di proteggere i suoi “Inseparabili”.
     Sembra tornata la calma: infatti Mitch dice “Se ne sono andati”, come di nemici che si ritirano dopo un’infruttuosa scorreria. Lydia e Cathy si rincuorano ma Melania non è tranquilla: avverte calpestìi inconfondibili su in soffitta e segue quelle deboli tracce come se avesse capito che lo scontro decisivo riguarda solo lei e i suoi personali nemici.  Sale in soffitta e scopre che il tetto non c’è più: gabbiani e corvi la stavano aspettando per finirla.
     Melania non può resistere, soccombe, si lascia aggredire come se dovesse sacrificarsi e viene salvata in extremis da Mitch, che la porta giù in salotto, la fa medicare da Lydia e decide di abbandonare la casa, di ricoverare Melania in ospedale.
     Ma davvero Melania voleva sacrificarsi? Ha affrontato gli uccelli per sfidarli, per scongiurare quella sorta di anatema o colpa che tutti, nel bar, le avevano assegnato?
     È un passaggio oscuro, questo: Melania sale in soffitta sapendo che avrà la peggio ma sa anche che l’unico modo per riproporsi positivamente nel mondo “ordinario” è mettere in gioco se stessa, provare a essere una donna semplice come la sconfitta Annie, semplice come la provinciale Lydia, semplice come avrebbe potuto essere se non fosse stata favorita dalla volubilità del carattere, da una ricchezza semplificatrice. L’ultimo assalto degli uccelli sembra davvero una condanna per Melania, una sentenza eseguita senza attenuanti.
     Melania salirà sulla spider guidata da Mitch, si accuccerà incerottata tra le braccia di Lydia e resterà assente, inebetita da una surreale constatazione: che tutto, cioè, sia cominciato dal suo arrivo a Bodega Bay. Cathy chiederà a Mitch di poter portare con sé i pappagallini “inseparabili” perché, tutto sommato, “innocenti”: Mitch acconsentirà e la spider esce dal garage tra gli uccelli che occupano ogni spazio e lentamente prende la strada costiera sotto lo schieramento di migliaia di sagome nere appollaiate lungo tutto il percorso sui fili della luce, come una scorta di guerrieri. La minaccia non si è consumata, è soltanto sospesa e non sappiamo se e quando riprenderà a spargere terrore e morte.
     Lo scrittore Evan Hunter non ha fornito la soluzione dell’enigma come ci si aspetta da un autore di romanzi polizieschi e Alfred Hitchcock ha lasciato che i simbolismi e le metafore restassero inafferrabili all’interno della storia, in una misteriosa densità di emozioni e significati e noi spettatori abbiamo accettato questo messaggio criptico di stravolgimento della realtà, forse perché solo così – facendo lievitare le paure, le omissioni o i pregiudizi che riversiamo nella realtà – riusciamo a capire noi stessi nel suo inafferrabile e sconfinato accadere.

* * *

Questo film ha creato negli anni gruppi di ascolto in tutto il mondo, suggestionando gli accaniti cinéphiles di ogni paese per la finezza delle allusioni, la maestrìa del racconto di Daphne Du Maurier, l’immediatezza dell’intreccio, l’interpretazione degli attori, il montaggio accurato e gli invisibili effetti speciali.
“Bodega Bay” è diventato genericamente sinonimo di luogo esotico, di paradiso perduto (nei pressi di Civitavecchia dovrebbe essere ancora attivo un lido balneare con questa insegna, con questo nome).
Bodega Bay è stato anche e tragicamente famoso, per chi ne ha memoria, per quei turisti americani, originari di quella cittadina (la famiglia Green) che, in viaggio per l’Italia nel 1994, si videro ammazzare il figlio Nicholas di sette anni in un tentativo di rapina sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Non c’erano gabbiani, allora, non ci furono corvi giustizieri.

***

4 pensieri riguardo “Stormi di uccelli neri”

  1. Grazie ad Antonio Scavone per questa analisi dettagliata e articolata di un film che, insieme a Vertigo, considero il più bello di Hitchcock. Altrettanto interessante è il racconto (romanzo breve) della du Maurier, non a caso scelto dal regista che molto si ritrovava in quelle “paure”; ad esempio quelle lasciate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Lavoro, quello della du Maurier, che è stato spesso analizzato come metafora della Guerra Fredda, della paura dell’altro inteso come nemico “invisibile” e pronto a colpire. Anche il libro, come il film, si presta tuttavia a letture psicoanalitiche, come del resto suggerisce quanto si sa della vita della scrittrice, donna “algida” intrappolata in una società puritana e segretamente innamorata di una donna. Aggiungo anche che i gabbiani che “si trasformano” in creature malvage non deve poi meravigliare, sono uccelli capaci di tutto :-)
    Abele

  2. Tutti abbiamo visto i film del nostro apprendistato culturale, tutti abbiamo letto i libri della nostra educazione culturale e antropologica e tutti dovremmo, ogni tanto, riparlarne, raccontarli per non perderli o per non farli restare patrimonio solitario della nostra “presunzione”…

    Grazie ad Abele e a Roberto

    Antonio

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